Categoria: Politica Nazionale

La CGIL si schiera con il criminale Nicolas Maduro

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

C’è un limite alla decenza quando si parla di Venezuela. Potete essere bianchi, rossi, neri o blu, ma nessuno può negare che in quell’angolo di Sud America c’è un regime dittatoriale che sta affamando un intero popolo, che per fuggire dalla fame e dalla brutalità del regime socialista di Maduro sta scappando come e dove può. I confini  pieni  di venezuelani ammassati che cercano di scappare sono la fotografia pregnante di cosa vuol dire socialismo reale, di quanto sia odiosa e schifosa un’ideologia che  è stata pensata scientificamente per ridurre i popoli alla fame.

Il mondo libero, dal Brasile di Bolsonaro all’Argentina di Macri, passando per Stati Uniti (grazie Donald) e Canada, ha condannato senza se e senza ma i soprusi bolivariani e ha appoggiato Guaidò, il capo dell’opposizione. L’Unione Europea non conta nulla, quindi l’opinione dei vari Tusk, Junker e Mogherini non conta nulla. L’Italia, con 2 milioni di italo-venezuelani che rischiano la fame o che sono già indigenti, dovrebbe prendere una posizione chiara e trasparente: via l’affamatore Maduro. Ma siccome nel governo ci sono anche i maleodoranti e chavisti 5 Stelle, che non hanno mai nascosto la loro simpatia per Maduro e compagni, è cosa molto difficile.

Poi ci sono i “compagni” della CGIL, un sindacato dei “lavoratori” che  conta più iscritti tra i pensionati che tra i lavoratori. Un residuato bellico del 1900, che andrebbe buttato nel pattume della storia e dimenticato. Ecco, sotto il comandante Landini questi ferrivecchi inutili si schierano a corpo morto a favore di Maduro. Io a questo punto auguro al cacicco Landini di prendere un biglietto di sola andata dritto dritto verso Caracas, dove potrà godere di tutti i confort che il socialismo reale può dare.

Mafia nigeriana: è il momento di parlarne

Di Gabriele Figà

«Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali»

Informativa dell’ambasciata nigeriana a Roma, 2011

“Il radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”

Direzione Investigativa Antimafia, 2016

 

Mafia nigeriana: forse è il momento di parlarne?

La stampa italiana ha un rapporto ambiguo con la mafia nigeriana. Essa è un’entità che striscia, che viene citata nei servizi giornalistici senza mai essere approfondita. Si insinua nei trafiletti di cronaca nera, appare per un attimo in un pezzo di giornale, per poi scomparire. L’opinione pubblica sta appena cominciando a farsi un’idea su questa perniciosa organizzazione criminale che, tuttavia, non è proprio nata ieri:

Le forze dell’ordine imparano a conoscere la mafia nigeriana già nel gennaio 2007, quando con l’operazione Viola vengono arrestati 66 presunti appartenenti a questa organizzazione per delinquere di stampo mafioso, tra i cui crimini si annoverano traffico di esseri umani e narcotraffico in diversi Paesi del globo .

Nel 2009 poi, due tribunali italiani emettono sentenze di condanna per associazione mafiosa contro bande nigeriane. Nella civilissima Brescia. “Si avvalevano della forza di intimidazione del vincolo associativo, nonché della condizione di assoggettamento e di omertà che si sostanziava nell’osservanza delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione di sanzioni anche corporali in caso di inosservanza, nella pretesa dagli affiliati del versamento obbligatorio e periodico di somme di denaro prestabilite per le finalità del gruppo locale e per le finalità della casa madre nigeriana”, scrive nel suo atto d’accusa il pm antimafia Paolo Savio, che nella sua inchiesta fa anche una scoperta raccapricciante: l’affiliazione alla famiglia mafiosa prevedeva un rito particolare: bere sangue umano, recitando formule magiche.

Ci ricapita tra i piedi questa strana mafia nigeriana nel 2010, sempre a nord, stavolta a Torino: 36 imputati condannati per associazione mafiosa.

E poi la incontriamo nuovo, a Palermo, quando il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia vengono accusati del reato di associazione mafiosa presunti membri di un’organizzazione criminale straniera.

Di casi ce ne sono altri, tanti, impossibile citarli tutti: li ritroviamo sparsi come briciole, piccole tracce semicancellate nella storia giudiziaria recente del nostro Paese.

L’ultimo caso di cronaca nera in cui si è evocata la mafia nigeriana ha fatto tristemente scalpore: è quello del brutale assassinio di Pamela Mastropietro, nel gennaio 2018.

Infine, di questa insolita mafia se n’è parlato pochi giorni fa, nel corso dell’operazione antimafia della Squadra Mobile di Torino, anche se sembra quasi passata in secondo piano, per cedere il posto all’alterco tra il Ministro Salvini e il Procuratore Spataro. Mentre il dibattito tra i due si infiamma, si ha quasi l’impressione che la mafia nigeriana sia un’organizzazione di second’ordine, qualcosa su cui non vale la pena che i media si soffermino a lungo.

Eppure, confrontandosi con rappresentanti delle istituzioni di sicurezza, ci si accorge che le forze dell’ordine in Italia sono preoccupate da quel cancro che è la mafia nigeriana, e la combattono non da ieri, non da un mese, bensì da qualche decennio.

Siamo onesti però e diciamolo subito: l’argomento della mafia nigeriana è ostico da affrontare. Già solamente prendere di petto il tema mafia nello Stivale in generale significa scoperchiare un vaso di Pandora, sollevare un velo di omertà.

E poi, il tema della mafia nigeriana solleva una questione ulteriore: esso si intreccia con le vicende migratorie, e così diventa ben comprensibile come questo sia un problema da trattare con le pinze per la politica. Meglio ancora, per alcuni, non trattarlo proprio. Impossibile non dire che i nigeriani in Italia sono i primi nelle richieste d’asilo: nel 2017 il 20%, nel 2016 il 22%. Eppure, nel 2017 l’asilo è stato concesso solo al 5% dei richiedenti, la protezione sussidiaria al 2%, il restante 93% si divide tra 20% di protezione umanitaria, ora ristretta dal Decreto Sicurezza, e un 73% di rifiutati/irreperibili. Parlare di mafia nigeriana quindi significa parlare, neanche troppo indirettamente di immigrazione illegale: è un canale attraverso cui i clan criminali reclutano numerose leve. È evidente che si va a sconfinare in questioni ideologiche che portano molti politici e buona parte dell’opinione pubblica a evitare l’argomento. Ma siamo sicuri che sia un bene non parlarne?

Non è che la criminalità organizzata nigeriana sia proprio roba da poco, eh. Certo, tra di loro si chiamano con soprannomi da ragazzetti che han letto troppi fumetti, tipo “Charlie Brown”, o “Dottor Prince”, e i vertici dell’organizzazione son detti “Capones”.  Robetta insomma, rispetto alla serietà della mafia nostrana . Dilettanti. I clan più potenti portano nomi tipo “Black Axe”, o “Vikings”, una roba a metà tra una serie di Netflix e il nickname di un tredicenne invasato che gioca a Call of Duty.

Eppure, le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e dei Servizi di informazione e sicurezza, quando puntano il dito sulla mafia nigeriana, non prendono la questione proprio alla leggera: al contrario, definiscono l’organizzazione come uno tra i più efficienti e pericolosi sistemi criminali a livello transnazionale (con cellule in Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Regno Unito, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile, Italia).

E non solo. Come i virus più difficili da eradicare, i clan mafiosi nigeriani presentano pure un’alta capacità adattativa a seconda dei contesti in cui si trovano a operare.

Va beh, dirà qualcuno, in fondo stiamo parlando di poveracci brutali e semianalfabeti: quanto potranno mai essere pericolosi?

Che dire… brutali lo sono sì, avvezzi all’uso del machete pure, ma bisogna aggiungere che per lo più si tratta individui con un elevato livello di istruzione, che conducono attività illecite in settori quali: il narcotraffico, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, la tratta di esseri umani, la prostituzione. Non proprio bassa manovalanza, insomma.

I proventi illeciti vengono generalmente trasferiti in Nigeria attraverso corrieri o canali di money-transfer e/o Hawala, ove vengono largamente utilizzati per finanziare altre attività illegali. Non mancano, tuttavia, casi di reimpiego degli utili sul territorio nazionale, prevalentemente in attività economiche (african-shop, phone center, internet point ecc.) funzionali alla copertura dei traffici di esseri umani e droghe.

 

Mafia nigeriana e mafia italiana: una bomba pronta a esplodere?

In Italia, la mafia nigeriana è radicata in Piemonte, Veneto e Campania, anche se negli ultimi anni ha esteso la propria presenza criminale in Marche, Abruzzo, Lazio, Sardegna e Sicilia: è quasi surreale leggere il Global Report on Trafficking in Persons 2014″ dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), che descrive come con l’operazione Cults, finirono in manette “membri di due gruppi (mafiosi nigeriani) che hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (periferia est, Tor Bella Monaca), affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.”

Uno si potrebbe chiedere: e le mafie nostrane che fanno? Mo’ questi immigrati vengono a rubare il lavoro pure a loro?

Per fortuna, a chiarire il rapporto tra mafie italiane e mafia nigeriana ci viene in aiuto l’Ufficio Studi del Senato della Repubblica Italiana, che ha redatto un esaustivo dossier sull’argomento. Leggiamo cosa scrive a proposito dei rapporti con Cosa nostra:

Gli inquirenti si sono posti una domanda: come è possibile che a Palermo un’organizzazione straniera gestisca un intero quartiere senza che i padrini, quelli che reggono gli storici mandamenti cittadini, abbiano nulla da ridire?

La spiegazione l’ha fornita il clan di Giovanni di Giacomo. Di Giacomo è un boss autorevole, un boss dal robusto curriculum criminale, ha esordito come nel gruppo di fuoco di Pippo Calò: oggi è detenuto all’ergastolo. Fuori dal carcere mantiene, però, ancora la sua influenza: al punto che riesce a far nominare il fratello Giuseppe reggente del clan di Porta Nuova. Un incarico che durerà poco, dato che il 12 marzo del 2014 Giuseppe di Giacomo verrà ucciso in pieno giorno nelle strade del quartiere Zisa. Aveva però già cominciato a muoversi da padrino, a dirigere il racket delle estorsioni, e a riferire ogni cosa al fratello detenuto, durante i colloqui intercettati in carcere. In uno di quei colloqui, Giovanni di Giacomo chiede informazioni su Ballarò, il quartiere storico nel centro della città. “Lì ci sono i turchi”, dice il fratello, e a Palermo da più di mezzo secolo quando qualcuno dice “i turchi”, si riferisce genericamente alle persone di colore. È per questo che Di Giacomo chiede delucidazioni: “Quali turchi?” “I nigeriani”, chiarisce il boss di Porta Nuova. “Ma sono rispettosi – aggiunge – mi vengono ad aspettare sotto casa per parlare, chiedere… e poi questi immagazzinano”. Una affermazione che, per gli inquirenti, spiega chiaramente come Cosa nostra a Palermo abbia dato il suo via libera alla presenza dei nigeriani di Black Axe sul territorio.

Quella spiegazione, “questi immagazzinano”, vuol dire praticamente che nei vicoli dimenticati di Ballarò i nigeriani “rispettosi” conservano enormi quantitativi di droga, con il beneplacito delle famiglie di Cosa nostra, ormai falcidiate dagli arresti e a corto di soldati fedeli per controllare ogni angolo della città. E così il ventre molle di Palermo è diventato oggi mandamento delle gang nigeriane, con tanto di benedizione degli eredi di Riina e Calò.

Sempre nel dossier del Centro Studi, leggiamo inoltre che il rapporto tra mafie non si risolve qui, ma anzi è in continua evoluzione. Secondo la DIA, appare assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti (per esempio nella vendita della droga), debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Viene infatti riportato esplicitamente in una relazione della Direzione Investigativa Antimafia (giugno 2017) che: “Gli altri gruppi di matrice etnica – si legge nel documento – operano tendenzialmente con il beneplacito delle mafie storiche, mentre in altre zone dimostrano una maggiore autonomia che sfocia in forme di collaborazione quasi alla pari”. Di conseguenza, la “tregua collaborativa” alla quale assistiamo ora in futuro verrà necessariamente scossa là dove i nigeriani si rafforzeranno o le cosche italiane indeboliranno.

 

Come combattere la mafia nigeriana?

Quando si affrontano le mafie, tutte le mafie, bisogna avere la consapevolezza che “la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste.”. Le mafie hanno paura di essere sbattute in prima pagina. Temono di essere inchiodate dall’opinione pubblica.

Le forze dell’ordine, la DIA, la Commissione antimafia, lottano già contro la mafia nigeriana da anni. La loro mano è forte, decisa. Quello che manca, dall’altra parte, è una decisa spinta della politica, che a lungo ha ignorato la questione per timore di sconfinare in un problema divisivo come quello dell’immigrazione illegale, che, come sottolinea il Generale Morabito del NATO Defense College, crea vulnus gravi alla sicurezza del Paese.

La politica, per cominciare dovrebbe agire proprio in sede alla Commissione antimafia, certificando che le mafie sono tante e in continua evoluzione: bisogna adattare le strategie. E poi dovrebbe parlarne.

La situazione attuale ci dice che la poca conoscenza della mafia nigeriana rispetto a altre mafie ha di fatto comportato un intervento inefficace da parte dello Stato, e ciò rischia di avere come effetto quello di sostituire una mafia con un’altra, invece di eradicarle tutte come dovrebbe essere.

Viva lo sviluppo, contro la decrescita felice

Di Mirko Giordani (da Il Giornale).

Ormai è chiaro a tutti che un conto è fare opposizione in piazza, un conto è prendere in mano le redini del paese.

Facile fare i no a tutto quando non si hanno responsabilità di governo. Facile aizzare i cittadini di Melendugno contro la TAP. Facile aizzare la Val Susa contro la TAV. Facile dire no alla pace fiscale.

Quando poi la realtà ti bussa alle porte, poiché nella stanza dei bottoni non c’è più l’avversario politico ma ci sei tu, allora lì sono guai.

Per anni hai fomentato i tuoi sostenitori raccontando palesi balle.

Hai detto che avresti stoppato infrastrutture dal valore miliardario e di interesse strategico per il sistema paese. Per anni hai riempito le piazze di slogan antisviluppisti ed antimoderni, soffiando sul fuoco dei gruppi NIMBY locali.

Ora, che ti sei reso conto che le imprese che fanno questi progetti non sono del tutto rimbambite, e che si sono assicurate contro il rischio di avere un partito politico che vuole mandare tutto a carte quarantotto, devi inventarti qualche sciocchezza che giustifichi il tuo dietrofront.

Barbara Lezzi, che fa i video su Facebook. Il buon Giuseppe Conte, che prova a parare il fondoschiena a Luigi Di Maio. E quest’ultimo, che si inventa di penali sul TAP inesistenti.

L’ideologia della decrescita felice, del “si stava meglio quando si stava peggio”, dell’odio verso le grandi infrastrutture strategiche, non può e non deve trovare casa nella settima potenza economica del mondo.

Comunque, grazie al Movimento. Grazie per averci permesso di consumare il prezioso e pulito gas dell’Azerbaijan.

Lettera di un forzista a Berlusconi

Di Luca Proietti Scorsoni

Caro Presidente,

cui prodest? Mi perdoni l’uso della citazione latina ma Lei è sicuro che la ripartenza di Forza Italia passi davvero per i congressi comunali e provinciali? Provo a tradurle il senso pratico di certi riti: tessere, accordi sotto banco e poco più. Tipo un tozzo di pane e qualche spilletta distribuita come le brioches di Maria Antonietta. D’accordo, si possono anche fare, non dico di no a prescindere, ma l’esempio deve partire dall’alto e qui, me lo lasci dire, Giovanni Toti ha ragione da vendere nel rivendicare congressi anche a livello regionale e nazionale.Il modello al quale relazionarsi deve sempre apparire il riferimento ideale altrimenti tutto il resto è fuffa e derivati. Ma, in generale, qui bisognerebbe andare oltre. Penso ad un confronto tra visioni ed idee differenti capace di mettere in luce orizzonti nuovi e prospettive inedite. Ma sopratutto c’è un disperato bisogno della sua lucida follia.

Forza Italia, al suo interno, ha vissuto un contrappasso niente male, ovvero: quello che era un partito liberale di massa, e quindi favorevole alla competizione e alla concorrenza, si è adagiato sugli allori grazie all’assistenzialismo elettorale. Vado diretto: Lei portava i voti e gli altri si dividevano le poltrone e le prebende senza attivarsi – idealmente e fattualmente – per rosicchiare un minimo di autonomia politica. Qui fanno ancora finta di non capire mentre Sorrentino ha spalmato il tutto per immagini, suoni e suggestioni su pellicola. Forza Italia deve inoculare qualche siero residuo dello spirito del ’94 e del 2008. Il che riporterebbe in auge l’irriverenza, l’eresia, la rivoluzione, l’immoderatismo e la facoltà di scagliarsi contro il politicamente corretto. Il Suo e nostro movimento deve ritornare a dissolvere l’ovvio, la consuetudine e il conformismo statocentrico.

Vede Presidente, a fronte di uno statalismo e di un capitalismo clientelare che sono le due facce di una stessa medaglia di cui il nostro Paese è ancora fortemente impregnato; a fronte di un welfare che deve essere riformato nel profondo, magari attingendo a piene mani dalla sussidiarietà e da quella filosofia sociale tipica del conservatorismo compassionevole elaborata in America dai neocon sin dagli anni ’50 – ’60; a fronte di una “gig economy” che qualche opportunità di produrre reddito, specie in periodi di magra, la fornisce; a fronte del problema dei salari bassi – del resto mangiare tocca mangiare – per cui hai voglia quanto si potrebbe fare in termini di taglio al cuneo fiscale e di defiscalizzazione legata alla produttività; insomma, a fronte di tutto ciò e di altro che non sto qui a dirLe per non tediarla ulteriormente, Le chiedo il favore di tornare quel che era e di portare nuovamente del caos vitale in Forza Italia.  Mi creda, anche nel 2018, possiamo essere ancora liberali, liberisti e libertari seppur adoperando nuovi linguaggi.
Cordialmente

Noi e Gerusalemme

Di Luca Proietti Scorsoni

Su Gerusalemme percepisco affine una posizione radicale e, in quanto tale, collocata tra il visionario e l’utopico. Una prospettiva radicale non solo in quanto parossistica per i canoni consunti usati dalla consueta analisi geopolitica ma anche in virtù del fatto che fu un tale Pannella, l’anticlericale ed eretico Giacinto, ad avere l’intuizione seguente: lo stato di Israele all’interno dell’Unione Europea.

I motivi, a pensarci, vagano tra il lapalissiano e il concettualmente pregnante. E, non di meno, in un’avventura avvincente. Qualche settimana fa riuscì a condensarli ottimamente un poeta uso, come vuole l’indole di quest’arte, ad accarezzare l’essenziale. Lo spirito europeo, e ancor prima occidentale, si riflette nel nome delle seguenti città: Atene, Roma e Gerusalemme. La prima consentì di scoprire l’individuo, la seconda contribuì a creare il cittadino mentre la terza permise di rivelare la persona. Semplicemente.

Unaassidua frequentazione dell’ordinario mi suggerisce di essere alquanto pessimista su tale ipotesi. L’unica che avrebbe un senso non solo politico ma finanche culturale. Oltreché legato alle origini. Le nostre.

Come parla alla “ggente” Berlusconi mai

Di Alessio Postiglione

Loro sono l’impero alla fine della decadenza. Lui il piccolo mondo antico. Loro la molle borghesia delle terrazze romane. Lui la ligia laboriosità meneghina dei “tiempe belle ‘e na vota”. Berlusconi, nella sua intervista da Costanzo, è stato ancora una volta magistrale: il maestro della narrazione e della mitopoiesi. Intimistica, frugale, strapaesana. Nella quale possa identificarsi il Paese reale. E non fa nulla che il cantore di questa epica familistica e rurale sia un tycoon borghese di Milano. La forza del simbolo – da sum balein, unire -, è unire i diversi, la coincidentia oppositorum. Dall’epos all’ethos.

Il fulcro di questa vision è di uno dei passaggi più canzonati dell’intellighenzia, che ancora una volta dimostra di non capire nulla. Allorquando Costanzo gli ha chiesto: “ti manca papà?”. E il Cavaliere, lirico e melodrammatico, ha raccontato dei genitori, delle ceneri raccolte in una urna, attorno alla quale egli ha costruito un altarino con immagini e ricordi, che bacia devotamente ogni giorno. Come nella più umile stamberga del Mezzogiorno magico di De Martino. Dove il Cristianesimo va a braccetto con l’antico culto dei penati. Ma in quale casa semplice, il pensiero non va ai genitori, d’altronde? Anche perché tale sacello dei Lari è subito iscritto nella cornice di un solido cristianesimo di campagna, con il prete che officia ogni domenica la messa per Berlusconi e i suoi cari. Così si scongiura il rischio paganesimo, come nella Napoli del ‘600, quando la Chiesa doveva ancora mediare con il culto delle anime pezzentelle da parte della plebe meridionale.
L’Italia, d’altronde, è il Paese di “Mamma, solo per te la mia canzone vola”, non di “Sympathy for the Devil”.

Mentre i fessi lo perculano, Berlusconi, sulle ceneri dei genitori, è stato fenomenale. Famiglia, Chiesa, amore filiale, strapaese concreto ed emozionale, in cui tanta Italia profonda possa riconoscersi. Perché alla sinistra urbana e decadente dei vernissage promiscui, del poliamore, delle identità liquide, Berlusconi contrappone un piccolo mondo antico e solido.
Con il paradosso – ed è il vero capolavoro di Berlusconi! -, che, mentre la sinistra predica valori liberali e libertini, ma essendo moralista, li pratica poco, oppure li occulta perché la sua anima pauperista le impone di ostentare la berlingueriana “superiorità morale”, il Cavaliere, fra cene eleganti e lettoni di Putin, pratica i piaceri della carne. Eppure, riesce a farsi portavoce dei valori cristiani e della moralità.
Alla sinistra della sodoma pasoliniana, estetizzante e decadente, Berlusconi ha contrapposto un gustoso mondo sporcaccione ispirato all’estetica dei film di Alvaro Vitali, pruderie bocaccesca nella quale, ancora una volta, il popolo possa identificarsi. Senza sensi di colpa, ma ebbri del gusto del peccato, perché – da vero cattolico romano -, lui pecca ma ritorna alla Chiesa; furoreggia con le olgettine per poi ripiegare al focolare in cui Francesca Pascale sveste i panni della soubrette sensuale per vestire quelli di una mater dolorosa e pia.

Berlusconi non è l’uomo che ha distrutto la famiglia che aveva con Veronica Lario. È l’uomo che la rilancia. Perché ne ha ricostruito un’altra, affermando il primato della famiglia oltre le difficoltà della mondanità. Mentre la sinistra vuole andare oltre la famiglia tradizionale, senza praticare i vizi della carne, Berlusconi indulge nei vizi, si pente, e reitera la sua adesione alla tradizione. Delitto e castigo. E redenzione. È in questo storytelling – tradizionale e cattolico, perché “umano, troppo umano”, Berlusconi è peccatore come tutti noi -, che risiede la sua potentissima macchina ideologica. Capace realmente di creare un senso di identificazione con la pancia del Paese, pure se le sue condizioni materiali attestano la sua appartenenza al vertice della piramide sociale.

La differenza con la sinistra è qua. La sinistra è sociologicamente base che teorizza un’intellettualistica cultura d’élites, nella quale il paese reale non si riconosce. Berlusconi è il vertice della piramide sociale, ma rappresenta ideologicamente una cultura popolare nella quale l’Italia si identifica. Chiesa e pruderie. Moglie/madre di famiglia, e amanti licenziose. Perché nel cattolicesimo berlusconiano c’è peccato e redenzione, non come nella sinistra calvinista che nulla ti perdona. Conservatorismo compassionevole e capitalismo dal volto umano Vs etica protestante del capitalismo da sinistra liberista.
Berlusconi è valori, famiglia, tradizione, sentimenti spontanei che la sinistra cocciutamente taccia di ideologia. Resistere al suo ritorno politico non sarà facile per i suoi avversari.

“Referendum” – The day after

Di Luca Proietti Scorsoni

Dicono che l’Emilia otterrà ugualmente gli stessi risultati nonostante la sua conclamata parsimonia elettorale e finanziaria. Il che potrebbe anche essere vero, non dico di no, anzi: non lo so proprio. Fermo restando che appare difficile scorgere una certa risolutezza nell’agire tra le righe di un semplice proclama d’intenti.

Qualcuno addirittura ha sfruttato il caso emiliano per adombrare dei seri dubbi sulla democrazia rappresentativa nel lombardo-veneto. Ma, insomma.

Se ha un senso quel binomio tra libertà e partecipazione di gaberiana memoria, seppure declinata su di un piano referendario e, diciamolo, pienamente liberale, allora il suffragio per la scelta di una maggiore autonomia gestionale delle due regioni del Nord è stato di per se un paradigma di impegno corale oltre che un esempio plastico  di vocazione comunitaria. Perché poi c’è anche questo da dire: la volontà popolare di intervenire nei processi in atto – o in molti casi meglio dire: “ancora inattivi” – e finanche nel modellare un po’ di sana dinamica politica esiste, altroché, magari si dipana lungo percorsi carsici, ma la linfa che la anima periodicamente torna in auge.

Solo che questa vede restringersi gradualmente e sensibilmente le occasioni di essere chiamata alle urne. Senza considerare che lo stesso referendum, vuoi per un suo abuso temporale perpetrato dagli stessi padri radicali e/o vuoi per i sistematici tradimenti fattuali nei confronti dei propri esiti finali, nel corso degli anni è stato fortemente depotenziato in termini di incisività.

Però, ecco: chiusa tale digressione bisogna riconoscere che un punto a favore – un timido passo, un leggerissimo cenno: fate voi – ad un’Italia realmente federalista è stato indubbiamente messo a segno. Il che non sarà il raggiungimento dell’idealtipo dello Stato tanto agognato dai D’Azeglio e dai Balbo, eppure qualcosa, ripeto, pare muoversi. E sì: ho parlato d’Italia visto che non mi abbandona di certo la convinzione per la quale un federalismo degno di tale nome – ma possiamo pure ribattezzarlo al pari di una “devoluzione”, considerando lo sviluppo induttivo che si andrebbe ad innescare dal punto di vista istituzionale – può avere effetti medicamentosi in ogni anfratto dello Stivale.

Il tutto purché la perequazione non si tramuti in uno strumento perenne di mera redistribuzione, come avviene tutt’ora, proprio mentre sto scrivendo. Un decentramento il più possibile competitivo e meno cooperativo, ovvero che ricalchi la logica di funzionamento del libero mercato, è quanto di meglio si possa sperare per il nostro futuro assetto statuale. Che poi, a latere, una certa visione leghista questo 22 ottobre si sia riscattata dopo un discreto periodo di appannamento –  e nella speranza che non sia il classico colpo di coda che preannuncia la fine – a svantaggio di un neocentralismo voglioso di diluire l’identità “padana” lungo la catena appenninica, ebbene, questo non può che farmi un immenso piacere.