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Il ruolo Politico-Militare della Polonia in Europa centro-orientale

Di Francesco Cirillo

Nel quadro del cosiddetto “Balance of Power” politico-militare dell’europa centro-orientale Varsavia si è assicurata in pochissimi anni il baricentro di media potenza regionale.

Per i vertici polacchi il paese deve concentrare le sue strategia diplomatiche e strategiche nella zona centro-orientale e nel Trimarium (regione dell’europa centro-orientale racchiusa tra Mar Baltico, Mar Nero e Mediterraneo). Le mosse Polacche sono spinte dalla sue ambizioni di rinascere grande potenza.

Quando la Polonia rinacque come stato indipendente nel 1918 il suo padre della patria, Josef Piłsudski, aveva in mente di creare un immenso stato polacco che doveva raccogliere le terre che andavano dalla Finlandia al Caucaso. L’obiettivo era di ridimensionare una possibile rinascita della Russia. Alla fine la guerra russo-polacca del 1921 ( scoppiata con l’ambizione di far rinascere una Grande Polonia) si concluse con un trattato di pace che impose una divisione Polonia-URSS delle regioni ucraine. I piani di Piłsudski fallirono rafforzando di conseguenza la destra etnonazionalista di allora e archiviando la creazione di uno stato multiculturale. Ma il Maresciallo teorizzò il cordone sanitario che venne aggiornato nella successiva strategia del contenimento, messa in atto dagli USA dopo la seconda guerra mondiale e continuata con ZbigniewBrzezinski che la aggiornò con strategia di destabilizzazione culminata durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan(1979-1989), in cui Washington finanziò e supportò la resistenza e le sue fazioni afghane.

Dalla dissoluzione dell’Impero Sovietico la Polonia si è sollevata a potenza regionale dell’europa dell’Est. Le sue forze armate sono le meglio equipaggiate della regione centro-orientale e sta consolidando progetti di integrazione militare con i paesi vicini. L’esperimento della Brigata Litucrpol denominata Ostrogski generale della allora alleanza Polacco-Lituana che sconfisse le truppe dell’allora Granducato di Mosca nella Battagli di Orša del 1514. ad oggi la collaborazione militare tra Kiev, Vilnius e Varsavia è rappresentata dalla Brigata Litucrpol, istituita nel giugno del 2007. la sua completa istituzione però venne messa in standby. Il riesplodere della tensione Mosca-Occidente in concomitanza con la crisi ucraina del 2014, e l’annessione della Crimea nel Marzo dello stesso anno, diede la spinta finale alla istituzionalizzazione della Brigata polacco-lituano-ucraina. Nel settembre del 2014 venne ratificato nella Capitale Polacca l’accordo tra i tre stati centro-orientali che costituì definitivamente la Litucrpol. La brigata conta 5mila uomini dislocati tra Lituania, Ucraina e Polonia con il quartier generale di stanza a Lublino. La Brigata rappresenta un segnale importante nel settore della cooperazione politico-militare e della sua futura integrazione nell’aerea centro-orientale del vecchio continente. Mostra lo scetticismo dei paesi europei dell’Europa orientale sia verso il Cremlino sia verso le posizioni ambigue dei suoi alleati dell’Europa occidentale.

L’Integrazione è guidata dalla stessa Polonia, che dispone delle Forze armate meglio equipaggiate ad est del fiume Oder. Da decenni Varsavia ha iniziato un fortissimo processo di modernizzazione militare del proprio dispositivo bellico. La Polonia non ha ancora superato la soglia dei 100mila effettivi, ma punta ad arrivare, nel prossimo futuro, a quasi 150 mila unità. In quel caso entrerebbe nella prima classe dietro a Germania e Francia, rispettivamente 180 mila per Berlino e 200 mila per Parigi. Ma i polacchi hanno dalla loro la qualità dell’equipaggiamento. Varsavia ha mille carri armati pesanti, tra cui i temibili Leopard 2 di matrice tedesca, a disposizione delle Brigate Corazzate e meccanizzate delle forze di terra.

Nel comparto militare industriale la Polonia sta dimostrando uno sfrenato attivismo. Nonostante sia dominato dai suoi partner europei, Germania e Francia, e dagli USA Varsavia non rinuncia a mettere anche la sua voce nel mercato degli armamenti per la regione centro-orientale. Con il target di consolidare la sua posizione di potenza regionale Varsavia ha iniziato a modernizzare il suo comparto industriale. Il trasferimento di tecnologia dall’estero verso la Polonia e il consolidamento della holding statale polacca Polska Grupa Zbrojeniowa ha dato un forte strumento strategico, che Varsavia può usare per proiettare la sua influenza nell’estero vicino. Nel 2015 ha istituito un apposito fondo di assistenza che facilita l’erogazione di prestiti per gli Stati che desiderano acquisire tecnologia militare polacca. Questo fondo mira a rafforzare le relazioni militari industriali e politiche polacche nella regione dell’Europa orientale, ed è indirizzato a Bulgaria, Romania,le tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania e al Gruppo di Visegrád: Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. L’attivismo di Varsavia sta accelerando la collaborazione politico-militare degli stati europei centro-orientali e la Polonia, naturalmente, ambisce ad essere la guida.

Scontro Russia-Gran Bretagna: una inutile guerra fredda

Di Francesco Cirillo

La tensione tra Londra e Mosca per l’avvelenamento della ex spia russa del GRU( Servizi segreti Militari russi) Sergej Skripal sta alzando nuovamente le tensioni tra la Federazione Russa e una buona parte dell’Occidente.

La rielezione di Vladimir Putin a presidente della Russia manterrà per molto tempo questa tensione.

Ma l’occidente non è compatto quando si tratta di accusare il Cremlino delle sue azioni. Dal 2014 ad oggi la crisi Ucraina del Donbass e la annessione della Crimea ha diviso in più occasioni i paesi dell’Unione Europea. La vittoria scontata di Putin alle presidenziali di domenica scorsa consegna forse altri sei anni di tensione tra la Russia ed i paesi occidentali, guidati dagli USA e dalla Gran Bretagna.

Lo scontro diplomatico tra l’occidente e la Russia rappresenta una inutile guerra diplomatica di due fronti che vedono il mondo con occhi diversi e che hanno attuato una politica estera completamente differente.

L’occidente con la caduta del muro di Berlino nel 1989 aveva chiuso la parentesi della guerra fredda , immaginando una collaborazione politica con la Federazione Russa post-URSS. Ma le ultime politiche di Mosca e politica estera russa in Siria ha messo il Cremlino sul fronte di quei paesi che vedono l’occidente come un competitor internazionale da affrontare.

Oggi Mosca rappresenta si un avversario politico da tenere nelle proprie relazioni internazionali con le pinze, ma ciò non significa rompere i rapporti in modo definitivo. Oggi il nuovo ordine mondiale si è costituito su un’ordine multipolare dove non esiste solamente una sola superpotenza.

Mosca no ha intenzione di ricostituire il Patto di Varsavia visto che ormai fa parte della storia.

La Russia di Putin non vuole riconquistare direttamente i territori della ex Unione Sovietica, ma aumentare l’influenza russa in modo indiretto sui paesi dell’estero vicino del Cremlino.

Agli orizzonti una nuova ed inutile guerra fredda sta innalzando una nuova cortina di Ferro da Kiev fino a Varsavia attraverso le repubbliche Baltiche e lo stesso Mar Baltico.

Poiché non è la Russia ma la Cina di Xi Jinping ad essere nel prossimo futuro la nuova sfida dell’Occidente, Mosca lo ha capito è si sta mettendo d’accordo con Pechino per creare un fronte comune contro i paesi occidentali.

Russia-Arabia Saudita: incontro fra due superpotenze

Di Anita Porta, studentessa SciencesPo

All’inizio di ottobre, il re dell’Arabia Saudita Salman ha portato a termine una visita storica a Mosca, la prima da quando i rapporti diplomatici fra la Russia e la monarchia saudita sono stati ristabiliti nel 1992.

Negli ultimi anni, diversi cambiamenti nello scenario mediorientale hanno portato le due potenze verso un riavvicinamento. Innanzitutto, con il ridimensionamento della presenza americana nell’area, l’Arabia Saudita è in cerca di un nuovo potente alleato che possa aiutarla a difendere i propri interessi attraverso un supporto diplomatico e militare. In questo contesto, l’ostacolo più grande è posto dal rapporto privilegiato che la Russia intrattiene con l’Iran, in particolare sullo scacchiere siriano, dove il regime di Bashar al-Assad sta progressivamente recuperando terreno contro le forze ribelli supportate dalla monarchia saudita. Tuttavia, fino ad ora questo elemento non si è rivelato un ostacolo decisivo nelle relazioni Russia – Arabia Saudita. Al contrario, il Ministro del Petrolio saudita Khalid al-Falih ha dichiarato, in occasione dell’apertura della Russian Energy Week a Mosca, che le visioni dei due Paesi riguardo alla regione mediorientale non sono mai state allineate al 100%, ma, specialmente in Siria, “il dialogo ha contribuito a diminuire le divergenze”.

Piuttosto che su una riprogettazione dello scenario mediorientale, l’incontro diplomatico è sembrato essere incentrato su altre priorità, più circoscritte e, al momento, più stringenti: nello specifico, la cooperazione nel settore energetico,, con lo scopo di portare il mercato mondiale del petrolio verso un ribilanciamento e ottenere un prezzo per l ’ooro nero più compatibile con i budget statali dei due Paesi. Da dicembre 2016, i paesi Opec, la Russia e altri produttori minori hanno firmato un accordo storico per ridurre il rilascio di petrolio sul mercato mondiale d i 1,8 milioni di barili al giorno. Tale accordo ha già permesso di far risalire il prezzo del petrolio oltre i 50 dollari al barile, ma i Paesi Opec hanno un obiettivo più ambizioso, quello dei 60 dollari al barile. L’Arabia Saudita, in particolare, vorrebbe far salire il prezzo del petrolio il più possibile entro il 2018, in vista dell’offerta pubblica iniziale sul gigante petrolifero nazionale Saudi Aramco.

Dall’incontro fra il Presidente Russo e il monarca saudita è emerso chiaramente che l’accordo rimarrà in vigore. Si discutono anche possibili estensioni a livello sia di quantità che di tempistiche , ma su questi temi ci sono già più dubbi. Per quanto riguarda le quantità , nonostante entrambi i Paesi abbi ano già eseguito tagli oltre il livello richiesto, l’Arabia Saudita ha annunciato di voler ulteriormente diminuire le proprie esportazioni di petrolio per il mese successivo di 560.000 barili al giorno. Non è chiaro se la Russia, da parte sua, sia pronta ad intraprendere tagli altrettanto drastici. Il ministro dell’energia Alexander Novak si è limitato a dichiarare che la Russia “Intraprenderà qualsiasi misura sia necessaria per ottenere un ribilanciamento del mercato”, senza fornire delle cifre specifiche.

Riguardo invece ad un prolungamento dell’accordo, il Presidente russo Vladimir Putin non ha escluso l’ipotesi di un’estensione oltre marzo 2018, nel caso il mercato del petrolio non si ancora bilanciato entro quella data. D’altro canto, il presidente della compagnia Lukoil Vagit Akekperov avrebbe dichiarato che il prolungamento dell’accordo non avrebbe senso nel caso in cui il prezzo del petrolio raggiungesse nuovamente i 60 dollari al barile.

Un altro importante risultato della visita del monarca saudita sono gli accordi commerciali multimiliardari che sono stati stipulati. In particolare, l’Arabia Saudita ha pianificato un investimento per un valore di 10 miliardi tramite una piattaforma comune del Fondo per Investimenti Diretti Esteri russo e il Fondo per Investimenti Pubblici saudita. Di questi investimenti, il 10% dovrebbe essere dedicato allo sviluppo tecnologico, e un ulteriore 10% al setto re petrolifero e petrolchimico. In particolare Gazprom Neft, la compagnia sussidiaria di Gazprom che si occupa della produzione petrolifera, ha firmato un memorandum di intesa con Saudi Aramco sulla cooperazione tecnologica, che potenzialmente include lo sviluppo congiunto di giacimenti di petrolio e gas. Secondo quanto dichiarato dal CEO di Aramco Amin Nasser, il gas naturale liquefatto (GNL) è una delle aree di cooperazione attualmente in via di esplorazione con i partner russi.
In prospettiva, il GNL proveniente dai giacimenti russi nell’Artico potrebbe divenire parte delle forniture di gas per Aramco.