Categoria: Graziano Davoli

Non esiste un solo Mezzogiorno, ne esistono almeno tre (più uno)

Di Graziano Davoli

La narrazione che ha preso piedi all’indomani delle elezioni del 4 Marzo è ingannevole. Quella, per intenderci, che vedeva un Nord laborioso e produttivo colorato di azzurro (anche se il verde sarebbe stato più appropriato visto il trionfo della Lega) ed un Sud fannullone e lassista colorato di giallo.

E’ ingannevole non solo per una questione cromatica. Infatti se ci concentriamo sulla cartina che rappresenta i collegi uninominali per la Camera dei Deputati possiamo notare tre cose. La prima è che sopravvivono alcune piccole aree rosse in quelle che erano le roccaforti del centrosinistra in Toscana ed Emilia Romagna. La seconda è che nel Nord Italia sono presenti alcune piccole aree gialle (ad esempio in Liguria e Piemonte). La terza è che al Sud sono presenti alcune piccole aree azzurre (soprattutto in Campania e in Calabria). Le differenze, ovviamente, non sono solo cromatiche ma per quanto riguarda il Mezzogiorno sono anche socioeconomiche.

Pensare che il Sud sia un monolite è un errore, anche pensarlo del Nord è un errore infatti le differenze tra i diversi modelli economici e sociali che caratterizzano il nordovest e il nordest sono ben note. E’ fuorviante pensare che il Mezzogiorno sia uno solo. Esistono tre aree, dal punto di vista economico e sociale nel Meridione, anzi tre più una.

La questione meridionale è una questione annosa, che la nostra penisola porta con sé dalla sua nascita. Inoltre la frammentazione appena accennata contribuisce, insieme alla negligenza delle amministrazioni, a rendere la situazione nel Sud ancora più complicata. Non solo la presenza della malavita organizzata, la scarsità, l’arretratezza e l’inefficienza delle infrastrutture e la disoccupazione sono problematiche rilevanti per l’area, ma sono anche collegate tra di loro. Basti pensare come in quelle aree dove le infrastrutture sono più rilevanti e incidenti, la presenza della criminalità organizzata è più forte e rilevante. Anche per questa ragione quando si parla di grandi opere al Sud (la costruzione del ponte sullo stretto di Messina o la riqualificazione del porto di Gioia Tauro, che potrebbe giocare un ruolo fondamentale per l’influenza che l’Italia deve cercare di costruirsi sul Mediterraneo).

La prima area corrisponde alla cosiddetta spina dorsale del Meridione. Un’area che prende parte della Campania, attraversa la propaggine settentrionale della Basilicata, lambisce il sud est lucano e copre tutta la Puglia (tranne la zona di Foggia).Tra le città più importanti di questa fascia vi sono Napoli, Salerno, Melfi, Bari, Taranto e Brindisi.

Napoli è il fulcro di quest’area. L’antica capitale del Regno delle due Sicilie è infatti la città con la densità di popolazione più elevata nel Mezzogiorno e la terza in Italia (dopo Roma e Milano). La Campania deve la sua importanza strategica anche all’industria chimica e all’ingegneria dei materiali. Importanti sono anche le infrastrutture e le grandi opere, come le autostrade, basti pensare all’autostrada A3 Napoli – Salerno (che collega le due città campane proseguendo il percorso tracciato dall’Autostrada del Sole e l’autostrada A2 Salerno – Reggio Calabria (conosciuta anche come autostrada del Mediterraneo) o le reti ferroviarie basti pensare alla Ferrovia Tirrenica Meridionale. Inoltre i porti di Napoli e Salerno sono rispettivamente all’undicesimo e al quattordicesimo posto all’interno della classifica dei porti italiani per volumi movimentati.

Melfi invece deve la sua importanza alla manifattura pesante e all’industria. Essa infatti ospita uno degli stabilimenti Fiat più importanti d’Italia.

Fondamentale poi è la regione Puglia, caratterizzata da un’economia complessa e articolata su una grande varietà di settori (dall’agroalimentare al tessile, dal calzaturiero ai trasporti e al turismo, dalle bio e nanotecnologie alla meccanica, dall’elettronica all’ingegneria digitale) che hanno fatto conoscere la regione come la California d’Italia. Importanti sono anche le infrastrutture e le grandi opere. Basti pensare alla Ferrovia Adriatica (che collega Ancona a Lecce) e ai porti di Taranto e Brindisi (rispettivamente al decimo e al quindicesimo posto nella classifica dei porti italiani per volumi movimentati).

All’incidenza dell’economia e delle infrastrutture si accompagna un’intensa attività della criminalità organizzata, soprattutto di camorra e Sacra corona unita.

La seconda area comprende, in realtà, parte dell’Italia centrale (più precisamente il Lazio, esclusa Roma), la pendice meridionale campana e la pendice settentrionale dell’Abruzzo.

Quest’area si contraddistingue per un apparato industriale scarsamente rilevante, essendo la sua economia concentrata essenzialmente sul settore primario (agricoltura) e sul turismo. Pensiamo alla fascia nord occidentale abruzzese (in particolare alla città di Pescara) che affacciandosi sul mare gode di un forte turismo balneare o alla pendice sud della Campania, caratterizzata dalla presenza del Parco del Cilento. La dotazione infrastrutturale, seppur scarsamente rilevante, è comunque accettabile.

L’attività malavitosa rimane un fenomeno periferico.

La terza area comprende tutto il Molise, abbraccia la pendice meridionale abruzzese, la pendice settentrionale pugliese, tutta la Basilicata fatta eccezione delle zone di Melfi e Matera e tutta la Calabria. E’ un’area connotata da una scarsa rilevanza strategica, fatta eccezione per la Calabria data la presenza del porto di Gioia Tauro.

L’economia e la dotazione infrastrutturale sono scarse, di scarsa qualità e di scarsissima rilevanza. Un fattore che non ha permesso all’attività malavitosa di svilupparsi in modo rilevante. In questo fa, ovviamente, eccezione la Calabria, dove l’ndrangheta (organizzazione criminale più ricca in Italia e la quarta più ricca nel mondo) oltre ad essersi fortemente insediata nell’economia dell’Italia settentrionale e di molti paesi europei, è ancora fortemente radicata nel territorio d’origine.

Un caso ha parte è costituito dalle due regioni a statuto speciale, ovvero le isole, Sicilia e Sardegna. Queste due regioni sono penalizzate dalla loro insularità che le isola dal resto del paese. Le infrastrutture sono scarse ma di una certa rilevanza. Basti pensare al porto di Cagliari e il terzo porto più importante a livello nazionale, mentre i porti di Augusta e di Messina sono rispettivamente al sesto e al nono posto. La Sicilia poi si distingue per la sua densità abitativa, Palermo infatti è la quinta città italiana per densità di popolazione e per una sua posizione strategica nel contesto mediterraneo dovuta alle reti di gasdotti e cavi sottomarini che attraversano i suoi fondali. Tuttavia queste potenzialità sono soffocate dalla scarsità delle infrastrutture e dalla presenza invasiva della criminalità organizzata, nonostante Cosa Nostra sia stata progressivamente indebolita dallo stato a partire dagli anni novanta, ha lasciato un buco che ha riempito l’ndrangheta. La Sardegna presenta, invece, alcune eccezione rispetto al resto del Mezzogiorno, dovute anche alla sua passata appartenenza all’ex regno sabaudo. Innanzitutto non ha una forte attività criminale e non ha una mafia autoctona, l’anonima sarda oltre praticamente inattiva ha sempre avuto un’organizzazione, una gerarchia e una struttura molto rudimentali, che l’avvicinano più al banditismo che ad un’associazione di stampo mafioso. Essa è inoltre connotata da una forte diversificazione economica, da una forte identità territoriale e da un buon posizionamento in ambito istituzionale ed imprenditoriale.

Questa frammentazione, di cui queste aree individuate sono solo una minima parte, rappresenta un freno per la crescita del Mezzogiorno. Una realtà che, al contrario del Settentrione, esigerebbe una soluzione molto più centralistica. Tuttavia abbandonare il Meridione a sé stesso, significa rinunciare ad un posizionamento geopolitico e strategico fondamentale. Il Sud infatti è la nostra finestra sul Mar Mediterraneo, è il canale attraverso il quale il nostro paese può tornare a costruire un proprio bacino d’influenza e essere un interlocutore privilegiato per i paesi dell’Africa mediterranea.

Leo Longanesi: un “borghese grande grande” in un’Italia sempre più piccola

Di Graziano Davoli

Il 27 Settembre del 1957, Leo Longanesi è nel suo ufficio, a Milano, quando viene improvvisamente colto da un infarto. Prima di perdere i sensi, ha il tempo di mormorare “Ecco, come avevo sempre sperato: alla svelta e fra i miei aggeggi”. Viene immediatamente tradotto in una clinica, dove muore poche ore dopo. Nel 1987, a 30 anni dalla sua morte, Indro Montanelli, forse il suo allievo prediletto, ne ricorderà il funerale in un articolo al quale verrà attribuito il Premio Guidarello. Una cerimonia molto semplice, con una decina di persone. Dove tutto si svolge sbrigativamente, solo la figlia di Longanesi, Virginia, mormora, mentre la bara sta calando nella tomba, “e dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici…”, degna figlia di suo padre.

Questi due aneddoti, quelli finali della sua esistenza, possono riassumere in pieno ciò che è stato Leo Longanesi (giornalista, scrittore, aforista, pittore, illustratore e padre nobile di un’intera generazione di intellettuali, tra cui lo stesso Montanelli) a 60 anni dalla sua morte. Un fine umorista ed un polemista senza sosta, in continuo dissidio con sé stesso e con la realtà che lo circondava, un uomo solo che rideva per non singhiozzare. Il suo pessimismo ad oltranza vissuto non con le lacrime ma con un sorriso sarcastico stampato sul volto, fanno di Longanesi un Borghese con la B maiuscola. Longanesi del Borghese aveva tutto, innanzi tutto era un nostalgico. Il suo rimpianto per un mondo ottocentesco, abitato da una borghesia sobria e saggia lo accompagnerà per tutto il resto della sua vita. Un rimpianto per quelle vecchie zie che avrebbero dovuto salvare la società del suo tempo, ma che non sarebbero mai arrivate. Questa nostalgia instillerà in lui quell’anticonformismo destinato a tradursi in insofferenza ed in senso di inadeguatezza nei confronti dell’autorità vigente. Da queste due cose sfocia la sua fronda. Una naturale tendenza da bastian contrario, un po’culturale un po’estetica, che lo porta a criticare vivacemente il fascismo dall’interno. Critiche brillanti e sagaci, scritte tra le pagine del suo rotocalco Omnibus o di qualche altra testata giornalistica, con le quali bersaglia una società formata da giovincelli che preferiscono fare i fascisti invece di studiare e perdersi in mezzo a “Fanfare, bandiere e parate” guardando con fiducia a Benito Mussolini, al quale danno sempre ragione e ai Gerarchi, la cui carica è per Longanesi “la grande attività di chi non ha nulla di serio a cui pensare”.

La polemica di Longanesi contro il regime, che si tradurrà ne Il Vade-mecum del perfetto fascista una raccolta di battute sferzanti e vivaci, scritte sotto forma di consigli, è febbrile e vitalistica, Longanesi ha il privilegio di criticarlo dall’interno e lo fa divertito e senza pietà, sfruttando i numerosi spunti che egli riesce a cogliere. Il Fascismo, nel tentativo di uscire dall’ambiente della provincia, non fa che diventare interprete di quel provincialismo tutto italiano, di quello spirito paesano, con i quali Longanesi si trova perfettamente a suo agio.

La fronda però non si esaurisce durante la Repubblica, anzi in questo periodo essa si traduce in una profonda insofferenza verso un tempo morto, dove la modernità inghiotte la tradizione sempre più voracemente. Già dall’immediato dopo guerra egli vede, finalmente, gli italiani per quello che sono: un popolo di camaleonti che scende costantemente a compromessi con sé stesso per sopravvivere, un popolo la cui unica bandiera dovrebbe riportare le parole Ho famiglia. Di questa dissoluzione è innanzitutto responsabile la borghesia stessa, che Longanesi vede come un insieme di dame ingioiellate ed imbellettate e di industriali dediti solo ai propri interessi. Una borghesia senza coscienza e che si vergogna della sua stessa natura. Questo accende in lui la necessità di fondare, insieme a Montanelli, Ansaldo, Prezzolini e tanti altri, il settimanale Il Borghese. Davanti all’avanzare del pericolo comunista, la borghesia italiana è chiamata a lasciare i propri particolari e a prendersi le proprie responsabilità.

Il boom economico, la riforma agraria, la democrazia che egli insegna ai suoi a “disprezzare con rispetto”, tutto passa sotto la sua penna caustica e sferzante, spesso ai limiti del sovversivo e indigesta al Governo. Dal settimanale Longanesi creerà i Circoli del Borghese, dove proverà a costituire un movimento conservatore e d’ordine in grado di costituire un’alternativa al PCI, una montagna che partorirà un topolino.

Di Longanesi ci rimane questo: la memoria di un brillante polemista, un genio eclettico e vivace, il padre nobile di alcune tra le più vivaci penne della nostra stampa (tra cui quelle di Ennio Flaiano e del già citato Montanelli), di un conservatore illuminato e quindi, come scrive Prezzolini nel suo Manifesto dei conservatori, pessimista per sua nature e un Borghese. Un Borghese grande grande, il cui tricolore andrebbe marchiato a fuoco sulla fronte di ogni Italiano

Forza Genova! Forza Marco Bucci!

Di Graziano Davoli

Domenica 25 Giugno saremo chiamati alle urne in occasione del ballottaggio, per esprimerci circa il nuovo sindaco della nostra città. Sono molteplici le ragioni che mi spingono a sostenere apertamente il candidato Marco Bucci e ad invitarvi a votarlo, credo bastino queste che a mio avviso sono le più importanti.
La prima è una ragione storica, dagli anni ’60 Genova è diventata un feudo delle sinistre che, come direbbe Baudelaire, l’hanno consegnata all’inferno un pochino alla volta. Un inferno fatto di degrado, insicurezza, aumento della disoccupazione, stagnazione economica e una sempre crescente penuria di prospettive. Una sinistra espressasi tramite giunte che hanno amminsitrato nel segno della passività e dell’insipienza.

La stessa insipienza mostrata negli anni ’70 ed ’80, quando la nostra città rimase inerte in balia delle Brigate Rosse e di altri gruppi armati dell’estrema sinistra extraparlamentare, questi rapirono il giudice Mario Sossi, uccisero il giovane fattorino Alessandro Floris, il Procuratore generale Francesco Coco, il sindacalista Guido Rossa e tanti altri ancora. Solo la fermezza e la tenacia delle forze dell’ordine salvò la nostra città. La stessa insipienza mostrata nel 2001, quando l’amministrazione Pericu lasciò che Genova fosse ridotta ad una jungla urbana dai Black bloc, in seguito ai fatti del G8. Ancora una volta furno le forze dell’ordine, pur con inqualificabili abusi di potere e violazioni della dignità umana, riuscirono ad impedire che la città si trasformasse in una favela. La stessa insipienza che nel 2011 e nel 2013 permise a due alluvioni di fare più danni di quelli che si sarebbero potuti evitare. Lì fummo noi cittadini a rimboccarci le mani, a spalare il fango e a recuperare passo dopo passo quanto le alluvioni ci avevano sottratto. Il tutto mentre i nostri sindaci bazzicavano da un salotto televisivo all’altro.

La seconda è una ragione che riguarda l’uomo Marco Bucci. Egli è un homo novus, un volto nuovo alla politica. Senza alcuna retorica sulla società civile, ci mancherebbe. Un manager ed un imprenditore di grandi capacità, basti pensare che come Amministratore unico della società Liguria Digitale, l’ha portata a fatturare 50 milioni di euro. Un uomo del lavoro e della società civile, ciò lo ha dimostrato nel suo programma, capendo cosa la società genovese chiede. Una città più sicura, in grado di offrire più opportunità ai giovani meritevoli, una città dinamica, tramite la riqualificazione dei trasporti, delle infrastrutture e del porto, una città in grado di incentivare di nuovo il turismo. Proprio noi giovani dovremmo puntare su di lui, in quanto nel suo disegno vi è una Genova capace di rimetterci al centro, di capirci e di darci opportunità, opportunità che i grandi successi delle giunte precedenti ci hanno sempre negato.

L’ultima ragiona è di radice ideologica. Una vittoria di Marco Bucci potrebbe dare un ulteriore input al centrodestra nazionale per ripensarsi e rinnovarsi. Accantonando le velleità tecnocratiche, gli inciuci di palazzo e i lepenismi d’occasione, il centrodestra può ripensarsi impostandosi su una piattaforma che possa ritrovarsi in quelle istanze liberal conservatrici da troppo tempo dimenticate, ma che possa anche permettere ai cittadini di riconoscersi in lei. Una piattaforma in grado di riunire tutte le anime che compongono quest’area sotto il segno del civismo e del pragmatismo.
Il 25 saremo chiamati a scegliere tra un candidato fotocopia delle precedenti e fallimentari giunte ed un candidato competente. Che ha messo in piedi una squadra preparata, con molti giovani, sia espressione della politica che della società civile, in grado di portare una ventata d’aria fresca alla nostra Zena, altrimenti condannata alla stagnazione.
Il 25 Giugno femmo torna Zena superba! Votiamo Marco Bucci!