Categoria: Opinioni

I disastri delle banchette del territorio

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

La storia delle banche e banchette in Italia è piena di disastri, su questo non c’è nessun dubbio. Al di là dei crac storici come quelli di MPS, è bene focalizzarsi sui dissesti finanziari di banche un po’ più piccole, le famose “banche del territorio”. Prendiamo Banca Marche, CARIFE e CARIGE, solo per fare alcuni esempi: tipiche banche che si professano vicine al territorio, ma che in realtà servono solo gli interessi dei piccoli potentati politici e di qualche “élite” provinciale.

Queste banchette, piene di raccomandati della politica e di manager incapaci ed ignoranti, fanno i loro beneamati casini, giocano con i soldi dei cittadini ed indovinate un po’, in questo valzer di cialtroneria, chi è l’unico scemo che perde due volte? Il cittadino, colpito prima dai fallimenti bancari e poi costretto a pagare il bail-out alle banche.

Ora non vorrei semplificare troppo, ma talvolta bisogna esserlo per capire bene la situazione in cui ci siamo ficcati: un sistema bancario così allegro e così povero di credito per investimenti non è più tollerabile. Una finanza gestita in modo cosi provinciale fa perdere soldi, fa fallire istituti di credito, chiude i rubinetti del credito e non fa crescere il paese. Il modello “banchetta del territorio” scricchiola e bisogna trovare il modo di sostituirlo o di migliorarlo. Sarà possibile?

I disastri delle banchette del territorio

Di Mirko Giordani

La storia delle banche e banchette in Italia è piena di disastri, su questo non c’è nessun dubbio. Al di la dei crac storici come quelli di MPS, è bene focalizzarsi sui dissesti finanziari di banche un pò più piccole, le famose “banche del territorio”. Prendiamo ad esempio Banca Marche, CARIFE e CARIGE, solo per fare alcuni esempi: tipiche banche che si professano vicine al territorio ma che in realtà servono solo gli interessi dei piccoli potentati politici e di qualche “élite” provinciale.

Queste banchette, piene di raccomandati della politica e di manager incapaci ed ignoranti, fanno i loro beneamati casini, giocano con i soldi dei cittadini ed indovinate un pò, in questo valzer di cialtroneria, chi e’ l’unico scemo che perde due volte? Il cittadino, colpito prima dai fallimenti bancari e poi costretto a pagare il bail-out alle banche.

Ora non vorrei semplificare troppo, ma talvolta bisogna esserlo per capire bene la situazione in cui ci siamo ficcati: un sistema bancario cosi allegro e cosi povero di credito per investimenti non è più tollerabile. Una finanza gestita in modo cosi provinciale è fa perdere soldi, fa fallire istituti di credito, chiude i rubinetti del credito e non fa crescere il paese. Il modello “banchetta del territorio” scricchiola e bisogna trovare il modo di sostituirlo o di migliorarlo. Sarà possibile?

Generazione erasmus, retorica e banalità

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Qualche giorno fa, il bravo Claudio Cerasa pubblicava un editoriale su Il Foglio in cui sperava che i giovani millenials, la cosiddetta “generazione Erasmus”, salvassero l’Europa dallo sfacelo populista.

Il Foglio di qualche anno fa non sarebbe stato capace di dire una cavolata del genere. Ma si sa, la gestione del Mastro Ciliegia ha fatto diventare il Foglio un inserto de L’Espresso o, peggio ancora, un papello pieno di buoni sentimenti a prezzi scontati. Una volta Il Foglio, sotto l’immenso Giuliano Ferrara, era un giornale avanguardista, politicamente scorretto e irriverente, capace di provocare e di andare contro la vulgata politicamente corretta e salottiera. Oggi non è rimasto nulla di quello spirito da bucanieri e si sono impantanati nella melassa della “Generazione Erasmus”.

Il concetto di “Generazione Erasmus” non è ovviamente nuovo e si riferisce a quei ragazzi e ragazze, tendenzialmente pro-Europa, cosmopoliti, che parlano più lingue e tendenzialmente “de sinistra”, corrente gauche caviar, che partecipano agli scambi internazionali universitari. Solitamente, il tipico esponente della generazione Erasmus ritiene che la generazione cosmopolita salverà l’Italia, l’Europa ed il mondo dai barbari invasori populisti ed euroscettici.

Io ho fatto un periodo di studio all’estero a Tel Aviv, durante i miei anni di studio alla Luiss di Roma, quindi nominalmente dovrei far parte anche io di questa generazione: rifiuto e vado avanti. La generazione fighetta, però, non si accorge mai che per un giovane che parte per l’Erasmus e respira a pieni polmoni i benefici della globalizzazione, dei confini e dei mercati aperti, c’è una grandissima maggioranza che quei benefici li vede con il binocolo, anzi li subisce. In provincia, a parte qualche raggio di luce, c’è buio pesto e poche speranze per il futuro, ma non ditelo a Cerasa che i veri millenials sono questi ragazzi qua e non i fighetti che partono per l’Erasmus.

La Cina celebra le riforme di Deng Xiaoping ma ora punta a qualcos’altr

In Cina si è celebrato il 40 anniversario delle riforme di Deng Xiaoping, progetto che ha ristabilito la Repubblica Popolare Cinese nel consesso dell’ordine Internazionale.

Ma il Presidente attuale e leader di Pechino Xi Jinping mira a surclassare lo stesso padre riformatore della Cina post-Mao Tze Tung.

Il Presidente Xi ha affermato che il periodo riformista ha consegnato alla Cina un periodo di rinascita che ha trasformato profondamente la Repubblica Popolare. Ciò ha radicalmente cambiato e consolidato le fondamenta istituzionali del paese.

Nel celebrare le riforme di Deng, definite dagli esperti il socialismo con caratteristiche Cinesi, il Presidente cinese Xi Jinping, che tiene nelle sue mani anche le cariche di Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e quella di Capo della Commissione Militare Centrale(de facto capo supremo delle Forze Armate), ha affermato che le riforme sono state rivoluzionarie e storiche per la Cina e per il suo popolo.

Xi ha inoltre dichiarato che la Cina non può permettere che la Cina si isoli dal mondo ma che deve continuare a sviluppare una politica di apertura.

Nei progetti di Xi il rinascimento Cinese, che punta sul progetto mastodontico delle Nuove via della Seta, è la tappa finale per far tornare Pechino sugli scranni più alti del consesso internazionale e tra e grandi potenze. Ma questo progetto ambizioso e rischioso per Pechino si scontra con gli Stati Uniti che vedono con diffidenza le buone intenzioni cinesi e del suo progetto BRI.

Lo scontro commerciale, attualmente in stand by dopo una tregua concordata al summit G20 di Buenos Aires dopo un summit bilaterale USA-Cina, rischia di riprendere se le due parti non riusciranno a raggiungere un accordo definitivo.

Ma Washington è preoccupata anche della modernizzazione militare che Pechino sta attuando in tutti i settori, nella militarizzazione del Mar Cinese Meridionale e della cosiddetta trappola del debito Cinese in cui sonocoinvolti diversi paesi che prendono parte al Progetto BRI mette non poco scetticismo nei palazzi del potere a Washington, dopo le accuse di concorrenza sleale e di spionaggio industriale portate avanti dalla stessa amministrazione statunitense.

Il caso di Deng Wanzhou, capo finanziario della Huawei e figlia del fondatore del colosso cinese, è una delle tante crepe nel confronto commerciale USA-Cina.

La Cina di Xi Jinping, dopo le riforme di Deng Xiaoping, punta a qualcos’altro: una revisione o una riforma dell’ordine internazionale? Pechino è disposta a sobbarcarsi i costi politici ed economici per diventare la nuova superpotenza al posto di Washington? I cinesi dicono di no ma a Washington hanno un’altra opinione in merito.

Il problema della neve nelle zone terremotate

Di Mirko Giordani, da Il Giornale

A dicembre, come succede spesso durante l’anno, nelle zone appenniniche nevica. Talvolta sono pochi centimetri, talvolta molto di più, arrivando fino al metro d’altezza. Sta di fatto che, come è normale che sia, sull’appennino umbro-marchigiano la neve scende ogni anno.

Ogni anno però succede la stessa cosa: bastano 10 cm di neve, ed interi comuni rimangono per giorni senza elettricità. Ora capiamo tutte le difficoltà di intervenire in piccoli comuni montani, ma non è possibile che queste zone siano cosi bistrattate. Dopo il terremoto, intere comunità sono state abbandonate in casette provvisorie senza nessuna rassicurazione sul futuro. Interi paesini destinati a scomparire per la dura legge della demografia: gli anziani muoiono ed i giovani scappano. Ora ci si mette anche l’incuria nel risolvere i problemi di una rete elettrica ballerina.

La politica ovviamente sta zitta: cosa volete che importi di “quattro montanari” che vivono in casette prefabbricate senza corrente elettrica? D’altro canto, sono talmente pochi voti e non vale nemmeno la pensa impegnarsi per risolvere quei problemi, giusto?

Il ruolo Politico-Militare della Polonia in Europa centro-orientale

Di Francesco Cirillo

Nel quadro del cosiddetto “Balance of Power” politico-militare dell’europa centro-orientale Varsavia si è assicurata in pochissimi anni il baricentro di media potenza regionale.

Per i vertici polacchi il paese deve concentrare le sue strategia diplomatiche e strategiche nella zona centro-orientale e nel Trimarium (regione dell’europa centro-orientale racchiusa tra Mar Baltico, Mar Nero e Mediterraneo). Le mosse Polacche sono spinte dalla sue ambizioni di rinascere grande potenza.

Quando la Polonia rinacque come stato indipendente nel 1918 il suo padre della patria, Josef Piłsudski, aveva in mente di creare un immenso stato polacco che doveva raccogliere le terre che andavano dalla Finlandia al Caucaso. L’obiettivo era di ridimensionare una possibile rinascita della Russia. Alla fine la guerra russo-polacca del 1921 ( scoppiata con l’ambizione di far rinascere una Grande Polonia) si concluse con un trattato di pace che impose una divisione Polonia-URSS delle regioni ucraine. I piani di Piłsudski fallirono rafforzando di conseguenza la destra etnonazionalista di allora e archiviando la creazione di uno stato multiculturale. Ma il Maresciallo teorizzò il cordone sanitario che venne aggiornato nella successiva strategia del contenimento, messa in atto dagli USA dopo la seconda guerra mondiale e continuata con ZbigniewBrzezinski che la aggiornò con strategia di destabilizzazione culminata durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan(1979-1989), in cui Washington finanziò e supportò la resistenza e le sue fazioni afghane.

Dalla dissoluzione dell’Impero Sovietico la Polonia si è sollevata a potenza regionale dell’europa dell’Est. Le sue forze armate sono le meglio equipaggiate della regione centro-orientale e sta consolidando progetti di integrazione militare con i paesi vicini. L’esperimento della Brigata Litucrpol denominata Ostrogski generale della allora alleanza Polacco-Lituana che sconfisse le truppe dell’allora Granducato di Mosca nella Battagli di Orša del 1514. ad oggi la collaborazione militare tra Kiev, Vilnius e Varsavia è rappresentata dalla Brigata Litucrpol, istituita nel giugno del 2007. la sua completa istituzione però venne messa in standby. Il riesplodere della tensione Mosca-Occidente in concomitanza con la crisi ucraina del 2014, e l’annessione della Crimea nel Marzo dello stesso anno, diede la spinta finale alla istituzionalizzazione della Brigata polacco-lituano-ucraina. Nel settembre del 2014 venne ratificato nella Capitale Polacca l’accordo tra i tre stati centro-orientali che costituì definitivamente la Litucrpol. La brigata conta 5mila uomini dislocati tra Lituania, Ucraina e Polonia con il quartier generale di stanza a Lublino. La Brigata rappresenta un segnale importante nel settore della cooperazione politico-militare e della sua futura integrazione nell’aerea centro-orientale del vecchio continente. Mostra lo scetticismo dei paesi europei dell’Europa orientale sia verso il Cremlino sia verso le posizioni ambigue dei suoi alleati dell’Europa occidentale.

L’Integrazione è guidata dalla stessa Polonia, che dispone delle Forze armate meglio equipaggiate ad est del fiume Oder. Da decenni Varsavia ha iniziato un fortissimo processo di modernizzazione militare del proprio dispositivo bellico. La Polonia non ha ancora superato la soglia dei 100mila effettivi, ma punta ad arrivare, nel prossimo futuro, a quasi 150 mila unità. In quel caso entrerebbe nella prima classe dietro a Germania e Francia, rispettivamente 180 mila per Berlino e 200 mila per Parigi. Ma i polacchi hanno dalla loro la qualità dell’equipaggiamento. Varsavia ha mille carri armati pesanti, tra cui i temibili Leopard 2 di matrice tedesca, a disposizione delle Brigate Corazzate e meccanizzate delle forze di terra.

Nel comparto militare industriale la Polonia sta dimostrando uno sfrenato attivismo. Nonostante sia dominato dai suoi partner europei, Germania e Francia, e dagli USA Varsavia non rinuncia a mettere anche la sua voce nel mercato degli armamenti per la regione centro-orientale. Con il target di consolidare la sua posizione di potenza regionale Varsavia ha iniziato a modernizzare il suo comparto industriale. Il trasferimento di tecnologia dall’estero verso la Polonia e il consolidamento della holding statale polacca Polska Grupa Zbrojeniowa ha dato un forte strumento strategico, che Varsavia può usare per proiettare la sua influenza nell’estero vicino. Nel 2015 ha istituito un apposito fondo di assistenza che facilita l’erogazione di prestiti per gli Stati che desiderano acquisire tecnologia militare polacca. Questo fondo mira a rafforzare le relazioni militari industriali e politiche polacche nella regione dell’Europa orientale, ed è indirizzato a Bulgaria, Romania,le tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania e al Gruppo di Visegrád: Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. L’attivismo di Varsavia sta accelerando la collaborazione politico-militare degli stati europei centro-orientali e la Polonia, naturalmente, ambisce ad essere la guida.

Una tragedia annunciata

Di Mirko Giordani, da Il Giornale

La tragedia nelle Marche mi tocca molto da vicino, forse perchè parte della mia adolescenza l’ho passata divertendomi il sabato sera in locali tipo la “Lanterna Azzurra”. Le valli marchigiane sono placide molto sonnacchiose, e queste piccole discoteche, per chi è ancora molto giovani e non ha i mezzi per spostarsi verso Rimini o Riccione, sono una vera e propria manna dal cielo. Non stupisce quindi di come un migliaio di giovanissimi si siano riversati a sentire questo “trapper” in una vecchia balera su una collina vicino Corinaldo.

Ma bisogna fare alcune considerazioni.

La sicurezza non è mai una spesa a fondo perduto, la sicurezza è sempre un investimento. Punto primo, spendere qualche euro in più per un addetto alla security fuori dalle porte delle discoteche e dei locali notturni per controllare che qualche imbecille non porti dello spray al peperoncino in un posto chiuso con più di mille persone dentro sarebbe stata una piccola spesa che avrebbe potuto salvare la vita a dei giovani innocenti. Punto secondo, vendere più di 1400 biglietti quando la capienza massima del locale è di 500 persone è un atto criminale e non è giustificabile per nessun business al mondo.

Terzo e ultimo l’educazione. Come è possibile che la nuova moda del momento, secondo quello che dicono molti rapper in giro, sia quella di rilasciare dello spray urticante al peperoncino in un posto non ventilato e pieno di persone? Quale ingranaggio nella nostra società si è rotto per far diventare “figo” e “cool” fare una cazzata del genere? Non è questo il posto per chiedersi cosa stia andando storto nei nostri giovanissimi, ma prima o poi dovremmo chiedercelo con più insistenza.

Mafia nigeriana: è il momento di parlarne

Di Gabriele Figà

«Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali»

Informativa dell’ambasciata nigeriana a Roma, 2011

“Il radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”

Direzione Investigativa Antimafia, 2016

 

Mafia nigeriana: forse è il momento di parlarne?

La stampa italiana ha un rapporto ambiguo con la mafia nigeriana. Essa è un’entità che striscia, che viene citata nei servizi giornalistici senza mai essere approfondita. Si insinua nei trafiletti di cronaca nera, appare per un attimo in un pezzo di giornale, per poi scomparire. L’opinione pubblica sta appena cominciando a farsi un’idea su questa perniciosa organizzazione criminale che, tuttavia, non è proprio nata ieri:

Le forze dell’ordine imparano a conoscere la mafia nigeriana già nel gennaio 2007, quando con l’operazione Viola vengono arrestati 66 presunti appartenenti a questa organizzazione per delinquere di stampo mafioso, tra i cui crimini si annoverano traffico di esseri umani e narcotraffico in diversi Paesi del globo .

Nel 2009 poi, due tribunali italiani emettono sentenze di condanna per associazione mafiosa contro bande nigeriane. Nella civilissima Brescia. “Si avvalevano della forza di intimidazione del vincolo associativo, nonché della condizione di assoggettamento e di omertà che si sostanziava nell’osservanza delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione di sanzioni anche corporali in caso di inosservanza, nella pretesa dagli affiliati del versamento obbligatorio e periodico di somme di denaro prestabilite per le finalità del gruppo locale e per le finalità della casa madre nigeriana”, scrive nel suo atto d’accusa il pm antimafia Paolo Savio, che nella sua inchiesta fa anche una scoperta raccapricciante: l’affiliazione alla famiglia mafiosa prevedeva un rito particolare: bere sangue umano, recitando formule magiche.

Ci ricapita tra i piedi questa strana mafia nigeriana nel 2010, sempre a nord, stavolta a Torino: 36 imputati condannati per associazione mafiosa.

E poi la incontriamo nuovo, a Palermo, quando il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia vengono accusati del reato di associazione mafiosa presunti membri di un’organizzazione criminale straniera.

Di casi ce ne sono altri, tanti, impossibile citarli tutti: li ritroviamo sparsi come briciole, piccole tracce semicancellate nella storia giudiziaria recente del nostro Paese.

L’ultimo caso di cronaca nera in cui si è evocata la mafia nigeriana ha fatto tristemente scalpore: è quello del brutale assassinio di Pamela Mastropietro, nel gennaio 2018.

Infine, di questa insolita mafia se n’è parlato pochi giorni fa, nel corso dell’operazione antimafia della Squadra Mobile di Torino, anche se sembra quasi passata in secondo piano, per cedere il posto all’alterco tra il Ministro Salvini e il Procuratore Spataro. Mentre il dibattito tra i due si infiamma, si ha quasi l’impressione che la mafia nigeriana sia un’organizzazione di second’ordine, qualcosa su cui non vale la pena che i media si soffermino a lungo.

Eppure, confrontandosi con rappresentanti delle istituzioni di sicurezza, ci si accorge che le forze dell’ordine in Italia sono preoccupate da quel cancro che è la mafia nigeriana, e la combattono non da ieri, non da un mese, bensì da qualche decennio.

Siamo onesti però e diciamolo subito: l’argomento della mafia nigeriana è ostico da affrontare. Già solamente prendere di petto il tema mafia nello Stivale in generale significa scoperchiare un vaso di Pandora, sollevare un velo di omertà.

E poi, il tema della mafia nigeriana solleva una questione ulteriore: esso si intreccia con le vicende migratorie, e così diventa ben comprensibile come questo sia un problema da trattare con le pinze per la politica. Meglio ancora, per alcuni, non trattarlo proprio. Impossibile non dire che i nigeriani in Italia sono i primi nelle richieste d’asilo: nel 2017 il 20%, nel 2016 il 22%. Eppure, nel 2017 l’asilo è stato concesso solo al 5% dei richiedenti, la protezione sussidiaria al 2%, il restante 93% si divide tra 20% di protezione umanitaria, ora ristretta dal Decreto Sicurezza, e un 73% di rifiutati/irreperibili. Parlare di mafia nigeriana quindi significa parlare, neanche troppo indirettamente di immigrazione illegale: è un canale attraverso cui i clan criminali reclutano numerose leve. È evidente che si va a sconfinare in questioni ideologiche che portano molti politici e buona parte dell’opinione pubblica a evitare l’argomento. Ma siamo sicuri che sia un bene non parlarne?

Non è che la criminalità organizzata nigeriana sia proprio roba da poco, eh. Certo, tra di loro si chiamano con soprannomi da ragazzetti che han letto troppi fumetti, tipo “Charlie Brown”, o “Dottor Prince”, e i vertici dell’organizzazione son detti “Capones”.  Robetta insomma, rispetto alla serietà della mafia nostrana . Dilettanti. I clan più potenti portano nomi tipo “Black Axe”, o “Vikings”, una roba a metà tra una serie di Netflix e il nickname di un tredicenne invasato che gioca a Call of Duty.

Eppure, le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e dei Servizi di informazione e sicurezza, quando puntano il dito sulla mafia nigeriana, non prendono la questione proprio alla leggera: al contrario, definiscono l’organizzazione come uno tra i più efficienti e pericolosi sistemi criminali a livello transnazionale (con cellule in Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Regno Unito, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile, Italia).

E non solo. Come i virus più difficili da eradicare, i clan mafiosi nigeriani presentano pure un’alta capacità adattativa a seconda dei contesti in cui si trovano a operare.

Va beh, dirà qualcuno, in fondo stiamo parlando di poveracci brutali e semianalfabeti: quanto potranno mai essere pericolosi?

Che dire… brutali lo sono sì, avvezzi all’uso del machete pure, ma bisogna aggiungere che per lo più si tratta individui con un elevato livello di istruzione, che conducono attività illecite in settori quali: il narcotraffico, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, la tratta di esseri umani, la prostituzione. Non proprio bassa manovalanza, insomma.

I proventi illeciti vengono generalmente trasferiti in Nigeria attraverso corrieri o canali di money-transfer e/o Hawala, ove vengono largamente utilizzati per finanziare altre attività illegali. Non mancano, tuttavia, casi di reimpiego degli utili sul territorio nazionale, prevalentemente in attività economiche (african-shop, phone center, internet point ecc.) funzionali alla copertura dei traffici di esseri umani e droghe.

 

Mafia nigeriana e mafia italiana: una bomba pronta a esplodere?

In Italia, la mafia nigeriana è radicata in Piemonte, Veneto e Campania, anche se negli ultimi anni ha esteso la propria presenza criminale in Marche, Abruzzo, Lazio, Sardegna e Sicilia: è quasi surreale leggere il Global Report on Trafficking in Persons 2014″ dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), che descrive come con l’operazione Cults, finirono in manette “membri di due gruppi (mafiosi nigeriani) che hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (periferia est, Tor Bella Monaca), affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.”

Uno si potrebbe chiedere: e le mafie nostrane che fanno? Mo’ questi immigrati vengono a rubare il lavoro pure a loro?

Per fortuna, a chiarire il rapporto tra mafie italiane e mafia nigeriana ci viene in aiuto l’Ufficio Studi del Senato della Repubblica Italiana, che ha redatto un esaustivo dossier sull’argomento. Leggiamo cosa scrive a proposito dei rapporti con Cosa nostra:

Gli inquirenti si sono posti una domanda: come è possibile che a Palermo un’organizzazione straniera gestisca un intero quartiere senza che i padrini, quelli che reggono gli storici mandamenti cittadini, abbiano nulla da ridire?

La spiegazione l’ha fornita il clan di Giovanni di Giacomo. Di Giacomo è un boss autorevole, un boss dal robusto curriculum criminale, ha esordito come nel gruppo di fuoco di Pippo Calò: oggi è detenuto all’ergastolo. Fuori dal carcere mantiene, però, ancora la sua influenza: al punto che riesce a far nominare il fratello Giuseppe reggente del clan di Porta Nuova. Un incarico che durerà poco, dato che il 12 marzo del 2014 Giuseppe di Giacomo verrà ucciso in pieno giorno nelle strade del quartiere Zisa. Aveva però già cominciato a muoversi da padrino, a dirigere il racket delle estorsioni, e a riferire ogni cosa al fratello detenuto, durante i colloqui intercettati in carcere. In uno di quei colloqui, Giovanni di Giacomo chiede informazioni su Ballarò, il quartiere storico nel centro della città. “Lì ci sono i turchi”, dice il fratello, e a Palermo da più di mezzo secolo quando qualcuno dice “i turchi”, si riferisce genericamente alle persone di colore. È per questo che Di Giacomo chiede delucidazioni: “Quali turchi?” “I nigeriani”, chiarisce il boss di Porta Nuova. “Ma sono rispettosi – aggiunge – mi vengono ad aspettare sotto casa per parlare, chiedere… e poi questi immagazzinano”. Una affermazione che, per gli inquirenti, spiega chiaramente come Cosa nostra a Palermo abbia dato il suo via libera alla presenza dei nigeriani di Black Axe sul territorio.

Quella spiegazione, “questi immagazzinano”, vuol dire praticamente che nei vicoli dimenticati di Ballarò i nigeriani “rispettosi” conservano enormi quantitativi di droga, con il beneplacito delle famiglie di Cosa nostra, ormai falcidiate dagli arresti e a corto di soldati fedeli per controllare ogni angolo della città. E così il ventre molle di Palermo è diventato oggi mandamento delle gang nigeriane, con tanto di benedizione degli eredi di Riina e Calò.

Sempre nel dossier del Centro Studi, leggiamo inoltre che il rapporto tra mafie non si risolve qui, ma anzi è in continua evoluzione. Secondo la DIA, appare assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti (per esempio nella vendita della droga), debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Viene infatti riportato esplicitamente in una relazione della Direzione Investigativa Antimafia (giugno 2017) che: “Gli altri gruppi di matrice etnica – si legge nel documento – operano tendenzialmente con il beneplacito delle mafie storiche, mentre in altre zone dimostrano una maggiore autonomia che sfocia in forme di collaborazione quasi alla pari”. Di conseguenza, la “tregua collaborativa” alla quale assistiamo ora in futuro verrà necessariamente scossa là dove i nigeriani si rafforzeranno o le cosche italiane indeboliranno.

 

Come combattere la mafia nigeriana?

Quando si affrontano le mafie, tutte le mafie, bisogna avere la consapevolezza che “la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste.”. Le mafie hanno paura di essere sbattute in prima pagina. Temono di essere inchiodate dall’opinione pubblica.

Le forze dell’ordine, la DIA, la Commissione antimafia, lottano già contro la mafia nigeriana da anni. La loro mano è forte, decisa. Quello che manca, dall’altra parte, è una decisa spinta della politica, che a lungo ha ignorato la questione per timore di sconfinare in un problema divisivo come quello dell’immigrazione illegale, che, come sottolinea il Generale Morabito del NATO Defense College, crea vulnus gravi alla sicurezza del Paese.

La politica, per cominciare dovrebbe agire proprio in sede alla Commissione antimafia, certificando che le mafie sono tante e in continua evoluzione: bisogna adattare le strategie. E poi dovrebbe parlarne.

La situazione attuale ci dice che la poca conoscenza della mafia nigeriana rispetto a altre mafie ha di fatto comportato un intervento inefficace da parte dello Stato, e ciò rischia di avere come effetto quello di sostituire una mafia con un’altra, invece di eradicarle tutte come dovrebbe essere.

Due opinioni tranchant sul rapimento di Silvia Romano

Di Mirko Giordani, da Il Giornale,

Il rapimento della giovane cooperante è un fatto drammatico, e sinceramente non voglio discettare sul perchè la ragazza non sia rimasta in Italia ad aiutare qualcuno più vicino casa, magari gli anziani della locale casa di riposo. Sono scelte personali e come tali vanno rispettate. Io, ma nemmeno voi cari lettori, non siamo nessuno per poter decidere della vita di Silvia. E nemmeno il tuttologo Gramellini. Detto questo, io avrei fatto altre scelte, ed il volontariato in Africa non è attualmente tra le mie priorità. Se devo andarci in Africa, ci andrei solo in vacanza a fare qualche safari, magari protetto da squadre di contractors. Ma anche le mie sono scelte personali.

Detto questo, vorrei elencare però due cose importanti, quando si parla di partire per fare volontariato in posti oggettivamente pericolosi. Perchè è inutile prenderci in giro con gli orpelli retorici ed i bisticci tra le parti politiche, ed è meglio per tutti andare subito al nocciolo della questione.

Per prima cosa, ma come è possibile che una Onlus parta verso l’Africa e non abbia nessun personale di sicurezza privato? Si, parliamo di contractors, gente con fucili in mano che dovrebbe essere pagata per proteggere le persone che vanno a fare volontariato in posti sperduti e pericolosi come quello dove si trovava Silvia. La Onlus dovrà rispondere di queste negligenze, perchè è ora di dire basta alle visioni romantiche del mondo dei cooperanti: si trovano ad operare in contesti sociali, economici e di sicurezza catastrofici e per questo i cooperanti vanno protetti, anche con le maniere forti.

Seconda cosa è sul modus operandi che dovrebbe portare alla liberazione della ragazza. Se abbiamo delle forze speciali e dei servizi segreti efficienti, mettiamoci d’accordo con le autorità keniote e liberiamo Silvia. Più sborsiamo soldi, e più facciamo capire alle bande di criminali in giro per il mondo che l’italiano è un bancomat ambulante, aumentando sempre di più il rischio di rapimenti e di preoccupazioni per i familiari rimasti in Italia. Bisognerebbe far capire che se rapisci un italiano, un reggimento di incursori potrebbe entrare nel tuo covo e fare un po’ di casino.

Detto questo, forza Silvia!

I conservatori inglesi caccino Theresa May

 Di Mirko Giordani

È raffica di dimissioni nel Cabinet della sfortunata Theresa May. Quattro ministri se ne sono andati e vanno a rafforzare l’ala della hard brexit capeggiata da Rees-Moog, eccentrico conservatore cattolico, e da Johnson, l’altrettanto eccentrico ex Sindaco di Londra.

Se non siamo alla fine politica di Theresa May, diciamo che poco ci manca. La Primo Ministro Inglese si è trovata a gestire la fase politica piú importante e delicata della storia postbellica del Regno Unito, e diciamo che non ha dimostrato ne il decisionismo ne il carisma di Winston Churchill o di Maggie Thatcher. Ci sono momenti in politica in cui bisogna prendere una decisione, non si può stare in mezzo al guado. Le questioni di “money” sono semplici da risolvere: la moneta è neutra e alla fine l’accordo si trova. Invece per le questioni squisitamente politiche serve coraggio e decisione, perchè tertium non datur.

I conservatori inglesi devono risolvere una questione affannosa, che è tutta politica: o guardano verso l’Europa, e ne discendono tutte le tecnicalità sugli accordi commerciali, oppure guardano al mondo, anche in questo caso discendono tutte le tecnicalità del caso. La May è rimasta in mezzo al guado, a parare a destra e a manca. Il porto di Londra ha visto due secoli la nascita della “Global Britain”: è ora che una nuova leadership conservatrice riprenda in mano quell’ideale e decida la strada da percorrere.

Midterm: un pareggio che suona come una vittoria per Trump

Di Andrea Asole.

Quasi sicuramente, da ieri mattina in molti avranno letto che i democratici hanno vinto le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. A conti fatti invece si tratta di un pareggio, pareggio che per tutta una serie di ragioni sa di vittoria per Donald Trump. Quali?

Tanto per iniziare, non c’è stata l’onda blu, i democratici vincono la Camera ma hanno una maggioranza di meno di 30 seggi: considerato che negli USA la fedeltà al partito manco sanno cosa sia, è tutto da vedersi se ci sarà una paralisi. I democratici hanno riconquistato alcuni distretti che due anni fa vinse Trump, era fisiologico che accadesse, tuttavia in alcune zone storicamente favorevoli loro i dem hanno invece faticato: si pensi al Connecticut, dove hanno vinto tutti i distretti ma han faticato in uno di essi e dove hanno faticato anche per il Governatore. Non è insomma una disfatta, e Donaldone ha un motivo in più per festeggiare: Nancy Pelosi tornerà speaker.

C’è poi un importante dato storico: quanti sono i precedenti in cui il partito del presidente in carica guadagna seggi al Senato in una midterm? Pochi, pochissimi, e Donald Trump rientra fra questi pochissimi. Inoltre, alcuni senatori repubblicani entranti sono molto più vicini al trumpismo di alcuni repubblicani uscenti. Allontanata la già remotissima possibilità di impeachment, chissà il signor Mueller come l’ha presa.

Per mascherare la “non vittoria” (quella dei democratici non può essere definita sconfitta), il circo mediatico americano sta ponendo l’accento su alcuni candidati democratici che hanno vinto e in particolare la ragazza di 29 anni che ha vinto in un distretto (ultrablindato) di New York come il prototipo della candidata ideale da contrapporre a Trump: si stanno mettendo in testa che radicalizzarsi è la chiave per battere The Donald. Diciamo che noi dall’Italia potremmo raccontar loro come finisce di solito in questi casi.

Infine, i democratici speravano in un qualche miracolo che li facesse vincere anche al Senato, in modo da poter quanto meno arrivare a votare l’impeachment (che non sarebbe passato lo stesso: serve la maggioranza dei 2/3, però sai il fastidio?). Adesso invece si ritroveranno a sperare che Ruth Ginsburg viva a lungo e non si sia stufata di tutto. Se la Ginsburg (ci) lasciasse, a Trump spetterebbe un’altra nomina per la Corte Suprema, e potrebbe significare una SCOTUS conservatrice per i prossimi 15-20 anni con tutto ciò che ne consegue. Chissà perché i commentatori fingono di non ponderare questa eventualità.

Se ciò non bastasse, tenete a mente che Clinton e Obama nel midterm hanno preso mazzate e perso (uno nel 1994, l’altro nel 2014) il controllo di tutte e due le camere con una emorragia di seggi. Trump ha invece piazzato tutti i candidati che ha pubblicamente endorsato. Mica male per uno sconfitto, no?

Un vero rinnovamento in Forza Italia?

Di Tommaso Cocci

La differenza tra la politica ed il tatticismo si sostanzia tutta nella presenza o nell’assenza di una forte idea di fondo.
In Forza Italia occorre che un gruppo di persone si prenda la responsabilità di decidere se il Governo Salvini – Di Maio sia un pericolo letale per l’Italia oppure che si debbano mettere da parte i veti pregiudiziali con l’Esecutivo e si rinsaldi il rapporto con la Lega.
Su questo nodo si contrappongono due visioni sul ruolo del partito azzurro nella scena politica.
Il Presidente della Liguria Giovanni Toti propende per una alleanza più salda con Matteo Salvini, nell’ottica di ricostruire un partito unico di centrodestra che promuova una politica di legge ed ordine e la discontinuità con questa Unione Europea. Di contro, un’altra ala del partito dà una lettura assolutamente negativa dell’attuale esperienza di Governo ritenendo assolutamente dannose le misure economiche ed irricevibile il livello di conflitto tenuto con le autorità di Bruxelles.

Nel mentre all’interno della maggioranza di Governo ci sono i primi mal di pancia sul Decreto Sicurezza di Salvini, perché alcuni deputati pentastellati ne criticano il testo e non vogliono votarlo. Al contempo gli stessi grillini devono fare il primo bagno nella realtà, dovendo dare il via libera al TAP e già alcuni attivisti si immaginano che questo sarà il preludio per l’autorizzazione alla realizzazione dell’altra velocità Torino-Lione. In più ci sono le incertezze nazionali ed internazionali sulla manovra economica che, nonostante l’ostentata sicurezza, costituiscono un bel grattacapo per i due vicepremier.

In un momento del genere, Forza Italia invece di avere un guizzo, per invertire la sua discesa tra l’elettorato italiano, decide di farsi l’ennesimo autogol.
Basta leggere la circolare che indice i nuovi congressi per accorgersene. Di primo acchito, l’iniziativa sembra aver la finalità di spalancare le porte del partito, ma basta approfondire per capire che è il vademecum di una classe dirigente chiusa a riccio, che si sente invitata a ballare per l’ultimo giro di valzer.
Tenuto conto che l’obiettivo azzurro dovrebbe essere quello di riacquistare base elettorale l’operazione dei congressi, per come è stata elaborata, oscilla tra l’inutile ed il deleterio per un triplice ordine di motivi.
Pima di tutto i congressi rinnoveranno soltanto gli organismi provinciale di Forza Italia. I vertici regionali e nazionali non saranno messi in alcuna discussione, tuttavia proprio questi sono i responsabili al 90% della desolante situazione attuale di Forza Italia. Poiché i coordinatori provinciali hanno contato poco o niente e comunque sono sempre stati diretta emanazione, a forza di nomine, degli organismi centrali. Nessuno crede al fatto che i nuovi coordinatori provinciali avranno voce in capitolo nella definizione delle liste per le europee e neppure per la scelta dei candidati sindaco delle amministrative. La scelta sarà sempre demandata agli intoccabili vertici regionali e nazionali.
In secondo luogo, la competizione sarà deleteria poiché si sfogheranno semplicemente attriti personali e locali. Poiché sullo sfondo non c’è nessun disegno più ampio, dato che i congressi non hanno conseguenze oltre al livello territoriale. Dunque si creeranno fratture inutili ed ulteriori perdite di consenso senza che questa sia compensata da nuovi elettori. In quanto nessuno, che fino al giorno prima non votava Forza Italia, si avvicinerà ad un partito che non modifica i suoi vertici.
Infine, la scadenza fissata per la chiusura del tesseramento è il 30 novembre. Non ci saranno i tempi tecnici per avviare un dibattito serio in cui coinvolgere delle nuove persone, bensì sarà la solita serie di congressi farlocchi dove parteciperà la stessa gente, ormai decimata, del crepuscolo azzurro.
A questo punto sorge il sospetto, parafrasando una vecchia pubblicità di orologi, che in Forza Italia sia stato coniato un nuovo motto “parliamo di tutto, ma non di politica”.
La storia del partito è nota, non è mai stato prodigo nel promuovere momenti di dibattito interno, tuttavia, dopo i risultati del Trentino-Alto Adige (2,82% a Trento e 1% a Bolzano) pareva scontato che si sarebbe aperta un’ampia e diffusa discussione. Invece no. La volontà rimane quella di non toccare i quadri dirigenti nazionali, senza rendersi conto di quanto siano consunte le loro figure nell’elettorato.
Dover stare all’opposizione rientra nella normalità della dinamica politica. Ma dal momento in cui un partito perde le elezioni, lo stesso non dovrebbe perseverare a destinare ruoli di primo piano solo a soggetti che per anni hanno ricoperto tutte le possibili ed immaginabili cariche di governo d’Italia e d’Europa. Questa non è una mera istanza giovanilista, bensì la logica conseguenza del fatto che quando i dirigenti attuali di Forza Italia vanno in televisione a criticare il Governo, l’elettore si domanda per quale motivo tutte le cose che vengono proposte da quei signori non sono state fatte nelle legislature precedenti. Se invece nei dibattiti e ad assumere le decisioni ci fosse qualcuno di nuovo forse ci sarebbe maggior credito da parte dell’opinione pubblica.
Forza Italia, da tempo, non ha una linea politica e la sua opposizione al governo appare spesso poco argomentata se non addirittura in contrasto con i sentimenti prevalenti nel popolo azzurro.
L’infausto esito elettorale in Trentino e il sorgere dei primi problemi nell’alleanza Lega-M5S potevano essere il viatico per un congresso veramente politico che confrontasse la posizione di coloro che vogliono rinsaldare l’asse con la Lega e coloro i quali vogliono un’opposizione dura al Governo.
Non sarebbe meglio vedere un confronto tra due mozioni congressuali nazionali per la leadership del partito invece di metterlo in liquidazione, facendo solo lo stretto indispensabile per prendere quella manciata di voti utile ad aggiudicarsi qualche seggio all’Europarlamento?
Un congresso che rinunci in partenza a parlare al Paese è l’ultima cosa di cui ci sarebbe bisogno per invertire la rotta.

Salvini, scarica Di Maio e facciamo questa TAV

Di Mirko Giordani (da Il Giornale).

Di Maio arriva in pompa magna in Piemonte, una regione una volta culla della migliore industria italiana ed oggi in fase declinante. Va ad incontrare 180 lavoratori della COMITAL, che sono senza stipendio da mesi, e 57 della HAG, che rischiano il posto di lavoro.

Tutto giusto: il compito del Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico e di mettere le mani nelle peggiori crisi industriali del paese, e tentare di farsi da mediatore tra le parti in causa. Il lavoro del ministro non è però solo quello di andare di crisi in crisi, di slogan in slogan, di diretta in diretta: Luigi Di Maio dovrebbe dare una prospettiva strategica al paese. Ma siccome sembra non rendersi conto di sedere sulla calda poltrona di ministro, Di Maio se ne va in giro come un leader dell’opposizione qualsiasi.

È di oggi (non di ieri) lo show in Consiglio Regionale a Torino dove praticamente il “capo politico” dei 5 Stelle mette la parola fine sulla Tav Torino – Lione. Con tanta pace della mefistofelica “analisi costi – benefici” che Toninelli propina ogni tre per due nei vari talk show. Ovviamente la scusa accampata dal capo politico è una di quelle più spumeggianti: spreco di soldi pubblici.
Ora gli analisti dei 5 Stelle ci dovranno spiegare come sarà possibile far crescere il paese senza investimenti del calibro di una linea di alta velocità.

Quale perverso ragionamento si arrovella nella testa del capo politico dei 5 Stelle per far bloccare un’opera strategica come la TAV? C’è sicuramente una dose di ideologia anti-sviluppista, ma anche una sanissima dose di “paraculismo”: Di Maio è favorevole all’alta velocità Napoli – Bari. Non sarà che spinge per fare investimenti giù a casa sua?

Ci rivolgiamo a Salvini ed alla Lega: fatevi sentire. Fate sentire la voce dei produttori di ricchezza. Fate sentire il rombo delle industrie che trainano il paese. Mettete Di Maio in condizione di nuocere il meno possibile. Per il nostro bene e per il bene dell’Italia.

Viva lo sviluppo, contro la decrescita felice

Di Mirko Giordani (da Il Giornale).

Ormai è chiaro a tutti che un conto è fare opposizione in piazza, un conto è prendere in mano le redini del paese.

Facile fare i no a tutto quando non si hanno responsabilità di governo. Facile aizzare i cittadini di Melendugno contro la TAP. Facile aizzare la Val Susa contro la TAV. Facile dire no alla pace fiscale.

Quando poi la realtà ti bussa alle porte, poiché nella stanza dei bottoni non c’è più l’avversario politico ma ci sei tu, allora lì sono guai.

Per anni hai fomentato i tuoi sostenitori raccontando palesi balle.

Hai detto che avresti stoppato infrastrutture dal valore miliardario e di interesse strategico per il sistema paese. Per anni hai riempito le piazze di slogan antisviluppisti ed antimoderni, soffiando sul fuoco dei gruppi NIMBY locali.

Ora, che ti sei reso conto che le imprese che fanno questi progetti non sono del tutto rimbambite, e che si sono assicurate contro il rischio di avere un partito politico che vuole mandare tutto a carte quarantotto, devi inventarti qualche sciocchezza che giustifichi il tuo dietrofront.

Barbara Lezzi, che fa i video su Facebook. Il buon Giuseppe Conte, che prova a parare il fondoschiena a Luigi Di Maio. E quest’ultimo, che si inventa di penali sul TAP inesistenti.

L’ideologia della decrescita felice, del “si stava meglio quando si stava peggio”, dell’odio verso le grandi infrastrutture strategiche, non può e non deve trovare casa nella settima potenza economica del mondo.

Comunque, grazie al Movimento. Grazie per averci permesso di consumare il prezioso e pulito gas dell’Azerbaijan.

Lettera di un forzista a Berlusconi

Di Luca Proietti Scorsoni

Caro Presidente,

cui prodest? Mi perdoni l’uso della citazione latina ma Lei è sicuro che la ripartenza di Forza Italia passi davvero per i congressi comunali e provinciali? Provo a tradurle il senso pratico di certi riti: tessere, accordi sotto banco e poco più. Tipo un tozzo di pane e qualche spilletta distribuita come le brioches di Maria Antonietta. D’accordo, si possono anche fare, non dico di no a prescindere, ma l’esempio deve partire dall’alto e qui, me lo lasci dire, Giovanni Toti ha ragione da vendere nel rivendicare congressi anche a livello regionale e nazionale.Il modello al quale relazionarsi deve sempre apparire il riferimento ideale altrimenti tutto il resto è fuffa e derivati. Ma, in generale, qui bisognerebbe andare oltre. Penso ad un confronto tra visioni ed idee differenti capace di mettere in luce orizzonti nuovi e prospettive inedite. Ma sopratutto c’è un disperato bisogno della sua lucida follia.

Forza Italia, al suo interno, ha vissuto un contrappasso niente male, ovvero: quello che era un partito liberale di massa, e quindi favorevole alla competizione e alla concorrenza, si è adagiato sugli allori grazie all’assistenzialismo elettorale. Vado diretto: Lei portava i voti e gli altri si dividevano le poltrone e le prebende senza attivarsi – idealmente e fattualmente – per rosicchiare un minimo di autonomia politica. Qui fanno ancora finta di non capire mentre Sorrentino ha spalmato il tutto per immagini, suoni e suggestioni su pellicola. Forza Italia deve inoculare qualche siero residuo dello spirito del ’94 e del 2008. Il che riporterebbe in auge l’irriverenza, l’eresia, la rivoluzione, l’immoderatismo e la facoltà di scagliarsi contro il politicamente corretto. Il Suo e nostro movimento deve ritornare a dissolvere l’ovvio, la consuetudine e il conformismo statocentrico.

Vede Presidente, a fronte di uno statalismo e di un capitalismo clientelare che sono le due facce di una stessa medaglia di cui il nostro Paese è ancora fortemente impregnato; a fronte di un welfare che deve essere riformato nel profondo, magari attingendo a piene mani dalla sussidiarietà e da quella filosofia sociale tipica del conservatorismo compassionevole elaborata in America dai neocon sin dagli anni ’50 – ’60; a fronte di una “gig economy” che qualche opportunità di produrre reddito, specie in periodi di magra, la fornisce; a fronte del problema dei salari bassi – del resto mangiare tocca mangiare – per cui hai voglia quanto si potrebbe fare in termini di taglio al cuneo fiscale e di defiscalizzazione legata alla produttività; insomma, a fronte di tutto ciò e di altro che non sto qui a dirLe per non tediarla ulteriormente, Le chiedo il favore di tornare quel che era e di portare nuovamente del caos vitale in Forza Italia.  Mi creda, anche nel 2018, possiamo essere ancora liberali, liberisti e libertari seppur adoperando nuovi linguaggi.
Cordialmente

Aeroporto di Firenze: l’importanza delle infrastrutture per lo sviluppo

Di Lorenzo Somigli

“Lo sviluppo adesso e non tra cinquant’anni”. Così disse Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di Commercio e animatore del Comitato Sì Aeroporto al Palaffari nel maggio scorso all’evento che raccolse larga parte dell’imprenditoria fiorentina, spaventata da un possibile abbandono del progetto. È cambiato molto da quel giorno. A livello nazionale e locale.

Forse per rivalsa verso Renzi, le scelte del neonato governo gialloverde, nel quale sembra, per quanto riguarda le grandi opere, prevalere la visione pauperista del Movimento, rischiano di compromettere quella che è un’infrastruttura decisiva per lo sviluppo non solo di Firenze ma di tutta la Toscana. Per l’imprenditoria di Firenze, per aree d’eccellenza come il Chianti, per la Toscana dei distretti produttivi (oro, marmo, cuoio e molti altri) pesantemente colpiti dalla crisi.

Il progetto dell’ampliamento è partito nel 2014 quando il Consiglio Regionale ha approvato il PIT (piano d’indirizzo territoriale) per la costruzione della nuova pista da 2.400 metri. Passano due anni e il TAR adito dai sindaci della Piana, da sempre fermamente contrari, lo boccia. Secondo le stime, l’ammodernamento porterebbe circa 2000 posti di lavoro senza calcolare i circa 8000 dell’indotto. Nel frattempo Toscana Aeroporti e il Comune di Firenze approvano un masterplan da 300 milioni. A settembre di questo anno al ministero delle Infrastrutture è iniziata la conferenza dei servizi (rinviata da Toninelli a novembre): si tratta della valutazione finale delle autorizzazioni, dei permessi e delle licenze urbanistiche inerenti al progetto. Inoltre pende un nuovo ricorso al TAR: i sindaci della Piana hanno impugnato la Valutazione di Impatto Ambientale.

Quella dell’ampliamento è una questione che non smette di alimentare dibattito e divisione a Firenze. Da una parte il Partito Democratico, Forza Italia e Fratelli d’Italia, dall’altra la galassia dell’estrema sinistra, M5S e pezzi consistenti della Lega ovvero i due attori del governo gialloverde. Lacera dall’interno gli stessi partiti, come successo di recente alla Lega. Susanna Ceccardi, sindaco di Cascina (provincia di Pisa) che dichiara: “In Toscana l’aeroporto strategico deve restare Pisa”. Poi rincara la dose Gianmarco Centinaio: Non si farà ha detto in un’intervista a Repubblica Firenze “Lo sviluppo non deve passare da un piano faraonico che non serve a nulla alla Toscana. Con molti meno soldi si potrebbe migliorare l’aeroporto di Firenze senza stravolgerlo. Di parere contrario il Sottosegretario Guglielmo Picchi, fiorentino che ha spinto per l’ampliamento. Per metterci una pezza è servito l’intervento del Ministro Salvini che ha dichiarato che sono ancora in corso valutazioni tecniche.

Altre valutazioni tecniche? Dopo tutti questi anni? Quando? Potenziare i collegamenti per Pisa? Con quali soldi? Quanto tempo ci vorrebbe per realizzare questa nuova grande opera?

Nel frattempo mentre i politici, con un occhio ai sondaggi, litigano, i cittadini si organizzano. Fatto singolare, anomalo verrebbe da dire, che si stiano mobilitando non contro ma per la pista. Mobilitarsi per e non contro: già questa è una novità degna di nota. Cittadini di Peretola, Brozzi, Quaracchi: cittadini sorvolati attualmente che avrebbero ristoro da un allungamento della pista. Le zone sorvolate infatti con l’ampliamento sarebbe drasticamente minori: meno sorvolati, meno rumore, meno danni alla salute. In aggiunta più lavoro. L’appuntamento è per giovedì 25 ottobre al Circolo S.M.S di Peretola. La Politica starà a sentire?

Toscana: erosione di un modello?

Di Lorenzo Somigli

La Toscana non è più una Regione rossa. Massa Pisa e Siena hanno cambiato colore. 6 capoluoghi di provincia al Centrodestra, 2 al M5S e solo 3 al PD ma due andranno al voto il prossimo anno: questo in neanche un quinquennio. Cosa c’è dietro questo repentino collasso?

Non è solo antipolitica. Non è solo malessere generalizzato. Nella scomparsa di una delle regioni rosse hanno influito fattori di più ampio respiro. Alla base di questa trasformazione politica esistono ragioni sociali ed economiche. È cambiata la Toscana.

Dall’analisi dei dati emerge la fotografia di un fenomeno di impoverimento. In 10 anni si è eroso il tessuto sociale toscano: il reddito pro capite è calato da 20mila 500 a 18mila 700 euro; le famiglie in condizioni povertà erano circa 32 mila, sono salite a 53 mila; 615 mila persone vivono in condizione di vulnerabilità ovvero a rischio povertà ed esclusione sociale: circa 40 mila in più dal 2008.

Peggiora ulteriormente il quadro dal lato delle vertenze o delle crisi aziendali. Solo ultima in ordine di tempo la vertenza Bekaert di Figline Valdarno: gli oltre 300
operai sono appesi a un filo. Per restare nella provincia di Firenze negli anni si è perso il cotto smaltato della Brunelleschi a Le Sieci (frazione dal Comune di Pontassieve), il vetrocemento della Seves, buona parte delle aziende del cotto di Impruneta, senza dimenticare la storica
Richard Ginori di Sesto: know-how evaporato per sempre. Allargando lo sguardo negli anni sono entrati in crisi il settore del cuoio e della conceria, quello dell’oro aretino, quello del marmo a Carrara, l’acciaio e la cantieristica.
Le aziende coinvolte nel 43% dei casi avevano tra i 50 e i 250 addetti, nel 30% più di 50 e nel 27% fra i 16 e i 50 addetti. Una desertificazione industriale senza precedenti che ha marcate ripercussioni sociali. Non stupisce che gli operai ovverosia la classe sociale di riferimento da sempre per la Sinistra stiano cambiando le preferenze di voto dirottandosi a Destra: un fenomeno che i politologi chiamano lepenizzazione.

La Toscana specchio fedele della crisi che investe l’intero Centro Italia. Nella cerniera tra Nord e Sud il PIL cresce più lentamente (in questo bisogna tener conto anche dell’impatto del terremoto su alcune Regioni), ci si sposa di meno, la fecondità è più bassa, si fanno meno figli, alto l’indice di invecchiamento e più alta è l’età media della popolazione.

È difficile decretare di netto la fine di un modello. Soprattutto perché da questa non è ancora nato un nuovo modello. Di sicuro la crisi ha corrotto il tessuto produttivo e sociale della Toscana. E da
questo sfibramento possono giovarsene nuovi attori politici capaci di ascoltare chi negli anni ha visto sfibrarsi le proprie certezze.

Alle cene parioline di Renzi & Co preferiamo il “populista” De Luca

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Oggi sul Foglio c’e’ un bellissimo pezzo di Allegranti, che descrive come intere città (come Pisa) in cui prima la Lega e la destra in generale nemmeno esistevano, oggi si svegliano con sindaci leghisti e sceriffi. Ma la cosa piu interessante non è vedere come città medio-grandi siano passate dal rosso al verde, ma come molti politici del PD stiano lanciando l’allarme sulla sicurezza e sull’immigrazione. Vincenzo De Luca, uno cresciuto a pane e territorio, è uno di questi.

Niente piagnistei sull’integrazione, niente hashtag, tanto pragmatismo e tanta attenzione alla sicurezza. Anche se rimane un avversario politico, di quelli veramente tosti, De Luca vive nei tempi moderni. Mentre Renzi e Co. organizzano caminetti a casa di Calenda, De Luca urla a squarciagola nelle piazze e fa notare che anche l’elettorato PD sente il problema della sicurezza, dell’immigrazione e della mancata integrazione.

Sud: De Luca, da Governo attenzione che mancava da anni

Ma si sa, nel paradiso elitario che è diventato il PD, meglio la riunione fighetta e mondana di Calenda, Gentiloni, Minniti e Renzi che le sane e robuste randellate del campano De Luca. Noi di destra non vogliamo entrare in casa altrui, dio ce ne scampi e liberi, ma vogliamo dare un consiglio al quadretto che si troverà a casa Calenda: se proprio non volete ascoltare quello “zozzone” di De Luca, che si sgola per fare capire ai capataz del PD che la sicurezza è un problema serio, date retta a Minniti. Se il pur ottimo ministro Salvini si trova di fronte ad una situazione difficile ma non disastrosa come nell’epoca Alfano, il merito è anche e sopratutto dell’ex ministro Minniti.

Se ci deve essere un’opposizione al governo Conte, che sia abbastanza seria e non da operetta.

Fate la flat tax, subito!

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Come dicevo ieri in una mia diretta Facebook (che trovate qui), per capire il governo Conte e l’alleanza giallo-verde è necessario anche leggere qualcosa, magari un americano come Ian Bremmer. Bremmer è il capo di Eurasia Group, una società di consulenza che si occupa di analizzare il cosiddetto “rischio politico” nelle regioni più instabili del mondo. Ovviamente vende le sue analisi a caro prezzo, il che gli permette di avere uffici in città non proprio secondarie: Londra, New York e Tokio. Se un personaggio così, uno che tutti quanti catalogheremmo come parte dell’elite, scrive un libro che si intitola “Us vs Them”, noi contro loro, dove il noi è il popolo ed il loro è riferito alle elite, dovrebbe farci pensare. Se anche la creme della creme degli analisti politici (perchè Ian Bremmer è veramente bravo, ed il suo team super competente), fa un’analisi in cui se la prende anche con i suoi colleghi, ed anche con se stesso ed il mondo che rappresenta, capiamo come ormai la frattura che si è creata tra la gente comune e le elite (nel senso buono della parola) è destinata ad allargarsi.

Nel conflitto “noi contro loro”, ovviamente Bremmer inserisce anche i 5 Stelle e la Lega, uno dei primi veri esperimenti populisti a tutto tondo, dove destra e sinistra si toccano e si lambiscono, si sfiorano e si abbracciano. Il problema è che se anche cataloghiamo 5 Stelle e Lega nel complesso dello scontro popolo contro elite, possiamo comunque ravvisare la divisione storica destra-sinistra. Perchè è impossibile non pensare alla peggior sinistra diessina quando Di Maio propone il decreto dignità che rende conveniente licenziare ed inconveniente assumere. E’ impossibile non pensare che le misure contro l’import di arance ed olio dalla Tunisia e dal Marocco siano un errore: aiutarli a casa loro, garantire loro il diritto a rimanere nelle loro terre significa soprattutto scambiare e commerciare, garantire loro una crescita economica stabile e non drogata dalla malsana cooperazione interazionale. Su questo sia Sia Di Maio che Salvini, che sulla questione migrazioni dovrebbe occhi e orecchie super attente, devono riflettere, perchè abbiamo bisogno di guardare anche da qui ai prossimi 10 anni e non solo all’oggi. Bene invece, e qui torniamo nell’alveo del più tipico programma del centrodestra, le misure contro l’immigrazione ed il rinnovato protagonismo internazionale del nostro paese, soprattutto nella sfida aperta verso l’ipocrisia macroniana. Visto che Conte, nonostante sia persona dignitosa, sembra non parlare, ci pensa il loquace Salvini. Molti, tra cui tanti amici e compagni di avventure politiche e associative, mi hanno detto di essere diventato filo leghista, di essere salviniano e chi più ne ha più e metta. Io osservo, e finora su immigrazione e sicurezza è il Salvini che tutti ci aspettavamo: legge ed ordine, e sinceramente, da liberale di centrodestra, a me questo basta e avanza. Ma, siccome verde non sono e non ho da nascondere nulla, non ho paura a dire che la flat tax in soffitta mi da non poco fastidio. E mi da fastidio anche personalmente, se la vogliamo mettere così. Io sono a Londra, ma amo il mio paese e vorrei tanto tornare a vivere e lavorare nella penisola più bella del mondo. Come me, tanti altri ragazzi e ragazze dispersi per il mondo, che seguono stipendi migliori, lavori migliori e possibilità di farsi una famiglia. Per farli tornare basterebbe fare almeno una cosa: la flat tax. Se non la fate, vi giocate la credibilità e sarebbe meglio tornare al voto.

Non esiste un solo Mezzogiorno, ne esistono almeno tre (più uno)

Di Graziano Davoli

La narrazione che ha preso piedi all’indomani delle elezioni del 4 Marzo è ingannevole. Quella, per intenderci, che vedeva un Nord laborioso e produttivo colorato di azzurro (anche se il verde sarebbe stato più appropriato visto il trionfo della Lega) ed un Sud fannullone e lassista colorato di giallo.

E’ ingannevole non solo per una questione cromatica. Infatti se ci concentriamo sulla cartina che rappresenta i collegi uninominali per la Camera dei Deputati possiamo notare tre cose. La prima è che sopravvivono alcune piccole aree rosse in quelle che erano le roccaforti del centrosinistra in Toscana ed Emilia Romagna. La seconda è che nel Nord Italia sono presenti alcune piccole aree gialle (ad esempio in Liguria e Piemonte). La terza è che al Sud sono presenti alcune piccole aree azzurre (soprattutto in Campania e in Calabria). Le differenze, ovviamente, non sono solo cromatiche ma per quanto riguarda il Mezzogiorno sono anche socioeconomiche.

Pensare che il Sud sia un monolite è un errore, anche pensarlo del Nord è un errore infatti le differenze tra i diversi modelli economici e sociali che caratterizzano il nordovest e il nordest sono ben note. E’ fuorviante pensare che il Mezzogiorno sia uno solo. Esistono tre aree, dal punto di vista economico e sociale nel Meridione, anzi tre più una.

La questione meridionale è una questione annosa, che la nostra penisola porta con sé dalla sua nascita. Inoltre la frammentazione appena accennata contribuisce, insieme alla negligenza delle amministrazioni, a rendere la situazione nel Sud ancora più complicata. Non solo la presenza della malavita organizzata, la scarsità, l’arretratezza e l’inefficienza delle infrastrutture e la disoccupazione sono problematiche rilevanti per l’area, ma sono anche collegate tra di loro. Basti pensare come in quelle aree dove le infrastrutture sono più rilevanti e incidenti, la presenza della criminalità organizzata è più forte e rilevante. Anche per questa ragione quando si parla di grandi opere al Sud (la costruzione del ponte sullo stretto di Messina o la riqualificazione del porto di Gioia Tauro, che potrebbe giocare un ruolo fondamentale per l’influenza che l’Italia deve cercare di costruirsi sul Mediterraneo).

La prima area corrisponde alla cosiddetta spina dorsale del Meridione. Un’area che prende parte della Campania, attraversa la propaggine settentrionale della Basilicata, lambisce il sud est lucano e copre tutta la Puglia (tranne la zona di Foggia).Tra le città più importanti di questa fascia vi sono Napoli, Salerno, Melfi, Bari, Taranto e Brindisi.

Napoli è il fulcro di quest’area. L’antica capitale del Regno delle due Sicilie è infatti la città con la densità di popolazione più elevata nel Mezzogiorno e la terza in Italia (dopo Roma e Milano). La Campania deve la sua importanza strategica anche all’industria chimica e all’ingegneria dei materiali. Importanti sono anche le infrastrutture e le grandi opere, come le autostrade, basti pensare all’autostrada A3 Napoli – Salerno (che collega le due città campane proseguendo il percorso tracciato dall’Autostrada del Sole e l’autostrada A2 Salerno – Reggio Calabria (conosciuta anche come autostrada del Mediterraneo) o le reti ferroviarie basti pensare alla Ferrovia Tirrenica Meridionale. Inoltre i porti di Napoli e Salerno sono rispettivamente all’undicesimo e al quattordicesimo posto all’interno della classifica dei porti italiani per volumi movimentati.

Melfi invece deve la sua importanza alla manifattura pesante e all’industria. Essa infatti ospita uno degli stabilimenti Fiat più importanti d’Italia.

Fondamentale poi è la regione Puglia, caratterizzata da un’economia complessa e articolata su una grande varietà di settori (dall’agroalimentare al tessile, dal calzaturiero ai trasporti e al turismo, dalle bio e nanotecnologie alla meccanica, dall’elettronica all’ingegneria digitale) che hanno fatto conoscere la regione come la California d’Italia. Importanti sono anche le infrastrutture e le grandi opere. Basti pensare alla Ferrovia Adriatica (che collega Ancona a Lecce) e ai porti di Taranto e Brindisi (rispettivamente al decimo e al quindicesimo posto nella classifica dei porti italiani per volumi movimentati).

All’incidenza dell’economia e delle infrastrutture si accompagna un’intensa attività della criminalità organizzata, soprattutto di camorra e Sacra corona unita.

La seconda area comprende, in realtà, parte dell’Italia centrale (più precisamente il Lazio, esclusa Roma), la pendice meridionale campana e la pendice settentrionale dell’Abruzzo.

Quest’area si contraddistingue per un apparato industriale scarsamente rilevante, essendo la sua economia concentrata essenzialmente sul settore primario (agricoltura) e sul turismo. Pensiamo alla fascia nord occidentale abruzzese (in particolare alla città di Pescara) che affacciandosi sul mare gode di un forte turismo balneare o alla pendice sud della Campania, caratterizzata dalla presenza del Parco del Cilento. La dotazione infrastrutturale, seppur scarsamente rilevante, è comunque accettabile.

L’attività malavitosa rimane un fenomeno periferico.

La terza area comprende tutto il Molise, abbraccia la pendice meridionale abruzzese, la pendice settentrionale pugliese, tutta la Basilicata fatta eccezione delle zone di Melfi e Matera e tutta la Calabria. E’ un’area connotata da una scarsa rilevanza strategica, fatta eccezione per la Calabria data la presenza del porto di Gioia Tauro.

L’economia e la dotazione infrastrutturale sono scarse, di scarsa qualità e di scarsissima rilevanza. Un fattore che non ha permesso all’attività malavitosa di svilupparsi in modo rilevante. In questo fa, ovviamente, eccezione la Calabria, dove l’ndrangheta (organizzazione criminale più ricca in Italia e la quarta più ricca nel mondo) oltre ad essersi fortemente insediata nell’economia dell’Italia settentrionale e di molti paesi europei, è ancora fortemente radicata nel territorio d’origine.

Un caso ha parte è costituito dalle due regioni a statuto speciale, ovvero le isole, Sicilia e Sardegna. Queste due regioni sono penalizzate dalla loro insularità che le isola dal resto del paese. Le infrastrutture sono scarse ma di una certa rilevanza. Basti pensare al porto di Cagliari e il terzo porto più importante a livello nazionale, mentre i porti di Augusta e di Messina sono rispettivamente al sesto e al nono posto. La Sicilia poi si distingue per la sua densità abitativa, Palermo infatti è la quinta città italiana per densità di popolazione e per una sua posizione strategica nel contesto mediterraneo dovuta alle reti di gasdotti e cavi sottomarini che attraversano i suoi fondali. Tuttavia queste potenzialità sono soffocate dalla scarsità delle infrastrutture e dalla presenza invasiva della criminalità organizzata, nonostante Cosa Nostra sia stata progressivamente indebolita dallo stato a partire dagli anni novanta, ha lasciato un buco che ha riempito l’ndrangheta. La Sardegna presenta, invece, alcune eccezione rispetto al resto del Mezzogiorno, dovute anche alla sua passata appartenenza all’ex regno sabaudo. Innanzitutto non ha una forte attività criminale e non ha una mafia autoctona, l’anonima sarda oltre praticamente inattiva ha sempre avuto un’organizzazione, una gerarchia e una struttura molto rudimentali, che l’avvicinano più al banditismo che ad un’associazione di stampo mafioso. Essa è inoltre connotata da una forte diversificazione economica, da una forte identità territoriale e da un buon posizionamento in ambito istituzionale ed imprenditoriale.

Questa frammentazione, di cui queste aree individuate sono solo una minima parte, rappresenta un freno per la crescita del Mezzogiorno. Una realtà che, al contrario del Settentrione, esigerebbe una soluzione molto più centralistica. Tuttavia abbandonare il Meridione a sé stesso, significa rinunciare ad un posizionamento geopolitico e strategico fondamentale. Il Sud infatti è la nostra finestra sul Mar Mediterraneo, è il canale attraverso il quale il nostro paese può tornare a costruire un proprio bacino d’influenza e essere un interlocutore privilegiato per i paesi dell’Africa mediterranea.

Meno tasse per gli “sporchi” capitalisti. Spiegatelo a Verducci.

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

I punti del programma giallo-verde con i quali non sono d’accordo penso siano chiari: sul reddito di cittadinanza, per citare un esempio, ne ho scritto qui su Il Giornale. Sulle tasse e sulla Flat Tax proposta da Salvini e dal centrodestra sono invece completamente d’accordo: una misura liberale e liberista in un programma che vede troppo statalismo e pauperismo. Ovviamente il PD come ha iniziato la sua grandiosa opposizione al governo giallo-verde? Lo ha tacciato di neoliberismo, Dio ce ne scampi e liberi.

Il non troppo sveglio (politicamente, s’intende) Senator Verducci, uno cresciuto a pane e Frattocchie, ha paragonato Salvini alla Thatcher, a Reagan e Trump. L’accusa ovviamente è quella tipica che si rivolge al grande satana del neoliberismo: rubare ai poveri per dare ai ricchi.

Siccome prendiamo per assodato, o per lo meno lo speriamo, che il buon Verducci sappia chi siano stati Reagan e Thatcher e che abbia compreso, cosa non molto difficile, quel che hanno fatto i due leader sopra menzionati, è il tempo di dare la nostra interpretazione dei fatti. E’ forse troppo complicato per il Senatore Dem capire che abbassare le tasse agli sporchi e odiosi capitalisti sia un toccasana per l’economia? Investimenti, assunzioni, crescita economica, più soldi alle famiglie della classe media. Cose molto semplici ed intuitive, ma che forse non vengono insegnate in un partito che disdegna il lavoro e vive arrocato nella torre d’avorio.

La terapia politica che consigliamo a Verducci è semplice: lettura dei classici del pensiero liberale, cominciare dai fondamentali come Hayek per arrivare fino a Laffer. In qualche giorno forse ce la farà.

Per un sovranismo liberale

Di Luca Proietti Scorsoni

Sovranismo liberale. Magari è un ossimoro, una sorta di ircocervo semantico contrassegnato da concetti incompatibili tra di loro. Però è anche una scommessa avvincente che val la pena affrontare non solo per uscire dall”angolo nel quale siamo stati relegati noi individualisti ma pure per imbastire una ripartenza vigorosa. In termini politici e non solo. Declinare il sovranismo in un’ottica liberale vuol dire senza dubbio proteggere gli interessi del proprio Paese senza per questo doversi per forza chiudere al mondo tramite barriere doganali, dazi o strabismi di sorta applicati al principio di reciprocità. A fronte di ciò poi non sta scritto da nessuna parte che la sovranità è più accentuata laddove è maggiore la spesa pubblica. Specie se poi quest’ultima viene realizzata in deficit. Del resto aumentare ulteriormente un debito pubblico già di per se abnorme – e per giunta prevalentemente in mano a banche, assicurazioni e fondi di investimento con passaporto estero – non vuol dir altro che porgere al cappio il proprio collo. Per difendere le istanze primarie di un Paese non serve uno Stato grande ma un grande Stato, non serve cioè una dimensione statuale mastodontica, oltre che una articolazione dello stessa altamente pervasiva, bensì un centro di potere che si articoli in poche ma qualificate prerogative. Uno Stato che non erigga alte mura protettive alle proprie imprese per salvaguardarle dalla concorrenza estera ma, al contrario, un sistema istituzionale in grado di generare un ecosistema fiscale, logistico, infrastrutturale e trasportistico che possa rendere più agevole l’operato di un tessuto imprenditoriale sano e produttivo. Uno Stato che invece di fare la guerra pregiudiziale contro qualunque multinazionale imposti una politica attrattiva per potenziali investitori esteri. Uno Stato che non si arroghi il diritto di dettare i tempi all’esistenza di coloro che considera come suoi sudditi ma che, al contrario, riduca il proprio perimetro d’azione lasciando in tal modo spazio all’iniziativa privata, ai corpi sociali intermedi e quindi dando corpo al concetto di sussidiarietà. Uno Stato che non veda l’Europa esclusivamente come un Leviatano – ovvero una proiezione di se stesso su scala continentale – ma un’opportunità mediante la quale porre in risalto i punti di forza del Paese che rappresenta: per competere commercialmente con gli altri e assieme agli altri in un mercato unico, per porre in sinergia i molteplici sistemi energetici, per volgere lo sguardo verso un unico orizzonte diplomatico e militare. Essere sovranisti, e quindi ritagliarsi perfino il ruolo di custodi di una certo profilo identitario implica riconoscere che alcune coordinate culturali sono similari a quelle degli altri paesi europei. La sovranità, a rigor di logica, richiama un potere da esercitare su un territorio di propria appartenenza. Ergo: sulla falsa riga di un proprietà privata declinata su larga scala. Questo per dire che il sovranismo nasce da un legame forte tra il proprietario e i suoi beni, un legame addirittura di origine ancestrale che trascende la dimensione istituzionale. E chi meglio del singolo sa come esercitare la sovranità – tradotto: la valorizzazione, la tutela, la promozione, la salvaguardia, la rigenerazione – nei confronti di quanto gli è proprio? Ecco, un ragionamento parossistico quanto vogliamo ma necessario per diradare un po’ di retorica consunta e ricondurre questo tema all’essenziale. Chissà, un sovranismo così delineato potrebbe addirittura prefigurare una forma embrionale di fusionismo italiano. Di fatto è un modo di contrastare una certa deriva finanche identitaria che al momento ci vede soccombenti, non foss’altro per quella malsana abitudine di avvolgere con la vacua idea di moderatismo qualunque cosa orbiti attorno alla nostra galassia valoriale.

Matteo, stacca la spina ai pentastellati!

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Diciamo che parlare con i pentastellati non deve essere facile, soprattutto se devi farci un governo. E siccome le comiche dei “leader” 5 Stelle non sono mai troppe, ecco che spunta anche Rousseau. Come se non bastassero gli aborti filosofici e le nefandezze che il pensiero di Rousseau ha partorito, entra in gioco anche nella formazione del futuro governo italiano. Un partito di centrodestra che mette in un programma di governo un abominio come il reddito di cittadinanza, deve aspettarsi le barricate sia dentro che fuori dal partito. Se Salvini alla fine dicesse si a queste schifezze, entrerei in Lega solo per difendere con le unghie e con i denti il po’ di liberalismo che aveva il centrodestra pre-4 Marzo.

Al di la delle provocazioni, Salvini dovrebbe staccare la spina a questo spettacolo indecente. Pensi ai giovani, pensi a chi vuole investire, pensi ad una generazione che sta vedendo questo paese affondare sotto i colpi di uno Stato asfissiante e ladro. Lo ripeteremo fino alla morte, la ricetta non è quella di quel pastrocchio di “programma” di governo, ma quella limpidamente liberale (se liberale vuol dire ancora qualcosa): meno tasse, meno tasse, meno tasse.

Sappi aspettare Matteo, non bruciare il capitale politico del centrodestra. Perchè anche se la coalizione non è di quelle perfette, anzi, è l’unica su cui vale la pena puntare. Butta via Di Maio e ti ringrazieremo.

Lobby è democrazia

Di Gabriele Figà

Chi è il lobbista?

L’azione di lobbying consiste nell’influenzare il decisore pubblico: essa viene di solito svolta nel corso di un processo legislativo. Tutti i tipi di gruppi che assumono lobbisti –corporazioni, compagnie private, ONG e think tanks, cercano di persuadere il policy maker a far passare leggi che favoriscano le loro preferenze. Per far ciò assumono e formano persone altamente qualificate: i lobbisti. Essi sono professionisti che rappresentano non solo dirigenti aziendali, ma anche lavoratori, sindacati associazioni di categoria, organizzazioni non profit, organizzazioni religiose e istituzioni accademiche. Al meglio delle loro competenze, i lobbisti sono specialisti che lavorano duramente per comprendere gli interessi dei loro clienti e usano la loro conoscenza del processo legislativo per istruire efficacemente i decisori chiave circa l’impatto delle loro decisioni.

Il lobbismo non è né giusto né sbagliato: è inevitabile.

In questo articolo non ci interessa entrare in un terreno scivoloso, tentando di definire l’azione di lobbying da un punto di vista etico. Abbiamo però una certezza: il lobbismo è inevitabile, connaturato all’azione politica umana. L’unico modo per eliminare lobbismo e interessi speciali è eliminare l’organo legislativo, e con esso la democrazia: più potente diventa il decisore pubblico, più i cittadini saranno incentivati a portare avanti azioni di lobbying.

Inoltre, nella sua essenza, il lobbismo è una parte vitale della democrazia occidentale. La lobby è un modo per garantire che le lamentele siano ascoltate e, idealmente, risolte.

Perché nel bene e nel male, le leggi e i processi legislativi sono complessi. Possono essere davvero travolgenti per singoli cittadini o titolari di aziende. Pertanto è necessario riunirsi in coalizioni e rivolgersi a professionisti, i lobbisti, per portare davanti al decisore pubblico le proprie preferenze durante il processo di creazione o emendamento di una legge. I lobbisti comprendono il processo legislativo sia dal punto di vista interno che esterno. Fungono da collegamento tra il pubblico e i decisori pubblici, aiutando i decisori pubblici a comprendere questioni di cui altrimenti non potrebbero sapere molto. I lobbisti sono collegati a membri delle istituzioni, dirigenti d’impresa e politici, di modo da poter sfruttare canali di comunicazione generalmente lontani da cittadini che nella vita hanno altre occupazioni.

Lobbying: sfatiamo qualche pregiudizio

È frequente sentir dire che il lobbismo è antidemocratico perché vanifica “la volontà della gente”. È vero il contrario: il lobbismo è espressione di democrazia.

Viviamo in apparati statali e sovrastatali sostanziati da una diversità di interessi specifici, e l’interesse particolare di una persona è sovente il lavoro o la crociata morale di un’altra. Se le persone non potessero organizzarsi per influenzare il governo – per mettergli la museruola o modellare i suoi poteri – allora la democrazia sarebbe morta. La “volontà del popolo” è raramente osservabile, perché le persone non sono d’accordo tra loro, sono mal coordinate e hanno desideri inconsistenti. Certo, il bene pubblico dovrebbe sempre trionfare, ma ciò che rappresenta il bene pubblico è generalmente discutibile. L’idea che la realizzazione di scelte democratiche debba avvenire in un vuoto, delegato a un’ élite politica onnisciente, è profondamente antidemocratica. Non dovremmo forse considerare come il bene pubblico si componga delle preferenze aggregate dei singoli cittadini, e che in tal senso sia naturale che essi si coalizzino per far sentire la propria voce di fronte alla politica? I lobbisti affollano il dibattito garantendo una base di supporto cittadino alla formazione di una legge.

 

Un’altra idea alquanto diffusa, sebbene errata, è che il lobbismo favorisca i ricchi, comprese le società, perché solo loro possono permettersi il suo costo: ma davvero il lobbismo esiste solo a vantaggio degli interessi speciali e delle industrie e delle imprese più danarose? Il decisore pubblico favorisce i ricchi e ignora i poveri e la classe media?

I fatti contraddicono questa idea. Prendiamo un esempio tutto europeo. Dal report del 2015 del Directorate General for Internal Policies del Parlamento Europeo, in un grafico che trae i suoi dati dal Registro di Trasparenza, emerge come oltre alle trade and business companies (i cosiddetti In-House groups) che coprono comunque più del 50 % del totale delle organizzazioni e persone accreditate presso l’UE, anche altri gruppi di interesse abbiano capacità di accesso presso il Parlamento europeo. Abbiamo quindi le ONG al 23%; tuttavia, secondo lo stesso report, le ONG hanno più uffici centrali a Bruxelles (54%) rispetto alle business companies (37%). Particolarmente rilevanti sono poi le agenzie di consulenza professionale, rispettivamente al 14 e al 18%.

Non si può negare che le grandi aziende abbiano tasche molto più profonde di piccole e medie imprese, organizzazioni non profit e organizzazioni benefiche, le quali nondimeno hanno accesso e influenza presso le istituzioni. Eppure, non ci si faccia l’idea sbagliata di una contrapposizione netta tra grandi imprese e organizzazioni non profit! Come insegna Heike Klüver  nel suo “Lobbying in the European Union: Interest Groups, Lobbying Coalitions, and Policy Change”, l’azione lobbistica si fa in coalizione, e le coalizioni sono composte da attori di natura disomogenea, che variano a seconda del dibattito all’ordine del giorno, mettendo insieme e contro al contempo business groups, organizzazioni non profit, think tanks, agenzie di consulenza etc. Si verifica così un bilanciamento.

 

Un esempio concreto? La policy proposal della Commissione Europea concernente l’emissione di CO2 delle automobili a 120g/km nel 2012: le imprese automobilistiche che più avevano investito in energie rinnovabili si sono coalizzate con le ONG ambientali, e hanno visto premiate le loro preferenze. Per quale ragione? Alla stretta del conto, ha più probabilità di vincere la coalizione che esprima il supporto del maggior numero di cittadini, non quella che possiede maggiori risorse in termini economici. Dopotutto, in una vera democrazia, ognuno ha una voce.

L’ultimo mito da sfatare è quello per cui il lobbismo consiste principalmente nell’accesso privilegiato a legislatori cardine o membri dello staff delle istituzioni e che i contributi elettorali acquistino tale accesso.Certo, succede, ma non è la cosa più importante .

“Il lobbismo è molto più sostanziale ed esagerato rispetto alla sua brutta caricatura: i lobbisti principalmente corteggiano i legislatori con fatti concreti”, ha scritto Jeffrey H. Birnbaum, un giornalista esperto di lobby, nel Washington Post. Se i legislatori “vedono il merito in una posizione e c’è una protesta pubblica a suo favore, tenderanno a preferire tale posizione.“ Di esempi ve ne sono plurimi: tanto per citarne uno, consideriamo il policy debate che si è sviluppato a partire dallla proposta di legge della Commissione Europea sulla tassazione del tabacco; le due coalizioni che si fronteggiavano erano composte da un lato da ONG a interesse sanitario e gruppi professionali di medici, mentre dall’altro c’era l’industria del tabacco. La direttiva finale, è stata in linea gli obiettivi della coalizione sanitaria. Ciò, perché la coalizione delle industrie del tabacco aveva chiaramente maggiore potere economico, ma deficitava di supporto da parte dei cittadini. La coalizione della sanità rappresentava il 75% dei cittadini coinvolti in quel dibattito.

In fin dei conti, il lobbismo è una forma di marketing moderno: cercare di trasformare il ristretto interesse di un gruppo in qualcosa che viene percepito, a torto o a ragione, come al servizio di un ampio “interesse pubblico”. Come ha scritto Robert j. Samuelson, giornalista del Washington Post, in una democrazia, ciò che veramente importa sono le principali politiche che determinano le dimensioni e la direzione generale del governo. Il lobbismo garantisce un solido dibattito su questi temi, e che il risultato piaccia o meno, è la democrazia in azione.

Gli scansafatiche dei centri sociali amici di De Magistris

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Oggi non voglio parlare delle elezioni che molto probabilmente ci saranno a Luglio. Un sistema istituzionale così marcio ed impantanato non poteva dare altri risultati. Metteremo i seggi al mare e via. Oggi voglio parlare dei miei coetanei che occupano a babbo morto i locali delle università pubbliche italiane. E’ il caso dell’università di Napoli, dove un branco di scansafatiche dei centri sociali, tali Insurgencia (sic!), occupano spazi universitari per gozzovigli vari. Infatti, è di questi giorni la notizia che nei locali universitari, che dovrebbero essere dedicati allo studio ed alla formazione dei giovani, questi perdigiorno hanno organizzato il compleanno del capo-scansafatiche, tale Egidio Giordano, un personaggio che manifestava contro il “debito ingiusto”. Che guarda caso è il compagno di una consigliere comunale, tale Eleonora De Majo, che non poteva che stare con il grande capo De Magistris.

Se fosse solo per un branco di perdigiorno che si sollazzano e gozzovigliano a spese del contribuente, non sarebbe una novità: questo sciagurato paese è pieno di figli di papà buoni solo a disturbare gli studenti. Il punto è che è a quella festa c’è il capopopolo De Magistris, che si divertiva a fare il trenino. Ora, noi non abbiamo nulla contro i trenini, ma abbiamo qualcosa contro la cattiva politica dei moderni Masaniello. Già è grave che quattro sfigati occupino impunemente locali pubblici a sbafo, se poi ci mettiamo che la massima autorità cittadina li appoggia e anzi, addirittura partecipa ai loro festini, allora qua sfioriamo il ridicolo.

La magra consolazione di fronte a questi spettacolini tristi ed indecenti sono le centinaia di migliaia di ragazzi che studiano, che si impegnano, che lavorano, che si barcamenano tra mille difficoltà alla ricerca di un’occupazione stabile per metter su famiglia. La miglior gioventù, non questi fancazzisti di Insurgencia.

Salvini dica NO alla cialtronata del reddito di cittadinanza!

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Matteo Salvini è un leader politico che rispetto, il leader della coalizione a cui io personalmente faccio riferimento. Forse su alcune cose posso non essere d’accordo, ma i cittadini hanno deciso così ed il popolo è sovrano. Detto questo, mi aspetto un no chiaro e deciso alla fiabilandia 5 Stelle. Di Maio rinuncia all’investitura (sic) da Premier ma vorrebbe per se la cadrega da “Ministro per il Reddito di Cittadinanza”. Solo nello scrivere questa “supercazzola prematurata” verrebbe da ridere, ma ahimè parliamo del primo partito italiano. La Lega, il partito che difende gli artigiani, le partite IVA, gli imprenditori vessati dalle tasse, la classe media impoverita, dica no alle boiate 5 Stelle. Il loro reddito di cittadinanza, pagato con le tasse dei lavoratori onesti e tartassati, possono tranquillamente farselo nella libera Repubblica delle Bananas, non in Italia. Noi ne abbiamo abbastanza di una spesa pubblica che va nel buco nero dell’assistenzialismo: i problemi di questo paese non si risolvono con le mance, ma con meno tasse, punto.

Matteo Salvini nella campagna elettorale ha difeso strenuamente la flat tax, ed io nel mio piccolo ho sempre rilanciato, difeso e spiegato l’idea. Non dia retta a Di Maio ed alle sue politiche economiche simil-cubane, dica chiaramante che queste misure sciamaniche sono porcherie economiche che ammazerebbero definitivamente un paese che non se la passa benino.

Si continui senza sosta, come in una battaglia quartiere per quartiere, a combattere le scempiaggini pentastellate. Ma nel frattempo si continui nella difesa strenua di chi lavora, di chi fa studiare i propri figli, di chi paga onestamente le tasse e soprattutto di chi un lavoro lo sta cercando senza aspettare manne dal cielo. Altro che reddito di cittadinanza.

Moriremo di manettarismo

Il manettarismo giudiziario di questo paese è duro a morire, e le protezioni politiche di cui gode sono sempre pronte e decise nella difesa. Prima erano i vari dipietristi ed altri groppuscoli ricettacolo delle peggiori idee manettar-comuniste, appoggiate da Ds, Pds e Pd. Oggi gli alfieri politici del manettarismo sono, guarda caso, i 5 Stelle. Non ce lo saremmo mai aspettato. Nino di Matteo, oltre ad essere uno stimato magistrato, è però anche il magistrato della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, colui che ha condannato Mario Mori e Dell’Utri, nonchè ministro in pectore dei 5 Stelle. Esiste in qualsiasi paese moderno una combinazione così letale tra giustizia e politica? E’ possibile che questo vulnus democratico rimanga ancora aperto e che nessuno, neanche da destra, mostri un segno di opposizione a questa china pericolosa?

La giustizia e gli apparati giudiziari meritano rispetto, ma chi fa politica ha il dovere di registrare che la giustizia è una cosa, la politica è un’altra. Come ha fatto Di Matteo prima ad intervenire ad una manifestazione politica, per poi condannare in primo grando Dell’Utri e Mori? Lo vedo solo io il vulnus democratico oppure qualcun altro si è accorto che questo sistema, così com’è, non può andare avanti?

Le porte girevoli tra politica e magistratura vanno chiuse, perchè se in futuro un mio compagno di partito o un mio avversario si dovessero trovare in aula contro un magistrato, pretendo che i primi possano esercitare i loro diritti politici senza la paura che quel magistrato, dismessi i panni della politica, possa aprire contro di loro un fascicolo giudiziario come vendetta. Sono discorsi che il centrodestra ha sempre fatto: bisogna riprendere il libriccino delle libertà e dei diritti e rileggerlo a voce alta, per far capire che alcune battaglie politiche hanno il dovere di essere combattute. Anche se non sono troppo “cool” per i tempi che corrono.

Un’idea per noi ventenni: cambiare la Costituzione

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Il nostro paese ha tante sfide di fronte: il lavoro, la disoccupazione giovanile, l’immigrazione e la sicurezza. Problemi che farebbero tremare i polsi persino al più carismatico dei leader politici, anche se a dir la verita oggi nessuno ha veramente voglia di parlare di riforma costituzionale. Renzi ci provò, ma non ebbe coraggio e la riforma che venne fuori era un papocchio annacquatissimo. Purtroppo, con il sistema istituzionale odierno, risolvere i problemi che ho menzionato sopra è sempre più difficile. La politica si trova davanti ad un bivio: se non smantella questa costituzione, si troverà sempre con le mani legate. Le parole d’ordine per un riforma costituzionale sono poche e chiare: presidenzialismo e federalismo. Più poteri all’esecutivo e maggiore responsabilità alle autonomie locali.

Ma noi ci chiediamo: questa classe politica si prenderà veramente la responsabilità di iniziare l’iter per una nuova riforma costituzionale? C’è abbastanza coraggio? C’è abbastanza onestà intelletuale nel dire ai cittadini che o si cambia seriamente la carta fondamentale o si rischia di annegare? Ne dubito, anche se l’iniziativa del Sen. Cangini su il Foglio va in direzione opposta. Cangini infatti sembra l’unico che sta portando avanti una battaglia politica seria e limpida sulle riforme costituzionale, ma purtroppo i suoi colleghi, con rare eccezioni, sembrano in altre faccende affaccendati.

Se non sarà questa classe politica a fare questa battaglia, allora toccherà a noi ventenni iniziare fin da ora la nostra battaglia politica. Dobbiamo dire con chiarezza che la riforma costituzionale in senso presidenziale sarà parte integrante delle nostre battaglie politiche presenti e future. Perchè tra noi ci sarà sicuramente qualcuno che sarà classe dirigente in questo sgangherato e stupendo paese.

Alla ricerca delle riforme perdute

Di Lorenzo Somigli

Vi potrà sembrare il mio come un appello folle specie in questo momento. Il clima politico non è dei migliori e all’orizzonte si prospetta la palude. Una pessima risposta per un Paese che attraverso le urne ha voluto dare alla politica un forte segnale di discontinuità.

Mi viene da pensare che proprio ieri ricorrevano i 25 anni dal referendum promosso da Segni (1993) che smontò uno dei pilastri del sistema politico della Prima Repubblica. Quella che si aprì fu una stagione ricca di cambiamento sulla quale ho un giudizio negativo: basti pensare che il sistema elettorale, il maggioritario, il Mattarellum, ha trasformato in comitati elettorali personali quei partiti che prima fungevano da collante tra i cittadini e i centri di elaborazione delle politiche pubbliche. Grandi o piccoli che fossero. Al netto delle ragionevoli critiche, non si può negare che il proporzionale istituzionalizzando la conflittualità politica che altrimenti avrebbe trovato altri canali. 

Ciò è stato e voglio essere positivo. Spero lo siate anche voi. Contro tutti i pronostici, mi auguro che questa sia finalmente una legislatura costituente nella quale tutti ma proprio tutti si possano impegnare per quelle riforme che non si possono più rimandare. Confido che tuttora esistano in questo Paese coloro che credono che un percorso di riforme sia la strada giusta da percorrere. La governabilità – l’attuale stallo dovrebbe farcelo capire – non si ottiene solo cambiando la legge elettorale come troppo spesso lasciano intenedere i partiti, si ottiene con una transizione ad un sistema presidenziale. Il mio auspicio è che i riformisti di Destra e di Sinistra si uniscano in uno sforzo condiviso per sottrarre il Paese alla ventennale non politica. Può sembrare follia ma mi sembra l’unica via ragionevole affinché cittadini e istituzioni possano ricongiungersi.

Meglio Washington di Mosca e Damasco. Ma meglio ancora è lo spirito di Pratica di Mare

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Chi conosce le mie posizioni politiche, sa benissimo quanto disprezzi i regimi illiberali, quanto non sia un fan accanito di Putin e quanto consideri Assad un criminale, un satrapo mediorientale non differente da Saddam Hussein. I tanti giovani (e non) di destra che hanno come santini Assad, Putin e l’Ayatollah Khamenei, in sostanza quelli che odiano gli “Amerikani liberisti e imperialisti”, secondo me commettono un grande errore politico. Detto questo, alla fine la mia speranza è che Trump non scateni la forza militare americana contro la Siria, al fine di ottenere un regime change. Per un semplice motivo: dopo il criminale Assad, ne verranno altri forse ancora più sanguinari, molto probabilmente peggiori del tiranno alawita. Non starò qui a fare considerazioni di natura strategica, oppure a sciorinare i nomi delle navi da guerra americane schierate e di quanti pattugliamenti del Poseidon sono in corso ora. Il mio obiettivo è capire, attraverso il buon senso, se questo tipo di operazione converrebbe o no sia a noi europei che agli americani. Non facciamola troppo complicata ed affidiamoci alle parole di Mike Pompeo, Segretario di Stato di Trump: “La guerra è sempre l’ultima risorsa”. Se dovesse esserci un intervento americano in terra siriana, assomiglierà molto ai 59 missili Tomahawk partiti nell’Aprile 2017. In pratica, un’operazione molto limitata che non porterà a nessuna Terza Guerra Mondiale. Servirà per far capire ad Assad che di fronte ad azioni inumane contro civili inermi gli Stati Uniti d’America non chiuderanno gli occhi.

Il punto però, oltre che strategico e militare, è anche e soprattutto politico, e guardo all’Italia. Le critiche ad un attacco che potrebbe provocare un pericoloso regime change sono, ovviamente, giustificabili secondo il vecchio adagio che, dopo Assad, non ci sarà nessun giardino dell’Eden ma solo sangue ed altri profughi. Se anche il Senatore forzista Lucio Malan, il cui atlantismo è dimostrato da anni di impegno pro-Usa e pro-Israele, chiede di temporeggiare, vuol dire che dei dubbi ci sono. Ma da qui a spostare il nostro paese sull’asse Mosca-Damasco, mettiamoci anche Teheran, ce ne vuole. Troppi attori politici stanno scendendo pericolosamente verso quella china e qualcuno dovrà pure ricordar loro che è una discesa pericolosa. Ripetiamo: criticare la scelta americana di intervenire massicciamente è legittimo, ma ricordiamoci sempre che Washington, pur con tutte le sue contraddizioni e debolezze, è sempre meglio di Mosca, Damasco e Teheran.

Ma meglio ancora sarebbe rivedere uno schietto spirito di Pratica di Mare.