Categoria: Politica

I disastri delle banchette del territorio

Di Mirko Giordani

La storia delle banche e banchette in Italia è piena di disastri, su questo non c’è nessun dubbio. Al di la dei crac storici come quelli di MPS, è bene focalizzarsi sui dissesti finanziari di banche un pò più piccole, le famose “banche del territorio”. Prendiamo ad esempio Banca Marche, CARIFE e CARIGE, solo per fare alcuni esempi: tipiche banche che si professano vicine al territorio ma che in realtà servono solo gli interessi dei piccoli potentati politici e di qualche “élite” provinciale.

Queste banchette, piene di raccomandati della politica e di manager incapaci ed ignoranti, fanno i loro beneamati casini, giocano con i soldi dei cittadini ed indovinate un pò, in questo valzer di cialtroneria, chi e’ l’unico scemo che perde due volte? Il cittadino, colpito prima dai fallimenti bancari e poi costretto a pagare il bail-out alle banche.

Ora non vorrei semplificare troppo, ma talvolta bisogna esserlo per capire bene la situazione in cui ci siamo ficcati: un sistema bancario cosi allegro e cosi povero di credito per investimenti non è più tollerabile. Una finanza gestita in modo cosi provinciale è fa perdere soldi, fa fallire istituti di credito, chiude i rubinetti del credito e non fa crescere il paese. Il modello “banchetta del territorio” scricchiola e bisogna trovare il modo di sostituirlo o di migliorarlo. Sarà possibile?

La Cina celebra le riforme di Deng Xiaoping ma ora punta a qualcos’altr

In Cina si è celebrato il 40 anniversario delle riforme di Deng Xiaoping, progetto che ha ristabilito la Repubblica Popolare Cinese nel consesso dell’ordine Internazionale.

Ma il Presidente attuale e leader di Pechino Xi Jinping mira a surclassare lo stesso padre riformatore della Cina post-Mao Tze Tung.

Il Presidente Xi ha affermato che il periodo riformista ha consegnato alla Cina un periodo di rinascita che ha trasformato profondamente la Repubblica Popolare. Ciò ha radicalmente cambiato e consolidato le fondamenta istituzionali del paese.

Nel celebrare le riforme di Deng, definite dagli esperti il socialismo con caratteristiche Cinesi, il Presidente cinese Xi Jinping, che tiene nelle sue mani anche le cariche di Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e quella di Capo della Commissione Militare Centrale(de facto capo supremo delle Forze Armate), ha affermato che le riforme sono state rivoluzionarie e storiche per la Cina e per il suo popolo.

Xi ha inoltre dichiarato che la Cina non può permettere che la Cina si isoli dal mondo ma che deve continuare a sviluppare una politica di apertura.

Nei progetti di Xi il rinascimento Cinese, che punta sul progetto mastodontico delle Nuove via della Seta, è la tappa finale per far tornare Pechino sugli scranni più alti del consesso internazionale e tra e grandi potenze. Ma questo progetto ambizioso e rischioso per Pechino si scontra con gli Stati Uniti che vedono con diffidenza le buone intenzioni cinesi e del suo progetto BRI.

Lo scontro commerciale, attualmente in stand by dopo una tregua concordata al summit G20 di Buenos Aires dopo un summit bilaterale USA-Cina, rischia di riprendere se le due parti non riusciranno a raggiungere un accordo definitivo.

Ma Washington è preoccupata anche della modernizzazione militare che Pechino sta attuando in tutti i settori, nella militarizzazione del Mar Cinese Meridionale e della cosiddetta trappola del debito Cinese in cui sonocoinvolti diversi paesi che prendono parte al Progetto BRI mette non poco scetticismo nei palazzi del potere a Washington, dopo le accuse di concorrenza sleale e di spionaggio industriale portate avanti dalla stessa amministrazione statunitense.

Il caso di Deng Wanzhou, capo finanziario della Huawei e figlia del fondatore del colosso cinese, è una delle tante crepe nel confronto commerciale USA-Cina.

La Cina di Xi Jinping, dopo le riforme di Deng Xiaoping, punta a qualcos’altro: una revisione o una riforma dell’ordine internazionale? Pechino è disposta a sobbarcarsi i costi politici ed economici per diventare la nuova superpotenza al posto di Washington? I cinesi dicono di no ma a Washington hanno un’altra opinione in merito.

Il ruolo Politico-Militare della Polonia in Europa centro-orientale

Di Francesco Cirillo

Nel quadro del cosiddetto “Balance of Power” politico-militare dell’europa centro-orientale Varsavia si è assicurata in pochissimi anni il baricentro di media potenza regionale.

Per i vertici polacchi il paese deve concentrare le sue strategia diplomatiche e strategiche nella zona centro-orientale e nel Trimarium (regione dell’europa centro-orientale racchiusa tra Mar Baltico, Mar Nero e Mediterraneo). Le mosse Polacche sono spinte dalla sue ambizioni di rinascere grande potenza.

Quando la Polonia rinacque come stato indipendente nel 1918 il suo padre della patria, Josef Piłsudski, aveva in mente di creare un immenso stato polacco che doveva raccogliere le terre che andavano dalla Finlandia al Caucaso. L’obiettivo era di ridimensionare una possibile rinascita della Russia. Alla fine la guerra russo-polacca del 1921 ( scoppiata con l’ambizione di far rinascere una Grande Polonia) si concluse con un trattato di pace che impose una divisione Polonia-URSS delle regioni ucraine. I piani di Piłsudski fallirono rafforzando di conseguenza la destra etnonazionalista di allora e archiviando la creazione di uno stato multiculturale. Ma il Maresciallo teorizzò il cordone sanitario che venne aggiornato nella successiva strategia del contenimento, messa in atto dagli USA dopo la seconda guerra mondiale e continuata con ZbigniewBrzezinski che la aggiornò con strategia di destabilizzazione culminata durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan(1979-1989), in cui Washington finanziò e supportò la resistenza e le sue fazioni afghane.

Dalla dissoluzione dell’Impero Sovietico la Polonia si è sollevata a potenza regionale dell’europa dell’Est. Le sue forze armate sono le meglio equipaggiate della regione centro-orientale e sta consolidando progetti di integrazione militare con i paesi vicini. L’esperimento della Brigata Litucrpol denominata Ostrogski generale della allora alleanza Polacco-Lituana che sconfisse le truppe dell’allora Granducato di Mosca nella Battagli di Orša del 1514. ad oggi la collaborazione militare tra Kiev, Vilnius e Varsavia è rappresentata dalla Brigata Litucrpol, istituita nel giugno del 2007. la sua completa istituzione però venne messa in standby. Il riesplodere della tensione Mosca-Occidente in concomitanza con la crisi ucraina del 2014, e l’annessione della Crimea nel Marzo dello stesso anno, diede la spinta finale alla istituzionalizzazione della Brigata polacco-lituano-ucraina. Nel settembre del 2014 venne ratificato nella Capitale Polacca l’accordo tra i tre stati centro-orientali che costituì definitivamente la Litucrpol. La brigata conta 5mila uomini dislocati tra Lituania, Ucraina e Polonia con il quartier generale di stanza a Lublino. La Brigata rappresenta un segnale importante nel settore della cooperazione politico-militare e della sua futura integrazione nell’aerea centro-orientale del vecchio continente. Mostra lo scetticismo dei paesi europei dell’Europa orientale sia verso il Cremlino sia verso le posizioni ambigue dei suoi alleati dell’Europa occidentale.

L’Integrazione è guidata dalla stessa Polonia, che dispone delle Forze armate meglio equipaggiate ad est del fiume Oder. Da decenni Varsavia ha iniziato un fortissimo processo di modernizzazione militare del proprio dispositivo bellico. La Polonia non ha ancora superato la soglia dei 100mila effettivi, ma punta ad arrivare, nel prossimo futuro, a quasi 150 mila unità. In quel caso entrerebbe nella prima classe dietro a Germania e Francia, rispettivamente 180 mila per Berlino e 200 mila per Parigi. Ma i polacchi hanno dalla loro la qualità dell’equipaggiamento. Varsavia ha mille carri armati pesanti, tra cui i temibili Leopard 2 di matrice tedesca, a disposizione delle Brigate Corazzate e meccanizzate delle forze di terra.

Nel comparto militare industriale la Polonia sta dimostrando uno sfrenato attivismo. Nonostante sia dominato dai suoi partner europei, Germania e Francia, e dagli USA Varsavia non rinuncia a mettere anche la sua voce nel mercato degli armamenti per la regione centro-orientale. Con il target di consolidare la sua posizione di potenza regionale Varsavia ha iniziato a modernizzare il suo comparto industriale. Il trasferimento di tecnologia dall’estero verso la Polonia e il consolidamento della holding statale polacca Polska Grupa Zbrojeniowa ha dato un forte strumento strategico, che Varsavia può usare per proiettare la sua influenza nell’estero vicino. Nel 2015 ha istituito un apposito fondo di assistenza che facilita l’erogazione di prestiti per gli Stati che desiderano acquisire tecnologia militare polacca. Questo fondo mira a rafforzare le relazioni militari industriali e politiche polacche nella regione dell’Europa orientale, ed è indirizzato a Bulgaria, Romania,le tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania e al Gruppo di Visegrád: Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. L’attivismo di Varsavia sta accelerando la collaborazione politico-militare degli stati europei centro-orientali e la Polonia, naturalmente, ambisce ad essere la guida.

Mafia nigeriana: è il momento di parlarne

Di Gabriele Figà

«Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali»

Informativa dell’ambasciata nigeriana a Roma, 2011

“Il radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”

Direzione Investigativa Antimafia, 2016

 

Mafia nigeriana: forse è il momento di parlarne?

La stampa italiana ha un rapporto ambiguo con la mafia nigeriana. Essa è un’entità che striscia, che viene citata nei servizi giornalistici senza mai essere approfondita. Si insinua nei trafiletti di cronaca nera, appare per un attimo in un pezzo di giornale, per poi scomparire. L’opinione pubblica sta appena cominciando a farsi un’idea su questa perniciosa organizzazione criminale che, tuttavia, non è proprio nata ieri:

Le forze dell’ordine imparano a conoscere la mafia nigeriana già nel gennaio 2007, quando con l’operazione Viola vengono arrestati 66 presunti appartenenti a questa organizzazione per delinquere di stampo mafioso, tra i cui crimini si annoverano traffico di esseri umani e narcotraffico in diversi Paesi del globo .

Nel 2009 poi, due tribunali italiani emettono sentenze di condanna per associazione mafiosa contro bande nigeriane. Nella civilissima Brescia. “Si avvalevano della forza di intimidazione del vincolo associativo, nonché della condizione di assoggettamento e di omertà che si sostanziava nell’osservanza delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione di sanzioni anche corporali in caso di inosservanza, nella pretesa dagli affiliati del versamento obbligatorio e periodico di somme di denaro prestabilite per le finalità del gruppo locale e per le finalità della casa madre nigeriana”, scrive nel suo atto d’accusa il pm antimafia Paolo Savio, che nella sua inchiesta fa anche una scoperta raccapricciante: l’affiliazione alla famiglia mafiosa prevedeva un rito particolare: bere sangue umano, recitando formule magiche.

Ci ricapita tra i piedi questa strana mafia nigeriana nel 2010, sempre a nord, stavolta a Torino: 36 imputati condannati per associazione mafiosa.

E poi la incontriamo nuovo, a Palermo, quando il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia vengono accusati del reato di associazione mafiosa presunti membri di un’organizzazione criminale straniera.

Di casi ce ne sono altri, tanti, impossibile citarli tutti: li ritroviamo sparsi come briciole, piccole tracce semicancellate nella storia giudiziaria recente del nostro Paese.

L’ultimo caso di cronaca nera in cui si è evocata la mafia nigeriana ha fatto tristemente scalpore: è quello del brutale assassinio di Pamela Mastropietro, nel gennaio 2018.

Infine, di questa insolita mafia se n’è parlato pochi giorni fa, nel corso dell’operazione antimafia della Squadra Mobile di Torino, anche se sembra quasi passata in secondo piano, per cedere il posto all’alterco tra il Ministro Salvini e il Procuratore Spataro. Mentre il dibattito tra i due si infiamma, si ha quasi l’impressione che la mafia nigeriana sia un’organizzazione di second’ordine, qualcosa su cui non vale la pena che i media si soffermino a lungo.

Eppure, confrontandosi con rappresentanti delle istituzioni di sicurezza, ci si accorge che le forze dell’ordine in Italia sono preoccupate da quel cancro che è la mafia nigeriana, e la combattono non da ieri, non da un mese, bensì da qualche decennio.

Siamo onesti però e diciamolo subito: l’argomento della mafia nigeriana è ostico da affrontare. Già solamente prendere di petto il tema mafia nello Stivale in generale significa scoperchiare un vaso di Pandora, sollevare un velo di omertà.

E poi, il tema della mafia nigeriana solleva una questione ulteriore: esso si intreccia con le vicende migratorie, e così diventa ben comprensibile come questo sia un problema da trattare con le pinze per la politica. Meglio ancora, per alcuni, non trattarlo proprio. Impossibile non dire che i nigeriani in Italia sono i primi nelle richieste d’asilo: nel 2017 il 20%, nel 2016 il 22%. Eppure, nel 2017 l’asilo è stato concesso solo al 5% dei richiedenti, la protezione sussidiaria al 2%, il restante 93% si divide tra 20% di protezione umanitaria, ora ristretta dal Decreto Sicurezza, e un 73% di rifiutati/irreperibili. Parlare di mafia nigeriana quindi significa parlare, neanche troppo indirettamente di immigrazione illegale: è un canale attraverso cui i clan criminali reclutano numerose leve. È evidente che si va a sconfinare in questioni ideologiche che portano molti politici e buona parte dell’opinione pubblica a evitare l’argomento. Ma siamo sicuri che sia un bene non parlarne?

Non è che la criminalità organizzata nigeriana sia proprio roba da poco, eh. Certo, tra di loro si chiamano con soprannomi da ragazzetti che han letto troppi fumetti, tipo “Charlie Brown”, o “Dottor Prince”, e i vertici dell’organizzazione son detti “Capones”.  Robetta insomma, rispetto alla serietà della mafia nostrana . Dilettanti. I clan più potenti portano nomi tipo “Black Axe”, o “Vikings”, una roba a metà tra una serie di Netflix e il nickname di un tredicenne invasato che gioca a Call of Duty.

Eppure, le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e dei Servizi di informazione e sicurezza, quando puntano il dito sulla mafia nigeriana, non prendono la questione proprio alla leggera: al contrario, definiscono l’organizzazione come uno tra i più efficienti e pericolosi sistemi criminali a livello transnazionale (con cellule in Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Regno Unito, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile, Italia).

E non solo. Come i virus più difficili da eradicare, i clan mafiosi nigeriani presentano pure un’alta capacità adattativa a seconda dei contesti in cui si trovano a operare.

Va beh, dirà qualcuno, in fondo stiamo parlando di poveracci brutali e semianalfabeti: quanto potranno mai essere pericolosi?

Che dire… brutali lo sono sì, avvezzi all’uso del machete pure, ma bisogna aggiungere che per lo più si tratta individui con un elevato livello di istruzione, che conducono attività illecite in settori quali: il narcotraffico, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, la tratta di esseri umani, la prostituzione. Non proprio bassa manovalanza, insomma.

I proventi illeciti vengono generalmente trasferiti in Nigeria attraverso corrieri o canali di money-transfer e/o Hawala, ove vengono largamente utilizzati per finanziare altre attività illegali. Non mancano, tuttavia, casi di reimpiego degli utili sul territorio nazionale, prevalentemente in attività economiche (african-shop, phone center, internet point ecc.) funzionali alla copertura dei traffici di esseri umani e droghe.

 

Mafia nigeriana e mafia italiana: una bomba pronta a esplodere?

In Italia, la mafia nigeriana è radicata in Piemonte, Veneto e Campania, anche se negli ultimi anni ha esteso la propria presenza criminale in Marche, Abruzzo, Lazio, Sardegna e Sicilia: è quasi surreale leggere il Global Report on Trafficking in Persons 2014″ dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), che descrive come con l’operazione Cults, finirono in manette “membri di due gruppi (mafiosi nigeriani) che hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (periferia est, Tor Bella Monaca), affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.”

Uno si potrebbe chiedere: e le mafie nostrane che fanno? Mo’ questi immigrati vengono a rubare il lavoro pure a loro?

Per fortuna, a chiarire il rapporto tra mafie italiane e mafia nigeriana ci viene in aiuto l’Ufficio Studi del Senato della Repubblica Italiana, che ha redatto un esaustivo dossier sull’argomento. Leggiamo cosa scrive a proposito dei rapporti con Cosa nostra:

Gli inquirenti si sono posti una domanda: come è possibile che a Palermo un’organizzazione straniera gestisca un intero quartiere senza che i padrini, quelli che reggono gli storici mandamenti cittadini, abbiano nulla da ridire?

La spiegazione l’ha fornita il clan di Giovanni di Giacomo. Di Giacomo è un boss autorevole, un boss dal robusto curriculum criminale, ha esordito come nel gruppo di fuoco di Pippo Calò: oggi è detenuto all’ergastolo. Fuori dal carcere mantiene, però, ancora la sua influenza: al punto che riesce a far nominare il fratello Giuseppe reggente del clan di Porta Nuova. Un incarico che durerà poco, dato che il 12 marzo del 2014 Giuseppe di Giacomo verrà ucciso in pieno giorno nelle strade del quartiere Zisa. Aveva però già cominciato a muoversi da padrino, a dirigere il racket delle estorsioni, e a riferire ogni cosa al fratello detenuto, durante i colloqui intercettati in carcere. In uno di quei colloqui, Giovanni di Giacomo chiede informazioni su Ballarò, il quartiere storico nel centro della città. “Lì ci sono i turchi”, dice il fratello, e a Palermo da più di mezzo secolo quando qualcuno dice “i turchi”, si riferisce genericamente alle persone di colore. È per questo che Di Giacomo chiede delucidazioni: “Quali turchi?” “I nigeriani”, chiarisce il boss di Porta Nuova. “Ma sono rispettosi – aggiunge – mi vengono ad aspettare sotto casa per parlare, chiedere… e poi questi immagazzinano”. Una affermazione che, per gli inquirenti, spiega chiaramente come Cosa nostra a Palermo abbia dato il suo via libera alla presenza dei nigeriani di Black Axe sul territorio.

Quella spiegazione, “questi immagazzinano”, vuol dire praticamente che nei vicoli dimenticati di Ballarò i nigeriani “rispettosi” conservano enormi quantitativi di droga, con il beneplacito delle famiglie di Cosa nostra, ormai falcidiate dagli arresti e a corto di soldati fedeli per controllare ogni angolo della città. E così il ventre molle di Palermo è diventato oggi mandamento delle gang nigeriane, con tanto di benedizione degli eredi di Riina e Calò.

Sempre nel dossier del Centro Studi, leggiamo inoltre che il rapporto tra mafie non si risolve qui, ma anzi è in continua evoluzione. Secondo la DIA, appare assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti (per esempio nella vendita della droga), debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Viene infatti riportato esplicitamente in una relazione della Direzione Investigativa Antimafia (giugno 2017) che: “Gli altri gruppi di matrice etnica – si legge nel documento – operano tendenzialmente con il beneplacito delle mafie storiche, mentre in altre zone dimostrano una maggiore autonomia che sfocia in forme di collaborazione quasi alla pari”. Di conseguenza, la “tregua collaborativa” alla quale assistiamo ora in futuro verrà necessariamente scossa là dove i nigeriani si rafforzeranno o le cosche italiane indeboliranno.

 

Come combattere la mafia nigeriana?

Quando si affrontano le mafie, tutte le mafie, bisogna avere la consapevolezza che “la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste.”. Le mafie hanno paura di essere sbattute in prima pagina. Temono di essere inchiodate dall’opinione pubblica.

Le forze dell’ordine, la DIA, la Commissione antimafia, lottano già contro la mafia nigeriana da anni. La loro mano è forte, decisa. Quello che manca, dall’altra parte, è una decisa spinta della politica, che a lungo ha ignorato la questione per timore di sconfinare in un problema divisivo come quello dell’immigrazione illegale, che, come sottolinea il Generale Morabito del NATO Defense College, crea vulnus gravi alla sicurezza del Paese.

La politica, per cominciare dovrebbe agire proprio in sede alla Commissione antimafia, certificando che le mafie sono tante e in continua evoluzione: bisogna adattare le strategie. E poi dovrebbe parlarne.

La situazione attuale ci dice che la poca conoscenza della mafia nigeriana rispetto a altre mafie ha di fatto comportato un intervento inefficace da parte dello Stato, e ciò rischia di avere come effetto quello di sostituire una mafia con un’altra, invece di eradicarle tutte come dovrebbe essere.

I conservatori inglesi caccino Theresa May

 Di Mirko Giordani

È raffica di dimissioni nel Cabinet della sfortunata Theresa May. Quattro ministri se ne sono andati e vanno a rafforzare l’ala della hard brexit capeggiata da Rees-Moog, eccentrico conservatore cattolico, e da Johnson, l’altrettanto eccentrico ex Sindaco di Londra.

Se non siamo alla fine politica di Theresa May, diciamo che poco ci manca. La Primo Ministro Inglese si è trovata a gestire la fase politica piú importante e delicata della storia postbellica del Regno Unito, e diciamo che non ha dimostrato ne il decisionismo ne il carisma di Winston Churchill o di Maggie Thatcher. Ci sono momenti in politica in cui bisogna prendere una decisione, non si può stare in mezzo al guado. Le questioni di “money” sono semplici da risolvere: la moneta è neutra e alla fine l’accordo si trova. Invece per le questioni squisitamente politiche serve coraggio e decisione, perchè tertium non datur.

I conservatori inglesi devono risolvere una questione affannosa, che è tutta politica: o guardano verso l’Europa, e ne discendono tutte le tecnicalità sugli accordi commerciali, oppure guardano al mondo, anche in questo caso discendono tutte le tecnicalità del caso. La May è rimasta in mezzo al guado, a parare a destra e a manca. Il porto di Londra ha visto due secoli la nascita della “Global Britain”: è ora che una nuova leadership conservatrice riprenda in mano quell’ideale e decida la strada da percorrere.

Midterm: un pareggio che suona come una vittoria per Trump

Di Andrea Asole.

Quasi sicuramente, da ieri mattina in molti avranno letto che i democratici hanno vinto le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. A conti fatti invece si tratta di un pareggio, pareggio che per tutta una serie di ragioni sa di vittoria per Donald Trump. Quali?

Tanto per iniziare, non c’è stata l’onda blu, i democratici vincono la Camera ma hanno una maggioranza di meno di 30 seggi: considerato che negli USA la fedeltà al partito manco sanno cosa sia, è tutto da vedersi se ci sarà una paralisi. I democratici hanno riconquistato alcuni distretti che due anni fa vinse Trump, era fisiologico che accadesse, tuttavia in alcune zone storicamente favorevoli loro i dem hanno invece faticato: si pensi al Connecticut, dove hanno vinto tutti i distretti ma han faticato in uno di essi e dove hanno faticato anche per il Governatore. Non è insomma una disfatta, e Donaldone ha un motivo in più per festeggiare: Nancy Pelosi tornerà speaker.

C’è poi un importante dato storico: quanti sono i precedenti in cui il partito del presidente in carica guadagna seggi al Senato in una midterm? Pochi, pochissimi, e Donald Trump rientra fra questi pochissimi. Inoltre, alcuni senatori repubblicani entranti sono molto più vicini al trumpismo di alcuni repubblicani uscenti. Allontanata la già remotissima possibilità di impeachment, chissà il signor Mueller come l’ha presa.

Per mascherare la “non vittoria” (quella dei democratici non può essere definita sconfitta), il circo mediatico americano sta ponendo l’accento su alcuni candidati democratici che hanno vinto e in particolare la ragazza di 29 anni che ha vinto in un distretto (ultrablindato) di New York come il prototipo della candidata ideale da contrapporre a Trump: si stanno mettendo in testa che radicalizzarsi è la chiave per battere The Donald. Diciamo che noi dall’Italia potremmo raccontar loro come finisce di solito in questi casi.

Infine, i democratici speravano in un qualche miracolo che li facesse vincere anche al Senato, in modo da poter quanto meno arrivare a votare l’impeachment (che non sarebbe passato lo stesso: serve la maggioranza dei 2/3, però sai il fastidio?). Adesso invece si ritroveranno a sperare che Ruth Ginsburg viva a lungo e non si sia stufata di tutto. Se la Ginsburg (ci) lasciasse, a Trump spetterebbe un’altra nomina per la Corte Suprema, e potrebbe significare una SCOTUS conservatrice per i prossimi 15-20 anni con tutto ciò che ne consegue. Chissà perché i commentatori fingono di non ponderare questa eventualità.

Se ciò non bastasse, tenete a mente che Clinton e Obama nel midterm hanno preso mazzate e perso (uno nel 1994, l’altro nel 2014) il controllo di tutte e due le camere con una emorragia di seggi. Trump ha invece piazzato tutti i candidati che ha pubblicamente endorsato. Mica male per uno sconfitto, no?

Un vero rinnovamento in Forza Italia?

Di Tommaso Cocci

La differenza tra la politica ed il tatticismo si sostanzia tutta nella presenza o nell’assenza di una forte idea di fondo.
In Forza Italia occorre che un gruppo di persone si prenda la responsabilità di decidere se il Governo Salvini – Di Maio sia un pericolo letale per l’Italia oppure che si debbano mettere da parte i veti pregiudiziali con l’Esecutivo e si rinsaldi il rapporto con la Lega.
Su questo nodo si contrappongono due visioni sul ruolo del partito azzurro nella scena politica.
Il Presidente della Liguria Giovanni Toti propende per una alleanza più salda con Matteo Salvini, nell’ottica di ricostruire un partito unico di centrodestra che promuova una politica di legge ed ordine e la discontinuità con questa Unione Europea. Di contro, un’altra ala del partito dà una lettura assolutamente negativa dell’attuale esperienza di Governo ritenendo assolutamente dannose le misure economiche ed irricevibile il livello di conflitto tenuto con le autorità di Bruxelles.

Nel mentre all’interno della maggioranza di Governo ci sono i primi mal di pancia sul Decreto Sicurezza di Salvini, perché alcuni deputati pentastellati ne criticano il testo e non vogliono votarlo. Al contempo gli stessi grillini devono fare il primo bagno nella realtà, dovendo dare il via libera al TAP e già alcuni attivisti si immaginano che questo sarà il preludio per l’autorizzazione alla realizzazione dell’altra velocità Torino-Lione. In più ci sono le incertezze nazionali ed internazionali sulla manovra economica che, nonostante l’ostentata sicurezza, costituiscono un bel grattacapo per i due vicepremier.

In un momento del genere, Forza Italia invece di avere un guizzo, per invertire la sua discesa tra l’elettorato italiano, decide di farsi l’ennesimo autogol.
Basta leggere la circolare che indice i nuovi congressi per accorgersene. Di primo acchito, l’iniziativa sembra aver la finalità di spalancare le porte del partito, ma basta approfondire per capire che è il vademecum di una classe dirigente chiusa a riccio, che si sente invitata a ballare per l’ultimo giro di valzer.
Tenuto conto che l’obiettivo azzurro dovrebbe essere quello di riacquistare base elettorale l’operazione dei congressi, per come è stata elaborata, oscilla tra l’inutile ed il deleterio per un triplice ordine di motivi.
Pima di tutto i congressi rinnoveranno soltanto gli organismi provinciale di Forza Italia. I vertici regionali e nazionali non saranno messi in alcuna discussione, tuttavia proprio questi sono i responsabili al 90% della desolante situazione attuale di Forza Italia. Poiché i coordinatori provinciali hanno contato poco o niente e comunque sono sempre stati diretta emanazione, a forza di nomine, degli organismi centrali. Nessuno crede al fatto che i nuovi coordinatori provinciali avranno voce in capitolo nella definizione delle liste per le europee e neppure per la scelta dei candidati sindaco delle amministrative. La scelta sarà sempre demandata agli intoccabili vertici regionali e nazionali.
In secondo luogo, la competizione sarà deleteria poiché si sfogheranno semplicemente attriti personali e locali. Poiché sullo sfondo non c’è nessun disegno più ampio, dato che i congressi non hanno conseguenze oltre al livello territoriale. Dunque si creeranno fratture inutili ed ulteriori perdite di consenso senza che questa sia compensata da nuovi elettori. In quanto nessuno, che fino al giorno prima non votava Forza Italia, si avvicinerà ad un partito che non modifica i suoi vertici.
Infine, la scadenza fissata per la chiusura del tesseramento è il 30 novembre. Non ci saranno i tempi tecnici per avviare un dibattito serio in cui coinvolgere delle nuove persone, bensì sarà la solita serie di congressi farlocchi dove parteciperà la stessa gente, ormai decimata, del crepuscolo azzurro.
A questo punto sorge il sospetto, parafrasando una vecchia pubblicità di orologi, che in Forza Italia sia stato coniato un nuovo motto “parliamo di tutto, ma non di politica”.
La storia del partito è nota, non è mai stato prodigo nel promuovere momenti di dibattito interno, tuttavia, dopo i risultati del Trentino-Alto Adige (2,82% a Trento e 1% a Bolzano) pareva scontato che si sarebbe aperta un’ampia e diffusa discussione. Invece no. La volontà rimane quella di non toccare i quadri dirigenti nazionali, senza rendersi conto di quanto siano consunte le loro figure nell’elettorato.
Dover stare all’opposizione rientra nella normalità della dinamica politica. Ma dal momento in cui un partito perde le elezioni, lo stesso non dovrebbe perseverare a destinare ruoli di primo piano solo a soggetti che per anni hanno ricoperto tutte le possibili ed immaginabili cariche di governo d’Italia e d’Europa. Questa non è una mera istanza giovanilista, bensì la logica conseguenza del fatto che quando i dirigenti attuali di Forza Italia vanno in televisione a criticare il Governo, l’elettore si domanda per quale motivo tutte le cose che vengono proposte da quei signori non sono state fatte nelle legislature precedenti. Se invece nei dibattiti e ad assumere le decisioni ci fosse qualcuno di nuovo forse ci sarebbe maggior credito da parte dell’opinione pubblica.
Forza Italia, da tempo, non ha una linea politica e la sua opposizione al governo appare spesso poco argomentata se non addirittura in contrasto con i sentimenti prevalenti nel popolo azzurro.
L’infausto esito elettorale in Trentino e il sorgere dei primi problemi nell’alleanza Lega-M5S potevano essere il viatico per un congresso veramente politico che confrontasse la posizione di coloro che vogliono rinsaldare l’asse con la Lega e coloro i quali vogliono un’opposizione dura al Governo.
Non sarebbe meglio vedere un confronto tra due mozioni congressuali nazionali per la leadership del partito invece di metterlo in liquidazione, facendo solo lo stretto indispensabile per prendere quella manciata di voti utile ad aggiudicarsi qualche seggio all’Europarlamento?
Un congresso che rinunci in partenza a parlare al Paese è l’ultima cosa di cui ci sarebbe bisogno per invertire la rotta.

Salvini, scarica Di Maio e facciamo questa TAV

Di Mirko Giordani (da Il Giornale).

Di Maio arriva in pompa magna in Piemonte, una regione una volta culla della migliore industria italiana ed oggi in fase declinante. Va ad incontrare 180 lavoratori della COMITAL, che sono senza stipendio da mesi, e 57 della HAG, che rischiano il posto di lavoro.

Tutto giusto: il compito del Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico e di mettere le mani nelle peggiori crisi industriali del paese, e tentare di farsi da mediatore tra le parti in causa. Il lavoro del ministro non è però solo quello di andare di crisi in crisi, di slogan in slogan, di diretta in diretta: Luigi Di Maio dovrebbe dare una prospettiva strategica al paese. Ma siccome sembra non rendersi conto di sedere sulla calda poltrona di ministro, Di Maio se ne va in giro come un leader dell’opposizione qualsiasi.

È di oggi (non di ieri) lo show in Consiglio Regionale a Torino dove praticamente il “capo politico” dei 5 Stelle mette la parola fine sulla Tav Torino – Lione. Con tanta pace della mefistofelica “analisi costi – benefici” che Toninelli propina ogni tre per due nei vari talk show. Ovviamente la scusa accampata dal capo politico è una di quelle più spumeggianti: spreco di soldi pubblici.
Ora gli analisti dei 5 Stelle ci dovranno spiegare come sarà possibile far crescere il paese senza investimenti del calibro di una linea di alta velocità.

Quale perverso ragionamento si arrovella nella testa del capo politico dei 5 Stelle per far bloccare un’opera strategica come la TAV? C’è sicuramente una dose di ideologia anti-sviluppista, ma anche una sanissima dose di “paraculismo”: Di Maio è favorevole all’alta velocità Napoli – Bari. Non sarà che spinge per fare investimenti giù a casa sua?

Ci rivolgiamo a Salvini ed alla Lega: fatevi sentire. Fate sentire la voce dei produttori di ricchezza. Fate sentire il rombo delle industrie che trainano il paese. Mettete Di Maio in condizione di nuocere il meno possibile. Per il nostro bene e per il bene dell’Italia.

Viva lo sviluppo, contro la decrescita felice

Di Mirko Giordani (da Il Giornale).

Ormai è chiaro a tutti che un conto è fare opposizione in piazza, un conto è prendere in mano le redini del paese.

Facile fare i no a tutto quando non si hanno responsabilità di governo. Facile aizzare i cittadini di Melendugno contro la TAP. Facile aizzare la Val Susa contro la TAV. Facile dire no alla pace fiscale.

Quando poi la realtà ti bussa alle porte, poiché nella stanza dei bottoni non c’è più l’avversario politico ma ci sei tu, allora lì sono guai.

Per anni hai fomentato i tuoi sostenitori raccontando palesi balle.

Hai detto che avresti stoppato infrastrutture dal valore miliardario e di interesse strategico per il sistema paese. Per anni hai riempito le piazze di slogan antisviluppisti ed antimoderni, soffiando sul fuoco dei gruppi NIMBY locali.

Ora, che ti sei reso conto che le imprese che fanno questi progetti non sono del tutto rimbambite, e che si sono assicurate contro il rischio di avere un partito politico che vuole mandare tutto a carte quarantotto, devi inventarti qualche sciocchezza che giustifichi il tuo dietrofront.

Barbara Lezzi, che fa i video su Facebook. Il buon Giuseppe Conte, che prova a parare il fondoschiena a Luigi Di Maio. E quest’ultimo, che si inventa di penali sul TAP inesistenti.

L’ideologia della decrescita felice, del “si stava meglio quando si stava peggio”, dell’odio verso le grandi infrastrutture strategiche, non può e non deve trovare casa nella settima potenza economica del mondo.

Comunque, grazie al Movimento. Grazie per averci permesso di consumare il prezioso e pulito gas dell’Azerbaijan.

Lettera di un forzista a Berlusconi

Di Luca Proietti Scorsoni

Caro Presidente,

cui prodest? Mi perdoni l’uso della citazione latina ma Lei è sicuro che la ripartenza di Forza Italia passi davvero per i congressi comunali e provinciali? Provo a tradurle il senso pratico di certi riti: tessere, accordi sotto banco e poco più. Tipo un tozzo di pane e qualche spilletta distribuita come le brioches di Maria Antonietta. D’accordo, si possono anche fare, non dico di no a prescindere, ma l’esempio deve partire dall’alto e qui, me lo lasci dire, Giovanni Toti ha ragione da vendere nel rivendicare congressi anche a livello regionale e nazionale.Il modello al quale relazionarsi deve sempre apparire il riferimento ideale altrimenti tutto il resto è fuffa e derivati. Ma, in generale, qui bisognerebbe andare oltre. Penso ad un confronto tra visioni ed idee differenti capace di mettere in luce orizzonti nuovi e prospettive inedite. Ma sopratutto c’è un disperato bisogno della sua lucida follia.

Forza Italia, al suo interno, ha vissuto un contrappasso niente male, ovvero: quello che era un partito liberale di massa, e quindi favorevole alla competizione e alla concorrenza, si è adagiato sugli allori grazie all’assistenzialismo elettorale. Vado diretto: Lei portava i voti e gli altri si dividevano le poltrone e le prebende senza attivarsi – idealmente e fattualmente – per rosicchiare un minimo di autonomia politica. Qui fanno ancora finta di non capire mentre Sorrentino ha spalmato il tutto per immagini, suoni e suggestioni su pellicola. Forza Italia deve inoculare qualche siero residuo dello spirito del ’94 e del 2008. Il che riporterebbe in auge l’irriverenza, l’eresia, la rivoluzione, l’immoderatismo e la facoltà di scagliarsi contro il politicamente corretto. Il Suo e nostro movimento deve ritornare a dissolvere l’ovvio, la consuetudine e il conformismo statocentrico.

Vede Presidente, a fronte di uno statalismo e di un capitalismo clientelare che sono le due facce di una stessa medaglia di cui il nostro Paese è ancora fortemente impregnato; a fronte di un welfare che deve essere riformato nel profondo, magari attingendo a piene mani dalla sussidiarietà e da quella filosofia sociale tipica del conservatorismo compassionevole elaborata in America dai neocon sin dagli anni ’50 – ’60; a fronte di una “gig economy” che qualche opportunità di produrre reddito, specie in periodi di magra, la fornisce; a fronte del problema dei salari bassi – del resto mangiare tocca mangiare – per cui hai voglia quanto si potrebbe fare in termini di taglio al cuneo fiscale e di defiscalizzazione legata alla produttività; insomma, a fronte di tutto ciò e di altro che non sto qui a dirLe per non tediarla ulteriormente, Le chiedo il favore di tornare quel che era e di portare nuovamente del caos vitale in Forza Italia.  Mi creda, anche nel 2018, possiamo essere ancora liberali, liberisti e libertari seppur adoperando nuovi linguaggi.
Cordialmente

Aeroporto di Firenze: l’importanza delle infrastrutture per lo sviluppo

Di Lorenzo Somigli

“Lo sviluppo adesso e non tra cinquant’anni”. Così disse Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di Commercio e animatore del Comitato Sì Aeroporto al Palaffari nel maggio scorso all’evento che raccolse larga parte dell’imprenditoria fiorentina, spaventata da un possibile abbandono del progetto. È cambiato molto da quel giorno. A livello nazionale e locale.

Forse per rivalsa verso Renzi, le scelte del neonato governo gialloverde, nel quale sembra, per quanto riguarda le grandi opere, prevalere la visione pauperista del Movimento, rischiano di compromettere quella che è un’infrastruttura decisiva per lo sviluppo non solo di Firenze ma di tutta la Toscana. Per l’imprenditoria di Firenze, per aree d’eccellenza come il Chianti, per la Toscana dei distretti produttivi (oro, marmo, cuoio e molti altri) pesantemente colpiti dalla crisi.

Il progetto dell’ampliamento è partito nel 2014 quando il Consiglio Regionale ha approvato il PIT (piano d’indirizzo territoriale) per la costruzione della nuova pista da 2.400 metri. Passano due anni e il TAR adito dai sindaci della Piana, da sempre fermamente contrari, lo boccia. Secondo le stime, l’ammodernamento porterebbe circa 2000 posti di lavoro senza calcolare i circa 8000 dell’indotto. Nel frattempo Toscana Aeroporti e il Comune di Firenze approvano un masterplan da 300 milioni. A settembre di questo anno al ministero delle Infrastrutture è iniziata la conferenza dei servizi (rinviata da Toninelli a novembre): si tratta della valutazione finale delle autorizzazioni, dei permessi e delle licenze urbanistiche inerenti al progetto. Inoltre pende un nuovo ricorso al TAR: i sindaci della Piana hanno impugnato la Valutazione di Impatto Ambientale.

Quella dell’ampliamento è una questione che non smette di alimentare dibattito e divisione a Firenze. Da una parte il Partito Democratico, Forza Italia e Fratelli d’Italia, dall’altra la galassia dell’estrema sinistra, M5S e pezzi consistenti della Lega ovvero i due attori del governo gialloverde. Lacera dall’interno gli stessi partiti, come successo di recente alla Lega. Susanna Ceccardi, sindaco di Cascina (provincia di Pisa) che dichiara: “In Toscana l’aeroporto strategico deve restare Pisa”. Poi rincara la dose Gianmarco Centinaio: Non si farà ha detto in un’intervista a Repubblica Firenze “Lo sviluppo non deve passare da un piano faraonico che non serve a nulla alla Toscana. Con molti meno soldi si potrebbe migliorare l’aeroporto di Firenze senza stravolgerlo. Di parere contrario il Sottosegretario Guglielmo Picchi, fiorentino che ha spinto per l’ampliamento. Per metterci una pezza è servito l’intervento del Ministro Salvini che ha dichiarato che sono ancora in corso valutazioni tecniche.

Altre valutazioni tecniche? Dopo tutti questi anni? Quando? Potenziare i collegamenti per Pisa? Con quali soldi? Quanto tempo ci vorrebbe per realizzare questa nuova grande opera?

Nel frattempo mentre i politici, con un occhio ai sondaggi, litigano, i cittadini si organizzano. Fatto singolare, anomalo verrebbe da dire, che si stiano mobilitando non contro ma per la pista. Mobilitarsi per e non contro: già questa è una novità degna di nota. Cittadini di Peretola, Brozzi, Quaracchi: cittadini sorvolati attualmente che avrebbero ristoro da un allungamento della pista. Le zone sorvolate infatti con l’ampliamento sarebbe drasticamente minori: meno sorvolati, meno rumore, meno danni alla salute. In aggiunta più lavoro. L’appuntamento è per giovedì 25 ottobre al Circolo S.M.S di Peretola. La Politica starà a sentire?

Toscana: erosione di un modello?

Di Lorenzo Somigli

La Toscana non è più una Regione rossa. Massa Pisa e Siena hanno cambiato colore. 6 capoluoghi di provincia al Centrodestra, 2 al M5S e solo 3 al PD ma due andranno al voto il prossimo anno: questo in neanche un quinquennio. Cosa c’è dietro questo repentino collasso?

Non è solo antipolitica. Non è solo malessere generalizzato. Nella scomparsa di una delle regioni rosse hanno influito fattori di più ampio respiro. Alla base di questa trasformazione politica esistono ragioni sociali ed economiche. È cambiata la Toscana.

Dall’analisi dei dati emerge la fotografia di un fenomeno di impoverimento. In 10 anni si è eroso il tessuto sociale toscano: il reddito pro capite è calato da 20mila 500 a 18mila 700 euro; le famiglie in condizioni povertà erano circa 32 mila, sono salite a 53 mila; 615 mila persone vivono in condizione di vulnerabilità ovvero a rischio povertà ed esclusione sociale: circa 40 mila in più dal 2008.

Peggiora ulteriormente il quadro dal lato delle vertenze o delle crisi aziendali. Solo ultima in ordine di tempo la vertenza Bekaert di Figline Valdarno: gli oltre 300
operai sono appesi a un filo. Per restare nella provincia di Firenze negli anni si è perso il cotto smaltato della Brunelleschi a Le Sieci (frazione dal Comune di Pontassieve), il vetrocemento della Seves, buona parte delle aziende del cotto di Impruneta, senza dimenticare la storica
Richard Ginori di Sesto: know-how evaporato per sempre. Allargando lo sguardo negli anni sono entrati in crisi il settore del cuoio e della conceria, quello dell’oro aretino, quello del marmo a Carrara, l’acciaio e la cantieristica.
Le aziende coinvolte nel 43% dei casi avevano tra i 50 e i 250 addetti, nel 30% più di 50 e nel 27% fra i 16 e i 50 addetti. Una desertificazione industriale senza precedenti che ha marcate ripercussioni sociali. Non stupisce che gli operai ovverosia la classe sociale di riferimento da sempre per la Sinistra stiano cambiando le preferenze di voto dirottandosi a Destra: un fenomeno che i politologi chiamano lepenizzazione.

La Toscana specchio fedele della crisi che investe l’intero Centro Italia. Nella cerniera tra Nord e Sud il PIL cresce più lentamente (in questo bisogna tener conto anche dell’impatto del terremoto su alcune Regioni), ci si sposa di meno, la fecondità è più bassa, si fanno meno figli, alto l’indice di invecchiamento e più alta è l’età media della popolazione.

È difficile decretare di netto la fine di un modello. Soprattutto perché da questa non è ancora nato un nuovo modello. Di sicuro la crisi ha corrotto il tessuto produttivo e sociale della Toscana. E da
questo sfibramento possono giovarsene nuovi attori politici capaci di ascoltare chi negli anni ha visto sfibrarsi le proprie certezze.

Alle cene parioline di Renzi & Co preferiamo il “populista” De Luca

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Oggi sul Foglio c’e’ un bellissimo pezzo di Allegranti, che descrive come intere città (come Pisa) in cui prima la Lega e la destra in generale nemmeno esistevano, oggi si svegliano con sindaci leghisti e sceriffi. Ma la cosa piu interessante non è vedere come città medio-grandi siano passate dal rosso al verde, ma come molti politici del PD stiano lanciando l’allarme sulla sicurezza e sull’immigrazione. Vincenzo De Luca, uno cresciuto a pane e territorio, è uno di questi.

Niente piagnistei sull’integrazione, niente hashtag, tanto pragmatismo e tanta attenzione alla sicurezza. Anche se rimane un avversario politico, di quelli veramente tosti, De Luca vive nei tempi moderni. Mentre Renzi e Co. organizzano caminetti a casa di Calenda, De Luca urla a squarciagola nelle piazze e fa notare che anche l’elettorato PD sente il problema della sicurezza, dell’immigrazione e della mancata integrazione.

Sud: De Luca, da Governo attenzione che mancava da anni

Ma si sa, nel paradiso elitario che è diventato il PD, meglio la riunione fighetta e mondana di Calenda, Gentiloni, Minniti e Renzi che le sane e robuste randellate del campano De Luca. Noi di destra non vogliamo entrare in casa altrui, dio ce ne scampi e liberi, ma vogliamo dare un consiglio al quadretto che si troverà a casa Calenda: se proprio non volete ascoltare quello “zozzone” di De Luca, che si sgola per fare capire ai capataz del PD che la sicurezza è un problema serio, date retta a Minniti. Se il pur ottimo ministro Salvini si trova di fronte ad una situazione difficile ma non disastrosa come nell’epoca Alfano, il merito è anche e sopratutto dell’ex ministro Minniti.

Se ci deve essere un’opposizione al governo Conte, che sia abbastanza seria e non da operetta.

Fate la flat tax, subito!

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Come dicevo ieri in una mia diretta Facebook (che trovate qui), per capire il governo Conte e l’alleanza giallo-verde è necessario anche leggere qualcosa, magari un americano come Ian Bremmer. Bremmer è il capo di Eurasia Group, una società di consulenza che si occupa di analizzare il cosiddetto “rischio politico” nelle regioni più instabili del mondo. Ovviamente vende le sue analisi a caro prezzo, il che gli permette di avere uffici in città non proprio secondarie: Londra, New York e Tokio. Se un personaggio così, uno che tutti quanti catalogheremmo come parte dell’elite, scrive un libro che si intitola “Us vs Them”, noi contro loro, dove il noi è il popolo ed il loro è riferito alle elite, dovrebbe farci pensare. Se anche la creme della creme degli analisti politici (perchè Ian Bremmer è veramente bravo, ed il suo team super competente), fa un’analisi in cui se la prende anche con i suoi colleghi, ed anche con se stesso ed il mondo che rappresenta, capiamo come ormai la frattura che si è creata tra la gente comune e le elite (nel senso buono della parola) è destinata ad allargarsi.

Nel conflitto “noi contro loro”, ovviamente Bremmer inserisce anche i 5 Stelle e la Lega, uno dei primi veri esperimenti populisti a tutto tondo, dove destra e sinistra si toccano e si lambiscono, si sfiorano e si abbracciano. Il problema è che se anche cataloghiamo 5 Stelle e Lega nel complesso dello scontro popolo contro elite, possiamo comunque ravvisare la divisione storica destra-sinistra. Perchè è impossibile non pensare alla peggior sinistra diessina quando Di Maio propone il decreto dignità che rende conveniente licenziare ed inconveniente assumere. E’ impossibile non pensare che le misure contro l’import di arance ed olio dalla Tunisia e dal Marocco siano un errore: aiutarli a casa loro, garantire loro il diritto a rimanere nelle loro terre significa soprattutto scambiare e commerciare, garantire loro una crescita economica stabile e non drogata dalla malsana cooperazione interazionale. Su questo sia Sia Di Maio che Salvini, che sulla questione migrazioni dovrebbe occhi e orecchie super attente, devono riflettere, perchè abbiamo bisogno di guardare anche da qui ai prossimi 10 anni e non solo all’oggi. Bene invece, e qui torniamo nell’alveo del più tipico programma del centrodestra, le misure contro l’immigrazione ed il rinnovato protagonismo internazionale del nostro paese, soprattutto nella sfida aperta verso l’ipocrisia macroniana. Visto che Conte, nonostante sia persona dignitosa, sembra non parlare, ci pensa il loquace Salvini. Molti, tra cui tanti amici e compagni di avventure politiche e associative, mi hanno detto di essere diventato filo leghista, di essere salviniano e chi più ne ha più e metta. Io osservo, e finora su immigrazione e sicurezza è il Salvini che tutti ci aspettavamo: legge ed ordine, e sinceramente, da liberale di centrodestra, a me questo basta e avanza. Ma, siccome verde non sono e non ho da nascondere nulla, non ho paura a dire che la flat tax in soffitta mi da non poco fastidio. E mi da fastidio anche personalmente, se la vogliamo mettere così. Io sono a Londra, ma amo il mio paese e vorrei tanto tornare a vivere e lavorare nella penisola più bella del mondo. Come me, tanti altri ragazzi e ragazze dispersi per il mondo, che seguono stipendi migliori, lavori migliori e possibilità di farsi una famiglia. Per farli tornare basterebbe fare almeno una cosa: la flat tax. Se non la fate, vi giocate la credibilità e sarebbe meglio tornare al voto.

Non esiste un solo Mezzogiorno, ne esistono almeno tre (più uno)

Di Graziano Davoli

La narrazione che ha preso piedi all’indomani delle elezioni del 4 Marzo è ingannevole. Quella, per intenderci, che vedeva un Nord laborioso e produttivo colorato di azzurro (anche se il verde sarebbe stato più appropriato visto il trionfo della Lega) ed un Sud fannullone e lassista colorato di giallo.

E’ ingannevole non solo per una questione cromatica. Infatti se ci concentriamo sulla cartina che rappresenta i collegi uninominali per la Camera dei Deputati possiamo notare tre cose. La prima è che sopravvivono alcune piccole aree rosse in quelle che erano le roccaforti del centrosinistra in Toscana ed Emilia Romagna. La seconda è che nel Nord Italia sono presenti alcune piccole aree gialle (ad esempio in Liguria e Piemonte). La terza è che al Sud sono presenti alcune piccole aree azzurre (soprattutto in Campania e in Calabria). Le differenze, ovviamente, non sono solo cromatiche ma per quanto riguarda il Mezzogiorno sono anche socioeconomiche.

Pensare che il Sud sia un monolite è un errore, anche pensarlo del Nord è un errore infatti le differenze tra i diversi modelli economici e sociali che caratterizzano il nordovest e il nordest sono ben note. E’ fuorviante pensare che il Mezzogiorno sia uno solo. Esistono tre aree, dal punto di vista economico e sociale nel Meridione, anzi tre più una.

La questione meridionale è una questione annosa, che la nostra penisola porta con sé dalla sua nascita. Inoltre la frammentazione appena accennata contribuisce, insieme alla negligenza delle amministrazioni, a rendere la situazione nel Sud ancora più complicata. Non solo la presenza della malavita organizzata, la scarsità, l’arretratezza e l’inefficienza delle infrastrutture e la disoccupazione sono problematiche rilevanti per l’area, ma sono anche collegate tra di loro. Basti pensare come in quelle aree dove le infrastrutture sono più rilevanti e incidenti, la presenza della criminalità organizzata è più forte e rilevante. Anche per questa ragione quando si parla di grandi opere al Sud (la costruzione del ponte sullo stretto di Messina o la riqualificazione del porto di Gioia Tauro, che potrebbe giocare un ruolo fondamentale per l’influenza che l’Italia deve cercare di costruirsi sul Mediterraneo).

La prima area corrisponde alla cosiddetta spina dorsale del Meridione. Un’area che prende parte della Campania, attraversa la propaggine settentrionale della Basilicata, lambisce il sud est lucano e copre tutta la Puglia (tranne la zona di Foggia).Tra le città più importanti di questa fascia vi sono Napoli, Salerno, Melfi, Bari, Taranto e Brindisi.

Napoli è il fulcro di quest’area. L’antica capitale del Regno delle due Sicilie è infatti la città con la densità di popolazione più elevata nel Mezzogiorno e la terza in Italia (dopo Roma e Milano). La Campania deve la sua importanza strategica anche all’industria chimica e all’ingegneria dei materiali. Importanti sono anche le infrastrutture e le grandi opere, come le autostrade, basti pensare all’autostrada A3 Napoli – Salerno (che collega le due città campane proseguendo il percorso tracciato dall’Autostrada del Sole e l’autostrada A2 Salerno – Reggio Calabria (conosciuta anche come autostrada del Mediterraneo) o le reti ferroviarie basti pensare alla Ferrovia Tirrenica Meridionale. Inoltre i porti di Napoli e Salerno sono rispettivamente all’undicesimo e al quattordicesimo posto all’interno della classifica dei porti italiani per volumi movimentati.

Melfi invece deve la sua importanza alla manifattura pesante e all’industria. Essa infatti ospita uno degli stabilimenti Fiat più importanti d’Italia.

Fondamentale poi è la regione Puglia, caratterizzata da un’economia complessa e articolata su una grande varietà di settori (dall’agroalimentare al tessile, dal calzaturiero ai trasporti e al turismo, dalle bio e nanotecnologie alla meccanica, dall’elettronica all’ingegneria digitale) che hanno fatto conoscere la regione come la California d’Italia. Importanti sono anche le infrastrutture e le grandi opere. Basti pensare alla Ferrovia Adriatica (che collega Ancona a Lecce) e ai porti di Taranto e Brindisi (rispettivamente al decimo e al quindicesimo posto nella classifica dei porti italiani per volumi movimentati).

All’incidenza dell’economia e delle infrastrutture si accompagna un’intensa attività della criminalità organizzata, soprattutto di camorra e Sacra corona unita.

La seconda area comprende, in realtà, parte dell’Italia centrale (più precisamente il Lazio, esclusa Roma), la pendice meridionale campana e la pendice settentrionale dell’Abruzzo.

Quest’area si contraddistingue per un apparato industriale scarsamente rilevante, essendo la sua economia concentrata essenzialmente sul settore primario (agricoltura) e sul turismo. Pensiamo alla fascia nord occidentale abruzzese (in particolare alla città di Pescara) che affacciandosi sul mare gode di un forte turismo balneare o alla pendice sud della Campania, caratterizzata dalla presenza del Parco del Cilento. La dotazione infrastrutturale, seppur scarsamente rilevante, è comunque accettabile.

L’attività malavitosa rimane un fenomeno periferico.

La terza area comprende tutto il Molise, abbraccia la pendice meridionale abruzzese, la pendice settentrionale pugliese, tutta la Basilicata fatta eccezione delle zone di Melfi e Matera e tutta la Calabria. E’ un’area connotata da una scarsa rilevanza strategica, fatta eccezione per la Calabria data la presenza del porto di Gioia Tauro.

L’economia e la dotazione infrastrutturale sono scarse, di scarsa qualità e di scarsissima rilevanza. Un fattore che non ha permesso all’attività malavitosa di svilupparsi in modo rilevante. In questo fa, ovviamente, eccezione la Calabria, dove l’ndrangheta (organizzazione criminale più ricca in Italia e la quarta più ricca nel mondo) oltre ad essersi fortemente insediata nell’economia dell’Italia settentrionale e di molti paesi europei, è ancora fortemente radicata nel territorio d’origine.

Un caso ha parte è costituito dalle due regioni a statuto speciale, ovvero le isole, Sicilia e Sardegna. Queste due regioni sono penalizzate dalla loro insularità che le isola dal resto del paese. Le infrastrutture sono scarse ma di una certa rilevanza. Basti pensare al porto di Cagliari e il terzo porto più importante a livello nazionale, mentre i porti di Augusta e di Messina sono rispettivamente al sesto e al nono posto. La Sicilia poi si distingue per la sua densità abitativa, Palermo infatti è la quinta città italiana per densità di popolazione e per una sua posizione strategica nel contesto mediterraneo dovuta alle reti di gasdotti e cavi sottomarini che attraversano i suoi fondali. Tuttavia queste potenzialità sono soffocate dalla scarsità delle infrastrutture e dalla presenza invasiva della criminalità organizzata, nonostante Cosa Nostra sia stata progressivamente indebolita dallo stato a partire dagli anni novanta, ha lasciato un buco che ha riempito l’ndrangheta. La Sardegna presenta, invece, alcune eccezione rispetto al resto del Mezzogiorno, dovute anche alla sua passata appartenenza all’ex regno sabaudo. Innanzitutto non ha una forte attività criminale e non ha una mafia autoctona, l’anonima sarda oltre praticamente inattiva ha sempre avuto un’organizzazione, una gerarchia e una struttura molto rudimentali, che l’avvicinano più al banditismo che ad un’associazione di stampo mafioso. Essa è inoltre connotata da una forte diversificazione economica, da una forte identità territoriale e da un buon posizionamento in ambito istituzionale ed imprenditoriale.

Questa frammentazione, di cui queste aree individuate sono solo una minima parte, rappresenta un freno per la crescita del Mezzogiorno. Una realtà che, al contrario del Settentrione, esigerebbe una soluzione molto più centralistica. Tuttavia abbandonare il Meridione a sé stesso, significa rinunciare ad un posizionamento geopolitico e strategico fondamentale. Il Sud infatti è la nostra finestra sul Mar Mediterraneo, è il canale attraverso il quale il nostro paese può tornare a costruire un proprio bacino d’influenza e essere un interlocutore privilegiato per i paesi dell’Africa mediterranea.

Meno tasse per gli “sporchi” capitalisti. Spiegatelo a Verducci.

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

I punti del programma giallo-verde con i quali non sono d’accordo penso siano chiari: sul reddito di cittadinanza, per citare un esempio, ne ho scritto qui su Il Giornale. Sulle tasse e sulla Flat Tax proposta da Salvini e dal centrodestra sono invece completamente d’accordo: una misura liberale e liberista in un programma che vede troppo statalismo e pauperismo. Ovviamente il PD come ha iniziato la sua grandiosa opposizione al governo giallo-verde? Lo ha tacciato di neoliberismo, Dio ce ne scampi e liberi.

Il non troppo sveglio (politicamente, s’intende) Senator Verducci, uno cresciuto a pane e Frattocchie, ha paragonato Salvini alla Thatcher, a Reagan e Trump. L’accusa ovviamente è quella tipica che si rivolge al grande satana del neoliberismo: rubare ai poveri per dare ai ricchi.

Siccome prendiamo per assodato, o per lo meno lo speriamo, che il buon Verducci sappia chi siano stati Reagan e Thatcher e che abbia compreso, cosa non molto difficile, quel che hanno fatto i due leader sopra menzionati, è il tempo di dare la nostra interpretazione dei fatti. E’ forse troppo complicato per il Senatore Dem capire che abbassare le tasse agli sporchi e odiosi capitalisti sia un toccasana per l’economia? Investimenti, assunzioni, crescita economica, più soldi alle famiglie della classe media. Cose molto semplici ed intuitive, ma che forse non vengono insegnate in un partito che disdegna il lavoro e vive arrocato nella torre d’avorio.

La terapia politica che consigliamo a Verducci è semplice: lettura dei classici del pensiero liberale, cominciare dai fondamentali come Hayek per arrivare fino a Laffer. In qualche giorno forse ce la farà.

Matteo, stacca la spina ai pentastellati!

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Diciamo che parlare con i pentastellati non deve essere facile, soprattutto se devi farci un governo. E siccome le comiche dei “leader” 5 Stelle non sono mai troppe, ecco che spunta anche Rousseau. Come se non bastassero gli aborti filosofici e le nefandezze che il pensiero di Rousseau ha partorito, entra in gioco anche nella formazione del futuro governo italiano. Un partito di centrodestra che mette in un programma di governo un abominio come il reddito di cittadinanza, deve aspettarsi le barricate sia dentro che fuori dal partito. Se Salvini alla fine dicesse si a queste schifezze, entrerei in Lega solo per difendere con le unghie e con i denti il po’ di liberalismo che aveva il centrodestra pre-4 Marzo.

Al di la delle provocazioni, Salvini dovrebbe staccare la spina a questo spettacolo indecente. Pensi ai giovani, pensi a chi vuole investire, pensi ad una generazione che sta vedendo questo paese affondare sotto i colpi di uno Stato asfissiante e ladro. Lo ripeteremo fino alla morte, la ricetta non è quella di quel pastrocchio di “programma” di governo, ma quella limpidamente liberale (se liberale vuol dire ancora qualcosa): meno tasse, meno tasse, meno tasse.

Sappi aspettare Matteo, non bruciare il capitale politico del centrodestra. Perchè anche se la coalizione non è di quelle perfette, anzi, è l’unica su cui vale la pena puntare. Butta via Di Maio e ti ringrazieremo.

Gli scansafatiche dei centri sociali amici di De Magistris

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Oggi non voglio parlare delle elezioni che molto probabilmente ci saranno a Luglio. Un sistema istituzionale così marcio ed impantanato non poteva dare altri risultati. Metteremo i seggi al mare e via. Oggi voglio parlare dei miei coetanei che occupano a babbo morto i locali delle università pubbliche italiane. E’ il caso dell’università di Napoli, dove un branco di scansafatiche dei centri sociali, tali Insurgencia (sic!), occupano spazi universitari per gozzovigli vari. Infatti, è di questi giorni la notizia che nei locali universitari, che dovrebbero essere dedicati allo studio ed alla formazione dei giovani, questi perdigiorno hanno organizzato il compleanno del capo-scansafatiche, tale Egidio Giordano, un personaggio che manifestava contro il “debito ingiusto”. Che guarda caso è il compagno di una consigliere comunale, tale Eleonora De Majo, che non poteva che stare con il grande capo De Magistris.

Se fosse solo per un branco di perdigiorno che si sollazzano e gozzovigliano a spese del contribuente, non sarebbe una novità: questo sciagurato paese è pieno di figli di papà buoni solo a disturbare gli studenti. Il punto è che è a quella festa c’è il capopopolo De Magistris, che si divertiva a fare il trenino. Ora, noi non abbiamo nulla contro i trenini, ma abbiamo qualcosa contro la cattiva politica dei moderni Masaniello. Già è grave che quattro sfigati occupino impunemente locali pubblici a sbafo, se poi ci mettiamo che la massima autorità cittadina li appoggia e anzi, addirittura partecipa ai loro festini, allora qua sfioriamo il ridicolo.

La magra consolazione di fronte a questi spettacolini tristi ed indecenti sono le centinaia di migliaia di ragazzi che studiano, che si impegnano, che lavorano, che si barcamenano tra mille difficoltà alla ricerca di un’occupazione stabile per metter su famiglia. La miglior gioventù, non questi fancazzisti di Insurgencia.

Salvini dica NO alla cialtronata del reddito di cittadinanza!

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Matteo Salvini è un leader politico che rispetto, il leader della coalizione a cui io personalmente faccio riferimento. Forse su alcune cose posso non essere d’accordo, ma i cittadini hanno deciso così ed il popolo è sovrano. Detto questo, mi aspetto un no chiaro e deciso alla fiabilandia 5 Stelle. Di Maio rinuncia all’investitura (sic) da Premier ma vorrebbe per se la cadrega da “Ministro per il Reddito di Cittadinanza”. Solo nello scrivere questa “supercazzola prematurata” verrebbe da ridere, ma ahimè parliamo del primo partito italiano. La Lega, il partito che difende gli artigiani, le partite IVA, gli imprenditori vessati dalle tasse, la classe media impoverita, dica no alle boiate 5 Stelle. Il loro reddito di cittadinanza, pagato con le tasse dei lavoratori onesti e tartassati, possono tranquillamente farselo nella libera Repubblica delle Bananas, non in Italia. Noi ne abbiamo abbastanza di una spesa pubblica che va nel buco nero dell’assistenzialismo: i problemi di questo paese non si risolvono con le mance, ma con meno tasse, punto.

Matteo Salvini nella campagna elettorale ha difeso strenuamente la flat tax, ed io nel mio piccolo ho sempre rilanciato, difeso e spiegato l’idea. Non dia retta a Di Maio ed alle sue politiche economiche simil-cubane, dica chiaramante che queste misure sciamaniche sono porcherie economiche che ammazerebbero definitivamente un paese che non se la passa benino.

Si continui senza sosta, come in una battaglia quartiere per quartiere, a combattere le scempiaggini pentastellate. Ma nel frattempo si continui nella difesa strenua di chi lavora, di chi fa studiare i propri figli, di chi paga onestamente le tasse e soprattutto di chi un lavoro lo sta cercando senza aspettare manne dal cielo. Altro che reddito di cittadinanza.

Moriremo di manettarismo

Il manettarismo giudiziario di questo paese è duro a morire, e le protezioni politiche di cui gode sono sempre pronte e decise nella difesa. Prima erano i vari dipietristi ed altri groppuscoli ricettacolo delle peggiori idee manettar-comuniste, appoggiate da Ds, Pds e Pd. Oggi gli alfieri politici del manettarismo sono, guarda caso, i 5 Stelle. Non ce lo saremmo mai aspettato. Nino di Matteo, oltre ad essere uno stimato magistrato, è però anche il magistrato della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, colui che ha condannato Mario Mori e Dell’Utri, nonchè ministro in pectore dei 5 Stelle. Esiste in qualsiasi paese moderno una combinazione così letale tra giustizia e politica? E’ possibile che questo vulnus democratico rimanga ancora aperto e che nessuno, neanche da destra, mostri un segno di opposizione a questa china pericolosa?

La giustizia e gli apparati giudiziari meritano rispetto, ma chi fa politica ha il dovere di registrare che la giustizia è una cosa, la politica è un’altra. Come ha fatto Di Matteo prima ad intervenire ad una manifestazione politica, per poi condannare in primo grando Dell’Utri e Mori? Lo vedo solo io il vulnus democratico oppure qualcun altro si è accorto che questo sistema, così com’è, non può andare avanti?

Le porte girevoli tra politica e magistratura vanno chiuse, perchè se in futuro un mio compagno di partito o un mio avversario si dovessero trovare in aula contro un magistrato, pretendo che i primi possano esercitare i loro diritti politici senza la paura che quel magistrato, dismessi i panni della politica, possa aprire contro di loro un fascicolo giudiziario come vendetta. Sono discorsi che il centrodestra ha sempre fatto: bisogna riprendere il libriccino delle libertà e dei diritti e rileggerlo a voce alta, per far capire che alcune battaglie politiche hanno il dovere di essere combattute. Anche se non sono troppo “cool” per i tempi che corrono.

Un’idea per noi ventenni: cambiare la Costituzione

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Il nostro paese ha tante sfide di fronte: il lavoro, la disoccupazione giovanile, l’immigrazione e la sicurezza. Problemi che farebbero tremare i polsi persino al più carismatico dei leader politici, anche se a dir la verita oggi nessuno ha veramente voglia di parlare di riforma costituzionale. Renzi ci provò, ma non ebbe coraggio e la riforma che venne fuori era un papocchio annacquatissimo. Purtroppo, con il sistema istituzionale odierno, risolvere i problemi che ho menzionato sopra è sempre più difficile. La politica si trova davanti ad un bivio: se non smantella questa costituzione, si troverà sempre con le mani legate. Le parole d’ordine per un riforma costituzionale sono poche e chiare: presidenzialismo e federalismo. Più poteri all’esecutivo e maggiore responsabilità alle autonomie locali.

Ma noi ci chiediamo: questa classe politica si prenderà veramente la responsabilità di iniziare l’iter per una nuova riforma costituzionale? C’è abbastanza coraggio? C’è abbastanza onestà intelletuale nel dire ai cittadini che o si cambia seriamente la carta fondamentale o si rischia di annegare? Ne dubito, anche se l’iniziativa del Sen. Cangini su il Foglio va in direzione opposta. Cangini infatti sembra l’unico che sta portando avanti una battaglia politica seria e limpida sulle riforme costituzionale, ma purtroppo i suoi colleghi, con rare eccezioni, sembrano in altre faccende affaccendati.

Se non sarà questa classe politica a fare questa battaglia, allora toccherà a noi ventenni iniziare fin da ora la nostra battaglia politica. Dobbiamo dire con chiarezza che la riforma costituzionale in senso presidenziale sarà parte integrante delle nostre battaglie politiche presenti e future. Perchè tra noi ci sarà sicuramente qualcuno che sarà classe dirigente in questo sgangherato e stupendo paese.

La geopolitica italiana nel Mediterraneo

Di Francesco Cirillo

Nella diplomazia e nelle relazioni internazionali la proiezione della forza militare può essere uno strumento valido. Nella geopolitica questo deve essere parte integrante della propria agenzia di politica estera, l’Italia lo ha dimenticato. Il nostro paese ha scordato cosa significhi avere una propria politica e strategia nelle relazioni internazionali. L’Italia ha inutilmente confidato nella solidità diplomatica delle organizzazioni internazionali. Il Nuovo Governo Italiano, che dovrà avere il sostegno parlamentare, deve affrontare diverse sfide geopolitiche che il Mediterraneo sta subendo.

In Primis una Turchia, membro della NATO, che rischia di essere un paese imprevedibile, come lo ha dimostrato a Febbraio quando la sua marina militare ha bloccato illegalmente una nave della ENI-Saipem che si stava dirigendo nel Mediterraneo Orientale per delle operazioni di esplorazione. Questa azione illegale di Ankara mostra tutta la debolezza italiana nello scacchiere del Mediterraneo, incapace di proteggere gli interessi energetici dell’Italia e di tutelare una azienda di stato come l’ENI.

Altro rebus è la crisi in Libia, ancora scossa dalla guerra civile che iniziò nel 2014. La guerra tra il governo di Serraj e l’uomo forte di Tobruk il Generale Khalifa Haftar scuote una Libia postgheddafiana che non trova pace. Fino ad ora la strategia Italiana ha sponsorizzato il ricorso allo strumento della diplomazia internazionale. Ma l’appoggio dell’Egitto di Al Sisi e della Russia di Vladimir Putin ad Haftar ha rallentato il percorso diplomatico, oltretutto il Governo di Unità nazionale di Al Serraj non ha il sostegno totale delle tribù libiche.

Roma deve ritornare ad essere il centro geopolitico del Mediterraneo, ma per farlo deve ricostituire una forza militare capace di proiettare le sue istanze diplomatiche. Ma questo complesso compito verrà affidato al nuovo governo che uscirà dalle consultazioni di Mattarella.

 

Negli ultimi anni i governi della sinistra guidati dal Partito Democratico di Renzi hanno ignorato qualsiasi proiezione mediterranea italiana, concentrandosi maggiormente su quella europea. Ma per l’Italia una politica estera che si concentri sul Mediterraneo resta la principale carta geopolitica da usare presso le cancellerie degli stati europei. Una Francia, che con Macron ha riattivato un forte attivismo nel Mare Nostrum, aggressiva in quello che è il nostro estero vicino deve essere considerato un tentativo di estromettere Roma dal concesso delle nazioni mediterranee. Per troppo tempo abbiamo tentato di dare fiducia alle istituzioni europee sperando in un loro supporto. Ciò non è mai avvenuto lasciandoci in balia degli eventi e delle potenze che hanno interessi nel mediterraneo.

Altro dilemma geopolitico di Roma è rappresentato dalla nostra assenza nei Balcani. I Balcani sono sempre stati una zona in cui l’Influenza Italiana ha sempre avuto una forte presenza geopolitica nel creare una importante rete di relazioni internazionali. Ma l’infiltrazione geoeconomica cinese, un ritorno del Cremlino in Serbia e una politica estera neo-ottomana di Erdogan, legata al recupero di alleanze con i paesi balcanici, com’è successo nella crisi greco-macedone per il nome della ex  repubblica jugoslava dove Ankara supporta attivamente il governo di Skopje, rendono impossibile un nostro ritorno nel breve periodo nei Balcani occidentali.

L’Italia deve iniziare ad avere più fiducia nei suoi apparati di sicurezza e smetterla di appoggiarsi sugli altri ( es Stati Uniti, ONU e UE) per risolvere crisi diplomatiche.

Altro fardello sarà il rapporto con il governo austriaco di Sebastian Kurz e sulla questione del doppio passaporto per gli altoatesini. Vienna sembra intenzionata a continuare sulla strada della doppia cittadinanza rischiando di alzare lo scontro diplomatico con Roma anche nelle stanze di Bruxelles. Il prossimo governo Italiano sarà obbligato a rivedere la sua agenda di politica estera se no sarà di nuovo in balia degli altri.

 

“La Diplomazia senza il potere è come un’orchestra senza lo spartito”

Federico di Prussia detto il Grande

Libano al centro di un terremoto geopolitico

Di Vanessa Combattelli

In Libano si sta verificando un vero e proprio terremoto geopolitico, adesso è lecito chiedersi chi siano le pedine e chi i giocatori, seppur la domanda risulta semplicemente retorica.
Saad Hariri ha acceso la miccia sorprendendo l’intera nazione dichiarando le sue dimissioni da primo ministro libanese, attestazione avvenuta mentre era ospite del principe saudita Mohammed Bin Salman.
Ed è stato proprio lo scalpore e la fretta di cui queste dimissioni si sono caratterizzate ad aver messo all’allerta il governo libanese.
La risposta da parte delle istituzioni in Libano non ha trovato mezze misure:  Michel Aoun, il presidente della repubblica, ha tanto vero dichiarato che rifiuta le dimissioni di Hariri, accusando esplicitamente l’Arabia Saudita di esercitare delle vere e proprie pressioni nei confronti del primo ministro.
Non è il solo a sostenerlo, alcuni osservatori hanno infatti sottolineato che il premier libanese durante il suo annuncio appariva stanco e abbattuto, analizzandone soprattutto la figura e il linguaggio del corpo, a detta di molti “informale” e “a disagio”.
Nel paese ha fatto presto a diffondersi la voce di una possibile prigionia di Hariri per mano dei sauditi, tanto è vero che sui muri di Beirut sono presenti foto e scritte che affermano “Siamo tutti Saad”.
Nel frattempo Emmanuel Macron non ha perso tempo: determinato a mantenere un protagonismo francese in Medio Oriente ha pensato bene di intervenire quanto prima.
Ha invitato infatti Hariri e la sua famiglia in Francia, l’annuncio è arrivato dopo un lungo colloquio con il principe saudita Mohamad bin Salman.
Ma il Presidente della Repubblica francese ha voluto chiarire subito a scanso di equivoci: “Non un esilio, ma solo una trasferta temporanea, prima di rientrare in Libano.”
Inoltre anche da Mosca sono definite le posizioni, infatti la portavoce del ministero degli esteri, Maria Zakharova, ha riferito che la Russia “sostiene con forza la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di questo paese amico“.
Naturalmente, in mezzo a tutte queste dichiarazioni, non poteva mancare quella del premier dimissionario il quale sembra intenzionato a rilassare gli animi tesi.
Ha così promesso che tornerà presto a Beirut lanciando un duro appello contro le “interferenze iraniane.”
“Sto valutando con gli apparati dello Stato – rende noto – la situazione della sicurezza. Io voglio proteggere tutti i libanesi, sunniti, sciiti, drusi, cristiani, ma per farlo devo prima di tutto proteggere me stesso, perché rappresento tutto il Libano” ricordando l’assassinio del padre Rafik, ucciso nel 2005.
Per Hariri il suo è un gesto benefico per il paese, defininendolo addirittura come un necessario “choc positivo”.
C’è da chiedersi quanti veri danni procurerà lo choc Hariri, e soprattutto cosa sta cambiando nel baricentro medio orientale, le pedine sembrano aver fatto la loro mossa, adesso tocca ai giocatori.

Come parla alla “ggente” Berlusconi mai

Di Alessio Postiglione

Loro sono l’impero alla fine della decadenza. Lui il piccolo mondo antico. Loro la molle borghesia delle terrazze romane. Lui la ligia laboriosità meneghina dei “tiempe belle ‘e na vota”. Berlusconi, nella sua intervista da Costanzo, è stato ancora una volta magistrale: il maestro della narrazione e della mitopoiesi. Intimistica, frugale, strapaesana. Nella quale possa identificarsi il Paese reale. E non fa nulla che il cantore di questa epica familistica e rurale sia un tycoon borghese di Milano. La forza del simbolo – da sum balein, unire -, è unire i diversi, la coincidentia oppositorum. Dall’epos all’ethos.

Il fulcro di questa vision è di uno dei passaggi più canzonati dell’intellighenzia, che ancora una volta dimostra di non capire nulla. Allorquando Costanzo gli ha chiesto: “ti manca papà?”. E il Cavaliere, lirico e melodrammatico, ha raccontato dei genitori, delle ceneri raccolte in una urna, attorno alla quale egli ha costruito un altarino con immagini e ricordi, che bacia devotamente ogni giorno. Come nella più umile stamberga del Mezzogiorno magico di De Martino. Dove il Cristianesimo va a braccetto con l’antico culto dei penati. Ma in quale casa semplice, il pensiero non va ai genitori, d’altronde? Anche perché tale sacello dei Lari è subito iscritto nella cornice di un solido cristianesimo di campagna, con il prete che officia ogni domenica la messa per Berlusconi e i suoi cari. Così si scongiura il rischio paganesimo, come nella Napoli del ‘600, quando la Chiesa doveva ancora mediare con il culto delle anime pezzentelle da parte della plebe meridionale.
L’Italia, d’altronde, è il Paese di “Mamma, solo per te la mia canzone vola”, non di “Sympathy for the Devil”.

Mentre i fessi lo perculano, Berlusconi, sulle ceneri dei genitori, è stato fenomenale. Famiglia, Chiesa, amore filiale, strapaese concreto ed emozionale, in cui tanta Italia profonda possa riconoscersi. Perché alla sinistra urbana e decadente dei vernissage promiscui, del poliamore, delle identità liquide, Berlusconi contrappone un piccolo mondo antico e solido.
Con il paradosso – ed è il vero capolavoro di Berlusconi! -, che, mentre la sinistra predica valori liberali e libertini, ma essendo moralista, li pratica poco, oppure li occulta perché la sua anima pauperista le impone di ostentare la berlingueriana “superiorità morale”, il Cavaliere, fra cene eleganti e lettoni di Putin, pratica i piaceri della carne. Eppure, riesce a farsi portavoce dei valori cristiani e della moralità.
Alla sinistra della sodoma pasoliniana, estetizzante e decadente, Berlusconi ha contrapposto un gustoso mondo sporcaccione ispirato all’estetica dei film di Alvaro Vitali, pruderie bocaccesca nella quale, ancora una volta, il popolo possa identificarsi. Senza sensi di colpa, ma ebbri del gusto del peccato, perché – da vero cattolico romano -, lui pecca ma ritorna alla Chiesa; furoreggia con le olgettine per poi ripiegare al focolare in cui Francesca Pascale sveste i panni della soubrette sensuale per vestire quelli di una mater dolorosa e pia.

Berlusconi non è l’uomo che ha distrutto la famiglia che aveva con Veronica Lario. È l’uomo che la rilancia. Perché ne ha ricostruito un’altra, affermando il primato della famiglia oltre le difficoltà della mondanità. Mentre la sinistra vuole andare oltre la famiglia tradizionale, senza praticare i vizi della carne, Berlusconi indulge nei vizi, si pente, e reitera la sua adesione alla tradizione. Delitto e castigo. E redenzione. È in questo storytelling – tradizionale e cattolico, perché “umano, troppo umano”, Berlusconi è peccatore come tutti noi -, che risiede la sua potentissima macchina ideologica. Capace realmente di creare un senso di identificazione con la pancia del Paese, pure se le sue condizioni materiali attestano la sua appartenenza al vertice della piramide sociale.

La differenza con la sinistra è qua. La sinistra è sociologicamente base che teorizza un’intellettualistica cultura d’élites, nella quale il paese reale non si riconosce. Berlusconi è il vertice della piramide sociale, ma rappresenta ideologicamente una cultura popolare nella quale l’Italia si identifica. Chiesa e pruderie. Moglie/madre di famiglia, e amanti licenziose. Perché nel cattolicesimo berlusconiano c’è peccato e redenzione, non come nella sinistra calvinista che nulla ti perdona. Conservatorismo compassionevole e capitalismo dal volto umano Vs etica protestante del capitalismo da sinistra liberista.
Berlusconi è valori, famiglia, tradizione, sentimenti spontanei che la sinistra cocciutamente taccia di ideologia. Resistere al suo ritorno politico non sarà facile per i suoi avversari.

Catalogna, Padania, le piccole patrie che fanno grandi Cina e Russia

Di Alessio Postiglione  (www.alessiopostiglione.com)

Catalogna, Padania, le piccole patrie che fanno grandi Cina e Russia, e più piccola l’Europa.La politica, infatti, è chi prende che cosa, quando e come, diceva Harold Lasswell. Per questo, dietro il successo del micronazionalismo, dobbiamo chiederci sempre cui prodest. Proprio a Cina e Russia. Al punto che, quest’ultima, si prodiga anche attraverso finanziamenti a partiti indipendentisti o, comunque, euroscettici, con l’obiettivo di disintegrare l’Europa. Dividi et impera. Abbasso Bruxelles e viva le Langhe indipendenti! Cosa succederà, dunque, ora che la Catalogna dichiara l’indipendenza?

Nuove elezioni volute da Madrid, infatti, potrebbero comunque far vincere ancora gli indipendentisti. Dietro il micronazionalismo – di destra, ma anche di sinistra: non dimentichiamoci che Puigdemont è a capo di un rassemblement indipendentista biancorossobruno – alligna un equivoco. Il federalismo, nonostante sia diventato il traino identitario di partiti di destra, come la Lega, o di sinistra, come la Cup catalana, entrambi a parole antiglobalisti, ha una funzione attuale liberista e globalista. E anche anti Europea. Al punto che, invece di farci padroni a casa nostra, rischia di farci servi di altri in una casa pignorata dallo straniero.

Andiamo con ordine. Il revival neofederalista parte negli anni ‘90 con Gianfranco Miglio, nell’ambito di un discorso dove l’accento era posto sul taglio della spesa e l’aumento dell’efficacia e dell’efficienza della pubblica amministrazione. Questo discorso efficientista e per lo Stato minimo si inseriva nell’alveo dei seminali lavori di geografi come Saskia Sassen, che postulava come lo Stato nazionale westfaliano fosse morto. Il futuro è delle metropoli globali – diceva Sassen -, che competono fra di loro per attrarre i migliori PhD e lavoratori.

La metafora è quella del portare la globalizzazione all’estremo, con il capitale umano più pregiato completamente delocaliazzato e delocalizzabile, che cambia città ogni anno, come avviene per esempio in America, a seconda di quale città offra servizi più smart, istruzione migliore e tasse più basse. Come la retorica sociale, identitaria e delle radici territoriali della Lega, basata sul Volk e il blut und boden, possa conciliarsi con questa utopia liberista e globalista è un mistero.

Coerentemente con queste premesse, oggi, Parag Khanna, considerato fra i più importanti geopolitici mondiali, e sostenitore di un mondo composto da queste nuove città-stato multietniche, prende ad esempio di questo modello, non l’America, che è una democrazia, ma regimi non democratici ma ultra efficienti e iper liberisti come Singapore. Nella contraddizione fra l’America liberale e democratica e la Singapore autocratica e liberista si palesa un altro conflitto della globalizzazione.

L’assunto delle élite occidentali che il capitalismo globalizzato avrebbe portato democrazia e benessere è fallito. Con ciò è fallito anche il retro pensiero che ciò avrebbe garantito i primati dell’Occidente. I migliori interpreti della globalizzazione non sono le democrazie liberali e tantomeno l’Europa, ma paesi non democratici, ad iniziare dalla Cina, dove il mercato non è un meccanismo dal basso, ma imposto dall’alto, con aziende pubbliche di Stato. In effetti, come dimostra il cosiddetto elefante di Milanovic, la globalizzazione ha favorito la convergenza fra primo mondo e terzo mondo – la Cina è diventata più ricca e l’Occidente di meno – ma al costo di un aumento delle disuguaglianze all’interno dei Paesi. La nostra Africa si chiamano Quarto Oggiaro e San Basilio, oramai. Il nuovo status di Cina e Russia impone nuovi assetti globali.

La Cina, ad esempio, grazie ad un turbocapitalismo di Stato – altra caratteristica che
dovrebbe far riflettere i liberali de noantri -, sta puntando a costruire un’influenza basata sulla “collana di perle”, su di una serie cioè di Stati satelliti all’interno dei quali far passare la nuova via della seta. In questo schema, funziona molto di più parlare con la Catalogna che con una Bruxelles che, vale la pena ricordarlo, ha osteggiato la concessione dello status di economia di mercato a Pechino, fatta anni fa dalla Organizzazione Mondiale del Commercio; si tratta di un vero spartiacque, visto che, da quel momento, la Cina ha cominciato a scalare la piramide mondiale della ricchezza, grazie ad una competizione sleale fatta di deflazione salariale.

Altro che libero mercato! Coerentemente con ciò, la Padania è nata quando, con il nuovo mercato unico europeo, il Settentrione non ha avuto più bisogno di un grande
Mezzogiorno sussidiato, il cui scopo era assorbire la domanda dei prodotti del Nord e fornire manodopera a basso costo al Triangolo industriale. La perequazione fiscale della nostra costituzione non è un valore morale, dunque, ma un dispositivo economico keynesiano all’epoca degli Stati nazione. Oggi che, grazie all’austerità anche la domanda interna intra Ue è in picchiata, il mantra non è “l’Europa ci salverà”, ma la Cina assorbirà i nostri prodotti. In effetti, proprio l’Italia è prima per export in Europa.

Ma quanto possa essere furbo rendere la Cina, cioè una potenza imperialista, comunista e non democratica, la propria locomotiva economica lo dimostra proprio il caso Trump, che cerca di riportare un po’ di lavoro americano delocalizzato in Asia a casa, con Pechino che possiede il suo debito pubblico e ne limita l’autonomia politica. Insomma, la Cina non ci salverà, ma ci comprerà. L’unico argine a tutto questo è l’Europa, soprattutto se cambia spartito. Una Padania o una Catalogna indipendenti, infatti, legate a Pechino, vedrebbero ancora di più aumentare le ineguaglianze interne, fra un settore di punta valorizzato, ma una base industriale completamente smantellata dalla deflazione salariale cinese.

Il ridimensionamento politico dell’Europa, d’altronde, è un obiettivo condiviso dalla Russia e, almeno in questo momento, dagli Stati Uniti che, per cercare di mantenere il loro primato, hanno abbandonato multilateralismo e liberismo a favore di una politica da grande potenza solitaria e mercantilista. La Catalogna indipendente, da questo punto di vista, sarebbe un capolavoro. Un paese isolato dalla Ue, che appoggia Madrid, e che potrebbe contare proprio solo sui finanziamenti di Russia e Cina. I

l tassello di un mosaico globalista e da liberismo autoritario, che ucciderebbe il ceto medio locale. Una realtà molto diversa dalla retorica di protezione delle classi medie contro le banche e le élites tecnocratiche di Bruxelles a cui sia la Cup che la Lega si sono votate. Meglio dipendere da una imperfetta tecnocrazia europea e abbastanza democratica che da un perfetto politburo straniero autoritario. Altro che padroni a casa nostra.

@alessiopost

Dalla banca rossa al rosso della banca

Di Luca Proietti Scorsoni

Ma si, intendiamoci: può essere che la Banca d’Italia abbia commesso delle leggerezze tecniche durante la sua attività di controllo del sistema creditizio. Però, ecco, in quest’ultimo caso il pulpito dal quale proviene il rimbrotto, un qualcosa a metà tra la saccenza e l’ipocrisia, rimanda a quel passo evangelico narrante pagliuzze e travi conficcati nei bulbi oculari.

Ergo, certi moralisti privi di morale non si possono proprio ascoltare. Perché il fatto, per chi ancora non l’avesse capito, è più o meno questo: il PD  ha gestito, mediante le rispettive fondazioni, banche poi destinate, per altro, ad una ingloriosa fine, macchiata perfino da qualche lato (molto) oscuro – vedasi il caso di David Rossi e del suo suicidio(?), avvolto ancora da una fitta coltre di misteri e di strani silenzi.

E se non fosse stato nella stanza dei bottoni, il “partitone rosso” ha fatto di tutto per entrarci, alimentando in tal modo ambizioni carsiche di funzionari apparentemente devoti al proletariato e poco altro, tanto da far dire ad un democrat di lungo corso e, immagino, con lo sguardo non poco speranzoso: “Allora, abbiamo una banca!?”.

E non menziono dirigenti irresponsabili magari divenuti tali anche in virtù di prole governativa, chissà. Alla fine ci può pure stare che il famoso candore artistico, tipico della famiglia dei Della Robbia, abbia talmente condizionato la storia di Arezzo e dei suoi abitanti che quest’ultimi, per la verità con una certa “nonchalance”, siano diventati abili nello sbianchettare i ricordi e, ancor peggio, i soldi dei risparmiatori.

Certo è che vedere il segretario democratico rivolgere il suo “jaccuse” contro Palazzo Koch ricorda tanto quei presidenti che dopo l’ennesima e meritata sconfitta della loro squadra addossano la colpa esclusivamente all’arbitro in quanto reo di aver fischiato solo qualche fuorigioco nell’arco dell’intera partita.

Russia-Arabia Saudita: incontro fra due superpotenze

Di Anita Porta, studentessa SciencesPo

All’inizio di ottobre, il re dell’Arabia Saudita Salman ha portato a termine una visita storica a Mosca, la prima da quando i rapporti diplomatici fra la Russia e la monarchia saudita sono stati ristabiliti nel 1992.

Negli ultimi anni, diversi cambiamenti nello scenario mediorientale hanno portato le due potenze verso un riavvicinamento. Innanzitutto, con il ridimensionamento della presenza americana nell’area, l’Arabia Saudita è in cerca di un nuovo potente alleato che possa aiutarla a difendere i propri interessi attraverso un supporto diplomatico e militare. In questo contesto, l’ostacolo più grande è posto dal rapporto privilegiato che la Russia intrattiene con l’Iran, in particolare sullo scacchiere siriano, dove il regime di Bashar al-Assad sta progressivamente recuperando terreno contro le forze ribelli supportate dalla monarchia saudita. Tuttavia, fino ad ora questo elemento non si è rivelato un ostacolo decisivo nelle relazioni Russia – Arabia Saudita. Al contrario, il Ministro del Petrolio saudita Khalid al-Falih ha dichiarato, in occasione dell’apertura della Russian Energy Week a Mosca, che le visioni dei due Paesi riguardo alla regione mediorientale non sono mai state allineate al 100%, ma, specialmente in Siria, “il dialogo ha contribuito a diminuire le divergenze”.

Piuttosto che su una riprogettazione dello scenario mediorientale, l’incontro diplomatico è sembrato essere incentrato su altre priorità, più circoscritte e, al momento, più stringenti: nello specifico, la cooperazione nel settore energetico,, con lo scopo di portare il mercato mondiale del petrolio verso un ribilanciamento e ottenere un prezzo per l ’ooro nero più compatibile con i budget statali dei due Paesi. Da dicembre 2016, i paesi Opec, la Russia e altri produttori minori hanno firmato un accordo storico per ridurre il rilascio di petrolio sul mercato mondiale d i 1,8 milioni di barili al giorno. Tale accordo ha già permesso di far risalire il prezzo del petrolio oltre i 50 dollari al barile, ma i Paesi Opec hanno un obiettivo più ambizioso, quello dei 60 dollari al barile. L’Arabia Saudita, in particolare, vorrebbe far salire il prezzo del petrolio il più possibile entro il 2018, in vista dell’offerta pubblica iniziale sul gigante petrolifero nazionale Saudi Aramco.

Dall’incontro fra il Presidente Russo e il monarca saudita è emerso chiaramente che l’accordo rimarrà in vigore. Si discutono anche possibili estensioni a livello sia di quantità che di tempistiche , ma su questi temi ci sono già più dubbi. Per quanto riguarda le quantità , nonostante entrambi i Paesi abbi ano già eseguito tagli oltre il livello richiesto, l’Arabia Saudita ha annunciato di voler ulteriormente diminuire le proprie esportazioni di petrolio per il mese successivo di 560.000 barili al giorno. Non è chiaro se la Russia, da parte sua, sia pronta ad intraprendere tagli altrettanto drastici. Il ministro dell’energia Alexander Novak si è limitato a dichiarare che la Russia “Intraprenderà qualsiasi misura sia necessaria per ottenere un ribilanciamento del mercato”, senza fornire delle cifre specifiche.

Riguardo invece ad un prolungamento dell’accordo, il Presidente russo Vladimir Putin non ha escluso l’ipotesi di un’estensione oltre marzo 2018, nel caso il mercato del petrolio non si ancora bilanciato entro quella data. D’altro canto, il presidente della compagnia Lukoil Vagit Akekperov avrebbe dichiarato che il prolungamento dell’accordo non avrebbe senso nel caso in cui il prezzo del petrolio raggiungesse nuovamente i 60 dollari al barile.

Un altro importante risultato della visita del monarca saudita sono gli accordi commerciali multimiliardari che sono stati stipulati. In particolare, l’Arabia Saudita ha pianificato un investimento per un valore di 10 miliardi tramite una piattaforma comune del Fondo per Investimenti Diretti Esteri russo e il Fondo per Investimenti Pubblici saudita. Di questi investimenti, il 10% dovrebbe essere dedicato allo sviluppo tecnologico, e un ulteriore 10% al setto re petrolifero e petrolchimico. In particolare Gazprom Neft, la compagnia sussidiaria di Gazprom che si occupa della produzione petrolifera, ha firmato un memorandum di intesa con Saudi Aramco sulla cooperazione tecnologica, che potenzialmente include lo sviluppo congiunto di giacimenti di petrolio e gas. Secondo quanto dichiarato dal CEO di Aramco Amin Nasser, il gas naturale liquefatto (GNL) è una delle aree di cooperazione attualmente in via di esplorazione con i partner russi.
In prospettiva, il GNL proveniente dai giacimenti russi nell’Artico potrebbe divenire parte delle forniture di gas per Aramco.

Il treno del PD: ci scusiamo per il disagio!

Di Leonardo Rossi, da “La Gironda”

Appena compiuti dieci anni, il Partito Democratico si regala un viaggio in treno che attraverserà tutto il nostro Paese. Partito questa mattina dalla stazione Tiburtina, il treno, denominato “Destinazione Italia”, porterà per due mesi Matteo Renzi a spasso per lo Stivale “per ascoltare gli italiani”- così assicura il segretario dem.

Ohibò! “Ascoltare gli italiani!” Cosa mai fatta in anni di governo del Paese in cui l’ex premier fiorentino ha visto sgretolarsi il grande consenso delle Europee 2014 con il quale si era presentato sulla scena nazionale.

Quale miglior simbolo del treno, in Italia, per rappresentare il ritardo con cui chi, dall’alto del piedistallo , non voleva saperne di critiche, appellava col titolo di gufo chiunque osasse pensarla diversamente e adesso si decide ad ascoltare gli italiani, guarda caso sotto elezioni.

Il ritardo con cui il PD pare essersi deciso, anche se solo per una mossa propagandistica, ad ascoltare gli italiani ha creato non pochi problemi nel Paese, chissà se la squillante voce degli altoparlanti delle stazioni dove il treno “Destinazione Italia” farà tappa, magari con accento fiorentino, si scuserà per il disagio.

Dlin Dlon.

Amazon vs UE, ovvero come essere sanzionati per aver rispettato la legge

Di Matteo Gianola

Una delle breaking news di questi giorni è la pretesa della Commissione UE che Amazon paghi 250mln di euro di imposte non versate al Granducato del Lussemburgo.

Secondo il rapporto del commissario per la Concorrenza Margrethe Vestager, tre quarti dei profitti del colosso dell’e-commerce in Europa non sarebbero stati tassati, cosa che somiglia al caso di Apple in Irlanda e su cui torneremo tra poco, ma la realtà dei fatti è ben diversa.

Il colosso dell’e-commerce p presente in Lussemburgo con una sua branch e come dalle parole in conferenza stampa della Vestager «Il Lussemburgo ha dato illegali benefici fiscali ad Amazon, permettendo alla società di evitare qualsiasi tassazione su tre quarti dei suoi profitti nell’Unione europea. In altre parole, ad Amazon è stato consentito di pagare ammontari fiscali quattro volte meno elevati di società locali soggette alle stesse regole nazionali. Abbiamo quindi assistito a illegittimi aiuti di Stato»

Il punto vero sta qui e nel regime fiscale “particolare” che il piccolo stato mitteleuropeo ha da sempre concesso alle grandi aziende perché vi trasferissero le loro sedi finanziarie. Il tax ruling fu stipulato nel 2003 tra l’azienda americana e l’allora governo Juncker per l’apertura della succursale Amazon sarl e prevedeva un’aliquota flat ben inferiore a quella stabilita per le aziende locali di circa il 30% (sì è più alta rispetto all’IRES italiana, per quanto sembri strano), cosa comune per tutte le grandi multinazionali che lì hanno portato i centri finanziari, da Apple con iTunes sarl, a Ferrero alle banche svizzere come UBS o Julius Baer.

Contrariamente al caso irlandese, dove l’aliquota per le aziende è uguale per tutti al 12.5% ed è da anni nel mirino dei “tassatori cortesi” europei che vorrebbero un’armonizzazione verso l’alto di tutte le imposte sulle aziende, qui si può ampiamente parlare di un sistema anti mercato, un beggar thy neighbor come viene comunemente definito, ma che è stato alla base della prosperità del Granducato da sempre e non è diverso da quanto fa la Svizzera, ad esempio.
Ma in questo caso chi è che avrebbe infranto la legge, cioè le norme sulla concorrenza stabilite dal Trattato, Amazon o il Lussemburgo?

Sembra una questione da poco ma è qui che si snoda tutta la faccenda e l’attacco frontale dell’Unione Europea alle aziende.

Amazon ha evaso le imposte?

No, ha pagato correttamente quanto a lei richiesto sulla base del tax ruling concordato con il governo che, per questo, è il vero distorsore della concorrenza e, come tale, dovrebbe essere sanzionato.

Ovvio che la posizione di Jean Claude Juncker come Presidente della Commissione è piuttosto scomoda, anche se fu lui – forse se n’è dimenticato – lo stesso a firmare gli accordi fiscali con Amazon ed è lui a presiedere il “grande accusatore” che vorrebbe che l’azienda versasse delle imposte che, a tutti gli effetti, non sarebbero dovute ai sensi di legge.

Detto questo sarebbe interessante vedere se lo stesso trattamento verrà applicato a tutte le aziende che avessero contrattato un tax ruling con il governo lussemburghese, negli scorsi anni, per impiantare la loro sede europea nel granducato.

Sarebbe interessante vedere le reazioni delle grandi banche, come la già nominata UBS (che, a dire il vero, ha già avuto una contestazione in patria per questa sua “delocalizzazione”) – se la commissione, come sarebbe corretto a livello di diritto, ampliasse l’intervento anche ad esse – o di altre aziende, come la Eugene Patri Sebastienne SA che, per chi non l’avesse mai sentita nominare, è la controllante del primo gruppo birraio al mondo, la Anheuser-Busch InBev, proprietaria di marchi come Beck’s e Budweiser.

Come si indicava poco sopra, infatti, le aziende presenti in Lussemburgo, come anche quelle in Irlanda del resto, hanno stabilito qui i loro centri finanziari per poter beneficiare di sistemi burocratici snelli e, soprattutto, di un regime fiscale assai favorevole che permetta di massimizzare i profitti al netto delle imposte a beneficio sia degli investimenti sia della remunerazione degli shareholders.

L’obiettivo della Commissione, come è palese che sia dopo gli ultimi eventi anche con il caso Apple, punta a un’armonizzazione della tassazione in tutto il continente per diminuire quella concorrenza fiscale interna che permette da una parte ai soggetti di scegliere lo Stato membro più conveniente, nel rapporto imposte/servizi, dove impiantare la propria sede e dall’altro a contenere le pretese vessatorie degli stati.

Non è un caso che sul banco degli imputati, ben prima di Apple o di Amazon, fosse finita l’Irlanda che è sotto un continuo attacco per il regime fiscale applicato alle imprese fin dalla crisi che il suo sistema economico subì negli scorsi anni che causò anni di “lacrime e sangue” per il risanamento dei conti ma che vide il governo fermo nel non voler toccare le aliquote per non inficiare gli investimenti che, alla fine, sono stati alla base della forte ripresa che vede l’isola britannica protagonista in questi ultimi anni.

La concorrenza fiscale interna all’UE, infatti, è un valore da mantenere, un vero e proprio asset competitivo che dovrebbe spingere gli Stati membri a diventare dei luoghi più favorevoli alla creazione di valore e di ricchezza, favorendone lo sviluppo e la crescita continua ma che, ovviamente, avrebbe come lato nascosto il depotenziamento delle élite burocratiche e politiche che governano il sistema. Da qui la guerra alle grandi aziende multinazionali, soprattutto quelle ad alto valore aggiunto come le tecnologiche, attraverso sanzioni campate per aria e ipotesi di nuovi balzelli, come la web tax, che possono benissimo essere considerati come degli elementi recessivi.

In conclusione, possiamo definire la sanzione annunciata ad Amazon, esattamente come quella rivolta verso Apple che l’Irlanda si rifiuta di far pagare, non solo inopportuna e dannosa, a livello di mercato, ma, senza paura di esagerare, addirittura illegittima poiché il Trattato non conferisce alcun potere agli organi comunitari sulle politiche fiscali interne. Vero è che, come sostiene il commissario Vestager, questo tax ruling possa essere considerato come un aiuto di stato proibito dal Trattato stesso, contrariamente al caso di Apple che, invece, ha usufruito di un sistema fiscale codificato e accessibile a chiunque, ma è il Lussemburgo ad aver infranto gli obblighi sanciti dalla norma europea ed è verso di esso che dovrebbe essere aperta una procedura di infrazione. Evidentemente, però, il Presidente Juncker non se la sente di condannare l’operato del proprio paese né, tanto più, gli accordi da lui stesso firmati.

Catarogna

Di Luca Proietti Scorsoni

Che dire della Catalogna: tanto, ma non tutto in maniera univoca.

Ad esempio potrei iniziare, per poi subito chiudere, prendendo a modello le parole di von Mises quando sosteneva che: “se, al limite, fosse possibile concedere a ogni singolo cittadino questo diritto di autodeterminazione, bisognerebbe farlo”. Quindi ne basta uno, ben sapendo che proprio nell’unità si cela l’essenza del liberalismo. Ma questa è la dottrina. Poi viene la pastorale. La quale vede sì una costituzione iberica posta in contrasto con qualunque istanza secessionista – anche se basterebbe citare Jefferson quando sosteneva come: “la mano dei morti non può di certo tracciare la strada dei vivi” per smantellare le più pervicaci prassi centraliste – ma soprattutto evidenzia una pretesa referendaria che calpesta addirittura il regolamento dello stesso parlamento catalano, il quale prevede che i due terzi dell’assise legislativa debba avvalorare la consultazione affinché questa possa svolgersi in maniera legale.
E invece nulla. Colpo di mano del governo e comunque vada sarà un successo.

A prescindere dalle minacce che alcuni indipendentisti hanno rivolto ai direttori dei giornali e alle inevitabile e consequenziali ondate di tensione e allarme sociale ancor prima che istituzionale. Perché poi bisogna aggiungere che la polizia di Madrid svolge il ruolo che le compete. Come del resto i nostri militari quando vennero spediti in Alto Adige a soffocare picchi di secessionismo e terrorismo ben assortito. Non solo. Ad una prima analisi, e perfino superficiale, del fenomeno catalano emergono tutte le incongruenze sia politiche che culturali e financo mediatiche con il nostro Paese.
Del resto basta vedere le immagini di una Barcellona ricolma di gente e di rivendicazioni radicalmente autonomiste – seppur magari provenienti da una porzione minoritaria della società – per ridimensionare drasticamente una certa prossemica nonché una ritualità più da operetta che da epica tipiche della Lega d’antan, quella per intendersi dei primi raduni di Pontida, dei milioni di padani pronti ad imbracciare una baionetta e delle cerimonie per rendere omaggio al dio Po.
Al tempo la sinistra gridava allo scandalo, se non allo sfaldamento immediato e ineluttabile dell’unità nazionale per poi tentare subito di blandire gli stessi leghisti con quella riforma del Titolo V della Costituzione che ancora oggi grida vendetta per le aberrazioni giuridiche in essa contenute, specie per quanto concerne la sovrapposizione di competenze tra i vari livelli statuali e per la sussidiarietà verticale e asimmetrica. Ma l’apice dell’incoerenza o, se si preferisce: dell’arabescato intellettuale, lo si ha ora con gli applausi progressisti, un tanto al chilo ideologico, a quelli che vengono considerati resistenti ed eorine giallorosse portatrici legittime di maggiore autonomia ma dimenticandosi (forse) che la libertà può essere pergiunta questa roba qui ma è anche qualcosa di molto più grande.