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Un vero rinnovamento in Forza Italia?

Di Tommaso Cocci

La differenza tra la politica ed il tatticismo si sostanzia tutta nella presenza o nell’assenza di una forte idea di fondo.
In Forza Italia occorre che un gruppo di persone si prenda la responsabilità di decidere se il Governo Salvini – Di Maio sia un pericolo letale per l’Italia oppure che si debbano mettere da parte i veti pregiudiziali con l’Esecutivo e si rinsaldi il rapporto con la Lega.
Su questo nodo si contrappongono due visioni sul ruolo del partito azzurro nella scena politica.
Il Presidente della Liguria Giovanni Toti propende per una alleanza più salda con Matteo Salvini, nell’ottica di ricostruire un partito unico di centrodestra che promuova una politica di legge ed ordine e la discontinuità con questa Unione Europea. Di contro, un’altra ala del partito dà una lettura assolutamente negativa dell’attuale esperienza di Governo ritenendo assolutamente dannose le misure economiche ed irricevibile il livello di conflitto tenuto con le autorità di Bruxelles.

Nel mentre all’interno della maggioranza di Governo ci sono i primi mal di pancia sul Decreto Sicurezza di Salvini, perché alcuni deputati pentastellati ne criticano il testo e non vogliono votarlo. Al contempo gli stessi grillini devono fare il primo bagno nella realtà, dovendo dare il via libera al TAP e già alcuni attivisti si immaginano che questo sarà il preludio per l’autorizzazione alla realizzazione dell’altra velocità Torino-Lione. In più ci sono le incertezze nazionali ed internazionali sulla manovra economica che, nonostante l’ostentata sicurezza, costituiscono un bel grattacapo per i due vicepremier.

In un momento del genere, Forza Italia invece di avere un guizzo, per invertire la sua discesa tra l’elettorato italiano, decide di farsi l’ennesimo autogol.
Basta leggere la circolare che indice i nuovi congressi per accorgersene. Di primo acchito, l’iniziativa sembra aver la finalità di spalancare le porte del partito, ma basta approfondire per capire che è il vademecum di una classe dirigente chiusa a riccio, che si sente invitata a ballare per l’ultimo giro di valzer.
Tenuto conto che l’obiettivo azzurro dovrebbe essere quello di riacquistare base elettorale l’operazione dei congressi, per come è stata elaborata, oscilla tra l’inutile ed il deleterio per un triplice ordine di motivi.
Pima di tutto i congressi rinnoveranno soltanto gli organismi provinciale di Forza Italia. I vertici regionali e nazionali non saranno messi in alcuna discussione, tuttavia proprio questi sono i responsabili al 90% della desolante situazione attuale di Forza Italia. Poiché i coordinatori provinciali hanno contato poco o niente e comunque sono sempre stati diretta emanazione, a forza di nomine, degli organismi centrali. Nessuno crede al fatto che i nuovi coordinatori provinciali avranno voce in capitolo nella definizione delle liste per le europee e neppure per la scelta dei candidati sindaco delle amministrative. La scelta sarà sempre demandata agli intoccabili vertici regionali e nazionali.
In secondo luogo, la competizione sarà deleteria poiché si sfogheranno semplicemente attriti personali e locali. Poiché sullo sfondo non c’è nessun disegno più ampio, dato che i congressi non hanno conseguenze oltre al livello territoriale. Dunque si creeranno fratture inutili ed ulteriori perdite di consenso senza che questa sia compensata da nuovi elettori. In quanto nessuno, che fino al giorno prima non votava Forza Italia, si avvicinerà ad un partito che non modifica i suoi vertici.
Infine, la scadenza fissata per la chiusura del tesseramento è il 30 novembre. Non ci saranno i tempi tecnici per avviare un dibattito serio in cui coinvolgere delle nuove persone, bensì sarà la solita serie di congressi farlocchi dove parteciperà la stessa gente, ormai decimata, del crepuscolo azzurro.
A questo punto sorge il sospetto, parafrasando una vecchia pubblicità di orologi, che in Forza Italia sia stato coniato un nuovo motto “parliamo di tutto, ma non di politica”.
La storia del partito è nota, non è mai stato prodigo nel promuovere momenti di dibattito interno, tuttavia, dopo i risultati del Trentino-Alto Adige (2,82% a Trento e 1% a Bolzano) pareva scontato che si sarebbe aperta un’ampia e diffusa discussione. Invece no. La volontà rimane quella di non toccare i quadri dirigenti nazionali, senza rendersi conto di quanto siano consunte le loro figure nell’elettorato.
Dover stare all’opposizione rientra nella normalità della dinamica politica. Ma dal momento in cui un partito perde le elezioni, lo stesso non dovrebbe perseverare a destinare ruoli di primo piano solo a soggetti che per anni hanno ricoperto tutte le possibili ed immaginabili cariche di governo d’Italia e d’Europa. Questa non è una mera istanza giovanilista, bensì la logica conseguenza del fatto che quando i dirigenti attuali di Forza Italia vanno in televisione a criticare il Governo, l’elettore si domanda per quale motivo tutte le cose che vengono proposte da quei signori non sono state fatte nelle legislature precedenti. Se invece nei dibattiti e ad assumere le decisioni ci fosse qualcuno di nuovo forse ci sarebbe maggior credito da parte dell’opinione pubblica.
Forza Italia, da tempo, non ha una linea politica e la sua opposizione al governo appare spesso poco argomentata se non addirittura in contrasto con i sentimenti prevalenti nel popolo azzurro.
L’infausto esito elettorale in Trentino e il sorgere dei primi problemi nell’alleanza Lega-M5S potevano essere il viatico per un congresso veramente politico che confrontasse la posizione di coloro che vogliono rinsaldare l’asse con la Lega e coloro i quali vogliono un’opposizione dura al Governo.
Non sarebbe meglio vedere un confronto tra due mozioni congressuali nazionali per la leadership del partito invece di metterlo in liquidazione, facendo solo lo stretto indispensabile per prendere quella manciata di voti utile ad aggiudicarsi qualche seggio all’Europarlamento?
Un congresso che rinunci in partenza a parlare al Paese è l’ultima cosa di cui ci sarebbe bisogno per invertire la rotta.

La “Manovra del Popolo” vista dalla City of London, chiacchierata con Raffaella Tenconi, economista

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Gli spiriti della politica sono sempre al centro di questo blog, senza mai strizzare l’occhio a moderatismi di ogni sorta: si è sempre molto diretti e concisi. Oggi però arriva il momento di fermarsi a pensare e ragionare a mente fredda, sine ira et studio, sul DEF appena approvato. Ne ho parlato con Raffaella Tenconi, economista di base a Londra e CEO di ADA Economics. Un piccolo viaggio nella mente dei mercati e delle istituzioni finanziarie che, lontane dall’essere luoghi metafisici, sono in realtà fatti di uomini in carne ed ossa che investono e scommettono sulla solidità o meno dei paesi sovrani.

Mentre la vulgata comune ci dice che i mercati sono nel panico più assoluto, Raffaella ci da un quadro meno catastrofico e più razionale.

Ecco qua la nostra chiacchierata.

M: Dal mio punto di vista questa manovra ha riportato la politica al primo posto, facendo retrocedere i concetti di finanza e tecnocrazia. Chi la sta intervistando ha idee liberal conservatrici e di centrodestra. Secondo lei invece agli operatori finanziari ed agli investitori importa di questo ritorno della politica?

R: Il ritorno della politica è sicuramente importante, ed i mercati finanziari non sono particolarmente bravi a prezzare il rischio politico ne tanto meno l’impatto delle politiche pubbliche, perché di solito la capacità dei paesi di crescere si vede nel lungo periodo. Il rischio politico viene visto come fattore di incertezza.

Sicuramente l’aumento del disavanzo del deficit ha preso una parte del mercato in contropiede, ma neanche tanto perché se guarda da qui a dieci anni tra 3,1 e 3,3 non c’è troppa differenza. D’altra parte in primis viviamo in un mondo in cui c’è ancora il QE e poi non è una sorpresa che il disavanzo sia aumentato: è vero che rispetto allo 0,8% che era stato negoziato prima sembra un enorme aumento, però francamente non era credibile che si andasse allo 0,8% ne con questo governo ne con un altro. Il gioco era tra 1,7, 1,6 e 2,4. Il movimento a 2,4% è stato molto rapido ma non è sorprendente. Noi abbiamo dei modelli che facciamo per tutti i paesi che seguiamo e le dico tranquillamente che è da un anno che sull’Italia abbiamo 2,5% nelle previsioni. Noi vediamo la situazione nel mercato obbligazionario un po’ incerta però assolutamente non allarmante, mentre siamo molto preoccupati per quanto riguarda il mercato azionario.

M: I mercati sono spaventati, ma neanche troppo quindi. Volevo passare alla seconda domanda che è più politica e meno tecnica. Sembra che Di Maio abbia festeggiato alla grande, mentre Salvini ha un elettorato fatto di piccoli e medi imprenditori a cui presumibilmente non piace questa manovra. Lei come vede questa situazione?

R: E’ chiaro che i 5 Stelle hanno un elettorato molto forte nel centro sud, dove la promessa del reddito di cittadinanza era particolarmente importante. Credo che sicuramente il piccolo imprenditore sia un po’ intimorito dal reddito di cittadinanza, e non è sicuramente la mia misura preferita. Devo dire però che il reddito di cittadinanza ha un effetto moltiplicatore sulla spesa. Anche se il reddito di cittadinanza di cui parlavano i 5 Stelle qualche anno fa era una cosa, quello di ora è tutraffaella_2t’altra cosa. E’ di fatto un “unemployement benefit”o “minimun income” che in Italia non c’era. Non è una cosa dove posso prendermi 800 euro al mese e non fare nulla. E’ una misura che però si poteva concentrare su altre categorie, ed io personalmente l’avrei concentrata sulle famiglia e su politiche per la natalità, le cosiddette “maternity policies”.

In questo momento l’Italia ha possibilità di agire, perché ha dei dati strutturali e congiunturali sia interni che internazionali che rendono il paese più competitivo rispetto agli anni passati. C’è stato un aggiustamento dei bilanci ed un aumento della produttività che mancava prima. Da qui a dire che l’aggiustamento della crescita è sufficiente per essere sostenibile ce ne passa, però misure come la semplificazione del sistema fiscale possono dare una grande mano.

M: La commissione non ha reagito molto bene al DEF (ndr, l’intervista è stata effettuata prima della bocciatura) però io mi chiedo: questo è un momento in cui la commissione è politicamente molto debole, un momento in cui i populismi in Europa la stanno facendo da padroni, un momento in cui alle prossime europee i partiti populisti faranno il botto. La commissione dovrebbe essere più accondiscendente, oppure dovrebbe essere dura?

R: Secondo me dovrebbe essere più accondiscendente, perché ad essere duri in realtà aumenta solo la frizione tra i vari paesi. Il problema è che il malessere dell’elettorato europeo è un qualcosa che va avanti da molto, e devo dire che è un malessere giustificato. Il problema dei paletti fiscali a livello europeo sono che in realtà non fanno assolutamente quello che dovrebbero fare, sono troppo corti perché guardano sempre a tre anni. Un target che vuole sia la prudenza a breve termine sia supportare la crescita a lungo termine dovrebbe avere un orizzonte di almeno 5 o 10 anni. Alla fine l’elettorato europeo si è accorto che la politica fiscale europea è troppo “miope”.

Matteo, stacca la spina ai pentastellati!

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Diciamo che parlare con i pentastellati non deve essere facile, soprattutto se devi farci un governo. E siccome le comiche dei “leader” 5 Stelle non sono mai troppe, ecco che spunta anche Rousseau. Come se non bastassero gli aborti filosofici e le nefandezze che il pensiero di Rousseau ha partorito, entra in gioco anche nella formazione del futuro governo italiano. Un partito di centrodestra che mette in un programma di governo un abominio come il reddito di cittadinanza, deve aspettarsi le barricate sia dentro che fuori dal partito. Se Salvini alla fine dicesse si a queste schifezze, entrerei in Lega solo per difendere con le unghie e con i denti il po’ di liberalismo che aveva il centrodestra pre-4 Marzo.

Al di la delle provocazioni, Salvini dovrebbe staccare la spina a questo spettacolo indecente. Pensi ai giovani, pensi a chi vuole investire, pensi ad una generazione che sta vedendo questo paese affondare sotto i colpi di uno Stato asfissiante e ladro. Lo ripeteremo fino alla morte, la ricetta non è quella di quel pastrocchio di “programma” di governo, ma quella limpidamente liberale (se liberale vuol dire ancora qualcosa): meno tasse, meno tasse, meno tasse.

Sappi aspettare Matteo, non bruciare il capitale politico del centrodestra. Perchè anche se la coalizione non è di quelle perfette, anzi, è l’unica su cui vale la pena puntare. Butta via Di Maio e ti ringrazieremo.