Categoria: Politica Internazionale

I conservatori inglesi caccino Theresa May

 Di Mirko Giordani

È raffica di dimissioni nel Cabinet della sfortunata Theresa May. Quattro ministri se ne sono andati e vanno a rafforzare l’ala della hard brexit capeggiata da Rees-Moog, eccentrico conservatore cattolico, e da Johnson, l’altrettanto eccentrico ex Sindaco di Londra.

Se non siamo alla fine politica di Theresa May, diciamo che poco ci manca. La Primo Ministro Inglese si è trovata a gestire la fase politica piú importante e delicata della storia postbellica del Regno Unito, e diciamo che non ha dimostrato ne il decisionismo ne il carisma di Winston Churchill o di Maggie Thatcher. Ci sono momenti in politica in cui bisogna prendere una decisione, non si può stare in mezzo al guado. Le questioni di “money” sono semplici da risolvere: la moneta è neutra e alla fine l’accordo si trova. Invece per le questioni squisitamente politiche serve coraggio e decisione, perchè tertium non datur.

I conservatori inglesi devono risolvere una questione affannosa, che è tutta politica: o guardano verso l’Europa, e ne discendono tutte le tecnicalità sugli accordi commerciali, oppure guardano al mondo, anche in questo caso discendono tutte le tecnicalità del caso. La May è rimasta in mezzo al guado, a parare a destra e a manca. Il porto di Londra ha visto due secoli la nascita della “Global Britain”: è ora che una nuova leadership conservatrice riprenda in mano quell’ideale e decida la strada da percorrere.

Midterm: un pareggio che suona come una vittoria per Trump

Di Andrea Asole.

Quasi sicuramente, da ieri mattina in molti avranno letto che i democratici hanno vinto le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. A conti fatti invece si tratta di un pareggio, pareggio che per tutta una serie di ragioni sa di vittoria per Donald Trump. Quali?

Tanto per iniziare, non c’è stata l’onda blu, i democratici vincono la Camera ma hanno una maggioranza di meno di 30 seggi: considerato che negli USA la fedeltà al partito manco sanno cosa sia, è tutto da vedersi se ci sarà una paralisi. I democratici hanno riconquistato alcuni distretti che due anni fa vinse Trump, era fisiologico che accadesse, tuttavia in alcune zone storicamente favorevoli loro i dem hanno invece faticato: si pensi al Connecticut, dove hanno vinto tutti i distretti ma han faticato in uno di essi e dove hanno faticato anche per il Governatore. Non è insomma una disfatta, e Donaldone ha un motivo in più per festeggiare: Nancy Pelosi tornerà speaker.

C’è poi un importante dato storico: quanti sono i precedenti in cui il partito del presidente in carica guadagna seggi al Senato in una midterm? Pochi, pochissimi, e Donald Trump rientra fra questi pochissimi. Inoltre, alcuni senatori repubblicani entranti sono molto più vicini al trumpismo di alcuni repubblicani uscenti. Allontanata la già remotissima possibilità di impeachment, chissà il signor Mueller come l’ha presa.

Per mascherare la “non vittoria” (quella dei democratici non può essere definita sconfitta), il circo mediatico americano sta ponendo l’accento su alcuni candidati democratici che hanno vinto e in particolare la ragazza di 29 anni che ha vinto in un distretto (ultrablindato) di New York come il prototipo della candidata ideale da contrapporre a Trump: si stanno mettendo in testa che radicalizzarsi è la chiave per battere The Donald. Diciamo che noi dall’Italia potremmo raccontar loro come finisce di solito in questi casi.

Infine, i democratici speravano in un qualche miracolo che li facesse vincere anche al Senato, in modo da poter quanto meno arrivare a votare l’impeachment (che non sarebbe passato lo stesso: serve la maggioranza dei 2/3, però sai il fastidio?). Adesso invece si ritroveranno a sperare che Ruth Ginsburg viva a lungo e non si sia stufata di tutto. Se la Ginsburg (ci) lasciasse, a Trump spetterebbe un’altra nomina per la Corte Suprema, e potrebbe significare una SCOTUS conservatrice per i prossimi 15-20 anni con tutto ciò che ne consegue. Chissà perché i commentatori fingono di non ponderare questa eventualità.

Se ciò non bastasse, tenete a mente che Clinton e Obama nel midterm hanno preso mazzate e perso (uno nel 1994, l’altro nel 2014) il controllo di tutte e due le camere con una emorragia di seggi. Trump ha invece piazzato tutti i candidati che ha pubblicamente endorsato. Mica male per uno sconfitto, no?

“La vera tecnocrazia è quella che sta dalla parte dei cittadini”: intervista a Parag Khanna

Di Mirko Giordani (da Il Giornale  )

Parag Khanna e’ un viaggiatore globale, non vorrebbe mai fare politica attiva ma è uno dei maggiori esperti mondiali di globalizzazione. Non ama molto i cosiddetti populisti, e su questo ho provato ad incalzarlo. Ama la Svizzera e Singapore ed è profondamente convinto che in Italia non vi sia mai stato un vero e proprio governo tecnocratico. Sulla Brexit è sull’altra barricata rispetto a Farage e Johnson e, quando gli ho chiesto di indossare per un minuto i panni del leader politico ed immaginarsi in un villaggio inglese a fare campagna per il remain, si è divertito e ha dato la sua ricetta.

M: Non so se hai seguito gli ultimi accadimenti in Italia, ma sembra che la politica stia tornando sul terreno di gioco ed il concetto di nazione è tornato a farsi sentire. So che tu pensi che i futuri centri politici mondiali saranno le città globali. Pensi che con l’ondata del cosiddetto populismo le nazioni stiano tornando sulla scena oppure è l’ultima fiammata?

P: Stiamo parlando di tre cose nello stesso momento, quindi è importante affrontarle singolarmente, anche se sono profondamente interconnesse. La prima è la tecnocrazia contro la democrazia, la seconda è città contro nazioni e la terza è il concetto di nazione contro il villaggio globale. Queste sono tre cose differenti, e dobbiamo essere molto chiari nell’affrontarle una per volta. La prima di cui tu hai parlato è la tecnocrazia contro il populismo, ma bisogna dire che in Italia nessuna vera tecnocrazia ha mai vinto e governato il paese. La mia definizione di tecnocrazia è diversa, ed è molto più vicina ai bisogni di welfare dei cittadini. In Italia secondo me non sta avvenendo un conflitto tra tecnocrazia e populismo, ma possiamo dire che l’Italia è un esempio di fallimento della tecnocrazia. Non avete mai avuto dei veri e seri tecnocrati in Italia, e se l’Italia avesse permesso ai tecnocrati di prendere decisioni strategiche sul lungo periodo, il vostro paese si troverebbe in una situazione migliore. Mario Monti non è assolutamente un esempio da prendere. Il secondo punto è che i governi populisti falliscono, e secondo me anche questo governo in Italia fallirà. Comunque meglio sbagliare ed imparare dagli errori. Ora passiamo al concetto di città contro Stato. Il movimento d’indipendenza del Veneto, ad esempio, ha usato i miei lavori e le mappe da me elaborate per svolgere la loro campagna politica. Per questo il concetto di governo locale e di nazione sono sostanzialmente la stessa cosa.

M: Io ti parlo per esperienza personale, ho vissuto a Tel Aviv, ora vivo a Londra. Quando pensi all’High Tech israeliano non pensi direttamente a tutto lo stato, ma pensi alla conurbazione di Tel Aviv.

P: Non è corretto, perché nessuno di questi centri esisterebbe senza il contributo in capitale umano dell’esercito israeliano. Questo è un esempio di come lo stato nazione e le città non siano in competizione. Quando il Regno Unito ha votato per la Brexit e Londra contro, la nazione è andata contro gli interessi della sua città principale e questo è un esempio di scarsa coordinazione. Quando città e nazione non sono in armonia, è un fattore molto negativo per il benessere comune.

M: Le cose non sono semplici quindi. Secondo te non ha senso parlare di città contro stato o popolo contro élite, perché il mondo è troppo complesso per queste semplificazioni. Ovviamente immagino che sia molto difficile far passare questo discorso in una campagna elettorale, dove c’è bisogno di messaggi semplici e precisi. Mi piacerebbe tornare al tuo libro. Tu credi che un governo ​perfetto consisterebbe in un mix tra Singapore e Svizzera, la perfetta tecnocrazia e la perfetta democrazia. Uno stato cosi non sarebbe considerato troppo paternalista?

P: Non potrebbe essere considerato paternalista, perché c’è perfetta democrazia. Entrambi i sistemi, sia quello di Singapore che quello della Svizzera sono democratici. Quello che voglio dire è che c’è bisogno di un forte “civil service” che faccia da bilanciamento alle esigenze contraddittorie dei cittadini. Se hai ad esempio il 48% delle persone contro Brexit ed il 52% a favore, non vuol dire che la corretta risposta è Brexit. Hai bisogno di ulteriori consultazioni e negoziazioni.

M: E qui inizia la mia provocazione. Se tu dicessi questa cosa nel Regno Unito, dove Boris Johnson e Nigel Farage dicono che “Brexit means Brexit” in quanto i cittadini hanno votato e si sono espressi. Come risponderesti a Boris Johnson e Nigel Farage?

P: Il tuo punto è eccellente. Anche se Nigel Farage e Boris Johnson dicono che Brexit means Brexit, non sanno come portarla avanti. Nel Regno Unito, l’unico che saprebbe portare avanti la Brexit sarebbe Oliver Robins, il civil servant che dirige la Divisione Europea del civil service inglese. È lui che porta avanti le negoziazioni per portare a termine Brexit, non Boris Johnson o Nigel Farage. Il Financial Times ha descritto Robins come l’uomo che può distruggere o portarla a termine. Questo perché i politici eletti hanno preso delle decisioni e poi se ne sono completamente disinteressati. Non hanno autorità per implementare nuove decisioni, ed ora tocca ad un oscuro civil servant non eletto implementarle. Questa è una perfetta cartina tornasole del mio argomento.

M: Come spiegheresti questi concetti alle persone che hanno votato Brexit. Immagina di abbandonare i panni accademici e tecnocratici ed immagina di essere in una campagna elettorale tra la gente, come convinceresti un cittadino inglese a votare no alla Brexit?

P: Anche se fare politica non è il mio sogno, ho sempre pensato a cosa potrei dire durante una campagna elettorale. Innanzitutto, direi alle persone che fanno bene ad essere arrabbiate con la loro classe dirigente, che ha permesso lo sviluppo di grandi diseguaglianze e non ha portato una politica fiscale appropriata. Poi però direi loro che la colpa non è né di Bruxelles né della globalizzazione, ma che la colpa è dei politici a casa loro. Il Regno Unito è la quinta economia maggiormente integrata nei commerci internazionali, quindi la globalizzazione ha portato ricchezza nel Regno Unito. Gli interessi di Londra e gli interessi del paese dovrebbero essere maggiormente allineati. La City of London deve capire che la sua ricchezza dipende dalle varie contee inglesi ma anche le contee inglesi devono capire che dipendono dalla ricchezza di Londra. Direi poi che l’Europa è il principale investitore nel Regno Unito, e che l’Europa è il principale mercato per il Regno Unito e che quindi dipendono l’uno dall’altro. alla fine direi loro che le loro pretese per una migliore governance sono sacrosante ma che la risposta non è la Brexit.

Un nuovo Medioriente

Di Francesco Cirillo

La sconfitta militare dell’Isis non esclude una sua possibile rinascita, ma lo scacchiere mediorientale è definitivamente mutato con due principali schieramenti: uno sciita sotto la tutela di Teheran, rappresentato dall’Asse Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut, ed uno sunnita a guida Saudita. Quest’ultimo raccoglie anche gli interessi Israeliani circa la possibilità di proteggere il paese dalle continue minacce rappresentate dall’influenza iraniana e dai pasdaran dislocati in Siria.

L’ Asse Sciita: Solido ma con tensioni al suo interno

Denominato “Asse della Resistenza”, esso rappresenta la principale alleanza politico-militare sciita del nuovo Medio Oriente post-Isis. Sotto l’ala protettiva dell’Iran, che si prefigge l’obiettivo di esportare il modello di governo iraniano dell’Islam sciita duodecimano, mette sotto le insegne di questa alleanza, per convenienza politica, la Siria degli Assad, il governo sciita dell’Iraq e le milizie libanesi di Hezbollah, vero potere parastatale del Libano di Saad Hariri.
Ma l’agenda estera di Teheran non guarda solamente al suo intervento in Siria, ma appoggia, direttamente o indirettamente, gruppi armati filo-Teheran in Bahrein, nelle regioni orientali dell’Arabia Saudita e Hezbollah in Libano. Inoltre l’Iran supporta contemporaneamente le milizie Houthi in Yemen che combattono contro le forze della coalizione a guida saudita dal marzo del 2015. Ma questo ruolo di guida che l’Iran si è faticosamente guadagnato non lo esenta da critiche che arrivano anche dai suoi stessi alleati sciiti. Il principale attrito è la visione teocratica duodecimana che è parte integrante del sistema politico iraniano, ma che trova scettici tra i suoi stessi alleati politici della regione. Il clero sciita di Najaf respinge la dottrina revisionista iraniana, respinta anche dalle milizie di Hezbollah, visto che Hariri deve districarsi nel complesso sistema libanese per conservare anche l’appoggio dei sunniti libanesi, avversi all’influenza iraniana. Recentemente anche l’opinione pubblica di Teheran vede questo interventismo estero come un macigno che sta dilaniando le risorse statali della Repubblica Islamica, rendendo difficile una ripresa economica del paese. Per ora l’Iran ha deciso di archiviare la sua missione di esportare il modello iraniano, scelta difficile ma fondamentale per preservare l’unità dell’Alleanza sciita.

L’ Asse Sunnita: In pezzi già prima di costruirsi?

Se l’Asse della resistenza vuole rivoluzionare gli equilibri mediorientali, quello sunno-arabo, guidato dai Sauditi (supportato sottobanco da Tel Aviv), composto dal Regno saudita, dalla Giordania, dall’Egitto e da alcune monarchie del Golfo (escluso l’Oman), ha il compito di garantire la restaurazione dello status quo pre-2014 e di limitare l’espansionismo iraniano nella regione; con il sogno proibito di attuare un “change regime” a Teheran. Per limitare ed eliminare la rete diplomatica iraniana nello scacchiere mediorientale, molti paesi arabi stanno valutando di sacrificare sull’altare dello status quo la questione palestinese, per obbligare la sua classe dirigente ad accettare le proposte di pace provenienti sia dagli USA sia da Israele. Ma per alcuni analisti questo asse a guida saudita sembra essersi già sciolto, già prima di consolidarsi.
Dal giugno del 2017 Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, e Bahrein hanno interrotto qualsiasi relazione diplomatica con il Qatar, accusato di supportare Teheran e diversi gruppi terroristici di matrice islamica e gli stessi Fratelli Musulmani banditi dall’Egitto e repressi dai Sauditi. Per Washington questa azione ha determinato imbarazzo tra le file dell’establishment diplomatico statunitense.
Gli USA hanno nell’emirato di Doha la principale base militare del Medio Oriente. Per molti l’isolamento del Qatar, che non ha prodotto prove alle accuse lanciate da Riyad, rappresenta un complotto organizzato dal Principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman e dagli Emirati Arabi Uniti. Le tensioni sono anche interne all’Asse Sunnita. La dinastia Hashemita della Giordania ha un’avversione storica verso la dinastia saudita , aumentata di recente per la “non” presa di posizione nei confronti degli USA e sulla sua decisione di spostare l’Ambasciata americana a Gerusalemme.

La visione iraniana del Medio Oriente

Per Teheran il Medio Oriente rappresenta il principale scacchiere geopolitico in cui si concentra la sua agenda internazionale.
Il principale obiettivo degli Iraniani è contenere una penetrazione occidentale nei suoi affari interni ed estromettere l’influenza saudita dalla regione. Il dilemma di questa visione è legata alla tenuta economica del paese. Altro fardello per Teheran sono le risorse sia economiche sia militari che può schierare in breve tempo.
D’altro canto, la sua proiezione di potenza resta limitata visto che la sua spesa militare è inferiore rispetto ai suoi vicini del golfo persico, ed evita oltretutto di alzare la tensione nella regione, ​coordinando una azione diplomatica sufficientemente attenta per portare al compimento i suoi target nella regione. I vertici militari di Teheran sono consapevoli di ciò ma devono far fronte alla velocità con cui Hezbollah si sta rendendo indipendente rispetto a prima nei confronti degli Iraniani, che sin dalla sua costituzione è stato supportato, con consiglieri militari ed armi, dalla stessa Repubblica Islamica. La sfida principale per l’Iran, però, è la guerra civile yemenita. In Yemen si stanno scontrando gli interessi iraniani di supportare i ribelli Houthi con quelli di Riyad, che non è disposta che lo Yemen diventi un fantoccio filo-Teheran. La guerra civile in Yemen è il principale campo di battaglia della Proxy War, che si sta sviluppando nello scacchiere mediorientale tra Teheran e Riyad, in cui le due potenze regionali ambiscono ad assumere il ruolo di potenza egemone del Medio Oriente. Ma l’Iran ha legato le sue sorti alla guerra in Siria, dove le sue milizie, coordinate da consiglieri militari di Teheran, e i pasdaran combattono al fianco delle truppe di Assad. All’ inizio del conflitto siriano nel paese degli Assad erano presenti alti ufficiali militari e dell’intelligence e forze speciali della Brigata Al Quds. Mentre il conflitto si protraeva gli Iraniani hanno riorganizzato in toto la loro presenza militare nel paese. In seguito, una brigata aviotrasportata iraniana è stata dislocata a Damasco e i volontari provenienti dall’Iran, ex membri della Guardia Rivoluzionaria, sono stati inseriti nelle brigate dei Basij e delle IRGC (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) Fatehin e Saberin. Teheran ha coordinato l’arrivo del battaglione indo-pachistano Zaynabiyun e di quello afghano denominato Fatemiyun, rinforzati con combattenti volontari iraniani. Ma la visione strategica iraniana, in futuro, si scontrerà con quella russa che ha una diversa visione per quanto riguarda la gestione diplomatica e politico – militare dello scacchiere mediorientale.

L’America è tornata grande!

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Mentre in Italia perdiamo tempo a chiacchierare con il gioco delle tre carte di Di Maio, dall’altra parte dell’oceano succede qualcosa di straordinario. L’America torna al top delle nazioni competitive, persino davanti a paesi come Singapore, la Germania o la Svizzera. Gli Stati Uniti tornano ad essere primi in classifica dopo 10 anni, mentre l’Italia è ferma al 31esimo posto. Ecco forse invece di perdere tempo dietro i deliri del buon Luigi, bisognerebbe focalizzarsi su questi numeri impietosi.

Questa notizia e’ solo la punta dell’iceberg di una nazione, gli Stati Uniti d’America, che sta tornando prepotentemente a riprendersi il ruolo che le spetta: la leadership industriale, economica e commerciale del mondo. E tutto questo sotto un presidente; Donald J. Trump. Tutti gli intello’ liberal lo disegnavano come un pericoloso autarchico, fautore di un’America chiusa, debole ed impaurita. Come al solito, il salotto si sbagliava. Trump ha aperto a trattati di libero scambio con il Regno Unito, che si accinge a lasciare l’Europa. Reuters annuncia che l’amministrazione Trump sta studiando un pacchetto reaganiano per rimuovere le troppe “regulations” governative che impediscono un ulteriore poderoso sviluppo economico degli Stati Uniti.

Il gigante americano sta ripartendo, e l’Italia ha l’occasione di essere il miglior alleato per gli Stati Uniti. Tra Berlino e Washington, fossi in Giuseppe Conte prenderei l’aereo che va verso ovest.

La “Manovra del Popolo” vista dalla City of London, chiacchierata con Raffaella Tenconi, economista

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Gli spiriti della politica sono sempre al centro di questo blog, senza mai strizzare l’occhio a moderatismi di ogni sorta: si è sempre molto diretti e concisi. Oggi però arriva il momento di fermarsi a pensare e ragionare a mente fredda, sine ira et studio, sul DEF appena approvato. Ne ho parlato con Raffaella Tenconi, economista di base a Londra e CEO di ADA Economics. Un piccolo viaggio nella mente dei mercati e delle istituzioni finanziarie che, lontane dall’essere luoghi metafisici, sono in realtà fatti di uomini in carne ed ossa che investono e scommettono sulla solidità o meno dei paesi sovrani.

Mentre la vulgata comune ci dice che i mercati sono nel panico più assoluto, Raffaella ci da un quadro meno catastrofico e più razionale.

Ecco qua la nostra chiacchierata.

M: Dal mio punto di vista questa manovra ha riportato la politica al primo posto, facendo retrocedere i concetti di finanza e tecnocrazia. Chi la sta intervistando ha idee liberal conservatrici e di centrodestra. Secondo lei invece agli operatori finanziari ed agli investitori importa di questo ritorno della politica?

R: Il ritorno della politica è sicuramente importante, ed i mercati finanziari non sono particolarmente bravi a prezzare il rischio politico ne tanto meno l’impatto delle politiche pubbliche, perché di solito la capacità dei paesi di crescere si vede nel lungo periodo. Il rischio politico viene visto come fattore di incertezza.

Sicuramente l’aumento del disavanzo del deficit ha preso una parte del mercato in contropiede, ma neanche tanto perché se guarda da qui a dieci anni tra 3,1 e 3,3 non c’è troppa differenza. D’altra parte in primis viviamo in un mondo in cui c’è ancora il QE e poi non è una sorpresa che il disavanzo sia aumentato: è vero che rispetto allo 0,8% che era stato negoziato prima sembra un enorme aumento, però francamente non era credibile che si andasse allo 0,8% ne con questo governo ne con un altro. Il gioco era tra 1,7, 1,6 e 2,4. Il movimento a 2,4% è stato molto rapido ma non è sorprendente. Noi abbiamo dei modelli che facciamo per tutti i paesi che seguiamo e le dico tranquillamente che è da un anno che sull’Italia abbiamo 2,5% nelle previsioni. Noi vediamo la situazione nel mercato obbligazionario un po’ incerta però assolutamente non allarmante, mentre siamo molto preoccupati per quanto riguarda il mercato azionario.

M: I mercati sono spaventati, ma neanche troppo quindi. Volevo passare alla seconda domanda che è più politica e meno tecnica. Sembra che Di Maio abbia festeggiato alla grande, mentre Salvini ha un elettorato fatto di piccoli e medi imprenditori a cui presumibilmente non piace questa manovra. Lei come vede questa situazione?

R: E’ chiaro che i 5 Stelle hanno un elettorato molto forte nel centro sud, dove la promessa del reddito di cittadinanza era particolarmente importante. Credo che sicuramente il piccolo imprenditore sia un po’ intimorito dal reddito di cittadinanza, e non è sicuramente la mia misura preferita. Devo dire però che il reddito di cittadinanza ha un effetto moltiplicatore sulla spesa. Anche se il reddito di cittadinanza di cui parlavano i 5 Stelle qualche anno fa era una cosa, quello di ora è tutraffaella_2t’altra cosa. E’ di fatto un “unemployement benefit”o “minimun income” che in Italia non c’era. Non è una cosa dove posso prendermi 800 euro al mese e non fare nulla. E’ una misura che però si poteva concentrare su altre categorie, ed io personalmente l’avrei concentrata sulle famiglia e su politiche per la natalità, le cosiddette “maternity policies”.

In questo momento l’Italia ha possibilità di agire, perché ha dei dati strutturali e congiunturali sia interni che internazionali che rendono il paese più competitivo rispetto agli anni passati. C’è stato un aggiustamento dei bilanci ed un aumento della produttività che mancava prima. Da qui a dire che l’aggiustamento della crescita è sufficiente per essere sostenibile ce ne passa, però misure come la semplificazione del sistema fiscale possono dare una grande mano.

M: La commissione non ha reagito molto bene al DEF (ndr, l’intervista è stata effettuata prima della bocciatura) però io mi chiedo: questo è un momento in cui la commissione è politicamente molto debole, un momento in cui i populismi in Europa la stanno facendo da padroni, un momento in cui alle prossime europee i partiti populisti faranno il botto. La commissione dovrebbe essere più accondiscendente, oppure dovrebbe essere dura?

R: Secondo me dovrebbe essere più accondiscendente, perché ad essere duri in realtà aumenta solo la frizione tra i vari paesi. Il problema è che il malessere dell’elettorato europeo è un qualcosa che va avanti da molto, e devo dire che è un malessere giustificato. Il problema dei paletti fiscali a livello europeo sono che in realtà non fanno assolutamente quello che dovrebbero fare, sono troppo corti perché guardano sempre a tre anni. Un target che vuole sia la prudenza a breve termine sia supportare la crescita a lungo termine dovrebbe avere un orizzonte di almeno 5 o 10 anni. Alla fine l’elettorato europeo si è accorto che la politica fiscale europea è troppo “miope”.

CDU-CSU: Come la Germania affronterà gli anni a venire

Di Giulio Sindaco

È fondamentale, durante questi anni di transizione continentale, dal periodo pre-crisi sino alla Brexit, affrontare la questione relativa alla successione della Cancelliera tedesca Angela Merkel. Mentre lo sguardo della maggioranza degli opinionisti e dei commentatori è rivolto verso le politiche di Emmanuel Macron, in Francia e a livello europeo, risulta, quindi, doveroso affrontare il nodo tutto tedesco dell’eredità politica della leader attuale. Negli ultimi due anni, in particolare, quest’ultima è stata aggredita su più fronti, da avversari interni ed esterni all’ Unionsparteien (tra CDU e CSU). L’attacco più duro è stato sferrato da Horst Seehofer, il capo politico dell’Unione Cristiano-Sociale di Baviera. Pur essendo un alleato di governo della cancelliera, Seehofer non ha esitato a colpire la medesima con dichiarazioni talvolta pungenti, in special modo relative ai temi dell’immigrazione irregolare, proveniente sia dalla rotta balcanica, peraltro chiusa anche col contributo dell’Ungheria, dello “scomodo” Orbán, sia da quella mediterranea. Tuttavia, ai più questa malcelata critica è sembrata perfettamente corrispondente alle posizioni, da sempre maggiormente conservatrici, del gemello bavarese della CDU. Da un lato, innumerevoli pressioni volte a modificare la linea del governo tedesco sul tema (che, pure, non era stata particolarmente generosa con gli irregolari), la quale costituisce un’operazione inedita di accoglienza dei rifugiati siriani, hanno spinto Seehofer a quelle dichiarazioni. D’altro canto, la linea dura si deve anche attribuire alla crescita sostenuta della quale hanno goduto sia AFD (nazionalisti) sia FDP (liberali di centro-destra), rispetto alle elezioni precedenti.

Per Merkel è necessario che vi sia una continuità tra la sua leadership e quella successiva. La candidata attualmente favorita alla successione sarebbe Annegret Kramp-Karrenbauer, governatrice del Saarland, di famiglia cattolica e conservatrice, ma meno “estrema” del potentissimo rivale Jens Spahn, sostenuto dall’ala più vicina alle posizioni della CSU bavarese. Mentre Kramp-Karrenbauer ha sempre sostenuto le posizioni del governo in tema di sicurezza e integrazione, lo stesso non si può dire del principale antagonista Spahn. Quest’ultimo è conosciuto nel partito, oltre che per essere un giovane rampante, anche per aver conquistato l’area più a destra della CDU, sapendo coniugare l’apertura sui temi dei diritti civili e della bioetica con un maggiore controllo delle frontiere esterne dell’Unione Europea. Ha, inoltre, criticato l’apertura indiscriminata all’enorme numero di profughi di cui la Germania si è fatta carico in pochi mesi (quasi un milione), attraendo le simpatie di buona parte degli alleati CSU, e, de facto, facendo lo stesso con gli ex coalizzati del FDP.

Un altro nome che circolava inizialmente era quello di Ursula von der Leyen, Ministro della Difesa, famosa anche per l’intervento in Ucraina contro i ribelli filo-russi, mediante l’invio di droni in loco, e per le operazioni internazionali contro il terrorismo. L’attivismo della donna, tuttavia, non parrebbe più sufficiente alla cancelliera per guidare il partito dopo il termine del proprio mandato alla guida del medesimo.

Altra opzione in continuità con il cancellierato sarebbe la nomina di Julia Klöckner, la quale, tuttavia, pur essendo vicinissima a Merkel, si è mostrata meno tollerante ed aperturista rispetto alla questione rifugiati, proponendo l’introduzione di quote limite, alternative alla linea di accoglienza incondizionata. Klöckner, tuttavia, dovrà affrontare il confronto con Spahn, e non è detto che ella ne esca vincente, anzi…

Le scommesse sono aperte, ma è importante ricordare che nessuno dei summenzionati successori si è mostrato particolarmente vicino alle posizioni dell’Eliseo sulle riforme dell’Unione Europea. Probabilmente, Angela interverrà comunque, cercando di influenzare i rapporti tra il futuro erede ed il Presidente della Repubblica Francese da dietro le quinte.

Meglio Washington di Mosca e Damasco. Ma meglio ancora è lo spirito di Pratica di Mare

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Chi conosce le mie posizioni politiche, sa benissimo quanto disprezzi i regimi illiberali, quanto non sia un fan accanito di Putin e quanto consideri Assad un criminale, un satrapo mediorientale non differente da Saddam Hussein. I tanti giovani (e non) di destra che hanno come santini Assad, Putin e l’Ayatollah Khamenei, in sostanza quelli che odiano gli “Amerikani liberisti e imperialisti”, secondo me commettono un grande errore politico. Detto questo, alla fine la mia speranza è che Trump non scateni la forza militare americana contro la Siria, al fine di ottenere un regime change. Per un semplice motivo: dopo il criminale Assad, ne verranno altri forse ancora più sanguinari, molto probabilmente peggiori del tiranno alawita. Non starò qui a fare considerazioni di natura strategica, oppure a sciorinare i nomi delle navi da guerra americane schierate e di quanti pattugliamenti del Poseidon sono in corso ora. Il mio obiettivo è capire, attraverso il buon senso, se questo tipo di operazione converrebbe o no sia a noi europei che agli americani. Non facciamola troppo complicata ed affidiamoci alle parole di Mike Pompeo, Segretario di Stato di Trump: “La guerra è sempre l’ultima risorsa”. Se dovesse esserci un intervento americano in terra siriana, assomiglierà molto ai 59 missili Tomahawk partiti nell’Aprile 2017. In pratica, un’operazione molto limitata che non porterà a nessuna Terza Guerra Mondiale. Servirà per far capire ad Assad che di fronte ad azioni inumane contro civili inermi gli Stati Uniti d’America non chiuderanno gli occhi.

Il punto però, oltre che strategico e militare, è anche e soprattutto politico, e guardo all’Italia. Le critiche ad un attacco che potrebbe provocare un pericoloso regime change sono, ovviamente, giustificabili secondo il vecchio adagio che, dopo Assad, non ci sarà nessun giardino dell’Eden ma solo sangue ed altri profughi. Se anche il Senatore forzista Lucio Malan, il cui atlantismo è dimostrato da anni di impegno pro-Usa e pro-Israele, chiede di temporeggiare, vuol dire che dei dubbi ci sono. Ma da qui a spostare il nostro paese sull’asse Mosca-Damasco, mettiamoci anche Teheran, ce ne vuole. Troppi attori politici stanno scendendo pericolosamente verso quella china e qualcuno dovrà pure ricordar loro che è una discesa pericolosa. Ripetiamo: criticare la scelta americana di intervenire massicciamente è legittimo, ma ricordiamoci sempre che Washington, pur con tutte le sue contraddizioni e debolezze, è sempre meglio di Mosca, Damasco e Teheran.

Ma meglio ancora sarebbe rivedere uno schietto spirito di Pratica di Mare.

2015-2018: siamo assuefatti al terrorismo

Di Francesco Cirillo

Parigi 2015, Bruxelles 2016, Nizza luglio 2016, Berlino dicembre 2016, Manchester 2017, Londra giugno 2017. Dal 2015 ad oggi il terrorismo ha colpito pesantemente e con diverse modalità le maggiori città europee. Ma il problema non è l’attentato in sé ma gli effetti che rischia di consegnare nella nostra società e sulle nostre vite quotidiane.

Il periodo del terrorismo di matrice ISIS sono stati completamente diversi dagli altri per via degli obiettivi che questi portatori di morte hanno colpito. Stadi di calcio , ristoranti, aeroporti e mercati di natale; simboli del nostro stile di vita simboli della cultura occidentale e della libertà individuale che è presente in ogni società europea. Il terrorismo islamico ha cambiato le nostre abitudini i nostri modi di vivere, trasformando ciò da straordinario a ordinario.

Ma questo non è immaginabile in un paese ed in una metropoli europea, al contrario ignoriamo gli attentati che avvengono quasi ogni giorno nelle capitali del Medio Oriente. Baghdad ha subito quasi ogni giorno, dal 2014 ad oggi, attentati suicidi o di auto-bombe che venivano fatti esplodere nel centro delle città o vicini a moschee degli eterni nemici dei gruppi radicali sunniti: gli Sciiti.

Rispetto al periodo 2015-2016 ad oggi le cosiddette cellule di lupi solitari sono impreparati dal punto di vista paramilitare e attuano una strategia evoluta negli anni è migliorata con lo Stato Islamico: uccidere con ogni mezzo possibile. Dal luglio 2016, dall’attentato di Nizza, il grosso degli attentati suicidi di matrice islamica è avvenuta con l’uso di mezzi di trasporto come macchine, furgoni e camion. Nizza nel luglio del 2016 e Berlino nel dicembre del 2016 hanno rialzato la tensione verso quei gruppi solitari di jihadisti sparsi per l’europa, che rientravano dalla Siria.

Oggi se giriamo per le città del continente notiamo blocchi di cemento per le strade , utilizzati per bloccare possibili atti terroristici con macchine o furgoni; notiamo poliziotti o uomini dell’esercito in giro per le strade o per le metro che pattugliano e sorvegliano gli individui che quotidianamente usano i mezzi pubblici o camminano per le strade; In Italia la presenza degli uomini delle forze armate assieme alla polizia è diventata una realtà parte integrante della quotidianità dei cittadini. I cittadini sia dell’Italia sia dell’Europa si sono abituati agli stati d’emergenza, come in Francia che era stato applicato dal 2015 al 2017 nel paese dopo gli attentati di Novembre 2015 avvenuti nella capitale Francese. In Italia ci si è fatta l’abitudine alla presenza dei militari per le strade o nelle stazioni delle metro, anche gli avvisi di massima allerta di terrorismo fanno parte della normalità di ogni abitante del nostro paese e dell’Europa.

Il terrorismo islamico si è assuefatto nel tessuto sociale europeo, diventando parte integrante delle nostre abitudini, ciò deve essere un forte campanello d’allarme da non sottovalutare.

Immigrazione: Analisi di un problema ( Europeo?)

Di Francesco Cirillo

L’Italia è in un clima di calma apparente. Gli arrivi di immigrati dalla libia sono diminuiti drasticamente, la gestione dell’accoglienza è andata via via migliorando ma ancora a Bruxelles si girano dall’altra parte ed evitano di far pressioni a paesi come l’Ungheria o la Polonia che non hanno accettato la ripartizione dei migranti.

L’opera iniziata nel 2017 dal Ministro degli interni Marco Minniti, di ridurre gli sbarchi e di gestire ONG che erano senza nessun controllo, si è rivelata importante e decisiva. Ma questo governo uscente, che con il capo del Viminale, ha saputo riorganizzare una macchina dell’accoglienza che era sul punto di implodere ora dovrà passare il testimone al futuro governo che uscirà dalle consultazioni del Quirinale.

Intanto il ministero dell’Interno continua ad aggiornare i primi dati del 2018. Nei primi tre mesi di quest’anno sono giunti via mare solamente 6mila persone constatando un calo del 75 % degli arrivi rispetto al 2017 ( 24mila). Dalla Libia sono calate le partenze; dei 23 mila migranti partiti dalle coste libiche lo scorso anno , nei primi mesi del 2018 sono partiti dal paese nordafricano soltanto 4mila migranti.

Nonostante questi dati la tensione resta alta con i paesi europei che respingono quei migranti che vogliono andare nei paesi dell’Europa centro-settentrionale, in primis la Francia di Emmanuel Macron. Venerdì 30 marzo una pattuglia di gendarmi francesi ha compiuto un raid nella sede di Rainbow4Africa a Bardonecchia. I francesi hanno costretto un nigeriano a sottoporsi al test delle urine antidroga, risultando negativo. L’azione ha irritato il governo italiano. Il giorno seguente la Farnesina ha convocato l’ambasciatore di Parigi per chiedere spiegazioni in merito a quella che è in piena regola una violazione dei confini.

Parigi ha risposto che le autorità doganali transalpine sono a disposizione per spiegare il quadro giuridico completo. Per Parigi l’azione è legale per via di un accordo del 1990, che autorizza l’intesa bilaterale Italo-francese degli uffici transfrontalieri che devono essere operativi anche per la dogana francese. Lo stesso locale è quello in cui l’associazione Rainbow4Africa ha basato la sua sede. Ma l’accordo Roma-Parigi per la cooperazione transfrontaliera non prevede analisi mediche imposte con la forza.

Le principali forze politiche hanno criticato quello che definiscono una violazione dei confini nazionali.

Il capo politico del M5S ha chiesto che venga fatta chiarezza sull’accaduto. Matteo Salvini,segretario della LEGA, ha intimato di espellere i diplomatici transalpini. Enrico letta ha criticato il raid della Gendarmeria come anche la deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli.

Il Ministero degli Affari esteri Italiano attenderà spiegazioni per poi prendere le dovute precauzioni.

Difficile sapere se nei mesi Aprile-giugno 2018 si assisterà ad una nuova ondata migratoria, ma Roma deve guardarsi non soltanto verso Sud ma anche verso i suoi vicini confinanti: in primis la Francia, che continua a respingere i migranti provenienti dall’Italia, e l’Austria, che ha sempre avuto un atteggiamento anti-migranti giungendo, in alcune occasioni, a minacciare di chiudere il Brennero con lo schieramento di truppe per respingere gli immigrati che desiderano andare verso i paesi UE dell’Europa del Nord.

La geopolitica italiana nel Mediterraneo

Di Francesco Cirillo

Nella diplomazia e nelle relazioni internazionali la proiezione della forza militare può essere uno strumento valido. Nella geopolitica questo deve essere parte integrante della propria agenzia di politica estera, l’Italia lo ha dimenticato. Il nostro paese ha scordato cosa significhi avere una propria politica e strategia nelle relazioni internazionali. L’Italia ha inutilmente confidato nella solidità diplomatica delle organizzazioni internazionali. Il Nuovo Governo Italiano, che dovrà avere il sostegno parlamentare, deve affrontare diverse sfide geopolitiche che il Mediterraneo sta subendo.

In Primis una Turchia, membro della NATO, che rischia di essere un paese imprevedibile, come lo ha dimostrato a Febbraio quando la sua marina militare ha bloccato illegalmente una nave della ENI-Saipem che si stava dirigendo nel Mediterraneo Orientale per delle operazioni di esplorazione. Questa azione illegale di Ankara mostra tutta la debolezza italiana nello scacchiere del Mediterraneo, incapace di proteggere gli interessi energetici dell’Italia e di tutelare una azienda di stato come l’ENI.

Altro rebus è la crisi in Libia, ancora scossa dalla guerra civile che iniziò nel 2014. La guerra tra il governo di Serraj e l’uomo forte di Tobruk il Generale Khalifa Haftar scuote una Libia postgheddafiana che non trova pace. Fino ad ora la strategia Italiana ha sponsorizzato il ricorso allo strumento della diplomazia internazionale. Ma l’appoggio dell’Egitto di Al Sisi e della Russia di Vladimir Putin ad Haftar ha rallentato il percorso diplomatico, oltretutto il Governo di Unità nazionale di Al Serraj non ha il sostegno totale delle tribù libiche.

Roma deve ritornare ad essere il centro geopolitico del Mediterraneo, ma per farlo deve ricostituire una forza militare capace di proiettare le sue istanze diplomatiche. Ma questo complesso compito verrà affidato al nuovo governo che uscirà dalle consultazioni di Mattarella.

 

Negli ultimi anni i governi della sinistra guidati dal Partito Democratico di Renzi hanno ignorato qualsiasi proiezione mediterranea italiana, concentrandosi maggiormente su quella europea. Ma per l’Italia una politica estera che si concentri sul Mediterraneo resta la principale carta geopolitica da usare presso le cancellerie degli stati europei. Una Francia, che con Macron ha riattivato un forte attivismo nel Mare Nostrum, aggressiva in quello che è il nostro estero vicino deve essere considerato un tentativo di estromettere Roma dal concesso delle nazioni mediterranee. Per troppo tempo abbiamo tentato di dare fiducia alle istituzioni europee sperando in un loro supporto. Ciò non è mai avvenuto lasciandoci in balia degli eventi e delle potenze che hanno interessi nel mediterraneo.

Altro dilemma geopolitico di Roma è rappresentato dalla nostra assenza nei Balcani. I Balcani sono sempre stati una zona in cui l’Influenza Italiana ha sempre avuto una forte presenza geopolitica nel creare una importante rete di relazioni internazionali. Ma l’infiltrazione geoeconomica cinese, un ritorno del Cremlino in Serbia e una politica estera neo-ottomana di Erdogan, legata al recupero di alleanze con i paesi balcanici, com’è successo nella crisi greco-macedone per il nome della ex  repubblica jugoslava dove Ankara supporta attivamente il governo di Skopje, rendono impossibile un nostro ritorno nel breve periodo nei Balcani occidentali.

L’Italia deve iniziare ad avere più fiducia nei suoi apparati di sicurezza e smetterla di appoggiarsi sugli altri ( es Stati Uniti, ONU e UE) per risolvere crisi diplomatiche.

Altro fardello sarà il rapporto con il governo austriaco di Sebastian Kurz e sulla questione del doppio passaporto per gli altoatesini. Vienna sembra intenzionata a continuare sulla strada della doppia cittadinanza rischiando di alzare lo scontro diplomatico con Roma anche nelle stanze di Bruxelles. Il prossimo governo Italiano sarà obbligato a rivedere la sua agenda di politica estera se no sarà di nuovo in balia degli altri.

 

“La Diplomazia senza il potere è come un’orchestra senza lo spartito”

Federico di Prussia detto il Grande

Scontro Russia-Gran Bretagna: una inutile guerra fredda

Di Francesco Cirillo

La tensione tra Londra e Mosca per l’avvelenamento della ex spia russa del GRU( Servizi segreti Militari russi) Sergej Skripal sta alzando nuovamente le tensioni tra la Federazione Russa e una buona parte dell’Occidente.

La rielezione di Vladimir Putin a presidente della Russia manterrà per molto tempo questa tensione.

Ma l’occidente non è compatto quando si tratta di accusare il Cremlino delle sue azioni. Dal 2014 ad oggi la crisi Ucraina del Donbass e la annessione della Crimea ha diviso in più occasioni i paesi dell’Unione Europea. La vittoria scontata di Putin alle presidenziali di domenica scorsa consegna forse altri sei anni di tensione tra la Russia ed i paesi occidentali, guidati dagli USA e dalla Gran Bretagna.

Lo scontro diplomatico tra l’occidente e la Russia rappresenta una inutile guerra diplomatica di due fronti che vedono il mondo con occhi diversi e che hanno attuato una politica estera completamente differente.

L’occidente con la caduta del muro di Berlino nel 1989 aveva chiuso la parentesi della guerra fredda , immaginando una collaborazione politica con la Federazione Russa post-URSS. Ma le ultime politiche di Mosca e politica estera russa in Siria ha messo il Cremlino sul fronte di quei paesi che vedono l’occidente come un competitor internazionale da affrontare.

Oggi Mosca rappresenta si un avversario politico da tenere nelle proprie relazioni internazionali con le pinze, ma ciò non significa rompere i rapporti in modo definitivo. Oggi il nuovo ordine mondiale si è costituito su un’ordine multipolare dove non esiste solamente una sola superpotenza.

Mosca no ha intenzione di ricostituire il Patto di Varsavia visto che ormai fa parte della storia.

La Russia di Putin non vuole riconquistare direttamente i territori della ex Unione Sovietica, ma aumentare l’influenza russa in modo indiretto sui paesi dell’estero vicino del Cremlino.

Agli orizzonti una nuova ed inutile guerra fredda sta innalzando una nuova cortina di Ferro da Kiev fino a Varsavia attraverso le repubbliche Baltiche e lo stesso Mar Baltico.

Poiché non è la Russia ma la Cina di Xi Jinping ad essere nel prossimo futuro la nuova sfida dell’Occidente, Mosca lo ha capito è si sta mettendo d’accordo con Pechino per creare un fronte comune contro i paesi occidentali.

Le ambizioni di Teheran rischiano di fallire per le proteste

Di Francesco Cirillo

Nel 2004 il Re di Giordania Abdullah mise in guardia il mondo dalla minaccia iraniana e dal suo progetto Geopolitico della Mezzaluna Sciita, un asse di paesi legati a Teheran con cui l’Iran degli Ayatollah progettava di raggiungere le sponde del Mediterraneo.

Oggi il progetto del corridoio Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut si sta per realizzare grazie alla guerra combattuta dalle milizie sciite filo-iraniane in Iraq e in Siria. Il supporto militare iraniano alle forze di Assad in Siria, supportate dall’aviazione russa, hanno riportato il conflitto in favore delle forze di Damasco. L’emanazione degli Iraniani sono stati anche le milizie libanesi di Hezbollah, altamente addestrate e ben equipaggiate dagli Iraniani stessi. Infine Teheran ha inviato le forze Quds( la Brigata Gerusalemme ),battaglione per le “missioni” all’estero delle Guardie della Rivoluzione Iraniana, sotto il comando del Generale Qassem Suleimani, principale ufficiale di Teheran nella regione.

L’Iran in Siria punta a restare

Teheran ha più volte smentito le accuse di Israele e gli USA di aver iniziato a costruire basi militari iraniane nel sud ovest della Siria, sotto controllo del Regime, a pochi chilometri dalle alture del Golan, di fatto in grado di colpire Israele con i missili a media gittata.

Tra Novembre e inizio dicembre le forze aeree israeliane hanno effettuato raid contro presunte basi militari iraniane in fase di costruzione a sud della Capitale siriana.

Ma la guerra contro l’Isis, combattuta dalle truppe siriane e supportate da alleati sciiti coordinati da ufficiali dell’esercito iraniano. L’Impegno militare Iraniano ha impedito il collasso del regime di Damasco. Con l’assicurazione della permanenza di Assad in Siria, Teheran mira ad aprire il corridoio Teheran-Damasco.

Dal 20 dicembre scorso in Siria sono giunti veicoli militari iraniani dall’Iraq, aprendo la cosiddetta autostrada sciita Teheran-Baghdad-Damasco. Le segnalazioni sono giunte il 16 dicembre dalla cittadina di Al-Baaj, al confine siro-iracheno. Fonti militari irachene hanno riferito che i convogli trasportavano battaglioni delle truppe paramilitari delle Guardie della Rivoluzione e delle Forze di mobilitazione popolare. Inoltre dall’autostrada avevano iniziato ad affluire anche milizie sciite irachene.

L’autostrada Sciita: Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut

il Progetto iraniano punta a facilitare il trasporto dei miliziani sciiti alleati dell’Iran dall’Iraq alla Siria e per trasportare i rifornimenti bellici iraniani agli alleati di Hezbollah in Libano. L’Iran punta anche ad avere uno sbocco indiretto, in futuro, sulle sponde del Mediterraneo Orientale e per avere un ruolo nella ricostruzione della Siria post-bellica. La realizzazione della Mezzaluna sciita porterebbe forze militari iraniane al confine settentrionale con Israele e a pochi chilometri con le alture del Golan sorvegliate dall’esercito israeliano.

Le proteste in Iran: cambio di programma?

Le proteste scoppiate nel paese rischiano di ridimensionare i piani geopolitici di Teheran.

I manifestanti chiedono che Teheran ritiri le proprie forze dalla Siria, smetta di appoggiare le milizie di Hezbollah e ridisegni i propri piani geopolitici nella regione.

Difficile visto che gli alti funzionari del regime degli Ayatollah sognano questo progetto dal 2004 e sono ad un passo dal realizzarlo.

Noi e Gerusalemme

Di Luca Proietti Scorsoni

Su Gerusalemme percepisco affine una posizione radicale e, in quanto tale, collocata tra il visionario e l’utopico. Una prospettiva radicale non solo in quanto parossistica per i canoni consunti usati dalla consueta analisi geopolitica ma anche in virtù del fatto che fu un tale Pannella, l’anticlericale ed eretico Giacinto, ad avere l’intuizione seguente: lo stato di Israele all’interno dell’Unione Europea.

I motivi, a pensarci, vagano tra il lapalissiano e il concettualmente pregnante. E, non di meno, in un’avventura avvincente. Qualche settimana fa riuscì a condensarli ottimamente un poeta uso, come vuole l’indole di quest’arte, ad accarezzare l’essenziale. Lo spirito europeo, e ancor prima occidentale, si riflette nel nome delle seguenti città: Atene, Roma e Gerusalemme. La prima consentì di scoprire l’individuo, la seconda contribuì a creare il cittadino mentre la terza permise di rivelare la persona. Semplicemente.

Unaassidua frequentazione dell’ordinario mi suggerisce di essere alquanto pessimista su tale ipotesi. L’unica che avrebbe un senso non solo politico ma finanche culturale. Oltreché legato alle origini. Le nostre.

Libano al centro di un terremoto geopolitico

Di Vanessa Combattelli

In Libano si sta verificando un vero e proprio terremoto geopolitico, adesso è lecito chiedersi chi siano le pedine e chi i giocatori, seppur la domanda risulta semplicemente retorica.
Saad Hariri ha acceso la miccia sorprendendo l’intera nazione dichiarando le sue dimissioni da primo ministro libanese, attestazione avvenuta mentre era ospite del principe saudita Mohammed Bin Salman.
Ed è stato proprio lo scalpore e la fretta di cui queste dimissioni si sono caratterizzate ad aver messo all’allerta il governo libanese.
La risposta da parte delle istituzioni in Libano non ha trovato mezze misure:  Michel Aoun, il presidente della repubblica, ha tanto vero dichiarato che rifiuta le dimissioni di Hariri, accusando esplicitamente l’Arabia Saudita di esercitare delle vere e proprie pressioni nei confronti del primo ministro.
Non è il solo a sostenerlo, alcuni osservatori hanno infatti sottolineato che il premier libanese durante il suo annuncio appariva stanco e abbattuto, analizzandone soprattutto la figura e il linguaggio del corpo, a detta di molti “informale” e “a disagio”.
Nel paese ha fatto presto a diffondersi la voce di una possibile prigionia di Hariri per mano dei sauditi, tanto è vero che sui muri di Beirut sono presenti foto e scritte che affermano “Siamo tutti Saad”.
Nel frattempo Emmanuel Macron non ha perso tempo: determinato a mantenere un protagonismo francese in Medio Oriente ha pensato bene di intervenire quanto prima.
Ha invitato infatti Hariri e la sua famiglia in Francia, l’annuncio è arrivato dopo un lungo colloquio con il principe saudita Mohamad bin Salman.
Ma il Presidente della Repubblica francese ha voluto chiarire subito a scanso di equivoci: “Non un esilio, ma solo una trasferta temporanea, prima di rientrare in Libano.”
Inoltre anche da Mosca sono definite le posizioni, infatti la portavoce del ministero degli esteri, Maria Zakharova, ha riferito che la Russia “sostiene con forza la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di questo paese amico“.
Naturalmente, in mezzo a tutte queste dichiarazioni, non poteva mancare quella del premier dimissionario il quale sembra intenzionato a rilassare gli animi tesi.
Ha così promesso che tornerà presto a Beirut lanciando un duro appello contro le “interferenze iraniane.”
“Sto valutando con gli apparati dello Stato – rende noto – la situazione della sicurezza. Io voglio proteggere tutti i libanesi, sunniti, sciiti, drusi, cristiani, ma per farlo devo prima di tutto proteggere me stesso, perché rappresento tutto il Libano” ricordando l’assassinio del padre Rafik, ucciso nel 2005.
Per Hariri il suo è un gesto benefico per il paese, defininendolo addirittura come un necessario “choc positivo”.
C’è da chiedersi quanti veri danni procurerà lo choc Hariri, e soprattutto cosa sta cambiando nel baricentro medio orientale, le pedine sembrano aver fatto la loro mossa, adesso tocca ai giocatori.

Catalogna, Padania, le piccole patrie che fanno grandi Cina e Russia

Di Alessio Postiglione  (www.alessiopostiglione.com)

Catalogna, Padania, le piccole patrie che fanno grandi Cina e Russia, e più piccola l’Europa.La politica, infatti, è chi prende che cosa, quando e come, diceva Harold Lasswell. Per questo, dietro il successo del micronazionalismo, dobbiamo chiederci sempre cui prodest. Proprio a Cina e Russia. Al punto che, quest’ultima, si prodiga anche attraverso finanziamenti a partiti indipendentisti o, comunque, euroscettici, con l’obiettivo di disintegrare l’Europa. Dividi et impera. Abbasso Bruxelles e viva le Langhe indipendenti! Cosa succederà, dunque, ora che la Catalogna dichiara l’indipendenza?

Nuove elezioni volute da Madrid, infatti, potrebbero comunque far vincere ancora gli indipendentisti. Dietro il micronazionalismo – di destra, ma anche di sinistra: non dimentichiamoci che Puigdemont è a capo di un rassemblement indipendentista biancorossobruno – alligna un equivoco. Il federalismo, nonostante sia diventato il traino identitario di partiti di destra, come la Lega, o di sinistra, come la Cup catalana, entrambi a parole antiglobalisti, ha una funzione attuale liberista e globalista. E anche anti Europea. Al punto che, invece di farci padroni a casa nostra, rischia di farci servi di altri in una casa pignorata dallo straniero.

Andiamo con ordine. Il revival neofederalista parte negli anni ‘90 con Gianfranco Miglio, nell’ambito di un discorso dove l’accento era posto sul taglio della spesa e l’aumento dell’efficacia e dell’efficienza della pubblica amministrazione. Questo discorso efficientista e per lo Stato minimo si inseriva nell’alveo dei seminali lavori di geografi come Saskia Sassen, che postulava come lo Stato nazionale westfaliano fosse morto. Il futuro è delle metropoli globali – diceva Sassen -, che competono fra di loro per attrarre i migliori PhD e lavoratori.

La metafora è quella del portare la globalizzazione all’estremo, con il capitale umano più pregiato completamente delocaliazzato e delocalizzabile, che cambia città ogni anno, come avviene per esempio in America, a seconda di quale città offra servizi più smart, istruzione migliore e tasse più basse. Come la retorica sociale, identitaria e delle radici territoriali della Lega, basata sul Volk e il blut und boden, possa conciliarsi con questa utopia liberista e globalista è un mistero.

Coerentemente con queste premesse, oggi, Parag Khanna, considerato fra i più importanti geopolitici mondiali, e sostenitore di un mondo composto da queste nuove città-stato multietniche, prende ad esempio di questo modello, non l’America, che è una democrazia, ma regimi non democratici ma ultra efficienti e iper liberisti come Singapore. Nella contraddizione fra l’America liberale e democratica e la Singapore autocratica e liberista si palesa un altro conflitto della globalizzazione.

L’assunto delle élite occidentali che il capitalismo globalizzato avrebbe portato democrazia e benessere è fallito. Con ciò è fallito anche il retro pensiero che ciò avrebbe garantito i primati dell’Occidente. I migliori interpreti della globalizzazione non sono le democrazie liberali e tantomeno l’Europa, ma paesi non democratici, ad iniziare dalla Cina, dove il mercato non è un meccanismo dal basso, ma imposto dall’alto, con aziende pubbliche di Stato. In effetti, come dimostra il cosiddetto elefante di Milanovic, la globalizzazione ha favorito la convergenza fra primo mondo e terzo mondo – la Cina è diventata più ricca e l’Occidente di meno – ma al costo di un aumento delle disuguaglianze all’interno dei Paesi. La nostra Africa si chiamano Quarto Oggiaro e San Basilio, oramai. Il nuovo status di Cina e Russia impone nuovi assetti globali.

La Cina, ad esempio, grazie ad un turbocapitalismo di Stato – altra caratteristica che
dovrebbe far riflettere i liberali de noantri -, sta puntando a costruire un’influenza basata sulla “collana di perle”, su di una serie cioè di Stati satelliti all’interno dei quali far passare la nuova via della seta. In questo schema, funziona molto di più parlare con la Catalogna che con una Bruxelles che, vale la pena ricordarlo, ha osteggiato la concessione dello status di economia di mercato a Pechino, fatta anni fa dalla Organizzazione Mondiale del Commercio; si tratta di un vero spartiacque, visto che, da quel momento, la Cina ha cominciato a scalare la piramide mondiale della ricchezza, grazie ad una competizione sleale fatta di deflazione salariale.

Altro che libero mercato! Coerentemente con ciò, la Padania è nata quando, con il nuovo mercato unico europeo, il Settentrione non ha avuto più bisogno di un grande
Mezzogiorno sussidiato, il cui scopo era assorbire la domanda dei prodotti del Nord e fornire manodopera a basso costo al Triangolo industriale. La perequazione fiscale della nostra costituzione non è un valore morale, dunque, ma un dispositivo economico keynesiano all’epoca degli Stati nazione. Oggi che, grazie all’austerità anche la domanda interna intra Ue è in picchiata, il mantra non è “l’Europa ci salverà”, ma la Cina assorbirà i nostri prodotti. In effetti, proprio l’Italia è prima per export in Europa.

Ma quanto possa essere furbo rendere la Cina, cioè una potenza imperialista, comunista e non democratica, la propria locomotiva economica lo dimostra proprio il caso Trump, che cerca di riportare un po’ di lavoro americano delocalizzato in Asia a casa, con Pechino che possiede il suo debito pubblico e ne limita l’autonomia politica. Insomma, la Cina non ci salverà, ma ci comprerà. L’unico argine a tutto questo è l’Europa, soprattutto se cambia spartito. Una Padania o una Catalogna indipendenti, infatti, legate a Pechino, vedrebbero ancora di più aumentare le ineguaglianze interne, fra un settore di punta valorizzato, ma una base industriale completamente smantellata dalla deflazione salariale cinese.

Il ridimensionamento politico dell’Europa, d’altronde, è un obiettivo condiviso dalla Russia e, almeno in questo momento, dagli Stati Uniti che, per cercare di mantenere il loro primato, hanno abbandonato multilateralismo e liberismo a favore di una politica da grande potenza solitaria e mercantilista. La Catalogna indipendente, da questo punto di vista, sarebbe un capolavoro. Un paese isolato dalla Ue, che appoggia Madrid, e che potrebbe contare proprio solo sui finanziamenti di Russia e Cina. I

l tassello di un mosaico globalista e da liberismo autoritario, che ucciderebbe il ceto medio locale. Una realtà molto diversa dalla retorica di protezione delle classi medie contro le banche e le élites tecnocratiche di Bruxelles a cui sia la Cup che la Lega si sono votate. Meglio dipendere da una imperfetta tecnocrazia europea e abbastanza democratica che da un perfetto politburo straniero autoritario. Altro che padroni a casa nostra.

@alessiopost

Russia-Arabia Saudita: incontro fra due superpotenze

Di Anita Porta, studentessa SciencesPo

All’inizio di ottobre, il re dell’Arabia Saudita Salman ha portato a termine una visita storica a Mosca, la prima da quando i rapporti diplomatici fra la Russia e la monarchia saudita sono stati ristabiliti nel 1992.

Negli ultimi anni, diversi cambiamenti nello scenario mediorientale hanno portato le due potenze verso un riavvicinamento. Innanzitutto, con il ridimensionamento della presenza americana nell’area, l’Arabia Saudita è in cerca di un nuovo potente alleato che possa aiutarla a difendere i propri interessi attraverso un supporto diplomatico e militare. In questo contesto, l’ostacolo più grande è posto dal rapporto privilegiato che la Russia intrattiene con l’Iran, in particolare sullo scacchiere siriano, dove il regime di Bashar al-Assad sta progressivamente recuperando terreno contro le forze ribelli supportate dalla monarchia saudita. Tuttavia, fino ad ora questo elemento non si è rivelato un ostacolo decisivo nelle relazioni Russia – Arabia Saudita. Al contrario, il Ministro del Petrolio saudita Khalid al-Falih ha dichiarato, in occasione dell’apertura della Russian Energy Week a Mosca, che le visioni dei due Paesi riguardo alla regione mediorientale non sono mai state allineate al 100%, ma, specialmente in Siria, “il dialogo ha contribuito a diminuire le divergenze”.

Piuttosto che su una riprogettazione dello scenario mediorientale, l’incontro diplomatico è sembrato essere incentrato su altre priorità, più circoscritte e, al momento, più stringenti: nello specifico, la cooperazione nel settore energetico,, con lo scopo di portare il mercato mondiale del petrolio verso un ribilanciamento e ottenere un prezzo per l ’ooro nero più compatibile con i budget statali dei due Paesi. Da dicembre 2016, i paesi Opec, la Russia e altri produttori minori hanno firmato un accordo storico per ridurre il rilascio di petrolio sul mercato mondiale d i 1,8 milioni di barili al giorno. Tale accordo ha già permesso di far risalire il prezzo del petrolio oltre i 50 dollari al barile, ma i Paesi Opec hanno un obiettivo più ambizioso, quello dei 60 dollari al barile. L’Arabia Saudita, in particolare, vorrebbe far salire il prezzo del petrolio il più possibile entro il 2018, in vista dell’offerta pubblica iniziale sul gigante petrolifero nazionale Saudi Aramco.

Dall’incontro fra il Presidente Russo e il monarca saudita è emerso chiaramente che l’accordo rimarrà in vigore. Si discutono anche possibili estensioni a livello sia di quantità che di tempistiche , ma su questi temi ci sono già più dubbi. Per quanto riguarda le quantità , nonostante entrambi i Paesi abbi ano già eseguito tagli oltre il livello richiesto, l’Arabia Saudita ha annunciato di voler ulteriormente diminuire le proprie esportazioni di petrolio per il mese successivo di 560.000 barili al giorno. Non è chiaro se la Russia, da parte sua, sia pronta ad intraprendere tagli altrettanto drastici. Il ministro dell’energia Alexander Novak si è limitato a dichiarare che la Russia “Intraprenderà qualsiasi misura sia necessaria per ottenere un ribilanciamento del mercato”, senza fornire delle cifre specifiche.

Riguardo invece ad un prolungamento dell’accordo, il Presidente russo Vladimir Putin non ha escluso l’ipotesi di un’estensione oltre marzo 2018, nel caso il mercato del petrolio non si ancora bilanciato entro quella data. D’altro canto, il presidente della compagnia Lukoil Vagit Akekperov avrebbe dichiarato che il prolungamento dell’accordo non avrebbe senso nel caso in cui il prezzo del petrolio raggiungesse nuovamente i 60 dollari al barile.

Un altro importante risultato della visita del monarca saudita sono gli accordi commerciali multimiliardari che sono stati stipulati. In particolare, l’Arabia Saudita ha pianificato un investimento per un valore di 10 miliardi tramite una piattaforma comune del Fondo per Investimenti Diretti Esteri russo e il Fondo per Investimenti Pubblici saudita. Di questi investimenti, il 10% dovrebbe essere dedicato allo sviluppo tecnologico, e un ulteriore 10% al setto re petrolifero e petrolchimico. In particolare Gazprom Neft, la compagnia sussidiaria di Gazprom che si occupa della produzione petrolifera, ha firmato un memorandum di intesa con Saudi Aramco sulla cooperazione tecnologica, che potenzialmente include lo sviluppo congiunto di giacimenti di petrolio e gas. Secondo quanto dichiarato dal CEO di Aramco Amin Nasser, il gas naturale liquefatto (GNL) è una delle aree di cooperazione attualmente in via di esplorazione con i partner russi.
In prospettiva, il GNL proveniente dai giacimenti russi nell’Artico potrebbe divenire parte delle forniture di gas per Aramco.

Dalla paella alla brace

Di Leonardo Rossi

Lasciando da parte, per un attimo, le disquisizioni sul valore delle leggi in opposizione a quelle sulla libertà dei popoli, che appartengono ad un piano pre-politico e rimandano inesorabilmente all’eterno scontro tra giusnaturalisti e giuspositivisti, disquisizioni alle quali, non lo si può negare, anche chi vi scrive ha portato un pur piccolo contributo – ça va sans dire-giusnaturalista, proviamo a portare la questione su un piano politico se non addirittura pragmatico. Proviamo, in questa circostanza, a utilizzare come mezzo valutativo solo e soltanto l’utilitarismo, anche se le dimensioni pre-politica prima ed emotiva poi non possono essere
esautorate così facilmente.
Chiudiamo in un cassetto, che cercherà continuamente di aprirsi, tutte le nostre domande (e risposte, opposte a seconda della categoria di chi giudica) circa la legittimità del referendum
catalano, circa l’eventuale diritto di auto-determinazione, circa il valore- in fin dei conti- delle carte costituzionali, ovvero la perennità di queste o la necessità che queste si adeguino alla storia, che va avanti e non sta certo ad aspettarle.

Adesso cosa rimane? Rimane il tentativo spagnolo di salvare l’unità nazionale. Di nuovo, non chiediamoci se e come questo tentativo sia a priori legittimo, buono, sbagliato, sacrosanto, inopportuno. Valutiamo la prassi, l’azione, cioè in che cos’è, al momento, consistito questo tentativo goffo di salvare l’unità nazionale. La pessima gestione del governo Rajoy, le manganellate su gente inerme che pacificamente stava in fila per inserire un pezzo di carta in
un’urna (che il voto fosse o non fosse valido), il discorso – tardivo e sciocco- del re Felipe. Proprio il re potrebbe aggiungere, dopo il suo discorso alla nazione, ai suoi innumerevoli titoli anche quello, che ben lo rappresenta, di Tafazzi. Rajoy lo stesso.

Hanno rinunciato alla politica per mostrare muscoli ai muscoli catalani: che idiozia. A Madrid sapevano bene che, nella prassi, i catalani non sarebbero mai riusciti nel tentativo di secessione
innanzitutto per le tante difficoltà interne alla Catalogna, difficoltà interne che era possibile superare solo con un’azione suicida di Madrid. E ovviamente hanno scelto la via del suicidio. Se secessione sarà, lo sarà non tanto per l’iniziale spinta e volontà catalana, per il loro moto di popolo e il loro mito nazionale, bensì lo sarà grazie all’atteggiamento di Madrid, alla sua azione suicida, aperta da Rajoy, proseguita con la Guardia Civil e confezionata da Felipe Borbone.
Non saranno il mito, le tradizioni, la voglia di indipendenza catalani a fare o non fare la secessione: sarà l’atteggiamento spagnolo a convincerli a non farla o a costringerli a farla. Convincerli – va ripetuto- a non farla o costringerli a farla.

Provando, come stanno facendo, a costringerli a non farla, rinunciando dunque all’arma politica della persuasione e della contrattazione, del compromesso e del dialogo, stanno , invece ,
soltanto spingendo anche i più moderati tra i catalani a simpatizzare con la causa separatista. Ogni pugno che Re Tafazzi di Borbone tira sulla scrivania è un pugno che arriva sulla sua faccia e sulla faccia della Spagna. La Catalunya ringrazia e sta a guardare.

 

Il Kapo è andato KO

Di Luca Proietti Scorsoni

A quanto pare sul Bundenstag da stanotte batterà bandiera giamaicana considerando che, al momento, la compatibilità programmatica più probabile è quella formata dalla coalizione tra CDU/CSU, Verdi e Liberali, la cui proiezione cromatica risulta essere similare alla gamma di colori impressa sul vessillo caraibico. La Merkel, dal canto suo, seppur indebolita rimane pur sempre il leader più votato in Germania, e non solo, da circa un ventennio. Roba che, facendo gli opportuni parallelismi, nemmeno la Thatcher.

D’altra parte, invece, il rientro in parlamento dei fautori di una riduzione delle prerogative statuali non può che allietare le speranze di molti individualisti, quorum ego. FDP, nell’idioma teutonico, è un acronimo capace di condensare in poche lettere un bel corollario di intenti, per giunta tutti convergenti verso un forte sostegno ai valori del liberismo. E questo, nel Paese fautore dell’economia “sociale” di mercato e dove in passato la socialdemocrazia venne pienamente assimilata da un ampio strato della società, non può che comportare una bella dose di cambiamento nei confronti di un certo “status quo” inteso sia in termini di regole che di prassi. Ergo, uno scenario che dalle nostre parti viene inevitabilmente osservato con una qualche punta d’invidia malcelata. Del resto c’è da capirlo: ammirare la vicina risurrezione di un partito liberale quando da noi non solo manca un movimento libertario, ma è perfino difficile riversare del sano liberalismo nei partiti presistenti, è una frustrazione non da poco.

Alla destra radicale va ascritta l’ascesa al cielo della gloria elettorale ma, immagino, non per questo in Germania ora torneranno a mettere sotto il mattone le copie del Mein Kampf o si andranno ad elaborare espedienti legislativi di censura nei confronti di suggestioni eretiche e ideologie aberranti: a quelle latitudini la forza della riflessione risulta essere molto più forte rispetto alla debolezza dell’oppressione. Infine abbiamo Schulz, esponente di un socialismo ormai ampiamente diluito in un qualcosa politicamente difficile da interpretare, che ha subito un considerevole arretramento nei consensi dopo la sostanziale inazione perpetrata negli anni della Grosse Koalition. E così il candidato della SPD potrà tranquillamente tornare nel suo naturale e fisiologico anonimato, interrotto solamente dallo scivolone del Cav in quel semestre europeo a trazione italiana.
Schulz rimarrà nella storia come vittima di una battuta grossolana. Un po’ poco per chi si era illuso di guidare una locomotiva.

L’Iran e le “petromonarchie”

Di Mirko Giordani

L’Isis a quanto parte è arrivato anche in Iran e si inserisce nel generale conflitto tra Sciiti e Sunniti. Quando tocchiamo questo conflitto, parlare di “meno peggio” è veramente difficile. Le petromonarchie le conosciamo bene, l’Iran che impicca gli omosessuali anche. Bisogna usare il buon senso: Trump ha dato una strigliata ai monarchi sauditi, che ora isolano i qatarioti, principali sponsor del terrorismo islamico e Trump ha definitivamente abbandonato ogni velleità di accordi con l’Iran.

Interessante però è l’analisi di Alberto Negri sul Sole 24 Ore, che parte dall’assunto che forse il meno peggio sia l’Iran. Affermazione interessante, su cui sono in disaccordo: l’Iran è la principale minaccia alla sopravvivenza di Israele, attraverso Hezbollah, ed un possibile sviluppo dell’atomica metterebbe in difficoltà l’intera regione.

Al di là delle dietrologie, il processo in corso nelle monarchie di isolamento del Qatar promettono bene nella lotta, anche finanziaria, al terrorismo islamico.