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Midterm: un pareggio che suona come una vittoria per Trump

Di Andrea Asole.

Quasi sicuramente, da ieri mattina in molti avranno letto che i democratici hanno vinto le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. A conti fatti invece si tratta di un pareggio, pareggio che per tutta una serie di ragioni sa di vittoria per Donald Trump. Quali?

Tanto per iniziare, non c’è stata l’onda blu, i democratici vincono la Camera ma hanno una maggioranza di meno di 30 seggi: considerato che negli USA la fedeltà al partito manco sanno cosa sia, è tutto da vedersi se ci sarà una paralisi. I democratici hanno riconquistato alcuni distretti che due anni fa vinse Trump, era fisiologico che accadesse, tuttavia in alcune zone storicamente favorevoli loro i dem hanno invece faticato: si pensi al Connecticut, dove hanno vinto tutti i distretti ma han faticato in uno di essi e dove hanno faticato anche per il Governatore. Non è insomma una disfatta, e Donaldone ha un motivo in più per festeggiare: Nancy Pelosi tornerà speaker.

C’è poi un importante dato storico: quanti sono i precedenti in cui il partito del presidente in carica guadagna seggi al Senato in una midterm? Pochi, pochissimi, e Donald Trump rientra fra questi pochissimi. Inoltre, alcuni senatori repubblicani entranti sono molto più vicini al trumpismo di alcuni repubblicani uscenti. Allontanata la già remotissima possibilità di impeachment, chissà il signor Mueller come l’ha presa.

Per mascherare la “non vittoria” (quella dei democratici non può essere definita sconfitta), il circo mediatico americano sta ponendo l’accento su alcuni candidati democratici che hanno vinto e in particolare la ragazza di 29 anni che ha vinto in un distretto (ultrablindato) di New York come il prototipo della candidata ideale da contrapporre a Trump: si stanno mettendo in testa che radicalizzarsi è la chiave per battere The Donald. Diciamo che noi dall’Italia potremmo raccontar loro come finisce di solito in questi casi.

Infine, i democratici speravano in un qualche miracolo che li facesse vincere anche al Senato, in modo da poter quanto meno arrivare a votare l’impeachment (che non sarebbe passato lo stesso: serve la maggioranza dei 2/3, però sai il fastidio?). Adesso invece si ritroveranno a sperare che Ruth Ginsburg viva a lungo e non si sia stufata di tutto. Se la Ginsburg (ci) lasciasse, a Trump spetterebbe un’altra nomina per la Corte Suprema, e potrebbe significare una SCOTUS conservatrice per i prossimi 15-20 anni con tutto ciò che ne consegue. Chissà perché i commentatori fingono di non ponderare questa eventualità.

Se ciò non bastasse, tenete a mente che Clinton e Obama nel midterm hanno preso mazzate e perso (uno nel 1994, l’altro nel 2014) il controllo di tutte e due le camere con una emorragia di seggi. Trump ha invece piazzato tutti i candidati che ha pubblicamente endorsato. Mica male per uno sconfitto, no?