Categoria: Il Giornale

Generazione erasmus, retorica e banalità

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Qualche giorno fa, il bravo Claudio Cerasa pubblicava un editoriale su Il Foglio in cui sperava che i giovani millenials, la cosiddetta “generazione Erasmus”, salvassero l’Europa dallo sfacelo populista.

Il Foglio di qualche anno fa non sarebbe stato capace di dire una cavolata del genere. Ma si sa, la gestione del Mastro Ciliegia ha fatto diventare il Foglio un inserto de L’Espresso o, peggio ancora, un papello pieno di buoni sentimenti a prezzi scontati. Una volta Il Foglio, sotto l’immenso Giuliano Ferrara, era un giornale avanguardista, politicamente scorretto e irriverente, capace di provocare e di andare contro la vulgata politicamente corretta e salottiera. Oggi non è rimasto nulla di quello spirito da bucanieri e si sono impantanati nella melassa della “Generazione Erasmus”.

Il concetto di “Generazione Erasmus” non è ovviamente nuovo e si riferisce a quei ragazzi e ragazze, tendenzialmente pro-Europa, cosmopoliti, che parlano più lingue e tendenzialmente “de sinistra”, corrente gauche caviar, che partecipano agli scambi internazionali universitari. Solitamente, il tipico esponente della generazione Erasmus ritiene che la generazione cosmopolita salverà l’Italia, l’Europa ed il mondo dai barbari invasori populisti ed euroscettici.

Io ho fatto un periodo di studio all’estero a Tel Aviv, durante i miei anni di studio alla Luiss di Roma, quindi nominalmente dovrei far parte anche io di questa generazione: rifiuto e vado avanti. La generazione fighetta, però, non si accorge mai che per un giovane che parte per l’Erasmus e respira a pieni polmoni i benefici della globalizzazione, dei confini e dei mercati aperti, c’è una grandissima maggioranza che quei benefici li vede con il binocolo, anzi li subisce. In provincia, a parte qualche raggio di luce, c’è buio pesto e poche speranze per il futuro, ma non ditelo a Cerasa che i veri millenials sono questi ragazzi qua e non i fighetti che partono per l’Erasmus.

Il problema della neve nelle zone terremotate

Di Mirko Giordani, da Il Giornale

A dicembre, come succede spesso durante l’anno, nelle zone appenniniche nevica. Talvolta sono pochi centimetri, talvolta molto di più, arrivando fino al metro d’altezza. Sta di fatto che, come è normale che sia, sull’appennino umbro-marchigiano la neve scende ogni anno.

Ogni anno però succede la stessa cosa: bastano 10 cm di neve, ed interi comuni rimangono per giorni senza elettricità. Ora capiamo tutte le difficoltà di intervenire in piccoli comuni montani, ma non è possibile che queste zone siano cosi bistrattate. Dopo il terremoto, intere comunità sono state abbandonate in casette provvisorie senza nessuna rassicurazione sul futuro. Interi paesini destinati a scomparire per la dura legge della demografia: gli anziani muoiono ed i giovani scappano. Ora ci si mette anche l’incuria nel risolvere i problemi di una rete elettrica ballerina.

La politica ovviamente sta zitta: cosa volete che importi di “quattro montanari” che vivono in casette prefabbricate senza corrente elettrica? D’altro canto, sono talmente pochi voti e non vale nemmeno la pensa impegnarsi per risolvere quei problemi, giusto?

Il ruolo Politico-Militare della Polonia in Europa centro-orientale

Di Francesco Cirillo

Nel quadro del cosiddetto “Balance of Power” politico-militare dell’europa centro-orientale Varsavia si è assicurata in pochissimi anni il baricentro di media potenza regionale.

Per i vertici polacchi il paese deve concentrare le sue strategia diplomatiche e strategiche nella zona centro-orientale e nel Trimarium (regione dell’europa centro-orientale racchiusa tra Mar Baltico, Mar Nero e Mediterraneo). Le mosse Polacche sono spinte dalla sue ambizioni di rinascere grande potenza.

Quando la Polonia rinacque come stato indipendente nel 1918 il suo padre della patria, Josef Piłsudski, aveva in mente di creare un immenso stato polacco che doveva raccogliere le terre che andavano dalla Finlandia al Caucaso. L’obiettivo era di ridimensionare una possibile rinascita della Russia. Alla fine la guerra russo-polacca del 1921 ( scoppiata con l’ambizione di far rinascere una Grande Polonia) si concluse con un trattato di pace che impose una divisione Polonia-URSS delle regioni ucraine. I piani di Piłsudski fallirono rafforzando di conseguenza la destra etnonazionalista di allora e archiviando la creazione di uno stato multiculturale. Ma il Maresciallo teorizzò il cordone sanitario che venne aggiornato nella successiva strategia del contenimento, messa in atto dagli USA dopo la seconda guerra mondiale e continuata con ZbigniewBrzezinski che la aggiornò con strategia di destabilizzazione culminata durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan(1979-1989), in cui Washington finanziò e supportò la resistenza e le sue fazioni afghane.

Dalla dissoluzione dell’Impero Sovietico la Polonia si è sollevata a potenza regionale dell’europa dell’Est. Le sue forze armate sono le meglio equipaggiate della regione centro-orientale e sta consolidando progetti di integrazione militare con i paesi vicini. L’esperimento della Brigata Litucrpol denominata Ostrogski generale della allora alleanza Polacco-Lituana che sconfisse le truppe dell’allora Granducato di Mosca nella Battagli di Orša del 1514. ad oggi la collaborazione militare tra Kiev, Vilnius e Varsavia è rappresentata dalla Brigata Litucrpol, istituita nel giugno del 2007. la sua completa istituzione però venne messa in standby. Il riesplodere della tensione Mosca-Occidente in concomitanza con la crisi ucraina del 2014, e l’annessione della Crimea nel Marzo dello stesso anno, diede la spinta finale alla istituzionalizzazione della Brigata polacco-lituano-ucraina. Nel settembre del 2014 venne ratificato nella Capitale Polacca l’accordo tra i tre stati centro-orientali che costituì definitivamente la Litucrpol. La brigata conta 5mila uomini dislocati tra Lituania, Ucraina e Polonia con il quartier generale di stanza a Lublino. La Brigata rappresenta un segnale importante nel settore della cooperazione politico-militare e della sua futura integrazione nell’aerea centro-orientale del vecchio continente. Mostra lo scetticismo dei paesi europei dell’Europa orientale sia verso il Cremlino sia verso le posizioni ambigue dei suoi alleati dell’Europa occidentale.

L’Integrazione è guidata dalla stessa Polonia, che dispone delle Forze armate meglio equipaggiate ad est del fiume Oder. Da decenni Varsavia ha iniziato un fortissimo processo di modernizzazione militare del proprio dispositivo bellico. La Polonia non ha ancora superato la soglia dei 100mila effettivi, ma punta ad arrivare, nel prossimo futuro, a quasi 150 mila unità. In quel caso entrerebbe nella prima classe dietro a Germania e Francia, rispettivamente 180 mila per Berlino e 200 mila per Parigi. Ma i polacchi hanno dalla loro la qualità dell’equipaggiamento. Varsavia ha mille carri armati pesanti, tra cui i temibili Leopard 2 di matrice tedesca, a disposizione delle Brigate Corazzate e meccanizzate delle forze di terra.

Nel comparto militare industriale la Polonia sta dimostrando uno sfrenato attivismo. Nonostante sia dominato dai suoi partner europei, Germania e Francia, e dagli USA Varsavia non rinuncia a mettere anche la sua voce nel mercato degli armamenti per la regione centro-orientale. Con il target di consolidare la sua posizione di potenza regionale Varsavia ha iniziato a modernizzare il suo comparto industriale. Il trasferimento di tecnologia dall’estero verso la Polonia e il consolidamento della holding statale polacca Polska Grupa Zbrojeniowa ha dato un forte strumento strategico, che Varsavia può usare per proiettare la sua influenza nell’estero vicino. Nel 2015 ha istituito un apposito fondo di assistenza che facilita l’erogazione di prestiti per gli Stati che desiderano acquisire tecnologia militare polacca. Questo fondo mira a rafforzare le relazioni militari industriali e politiche polacche nella regione dell’Europa orientale, ed è indirizzato a Bulgaria, Romania,le tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania e al Gruppo di Visegrád: Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. L’attivismo di Varsavia sta accelerando la collaborazione politico-militare degli stati europei centro-orientali e la Polonia, naturalmente, ambisce ad essere la guida.

Hezbollah è terrorismo puro. Punto!

Di Mirko Giordani, da Il Giornale

 

Quando un politico italiano fa un viaggio in Israele, lascia sempre dietro di se uno strascico chilometrico di polemiche e polemicucce. Non è una novità: è successo, in passato, sia con esponenti di destra che della sinistra e continuerà a succedere nel futuro.

Matteo Salvini, quando era leader dell’opposizione, fece un viaggio in Israele e prese una posizione molto chiara: chi vuole la pace sta con Israele. Allora fu una presa di posizione molto forte, che generò malumori anche nella base “di destra” della Lega e fece ovviamente insorgere la sinistra finto pacifista. Salvini ora è tornato in Israele, prendendo parte questa volta ad incontri di altissimo profilo sia politico (vedasi l’incontro con Netanyahu) che militare.

Salvini, questa volta, ha avuto l’ardire e l‘ardore di dire che Hezbollah è una organizzazione terroristica. In un paese normale nessuno avrebbe detto nulla, visto che è una cosa completamente palese. E invece no, il nostro è un paese molto strano e sia l’opposizione che pezzi della maggioranza grillina sono insorti: Hezbollah è un regolare partito politico, sono combattenti contro il sionismo e per la libertà e via dicendo, di cazzata in cazzata. Immaginatevi un matematico da strapazzo che tenta di convincervi che 2+2=5, ecco quelli che dicono che Hezbollah non è un movimento terroristico vogliono convincervi che 2+2=5.

Liberi, ovviamente, di credere che Hezbollah sia un’organizzazione dedita al filantropismo e che i tunnel a confine con Israele vengano costruiti, sotto gli attentissimi occhi della missione Unifil, per portare la gioventù libanese sciita a visitare i kibbutz israeliani. Liberi di crederci, ma sappiate che Salvini è dalla parte giusta della storia e voi forse un po’ meno.

Una tragedia annunciata

Di Mirko Giordani, da Il Giornale

La tragedia nelle Marche mi tocca molto da vicino, forse perchè parte della mia adolescenza l’ho passata divertendomi il sabato sera in locali tipo la “Lanterna Azzurra”. Le valli marchigiane sono placide molto sonnacchiose, e queste piccole discoteche, per chi è ancora molto giovani e non ha i mezzi per spostarsi verso Rimini o Riccione, sono una vera e propria manna dal cielo. Non stupisce quindi di come un migliaio di giovanissimi si siano riversati a sentire questo “trapper” in una vecchia balera su una collina vicino Corinaldo.

Ma bisogna fare alcune considerazioni.

La sicurezza non è mai una spesa a fondo perduto, la sicurezza è sempre un investimento. Punto primo, spendere qualche euro in più per un addetto alla security fuori dalle porte delle discoteche e dei locali notturni per controllare che qualche imbecille non porti dello spray al peperoncino in un posto chiuso con più di mille persone dentro sarebbe stata una piccola spesa che avrebbe potuto salvare la vita a dei giovani innocenti. Punto secondo, vendere più di 1400 biglietti quando la capienza massima del locale è di 500 persone è un atto criminale e non è giustificabile per nessun business al mondo.

Terzo e ultimo l’educazione. Come è possibile che la nuova moda del momento, secondo quello che dicono molti rapper in giro, sia quella di rilasciare dello spray urticante al peperoncino in un posto non ventilato e pieno di persone? Quale ingranaggio nella nostra società si è rotto per far diventare “figo” e “cool” fare una cazzata del genere? Non è questo il posto per chiedersi cosa stia andando storto nei nostri giovanissimi, ma prima o poi dovremmo chiedercelo con più insistenza.

Due opinioni tranchant sul rapimento di Silvia Romano

Di Mirko Giordani, da Il Giornale,

Il rapimento della giovane cooperante è un fatto drammatico, e sinceramente non voglio discettare sul perchè la ragazza non sia rimasta in Italia ad aiutare qualcuno più vicino casa, magari gli anziani della locale casa di riposo. Sono scelte personali e come tali vanno rispettate. Io, ma nemmeno voi cari lettori, non siamo nessuno per poter decidere della vita di Silvia. E nemmeno il tuttologo Gramellini. Detto questo, io avrei fatto altre scelte, ed il volontariato in Africa non è attualmente tra le mie priorità. Se devo andarci in Africa, ci andrei solo in vacanza a fare qualche safari, magari protetto da squadre di contractors. Ma anche le mie sono scelte personali.

Detto questo, vorrei elencare però due cose importanti, quando si parla di partire per fare volontariato in posti oggettivamente pericolosi. Perchè è inutile prenderci in giro con gli orpelli retorici ed i bisticci tra le parti politiche, ed è meglio per tutti andare subito al nocciolo della questione.

Per prima cosa, ma come è possibile che una Onlus parta verso l’Africa e non abbia nessun personale di sicurezza privato? Si, parliamo di contractors, gente con fucili in mano che dovrebbe essere pagata per proteggere le persone che vanno a fare volontariato in posti sperduti e pericolosi come quello dove si trovava Silvia. La Onlus dovrà rispondere di queste negligenze, perchè è ora di dire basta alle visioni romantiche del mondo dei cooperanti: si trovano ad operare in contesti sociali, economici e di sicurezza catastrofici e per questo i cooperanti vanno protetti, anche con le maniere forti.

Seconda cosa è sul modus operandi che dovrebbe portare alla liberazione della ragazza. Se abbiamo delle forze speciali e dei servizi segreti efficienti, mettiamoci d’accordo con le autorità keniote e liberiamo Silvia. Più sborsiamo soldi, e più facciamo capire alle bande di criminali in giro per il mondo che l’italiano è un bancomat ambulante, aumentando sempre di più il rischio di rapimenti e di preoccupazioni per i familiari rimasti in Italia. Bisognerebbe far capire che se rapisci un italiano, un reggimento di incursori potrebbe entrare nel tuo covo e fare un po’ di casino.

Detto questo, forza Silvia!

I conservatori inglesi caccino Theresa May

 Di Mirko Giordani

È raffica di dimissioni nel Cabinet della sfortunata Theresa May. Quattro ministri se ne sono andati e vanno a rafforzare l’ala della hard brexit capeggiata da Rees-Moog, eccentrico conservatore cattolico, e da Johnson, l’altrettanto eccentrico ex Sindaco di Londra.

Se non siamo alla fine politica di Theresa May, diciamo che poco ci manca. La Primo Ministro Inglese si è trovata a gestire la fase politica piú importante e delicata della storia postbellica del Regno Unito, e diciamo che non ha dimostrato ne il decisionismo ne il carisma di Winston Churchill o di Maggie Thatcher. Ci sono momenti in politica in cui bisogna prendere una decisione, non si può stare in mezzo al guado. Le questioni di “money” sono semplici da risolvere: la moneta è neutra e alla fine l’accordo si trova. Invece per le questioni squisitamente politiche serve coraggio e decisione, perchè tertium non datur.

I conservatori inglesi devono risolvere una questione affannosa, che è tutta politica: o guardano verso l’Europa, e ne discendono tutte le tecnicalità sugli accordi commerciali, oppure guardano al mondo, anche in questo caso discendono tutte le tecnicalità del caso. La May è rimasta in mezzo al guado, a parare a destra e a manca. Il porto di Londra ha visto due secoli la nascita della “Global Britain”: è ora che una nuova leadership conservatrice riprenda in mano quell’ideale e decida la strada da percorrere.

Salvini, scarica Di Maio e facciamo questa TAV

Di Mirko Giordani (da Il Giornale).

Di Maio arriva in pompa magna in Piemonte, una regione una volta culla della migliore industria italiana ed oggi in fase declinante. Va ad incontrare 180 lavoratori della COMITAL, che sono senza stipendio da mesi, e 57 della HAG, che rischiano il posto di lavoro.

Tutto giusto: il compito del Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico e di mettere le mani nelle peggiori crisi industriali del paese, e tentare di farsi da mediatore tra le parti in causa. Il lavoro del ministro non è però solo quello di andare di crisi in crisi, di slogan in slogan, di diretta in diretta: Luigi Di Maio dovrebbe dare una prospettiva strategica al paese. Ma siccome sembra non rendersi conto di sedere sulla calda poltrona di ministro, Di Maio se ne va in giro come un leader dell’opposizione qualsiasi.

È di oggi (non di ieri) lo show in Consiglio Regionale a Torino dove praticamente il “capo politico” dei 5 Stelle mette la parola fine sulla Tav Torino – Lione. Con tanta pace della mefistofelica “analisi costi – benefici” che Toninelli propina ogni tre per due nei vari talk show. Ovviamente la scusa accampata dal capo politico è una di quelle più spumeggianti: spreco di soldi pubblici.
Ora gli analisti dei 5 Stelle ci dovranno spiegare come sarà possibile far crescere il paese senza investimenti del calibro di una linea di alta velocità.

Quale perverso ragionamento si arrovella nella testa del capo politico dei 5 Stelle per far bloccare un’opera strategica come la TAV? C’è sicuramente una dose di ideologia anti-sviluppista, ma anche una sanissima dose di “paraculismo”: Di Maio è favorevole all’alta velocità Napoli – Bari. Non sarà che spinge per fare investimenti giù a casa sua?

Ci rivolgiamo a Salvini ed alla Lega: fatevi sentire. Fate sentire la voce dei produttori di ricchezza. Fate sentire il rombo delle industrie che trainano il paese. Mettete Di Maio in condizione di nuocere il meno possibile. Per il nostro bene e per il bene dell’Italia.

Viva lo sviluppo, contro la decrescita felice

Di Mirko Giordani (da Il Giornale).

Ormai è chiaro a tutti che un conto è fare opposizione in piazza, un conto è prendere in mano le redini del paese.

Facile fare i no a tutto quando non si hanno responsabilità di governo. Facile aizzare i cittadini di Melendugno contro la TAP. Facile aizzare la Val Susa contro la TAV. Facile dire no alla pace fiscale.

Quando poi la realtà ti bussa alle porte, poiché nella stanza dei bottoni non c’è più l’avversario politico ma ci sei tu, allora lì sono guai.

Per anni hai fomentato i tuoi sostenitori raccontando palesi balle.

Hai detto che avresti stoppato infrastrutture dal valore miliardario e di interesse strategico per il sistema paese. Per anni hai riempito le piazze di slogan antisviluppisti ed antimoderni, soffiando sul fuoco dei gruppi NIMBY locali.

Ora, che ti sei reso conto che le imprese che fanno questi progetti non sono del tutto rimbambite, e che si sono assicurate contro il rischio di avere un partito politico che vuole mandare tutto a carte quarantotto, devi inventarti qualche sciocchezza che giustifichi il tuo dietrofront.

Barbara Lezzi, che fa i video su Facebook. Il buon Giuseppe Conte, che prova a parare il fondoschiena a Luigi Di Maio. E quest’ultimo, che si inventa di penali sul TAP inesistenti.

L’ideologia della decrescita felice, del “si stava meglio quando si stava peggio”, dell’odio verso le grandi infrastrutture strategiche, non può e non deve trovare casa nella settima potenza economica del mondo.

Comunque, grazie al Movimento. Grazie per averci permesso di consumare il prezioso e pulito gas dell’Azerbaijan.

“La vera tecnocrazia è quella che sta dalla parte dei cittadini”: intervista a Parag Khanna

Di Mirko Giordani (da Il Giornale  )

Parag Khanna e’ un viaggiatore globale, non vorrebbe mai fare politica attiva ma è uno dei maggiori esperti mondiali di globalizzazione. Non ama molto i cosiddetti populisti, e su questo ho provato ad incalzarlo. Ama la Svizzera e Singapore ed è profondamente convinto che in Italia non vi sia mai stato un vero e proprio governo tecnocratico. Sulla Brexit è sull’altra barricata rispetto a Farage e Johnson e, quando gli ho chiesto di indossare per un minuto i panni del leader politico ed immaginarsi in un villaggio inglese a fare campagna per il remain, si è divertito e ha dato la sua ricetta.

M: Non so se hai seguito gli ultimi accadimenti in Italia, ma sembra che la politica stia tornando sul terreno di gioco ed il concetto di nazione è tornato a farsi sentire. So che tu pensi che i futuri centri politici mondiali saranno le città globali. Pensi che con l’ondata del cosiddetto populismo le nazioni stiano tornando sulla scena oppure è l’ultima fiammata?

P: Stiamo parlando di tre cose nello stesso momento, quindi è importante affrontarle singolarmente, anche se sono profondamente interconnesse. La prima è la tecnocrazia contro la democrazia, la seconda è città contro nazioni e la terza è il concetto di nazione contro il villaggio globale. Queste sono tre cose differenti, e dobbiamo essere molto chiari nell’affrontarle una per volta. La prima di cui tu hai parlato è la tecnocrazia contro il populismo, ma bisogna dire che in Italia nessuna vera tecnocrazia ha mai vinto e governato il paese. La mia definizione di tecnocrazia è diversa, ed è molto più vicina ai bisogni di welfare dei cittadini. In Italia secondo me non sta avvenendo un conflitto tra tecnocrazia e populismo, ma possiamo dire che l’Italia è un esempio di fallimento della tecnocrazia. Non avete mai avuto dei veri e seri tecnocrati in Italia, e se l’Italia avesse permesso ai tecnocrati di prendere decisioni strategiche sul lungo periodo, il vostro paese si troverebbe in una situazione migliore. Mario Monti non è assolutamente un esempio da prendere. Il secondo punto è che i governi populisti falliscono, e secondo me anche questo governo in Italia fallirà. Comunque meglio sbagliare ed imparare dagli errori. Ora passiamo al concetto di città contro Stato. Il movimento d’indipendenza del Veneto, ad esempio, ha usato i miei lavori e le mappe da me elaborate per svolgere la loro campagna politica. Per questo il concetto di governo locale e di nazione sono sostanzialmente la stessa cosa.

M: Io ti parlo per esperienza personale, ho vissuto a Tel Aviv, ora vivo a Londra. Quando pensi all’High Tech israeliano non pensi direttamente a tutto lo stato, ma pensi alla conurbazione di Tel Aviv.

P: Non è corretto, perché nessuno di questi centri esisterebbe senza il contributo in capitale umano dell’esercito israeliano. Questo è un esempio di come lo stato nazione e le città non siano in competizione. Quando il Regno Unito ha votato per la Brexit e Londra contro, la nazione è andata contro gli interessi della sua città principale e questo è un esempio di scarsa coordinazione. Quando città e nazione non sono in armonia, è un fattore molto negativo per il benessere comune.

M: Le cose non sono semplici quindi. Secondo te non ha senso parlare di città contro stato o popolo contro élite, perché il mondo è troppo complesso per queste semplificazioni. Ovviamente immagino che sia molto difficile far passare questo discorso in una campagna elettorale, dove c’è bisogno di messaggi semplici e precisi. Mi piacerebbe tornare al tuo libro. Tu credi che un governo ​perfetto consisterebbe in un mix tra Singapore e Svizzera, la perfetta tecnocrazia e la perfetta democrazia. Uno stato cosi non sarebbe considerato troppo paternalista?

P: Non potrebbe essere considerato paternalista, perché c’è perfetta democrazia. Entrambi i sistemi, sia quello di Singapore che quello della Svizzera sono democratici. Quello che voglio dire è che c’è bisogno di un forte “civil service” che faccia da bilanciamento alle esigenze contraddittorie dei cittadini. Se hai ad esempio il 48% delle persone contro Brexit ed il 52% a favore, non vuol dire che la corretta risposta è Brexit. Hai bisogno di ulteriori consultazioni e negoziazioni.

M: E qui inizia la mia provocazione. Se tu dicessi questa cosa nel Regno Unito, dove Boris Johnson e Nigel Farage dicono che “Brexit means Brexit” in quanto i cittadini hanno votato e si sono espressi. Come risponderesti a Boris Johnson e Nigel Farage?

P: Il tuo punto è eccellente. Anche se Nigel Farage e Boris Johnson dicono che Brexit means Brexit, non sanno come portarla avanti. Nel Regno Unito, l’unico che saprebbe portare avanti la Brexit sarebbe Oliver Robins, il civil servant che dirige la Divisione Europea del civil service inglese. È lui che porta avanti le negoziazioni per portare a termine Brexit, non Boris Johnson o Nigel Farage. Il Financial Times ha descritto Robins come l’uomo che può distruggere o portarla a termine. Questo perché i politici eletti hanno preso delle decisioni e poi se ne sono completamente disinteressati. Non hanno autorità per implementare nuove decisioni, ed ora tocca ad un oscuro civil servant non eletto implementarle. Questa è una perfetta cartina tornasole del mio argomento.

M: Come spiegheresti questi concetti alle persone che hanno votato Brexit. Immagina di abbandonare i panni accademici e tecnocratici ed immagina di essere in una campagna elettorale tra la gente, come convinceresti un cittadino inglese a votare no alla Brexit?

P: Anche se fare politica non è il mio sogno, ho sempre pensato a cosa potrei dire durante una campagna elettorale. Innanzitutto, direi alle persone che fanno bene ad essere arrabbiate con la loro classe dirigente, che ha permesso lo sviluppo di grandi diseguaglianze e non ha portato una politica fiscale appropriata. Poi però direi loro che la colpa non è né di Bruxelles né della globalizzazione, ma che la colpa è dei politici a casa loro. Il Regno Unito è la quinta economia maggiormente integrata nei commerci internazionali, quindi la globalizzazione ha portato ricchezza nel Regno Unito. Gli interessi di Londra e gli interessi del paese dovrebbero essere maggiormente allineati. La City of London deve capire che la sua ricchezza dipende dalle varie contee inglesi ma anche le contee inglesi devono capire che dipendono dalla ricchezza di Londra. Direi poi che l’Europa è il principale investitore nel Regno Unito, e che l’Europa è il principale mercato per il Regno Unito e che quindi dipendono l’uno dall’altro. alla fine direi loro che le loro pretese per una migliore governance sono sacrosante ma che la risposta non è la Brexit.

L’America è tornata grande!

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Mentre in Italia perdiamo tempo a chiacchierare con il gioco delle tre carte di Di Maio, dall’altra parte dell’oceano succede qualcosa di straordinario. L’America torna al top delle nazioni competitive, persino davanti a paesi come Singapore, la Germania o la Svizzera. Gli Stati Uniti tornano ad essere primi in classifica dopo 10 anni, mentre l’Italia è ferma al 31esimo posto. Ecco forse invece di perdere tempo dietro i deliri del buon Luigi, bisognerebbe focalizzarsi su questi numeri impietosi.

Questa notizia e’ solo la punta dell’iceberg di una nazione, gli Stati Uniti d’America, che sta tornando prepotentemente a riprendersi il ruolo che le spetta: la leadership industriale, economica e commerciale del mondo. E tutto questo sotto un presidente; Donald J. Trump. Tutti gli intello’ liberal lo disegnavano come un pericoloso autarchico, fautore di un’America chiusa, debole ed impaurita. Come al solito, il salotto si sbagliava. Trump ha aperto a trattati di libero scambio con il Regno Unito, che si accinge a lasciare l’Europa. Reuters annuncia che l’amministrazione Trump sta studiando un pacchetto reaganiano per rimuovere le troppe “regulations” governative che impediscono un ulteriore poderoso sviluppo economico degli Stati Uniti.

Il gigante americano sta ripartendo, e l’Italia ha l’occasione di essere il miglior alleato per gli Stati Uniti. Tra Berlino e Washington, fossi in Giuseppe Conte prenderei l’aereo che va verso ovest.

La “Manovra del Popolo” vista dalla City of London, chiacchierata con Raffaella Tenconi, economista

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Gli spiriti della politica sono sempre al centro di questo blog, senza mai strizzare l’occhio a moderatismi di ogni sorta: si è sempre molto diretti e concisi. Oggi però arriva il momento di fermarsi a pensare e ragionare a mente fredda, sine ira et studio, sul DEF appena approvato. Ne ho parlato con Raffaella Tenconi, economista di base a Londra e CEO di ADA Economics. Un piccolo viaggio nella mente dei mercati e delle istituzioni finanziarie che, lontane dall’essere luoghi metafisici, sono in realtà fatti di uomini in carne ed ossa che investono e scommettono sulla solidità o meno dei paesi sovrani.

Mentre la vulgata comune ci dice che i mercati sono nel panico più assoluto, Raffaella ci da un quadro meno catastrofico e più razionale.

Ecco qua la nostra chiacchierata.

M: Dal mio punto di vista questa manovra ha riportato la politica al primo posto, facendo retrocedere i concetti di finanza e tecnocrazia. Chi la sta intervistando ha idee liberal conservatrici e di centrodestra. Secondo lei invece agli operatori finanziari ed agli investitori importa di questo ritorno della politica?

R: Il ritorno della politica è sicuramente importante, ed i mercati finanziari non sono particolarmente bravi a prezzare il rischio politico ne tanto meno l’impatto delle politiche pubbliche, perché di solito la capacità dei paesi di crescere si vede nel lungo periodo. Il rischio politico viene visto come fattore di incertezza.

Sicuramente l’aumento del disavanzo del deficit ha preso una parte del mercato in contropiede, ma neanche tanto perché se guarda da qui a dieci anni tra 3,1 e 3,3 non c’è troppa differenza. D’altra parte in primis viviamo in un mondo in cui c’è ancora il QE e poi non è una sorpresa che il disavanzo sia aumentato: è vero che rispetto allo 0,8% che era stato negoziato prima sembra un enorme aumento, però francamente non era credibile che si andasse allo 0,8% ne con questo governo ne con un altro. Il gioco era tra 1,7, 1,6 e 2,4. Il movimento a 2,4% è stato molto rapido ma non è sorprendente. Noi abbiamo dei modelli che facciamo per tutti i paesi che seguiamo e le dico tranquillamente che è da un anno che sull’Italia abbiamo 2,5% nelle previsioni. Noi vediamo la situazione nel mercato obbligazionario un po’ incerta però assolutamente non allarmante, mentre siamo molto preoccupati per quanto riguarda il mercato azionario.

M: I mercati sono spaventati, ma neanche troppo quindi. Volevo passare alla seconda domanda che è più politica e meno tecnica. Sembra che Di Maio abbia festeggiato alla grande, mentre Salvini ha un elettorato fatto di piccoli e medi imprenditori a cui presumibilmente non piace questa manovra. Lei come vede questa situazione?

R: E’ chiaro che i 5 Stelle hanno un elettorato molto forte nel centro sud, dove la promessa del reddito di cittadinanza era particolarmente importante. Credo che sicuramente il piccolo imprenditore sia un po’ intimorito dal reddito di cittadinanza, e non è sicuramente la mia misura preferita. Devo dire però che il reddito di cittadinanza ha un effetto moltiplicatore sulla spesa. Anche se il reddito di cittadinanza di cui parlavano i 5 Stelle qualche anno fa era una cosa, quello di ora è tutraffaella_2t’altra cosa. E’ di fatto un “unemployement benefit”o “minimun income” che in Italia non c’era. Non è una cosa dove posso prendermi 800 euro al mese e non fare nulla. E’ una misura che però si poteva concentrare su altre categorie, ed io personalmente l’avrei concentrata sulle famiglia e su politiche per la natalità, le cosiddette “maternity policies”.

In questo momento l’Italia ha possibilità di agire, perché ha dei dati strutturali e congiunturali sia interni che internazionali che rendono il paese più competitivo rispetto agli anni passati. C’è stato un aggiustamento dei bilanci ed un aumento della produttività che mancava prima. Da qui a dire che l’aggiustamento della crescita è sufficiente per essere sostenibile ce ne passa, però misure come la semplificazione del sistema fiscale possono dare una grande mano.

M: La commissione non ha reagito molto bene al DEF (ndr, l’intervista è stata effettuata prima della bocciatura) però io mi chiedo: questo è un momento in cui la commissione è politicamente molto debole, un momento in cui i populismi in Europa la stanno facendo da padroni, un momento in cui alle prossime europee i partiti populisti faranno il botto. La commissione dovrebbe essere più accondiscendente, oppure dovrebbe essere dura?

R: Secondo me dovrebbe essere più accondiscendente, perché ad essere duri in realtà aumenta solo la frizione tra i vari paesi. Il problema è che il malessere dell’elettorato europeo è un qualcosa che va avanti da molto, e devo dire che è un malessere giustificato. Il problema dei paletti fiscali a livello europeo sono che in realtà non fanno assolutamente quello che dovrebbero fare, sono troppo corti perché guardano sempre a tre anni. Un target che vuole sia la prudenza a breve termine sia supportare la crescita a lungo termine dovrebbe avere un orizzonte di almeno 5 o 10 anni. Alla fine l’elettorato europeo si è accorto che la politica fiscale europea è troppo “miope”.

Alle cene parioline di Renzi & Co preferiamo il “populista” De Luca

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Oggi sul Foglio c’e’ un bellissimo pezzo di Allegranti, che descrive come intere città (come Pisa) in cui prima la Lega e la destra in generale nemmeno esistevano, oggi si svegliano con sindaci leghisti e sceriffi. Ma la cosa piu interessante non è vedere come città medio-grandi siano passate dal rosso al verde, ma come molti politici del PD stiano lanciando l’allarme sulla sicurezza e sull’immigrazione. Vincenzo De Luca, uno cresciuto a pane e territorio, è uno di questi.

Niente piagnistei sull’integrazione, niente hashtag, tanto pragmatismo e tanta attenzione alla sicurezza. Anche se rimane un avversario politico, di quelli veramente tosti, De Luca vive nei tempi moderni. Mentre Renzi e Co. organizzano caminetti a casa di Calenda, De Luca urla a squarciagola nelle piazze e fa notare che anche l’elettorato PD sente il problema della sicurezza, dell’immigrazione e della mancata integrazione.

Sud: De Luca, da Governo attenzione che mancava da anni

Ma si sa, nel paradiso elitario che è diventato il PD, meglio la riunione fighetta e mondana di Calenda, Gentiloni, Minniti e Renzi che le sane e robuste randellate del campano De Luca. Noi di destra non vogliamo entrare in casa altrui, dio ce ne scampi e liberi, ma vogliamo dare un consiglio al quadretto che si troverà a casa Calenda: se proprio non volete ascoltare quello “zozzone” di De Luca, che si sgola per fare capire ai capataz del PD che la sicurezza è un problema serio, date retta a Minniti. Se il pur ottimo ministro Salvini si trova di fronte ad una situazione difficile ma non disastrosa come nell’epoca Alfano, il merito è anche e sopratutto dell’ex ministro Minniti.

Se ci deve essere un’opposizione al governo Conte, che sia abbastanza seria e non da operetta.

Fate la flat tax, subito!

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Come dicevo ieri in una mia diretta Facebook (che trovate qui), per capire il governo Conte e l’alleanza giallo-verde è necessario anche leggere qualcosa, magari un americano come Ian Bremmer. Bremmer è il capo di Eurasia Group, una società di consulenza che si occupa di analizzare il cosiddetto “rischio politico” nelle regioni più instabili del mondo. Ovviamente vende le sue analisi a caro prezzo, il che gli permette di avere uffici in città non proprio secondarie: Londra, New York e Tokio. Se un personaggio così, uno che tutti quanti catalogheremmo come parte dell’elite, scrive un libro che si intitola “Us vs Them”, noi contro loro, dove il noi è il popolo ed il loro è riferito alle elite, dovrebbe farci pensare. Se anche la creme della creme degli analisti politici (perchè Ian Bremmer è veramente bravo, ed il suo team super competente), fa un’analisi in cui se la prende anche con i suoi colleghi, ed anche con se stesso ed il mondo che rappresenta, capiamo come ormai la frattura che si è creata tra la gente comune e le elite (nel senso buono della parola) è destinata ad allargarsi.

Nel conflitto “noi contro loro”, ovviamente Bremmer inserisce anche i 5 Stelle e la Lega, uno dei primi veri esperimenti populisti a tutto tondo, dove destra e sinistra si toccano e si lambiscono, si sfiorano e si abbracciano. Il problema è che se anche cataloghiamo 5 Stelle e Lega nel complesso dello scontro popolo contro elite, possiamo comunque ravvisare la divisione storica destra-sinistra. Perchè è impossibile non pensare alla peggior sinistra diessina quando Di Maio propone il decreto dignità che rende conveniente licenziare ed inconveniente assumere. E’ impossibile non pensare che le misure contro l’import di arance ed olio dalla Tunisia e dal Marocco siano un errore: aiutarli a casa loro, garantire loro il diritto a rimanere nelle loro terre significa soprattutto scambiare e commerciare, garantire loro una crescita economica stabile e non drogata dalla malsana cooperazione interazionale. Su questo sia Sia Di Maio che Salvini, che sulla questione migrazioni dovrebbe occhi e orecchie super attente, devono riflettere, perchè abbiamo bisogno di guardare anche da qui ai prossimi 10 anni e non solo all’oggi. Bene invece, e qui torniamo nell’alveo del più tipico programma del centrodestra, le misure contro l’immigrazione ed il rinnovato protagonismo internazionale del nostro paese, soprattutto nella sfida aperta verso l’ipocrisia macroniana. Visto che Conte, nonostante sia persona dignitosa, sembra non parlare, ci pensa il loquace Salvini. Molti, tra cui tanti amici e compagni di avventure politiche e associative, mi hanno detto di essere diventato filo leghista, di essere salviniano e chi più ne ha più e metta. Io osservo, e finora su immigrazione e sicurezza è il Salvini che tutti ci aspettavamo: legge ed ordine, e sinceramente, da liberale di centrodestra, a me questo basta e avanza. Ma, siccome verde non sono e non ho da nascondere nulla, non ho paura a dire che la flat tax in soffitta mi da non poco fastidio. E mi da fastidio anche personalmente, se la vogliamo mettere così. Io sono a Londra, ma amo il mio paese e vorrei tanto tornare a vivere e lavorare nella penisola più bella del mondo. Come me, tanti altri ragazzi e ragazze dispersi per il mondo, che seguono stipendi migliori, lavori migliori e possibilità di farsi una famiglia. Per farli tornare basterebbe fare almeno una cosa: la flat tax. Se non la fate, vi giocate la credibilità e sarebbe meglio tornare al voto.

Matteo, stacca la spina ai pentastellati!

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Diciamo che parlare con i pentastellati non deve essere facile, soprattutto se devi farci un governo. E siccome le comiche dei “leader” 5 Stelle non sono mai troppe, ecco che spunta anche Rousseau. Come se non bastassero gli aborti filosofici e le nefandezze che il pensiero di Rousseau ha partorito, entra in gioco anche nella formazione del futuro governo italiano. Un partito di centrodestra che mette in un programma di governo un abominio come il reddito di cittadinanza, deve aspettarsi le barricate sia dentro che fuori dal partito. Se Salvini alla fine dicesse si a queste schifezze, entrerei in Lega solo per difendere con le unghie e con i denti il po’ di liberalismo che aveva il centrodestra pre-4 Marzo.

Al di la delle provocazioni, Salvini dovrebbe staccare la spina a questo spettacolo indecente. Pensi ai giovani, pensi a chi vuole investire, pensi ad una generazione che sta vedendo questo paese affondare sotto i colpi di uno Stato asfissiante e ladro. Lo ripeteremo fino alla morte, la ricetta non è quella di quel pastrocchio di “programma” di governo, ma quella limpidamente liberale (se liberale vuol dire ancora qualcosa): meno tasse, meno tasse, meno tasse.

Sappi aspettare Matteo, non bruciare il capitale politico del centrodestra. Perchè anche se la coalizione non è di quelle perfette, anzi, è l’unica su cui vale la pena puntare. Butta via Di Maio e ti ringrazieremo.

Gli scansafatiche dei centri sociali amici di De Magistris

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Oggi non voglio parlare delle elezioni che molto probabilmente ci saranno a Luglio. Un sistema istituzionale così marcio ed impantanato non poteva dare altri risultati. Metteremo i seggi al mare e via. Oggi voglio parlare dei miei coetanei che occupano a babbo morto i locali delle università pubbliche italiane. E’ il caso dell’università di Napoli, dove un branco di scansafatiche dei centri sociali, tali Insurgencia (sic!), occupano spazi universitari per gozzovigli vari. Infatti, è di questi giorni la notizia che nei locali universitari, che dovrebbero essere dedicati allo studio ed alla formazione dei giovani, questi perdigiorno hanno organizzato il compleanno del capo-scansafatiche, tale Egidio Giordano, un personaggio che manifestava contro il “debito ingiusto”. Che guarda caso è il compagno di una consigliere comunale, tale Eleonora De Majo, che non poteva che stare con il grande capo De Magistris.

Se fosse solo per un branco di perdigiorno che si sollazzano e gozzovigliano a spese del contribuente, non sarebbe una novità: questo sciagurato paese è pieno di figli di papà buoni solo a disturbare gli studenti. Il punto è che è a quella festa c’è il capopopolo De Magistris, che si divertiva a fare il trenino. Ora, noi non abbiamo nulla contro i trenini, ma abbiamo qualcosa contro la cattiva politica dei moderni Masaniello. Già è grave che quattro sfigati occupino impunemente locali pubblici a sbafo, se poi ci mettiamo che la massima autorità cittadina li appoggia e anzi, addirittura partecipa ai loro festini, allora qua sfioriamo il ridicolo.

La magra consolazione di fronte a questi spettacolini tristi ed indecenti sono le centinaia di migliaia di ragazzi che studiano, che si impegnano, che lavorano, che si barcamenano tra mille difficoltà alla ricerca di un’occupazione stabile per metter su famiglia. La miglior gioventù, non questi fancazzisti di Insurgencia.

Salvini dica NO alla cialtronata del reddito di cittadinanza!

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Matteo Salvini è un leader politico che rispetto, il leader della coalizione a cui io personalmente faccio riferimento. Forse su alcune cose posso non essere d’accordo, ma i cittadini hanno deciso così ed il popolo è sovrano. Detto questo, mi aspetto un no chiaro e deciso alla fiabilandia 5 Stelle. Di Maio rinuncia all’investitura (sic) da Premier ma vorrebbe per se la cadrega da “Ministro per il Reddito di Cittadinanza”. Solo nello scrivere questa “supercazzola prematurata” verrebbe da ridere, ma ahimè parliamo del primo partito italiano. La Lega, il partito che difende gli artigiani, le partite IVA, gli imprenditori vessati dalle tasse, la classe media impoverita, dica no alle boiate 5 Stelle. Il loro reddito di cittadinanza, pagato con le tasse dei lavoratori onesti e tartassati, possono tranquillamente farselo nella libera Repubblica delle Bananas, non in Italia. Noi ne abbiamo abbastanza di una spesa pubblica che va nel buco nero dell’assistenzialismo: i problemi di questo paese non si risolvono con le mance, ma con meno tasse, punto.

Matteo Salvini nella campagna elettorale ha difeso strenuamente la flat tax, ed io nel mio piccolo ho sempre rilanciato, difeso e spiegato l’idea. Non dia retta a Di Maio ed alle sue politiche economiche simil-cubane, dica chiaramante che queste misure sciamaniche sono porcherie economiche che ammazerebbero definitivamente un paese che non se la passa benino.

Si continui senza sosta, come in una battaglia quartiere per quartiere, a combattere le scempiaggini pentastellate. Ma nel frattempo si continui nella difesa strenua di chi lavora, di chi fa studiare i propri figli, di chi paga onestamente le tasse e soprattutto di chi un lavoro lo sta cercando senza aspettare manne dal cielo. Altro che reddito di cittadinanza.

Moriremo di manettarismo

Il manettarismo giudiziario di questo paese è duro a morire, e le protezioni politiche di cui gode sono sempre pronte e decise nella difesa. Prima erano i vari dipietristi ed altri groppuscoli ricettacolo delle peggiori idee manettar-comuniste, appoggiate da Ds, Pds e Pd. Oggi gli alfieri politici del manettarismo sono, guarda caso, i 5 Stelle. Non ce lo saremmo mai aspettato. Nino di Matteo, oltre ad essere uno stimato magistrato, è però anche il magistrato della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, colui che ha condannato Mario Mori e Dell’Utri, nonchè ministro in pectore dei 5 Stelle. Esiste in qualsiasi paese moderno una combinazione così letale tra giustizia e politica? E’ possibile che questo vulnus democratico rimanga ancora aperto e che nessuno, neanche da destra, mostri un segno di opposizione a questa china pericolosa?

La giustizia e gli apparati giudiziari meritano rispetto, ma chi fa politica ha il dovere di registrare che la giustizia è una cosa, la politica è un’altra. Come ha fatto Di Matteo prima ad intervenire ad una manifestazione politica, per poi condannare in primo grando Dell’Utri e Mori? Lo vedo solo io il vulnus democratico oppure qualcun altro si è accorto che questo sistema, così com’è, non può andare avanti?

Le porte girevoli tra politica e magistratura vanno chiuse, perchè se in futuro un mio compagno di partito o un mio avversario si dovessero trovare in aula contro un magistrato, pretendo che i primi possano esercitare i loro diritti politici senza la paura che quel magistrato, dismessi i panni della politica, possa aprire contro di loro un fascicolo giudiziario come vendetta. Sono discorsi che il centrodestra ha sempre fatto: bisogna riprendere il libriccino delle libertà e dei diritti e rileggerlo a voce alta, per far capire che alcune battaglie politiche hanno il dovere di essere combattute. Anche se non sono troppo “cool” per i tempi che corrono.

Un’idea per noi ventenni: cambiare la Costituzione

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Il nostro paese ha tante sfide di fronte: il lavoro, la disoccupazione giovanile, l’immigrazione e la sicurezza. Problemi che farebbero tremare i polsi persino al più carismatico dei leader politici, anche se a dir la verita oggi nessuno ha veramente voglia di parlare di riforma costituzionale. Renzi ci provò, ma non ebbe coraggio e la riforma che venne fuori era un papocchio annacquatissimo. Purtroppo, con il sistema istituzionale odierno, risolvere i problemi che ho menzionato sopra è sempre più difficile. La politica si trova davanti ad un bivio: se non smantella questa costituzione, si troverà sempre con le mani legate. Le parole d’ordine per un riforma costituzionale sono poche e chiare: presidenzialismo e federalismo. Più poteri all’esecutivo e maggiore responsabilità alle autonomie locali.

Ma noi ci chiediamo: questa classe politica si prenderà veramente la responsabilità di iniziare l’iter per una nuova riforma costituzionale? C’è abbastanza coraggio? C’è abbastanza onestà intelletuale nel dire ai cittadini che o si cambia seriamente la carta fondamentale o si rischia di annegare? Ne dubito, anche se l’iniziativa del Sen. Cangini su il Foglio va in direzione opposta. Cangini infatti sembra l’unico che sta portando avanti una battaglia politica seria e limpida sulle riforme costituzionale, ma purtroppo i suoi colleghi, con rare eccezioni, sembrano in altre faccende affaccendati.

Se non sarà questa classe politica a fare questa battaglia, allora toccherà a noi ventenni iniziare fin da ora la nostra battaglia politica. Dobbiamo dire con chiarezza che la riforma costituzionale in senso presidenziale sarà parte integrante delle nostre battaglie politiche presenti e future. Perchè tra noi ci sarà sicuramente qualcuno che sarà classe dirigente in questo sgangherato e stupendo paese.

Meglio Washington di Mosca e Damasco. Ma meglio ancora è lo spirito di Pratica di Mare

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Chi conosce le mie posizioni politiche, sa benissimo quanto disprezzi i regimi illiberali, quanto non sia un fan accanito di Putin e quanto consideri Assad un criminale, un satrapo mediorientale non differente da Saddam Hussein. I tanti giovani (e non) di destra che hanno come santini Assad, Putin e l’Ayatollah Khamenei, in sostanza quelli che odiano gli “Amerikani liberisti e imperialisti”, secondo me commettono un grande errore politico. Detto questo, alla fine la mia speranza è che Trump non scateni la forza militare americana contro la Siria, al fine di ottenere un regime change. Per un semplice motivo: dopo il criminale Assad, ne verranno altri forse ancora più sanguinari, molto probabilmente peggiori del tiranno alawita. Non starò qui a fare considerazioni di natura strategica, oppure a sciorinare i nomi delle navi da guerra americane schierate e di quanti pattugliamenti del Poseidon sono in corso ora. Il mio obiettivo è capire, attraverso il buon senso, se questo tipo di operazione converrebbe o no sia a noi europei che agli americani. Non facciamola troppo complicata ed affidiamoci alle parole di Mike Pompeo, Segretario di Stato di Trump: “La guerra è sempre l’ultima risorsa”. Se dovesse esserci un intervento americano in terra siriana, assomiglierà molto ai 59 missili Tomahawk partiti nell’Aprile 2017. In pratica, un’operazione molto limitata che non porterà a nessuna Terza Guerra Mondiale. Servirà per far capire ad Assad che di fronte ad azioni inumane contro civili inermi gli Stati Uniti d’America non chiuderanno gli occhi.

Il punto però, oltre che strategico e militare, è anche e soprattutto politico, e guardo all’Italia. Le critiche ad un attacco che potrebbe provocare un pericoloso regime change sono, ovviamente, giustificabili secondo il vecchio adagio che, dopo Assad, non ci sarà nessun giardino dell’Eden ma solo sangue ed altri profughi. Se anche il Senatore forzista Lucio Malan, il cui atlantismo è dimostrato da anni di impegno pro-Usa e pro-Israele, chiede di temporeggiare, vuol dire che dei dubbi ci sono. Ma da qui a spostare il nostro paese sull’asse Mosca-Damasco, mettiamoci anche Teheran, ce ne vuole. Troppi attori politici stanno scendendo pericolosamente verso quella china e qualcuno dovrà pure ricordar loro che è una discesa pericolosa. Ripetiamo: criticare la scelta americana di intervenire massicciamente è legittimo, ma ricordiamoci sempre che Washington, pur con tutte le sue contraddizioni e debolezze, è sempre meglio di Mosca, Damasco e Teheran.

Ma meglio ancora sarebbe rivedere uno schietto spirito di Pratica di Mare.