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I disastri delle banchette del territorio

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

La storia delle banche e banchette in Italia è piena di disastri, su questo non c’è nessun dubbio. Al di là dei crac storici come quelli di MPS, è bene focalizzarsi sui dissesti finanziari di banche un po’ più piccole, le famose “banche del territorio”. Prendiamo Banca Marche, CARIFE e CARIGE, solo per fare alcuni esempi: tipiche banche che si professano vicine al territorio, ma che in realtà servono solo gli interessi dei piccoli potentati politici e di qualche “élite” provinciale.

Queste banchette, piene di raccomandati della politica e di manager incapaci ed ignoranti, fanno i loro beneamati casini, giocano con i soldi dei cittadini ed indovinate un po’, in questo valzer di cialtroneria, chi è l’unico scemo che perde due volte? Il cittadino, colpito prima dai fallimenti bancari e poi costretto a pagare il bail-out alle banche.

Ora non vorrei semplificare troppo, ma talvolta bisogna esserlo per capire bene la situazione in cui ci siamo ficcati: un sistema bancario così allegro e così povero di credito per investimenti non è più tollerabile. Una finanza gestita in modo cosi provinciale fa perdere soldi, fa fallire istituti di credito, chiude i rubinetti del credito e non fa crescere il paese. Il modello “banchetta del territorio” scricchiola e bisogna trovare il modo di sostituirlo o di migliorarlo. Sarà possibile?

La Cina celebra le riforme di Deng Xiaoping ma ora punta a qualcos’altr

In Cina si è celebrato il 40 anniversario delle riforme di Deng Xiaoping, progetto che ha ristabilito la Repubblica Popolare Cinese nel consesso dell’ordine Internazionale.

Ma il Presidente attuale e leader di Pechino Xi Jinping mira a surclassare lo stesso padre riformatore della Cina post-Mao Tze Tung.

Il Presidente Xi ha affermato che il periodo riformista ha consegnato alla Cina un periodo di rinascita che ha trasformato profondamente la Repubblica Popolare. Ciò ha radicalmente cambiato e consolidato le fondamenta istituzionali del paese.

Nel celebrare le riforme di Deng, definite dagli esperti il socialismo con caratteristiche Cinesi, il Presidente cinese Xi Jinping, che tiene nelle sue mani anche le cariche di Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e quella di Capo della Commissione Militare Centrale(de facto capo supremo delle Forze Armate), ha affermato che le riforme sono state rivoluzionarie e storiche per la Cina e per il suo popolo.

Xi ha inoltre dichiarato che la Cina non può permettere che la Cina si isoli dal mondo ma che deve continuare a sviluppare una politica di apertura.

Nei progetti di Xi il rinascimento Cinese, che punta sul progetto mastodontico delle Nuove via della Seta, è la tappa finale per far tornare Pechino sugli scranni più alti del consesso internazionale e tra e grandi potenze. Ma questo progetto ambizioso e rischioso per Pechino si scontra con gli Stati Uniti che vedono con diffidenza le buone intenzioni cinesi e del suo progetto BRI.

Lo scontro commerciale, attualmente in stand by dopo una tregua concordata al summit G20 di Buenos Aires dopo un summit bilaterale USA-Cina, rischia di riprendere se le due parti non riusciranno a raggiungere un accordo definitivo.

Ma Washington è preoccupata anche della modernizzazione militare che Pechino sta attuando in tutti i settori, nella militarizzazione del Mar Cinese Meridionale e della cosiddetta trappola del debito Cinese in cui sonocoinvolti diversi paesi che prendono parte al Progetto BRI mette non poco scetticismo nei palazzi del potere a Washington, dopo le accuse di concorrenza sleale e di spionaggio industriale portate avanti dalla stessa amministrazione statunitense.

Il caso di Deng Wanzhou, capo finanziario della Huawei e figlia del fondatore del colosso cinese, è una delle tante crepe nel confronto commerciale USA-Cina.

La Cina di Xi Jinping, dopo le riforme di Deng Xiaoping, punta a qualcos’altro: una revisione o una riforma dell’ordine internazionale? Pechino è disposta a sobbarcarsi i costi politici ed economici per diventare la nuova superpotenza al posto di Washington? I cinesi dicono di no ma a Washington hanno un’altra opinione in merito.

Il problema della neve nelle zone terremotate

Di Mirko Giordani, da Il Giornale

A dicembre, come succede spesso durante l’anno, nelle zone appenniniche nevica. Talvolta sono pochi centimetri, talvolta molto di più, arrivando fino al metro d’altezza. Sta di fatto che, come è normale che sia, sull’appennino umbro-marchigiano la neve scende ogni anno.

Ogni anno però succede la stessa cosa: bastano 10 cm di neve, ed interi comuni rimangono per giorni senza elettricità. Ora capiamo tutte le difficoltà di intervenire in piccoli comuni montani, ma non è possibile che queste zone siano cosi bistrattate. Dopo il terremoto, intere comunità sono state abbandonate in casette provvisorie senza nessuna rassicurazione sul futuro. Interi paesini destinati a scomparire per la dura legge della demografia: gli anziani muoiono ed i giovani scappano. Ora ci si mette anche l’incuria nel risolvere i problemi di una rete elettrica ballerina.

La politica ovviamente sta zitta: cosa volete che importi di “quattro montanari” che vivono in casette prefabbricate senza corrente elettrica? D’altro canto, sono talmente pochi voti e non vale nemmeno la pensa impegnarsi per risolvere quei problemi, giusto?

Il ruolo Politico-Militare della Polonia in Europa centro-orientale

Di Francesco Cirillo

Nel quadro del cosiddetto “Balance of Power” politico-militare dell’europa centro-orientale Varsavia si è assicurata in pochissimi anni il baricentro di media potenza regionale.

Per i vertici polacchi il paese deve concentrare le sue strategia diplomatiche e strategiche nella zona centro-orientale e nel Trimarium (regione dell’europa centro-orientale racchiusa tra Mar Baltico, Mar Nero e Mediterraneo). Le mosse Polacche sono spinte dalla sue ambizioni di rinascere grande potenza.

Quando la Polonia rinacque come stato indipendente nel 1918 il suo padre della patria, Josef Piłsudski, aveva in mente di creare un immenso stato polacco che doveva raccogliere le terre che andavano dalla Finlandia al Caucaso. L’obiettivo era di ridimensionare una possibile rinascita della Russia. Alla fine la guerra russo-polacca del 1921 ( scoppiata con l’ambizione di far rinascere una Grande Polonia) si concluse con un trattato di pace che impose una divisione Polonia-URSS delle regioni ucraine. I piani di Piłsudski fallirono rafforzando di conseguenza la destra etnonazionalista di allora e archiviando la creazione di uno stato multiculturale. Ma il Maresciallo teorizzò il cordone sanitario che venne aggiornato nella successiva strategia del contenimento, messa in atto dagli USA dopo la seconda guerra mondiale e continuata con ZbigniewBrzezinski che la aggiornò con strategia di destabilizzazione culminata durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan(1979-1989), in cui Washington finanziò e supportò la resistenza e le sue fazioni afghane.

Dalla dissoluzione dell’Impero Sovietico la Polonia si è sollevata a potenza regionale dell’europa dell’Est. Le sue forze armate sono le meglio equipaggiate della regione centro-orientale e sta consolidando progetti di integrazione militare con i paesi vicini. L’esperimento della Brigata Litucrpol denominata Ostrogski generale della allora alleanza Polacco-Lituana che sconfisse le truppe dell’allora Granducato di Mosca nella Battagli di Orša del 1514. ad oggi la collaborazione militare tra Kiev, Vilnius e Varsavia è rappresentata dalla Brigata Litucrpol, istituita nel giugno del 2007. la sua completa istituzione però venne messa in standby. Il riesplodere della tensione Mosca-Occidente in concomitanza con la crisi ucraina del 2014, e l’annessione della Crimea nel Marzo dello stesso anno, diede la spinta finale alla istituzionalizzazione della Brigata polacco-lituano-ucraina. Nel settembre del 2014 venne ratificato nella Capitale Polacca l’accordo tra i tre stati centro-orientali che costituì definitivamente la Litucrpol. La brigata conta 5mila uomini dislocati tra Lituania, Ucraina e Polonia con il quartier generale di stanza a Lublino. La Brigata rappresenta un segnale importante nel settore della cooperazione politico-militare e della sua futura integrazione nell’aerea centro-orientale del vecchio continente. Mostra lo scetticismo dei paesi europei dell’Europa orientale sia verso il Cremlino sia verso le posizioni ambigue dei suoi alleati dell’Europa occidentale.

L’Integrazione è guidata dalla stessa Polonia, che dispone delle Forze armate meglio equipaggiate ad est del fiume Oder. Da decenni Varsavia ha iniziato un fortissimo processo di modernizzazione militare del proprio dispositivo bellico. La Polonia non ha ancora superato la soglia dei 100mila effettivi, ma punta ad arrivare, nel prossimo futuro, a quasi 150 mila unità. In quel caso entrerebbe nella prima classe dietro a Germania e Francia, rispettivamente 180 mila per Berlino e 200 mila per Parigi. Ma i polacchi hanno dalla loro la qualità dell’equipaggiamento. Varsavia ha mille carri armati pesanti, tra cui i temibili Leopard 2 di matrice tedesca, a disposizione delle Brigate Corazzate e meccanizzate delle forze di terra.

Nel comparto militare industriale la Polonia sta dimostrando uno sfrenato attivismo. Nonostante sia dominato dai suoi partner europei, Germania e Francia, e dagli USA Varsavia non rinuncia a mettere anche la sua voce nel mercato degli armamenti per la regione centro-orientale. Con il target di consolidare la sua posizione di potenza regionale Varsavia ha iniziato a modernizzare il suo comparto industriale. Il trasferimento di tecnologia dall’estero verso la Polonia e il consolidamento della holding statale polacca Polska Grupa Zbrojeniowa ha dato un forte strumento strategico, che Varsavia può usare per proiettare la sua influenza nell’estero vicino. Nel 2015 ha istituito un apposito fondo di assistenza che facilita l’erogazione di prestiti per gli Stati che desiderano acquisire tecnologia militare polacca. Questo fondo mira a rafforzare le relazioni militari industriali e politiche polacche nella regione dell’Europa orientale, ed è indirizzato a Bulgaria, Romania,le tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania e al Gruppo di Visegrád: Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. L’attivismo di Varsavia sta accelerando la collaborazione politico-militare degli stati europei centro-orientali e la Polonia, naturalmente, ambisce ad essere la guida.

Una tragedia annunciata

Di Mirko Giordani, da Il Giornale

La tragedia nelle Marche mi tocca molto da vicino, forse perchè parte della mia adolescenza l’ho passata divertendomi il sabato sera in locali tipo la “Lanterna Azzurra”. Le valli marchigiane sono placide molto sonnacchiose, e queste piccole discoteche, per chi è ancora molto giovani e non ha i mezzi per spostarsi verso Rimini o Riccione, sono una vera e propria manna dal cielo. Non stupisce quindi di come un migliaio di giovanissimi si siano riversati a sentire questo “trapper” in una vecchia balera su una collina vicino Corinaldo.

Ma bisogna fare alcune considerazioni.

La sicurezza non è mai una spesa a fondo perduto, la sicurezza è sempre un investimento. Punto primo, spendere qualche euro in più per un addetto alla security fuori dalle porte delle discoteche e dei locali notturni per controllare che qualche imbecille non porti dello spray al peperoncino in un posto chiuso con più di mille persone dentro sarebbe stata una piccola spesa che avrebbe potuto salvare la vita a dei giovani innocenti. Punto secondo, vendere più di 1400 biglietti quando la capienza massima del locale è di 500 persone è un atto criminale e non è giustificabile per nessun business al mondo.

Terzo e ultimo l’educazione. Come è possibile che la nuova moda del momento, secondo quello che dicono molti rapper in giro, sia quella di rilasciare dello spray urticante al peperoncino in un posto non ventilato e pieno di persone? Quale ingranaggio nella nostra società si è rotto per far diventare “figo” e “cool” fare una cazzata del genere? Non è questo il posto per chiedersi cosa stia andando storto nei nostri giovanissimi, ma prima o poi dovremmo chiedercelo con più insistenza.

Mafia nigeriana: è il momento di parlarne

Di Gabriele Figà

«Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali»

Informativa dell’ambasciata nigeriana a Roma, 2011

“Il radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”

Direzione Investigativa Antimafia, 2016

 

Mafia nigeriana: forse è il momento di parlarne?

La stampa italiana ha un rapporto ambiguo con la mafia nigeriana. Essa è un’entità che striscia, che viene citata nei servizi giornalistici senza mai essere approfondita. Si insinua nei trafiletti di cronaca nera, appare per un attimo in un pezzo di giornale, per poi scomparire. L’opinione pubblica sta appena cominciando a farsi un’idea su questa perniciosa organizzazione criminale che, tuttavia, non è proprio nata ieri:

Le forze dell’ordine imparano a conoscere la mafia nigeriana già nel gennaio 2007, quando con l’operazione Viola vengono arrestati 66 presunti appartenenti a questa organizzazione per delinquere di stampo mafioso, tra i cui crimini si annoverano traffico di esseri umani e narcotraffico in diversi Paesi del globo .

Nel 2009 poi, due tribunali italiani emettono sentenze di condanna per associazione mafiosa contro bande nigeriane. Nella civilissima Brescia. “Si avvalevano della forza di intimidazione del vincolo associativo, nonché della condizione di assoggettamento e di omertà che si sostanziava nell’osservanza delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione di sanzioni anche corporali in caso di inosservanza, nella pretesa dagli affiliati del versamento obbligatorio e periodico di somme di denaro prestabilite per le finalità del gruppo locale e per le finalità della casa madre nigeriana”, scrive nel suo atto d’accusa il pm antimafia Paolo Savio, che nella sua inchiesta fa anche una scoperta raccapricciante: l’affiliazione alla famiglia mafiosa prevedeva un rito particolare: bere sangue umano, recitando formule magiche.

Ci ricapita tra i piedi questa strana mafia nigeriana nel 2010, sempre a nord, stavolta a Torino: 36 imputati condannati per associazione mafiosa.

E poi la incontriamo nuovo, a Palermo, quando il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia vengono accusati del reato di associazione mafiosa presunti membri di un’organizzazione criminale straniera.

Di casi ce ne sono altri, tanti, impossibile citarli tutti: li ritroviamo sparsi come briciole, piccole tracce semicancellate nella storia giudiziaria recente del nostro Paese.

L’ultimo caso di cronaca nera in cui si è evocata la mafia nigeriana ha fatto tristemente scalpore: è quello del brutale assassinio di Pamela Mastropietro, nel gennaio 2018.

Infine, di questa insolita mafia se n’è parlato pochi giorni fa, nel corso dell’operazione antimafia della Squadra Mobile di Torino, anche se sembra quasi passata in secondo piano, per cedere il posto all’alterco tra il Ministro Salvini e il Procuratore Spataro. Mentre il dibattito tra i due si infiamma, si ha quasi l’impressione che la mafia nigeriana sia un’organizzazione di second’ordine, qualcosa su cui non vale la pena che i media si soffermino a lungo.

Eppure, confrontandosi con rappresentanti delle istituzioni di sicurezza, ci si accorge che le forze dell’ordine in Italia sono preoccupate da quel cancro che è la mafia nigeriana, e la combattono non da ieri, non da un mese, bensì da qualche decennio.

Siamo onesti però e diciamolo subito: l’argomento della mafia nigeriana è ostico da affrontare. Già solamente prendere di petto il tema mafia nello Stivale in generale significa scoperchiare un vaso di Pandora, sollevare un velo di omertà.

E poi, il tema della mafia nigeriana solleva una questione ulteriore: esso si intreccia con le vicende migratorie, e così diventa ben comprensibile come questo sia un problema da trattare con le pinze per la politica. Meglio ancora, per alcuni, non trattarlo proprio. Impossibile non dire che i nigeriani in Italia sono i primi nelle richieste d’asilo: nel 2017 il 20%, nel 2016 il 22%. Eppure, nel 2017 l’asilo è stato concesso solo al 5% dei richiedenti, la protezione sussidiaria al 2%, il restante 93% si divide tra 20% di protezione umanitaria, ora ristretta dal Decreto Sicurezza, e un 73% di rifiutati/irreperibili. Parlare di mafia nigeriana quindi significa parlare, neanche troppo indirettamente di immigrazione illegale: è un canale attraverso cui i clan criminali reclutano numerose leve. È evidente che si va a sconfinare in questioni ideologiche che portano molti politici e buona parte dell’opinione pubblica a evitare l’argomento. Ma siamo sicuri che sia un bene non parlarne?

Non è che la criminalità organizzata nigeriana sia proprio roba da poco, eh. Certo, tra di loro si chiamano con soprannomi da ragazzetti che han letto troppi fumetti, tipo “Charlie Brown”, o “Dottor Prince”, e i vertici dell’organizzazione son detti “Capones”.  Robetta insomma, rispetto alla serietà della mafia nostrana . Dilettanti. I clan più potenti portano nomi tipo “Black Axe”, o “Vikings”, una roba a metà tra una serie di Netflix e il nickname di un tredicenne invasato che gioca a Call of Duty.

Eppure, le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e dei Servizi di informazione e sicurezza, quando puntano il dito sulla mafia nigeriana, non prendono la questione proprio alla leggera: al contrario, definiscono l’organizzazione come uno tra i più efficienti e pericolosi sistemi criminali a livello transnazionale (con cellule in Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Regno Unito, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile, Italia).

E non solo. Come i virus più difficili da eradicare, i clan mafiosi nigeriani presentano pure un’alta capacità adattativa a seconda dei contesti in cui si trovano a operare.

Va beh, dirà qualcuno, in fondo stiamo parlando di poveracci brutali e semianalfabeti: quanto potranno mai essere pericolosi?

Che dire… brutali lo sono sì, avvezzi all’uso del machete pure, ma bisogna aggiungere che per lo più si tratta individui con un elevato livello di istruzione, che conducono attività illecite in settori quali: il narcotraffico, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, la tratta di esseri umani, la prostituzione. Non proprio bassa manovalanza, insomma.

I proventi illeciti vengono generalmente trasferiti in Nigeria attraverso corrieri o canali di money-transfer e/o Hawala, ove vengono largamente utilizzati per finanziare altre attività illegali. Non mancano, tuttavia, casi di reimpiego degli utili sul territorio nazionale, prevalentemente in attività economiche (african-shop, phone center, internet point ecc.) funzionali alla copertura dei traffici di esseri umani e droghe.

 

Mafia nigeriana e mafia italiana: una bomba pronta a esplodere?

In Italia, la mafia nigeriana è radicata in Piemonte, Veneto e Campania, anche se negli ultimi anni ha esteso la propria presenza criminale in Marche, Abruzzo, Lazio, Sardegna e Sicilia: è quasi surreale leggere il Global Report on Trafficking in Persons 2014″ dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), che descrive come con l’operazione Cults, finirono in manette “membri di due gruppi (mafiosi nigeriani) che hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (periferia est, Tor Bella Monaca), affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.”

Uno si potrebbe chiedere: e le mafie nostrane che fanno? Mo’ questi immigrati vengono a rubare il lavoro pure a loro?

Per fortuna, a chiarire il rapporto tra mafie italiane e mafia nigeriana ci viene in aiuto l’Ufficio Studi del Senato della Repubblica Italiana, che ha redatto un esaustivo dossier sull’argomento. Leggiamo cosa scrive a proposito dei rapporti con Cosa nostra:

Gli inquirenti si sono posti una domanda: come è possibile che a Palermo un’organizzazione straniera gestisca un intero quartiere senza che i padrini, quelli che reggono gli storici mandamenti cittadini, abbiano nulla da ridire?

La spiegazione l’ha fornita il clan di Giovanni di Giacomo. Di Giacomo è un boss autorevole, un boss dal robusto curriculum criminale, ha esordito come nel gruppo di fuoco di Pippo Calò: oggi è detenuto all’ergastolo. Fuori dal carcere mantiene, però, ancora la sua influenza: al punto che riesce a far nominare il fratello Giuseppe reggente del clan di Porta Nuova. Un incarico che durerà poco, dato che il 12 marzo del 2014 Giuseppe di Giacomo verrà ucciso in pieno giorno nelle strade del quartiere Zisa. Aveva però già cominciato a muoversi da padrino, a dirigere il racket delle estorsioni, e a riferire ogni cosa al fratello detenuto, durante i colloqui intercettati in carcere. In uno di quei colloqui, Giovanni di Giacomo chiede informazioni su Ballarò, il quartiere storico nel centro della città. “Lì ci sono i turchi”, dice il fratello, e a Palermo da più di mezzo secolo quando qualcuno dice “i turchi”, si riferisce genericamente alle persone di colore. È per questo che Di Giacomo chiede delucidazioni: “Quali turchi?” “I nigeriani”, chiarisce il boss di Porta Nuova. “Ma sono rispettosi – aggiunge – mi vengono ad aspettare sotto casa per parlare, chiedere… e poi questi immagazzinano”. Una affermazione che, per gli inquirenti, spiega chiaramente come Cosa nostra a Palermo abbia dato il suo via libera alla presenza dei nigeriani di Black Axe sul territorio.

Quella spiegazione, “questi immagazzinano”, vuol dire praticamente che nei vicoli dimenticati di Ballarò i nigeriani “rispettosi” conservano enormi quantitativi di droga, con il beneplacito delle famiglie di Cosa nostra, ormai falcidiate dagli arresti e a corto di soldati fedeli per controllare ogni angolo della città. E così il ventre molle di Palermo è diventato oggi mandamento delle gang nigeriane, con tanto di benedizione degli eredi di Riina e Calò.

Sempre nel dossier del Centro Studi, leggiamo inoltre che il rapporto tra mafie non si risolve qui, ma anzi è in continua evoluzione. Secondo la DIA, appare assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti (per esempio nella vendita della droga), debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Viene infatti riportato esplicitamente in una relazione della Direzione Investigativa Antimafia (giugno 2017) che: “Gli altri gruppi di matrice etnica – si legge nel documento – operano tendenzialmente con il beneplacito delle mafie storiche, mentre in altre zone dimostrano una maggiore autonomia che sfocia in forme di collaborazione quasi alla pari”. Di conseguenza, la “tregua collaborativa” alla quale assistiamo ora in futuro verrà necessariamente scossa là dove i nigeriani si rafforzeranno o le cosche italiane indeboliranno.

 

Come combattere la mafia nigeriana?

Quando si affrontano le mafie, tutte le mafie, bisogna avere la consapevolezza che “la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste.”. Le mafie hanno paura di essere sbattute in prima pagina. Temono di essere inchiodate dall’opinione pubblica.

Le forze dell’ordine, la DIA, la Commissione antimafia, lottano già contro la mafia nigeriana da anni. La loro mano è forte, decisa. Quello che manca, dall’altra parte, è una decisa spinta della politica, che a lungo ha ignorato la questione per timore di sconfinare in un problema divisivo come quello dell’immigrazione illegale, che, come sottolinea il Generale Morabito del NATO Defense College, crea vulnus gravi alla sicurezza del Paese.

La politica, per cominciare dovrebbe agire proprio in sede alla Commissione antimafia, certificando che le mafie sono tante e in continua evoluzione: bisogna adattare le strategie. E poi dovrebbe parlarne.

La situazione attuale ci dice che la poca conoscenza della mafia nigeriana rispetto a altre mafie ha di fatto comportato un intervento inefficace da parte dello Stato, e ciò rischia di avere come effetto quello di sostituire una mafia con un’altra, invece di eradicarle tutte come dovrebbe essere.

Due opinioni tranchant sul rapimento di Silvia Romano

Di Mirko Giordani, da Il Giornale,

Il rapimento della giovane cooperante è un fatto drammatico, e sinceramente non voglio discettare sul perchè la ragazza non sia rimasta in Italia ad aiutare qualcuno più vicino casa, magari gli anziani della locale casa di riposo. Sono scelte personali e come tali vanno rispettate. Io, ma nemmeno voi cari lettori, non siamo nessuno per poter decidere della vita di Silvia. E nemmeno il tuttologo Gramellini. Detto questo, io avrei fatto altre scelte, ed il volontariato in Africa non è attualmente tra le mie priorità. Se devo andarci in Africa, ci andrei solo in vacanza a fare qualche safari, magari protetto da squadre di contractors. Ma anche le mie sono scelte personali.

Detto questo, vorrei elencare però due cose importanti, quando si parla di partire per fare volontariato in posti oggettivamente pericolosi. Perchè è inutile prenderci in giro con gli orpelli retorici ed i bisticci tra le parti politiche, ed è meglio per tutti andare subito al nocciolo della questione.

Per prima cosa, ma come è possibile che una Onlus parta verso l’Africa e non abbia nessun personale di sicurezza privato? Si, parliamo di contractors, gente con fucili in mano che dovrebbe essere pagata per proteggere le persone che vanno a fare volontariato in posti sperduti e pericolosi come quello dove si trovava Silvia. La Onlus dovrà rispondere di queste negligenze, perchè è ora di dire basta alle visioni romantiche del mondo dei cooperanti: si trovano ad operare in contesti sociali, economici e di sicurezza catastrofici e per questo i cooperanti vanno protetti, anche con le maniere forti.

Seconda cosa è sul modus operandi che dovrebbe portare alla liberazione della ragazza. Se abbiamo delle forze speciali e dei servizi segreti efficienti, mettiamoci d’accordo con le autorità keniote e liberiamo Silvia. Più sborsiamo soldi, e più facciamo capire alle bande di criminali in giro per il mondo che l’italiano è un bancomat ambulante, aumentando sempre di più il rischio di rapimenti e di preoccupazioni per i familiari rimasti in Italia. Bisognerebbe far capire che se rapisci un italiano, un reggimento di incursori potrebbe entrare nel tuo covo e fare un po’ di casino.

Detto questo, forza Silvia!

I conservatori inglesi caccino Theresa May

 Di Mirko Giordani

È raffica di dimissioni nel Cabinet della sfortunata Theresa May. Quattro ministri se ne sono andati e vanno a rafforzare l’ala della hard brexit capeggiata da Rees-Moog, eccentrico conservatore cattolico, e da Johnson, l’altrettanto eccentrico ex Sindaco di Londra.

Se non siamo alla fine politica di Theresa May, diciamo che poco ci manca. La Primo Ministro Inglese si è trovata a gestire la fase politica piú importante e delicata della storia postbellica del Regno Unito, e diciamo che non ha dimostrato ne il decisionismo ne il carisma di Winston Churchill o di Maggie Thatcher. Ci sono momenti in politica in cui bisogna prendere una decisione, non si può stare in mezzo al guado. Le questioni di “money” sono semplici da risolvere: la moneta è neutra e alla fine l’accordo si trova. Invece per le questioni squisitamente politiche serve coraggio e decisione, perchè tertium non datur.

I conservatori inglesi devono risolvere una questione affannosa, che è tutta politica: o guardano verso l’Europa, e ne discendono tutte le tecnicalità sugli accordi commerciali, oppure guardano al mondo, anche in questo caso discendono tutte le tecnicalità del caso. La May è rimasta in mezzo al guado, a parare a destra e a manca. Il porto di Londra ha visto due secoli la nascita della “Global Britain”: è ora che una nuova leadership conservatrice riprenda in mano quell’ideale e decida la strada da percorrere.

Midterm: un pareggio che suona come una vittoria per Trump

Di Andrea Asole.

Quasi sicuramente, da ieri mattina in molti avranno letto che i democratici hanno vinto le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. A conti fatti invece si tratta di un pareggio, pareggio che per tutta una serie di ragioni sa di vittoria per Donald Trump. Quali?

Tanto per iniziare, non c’è stata l’onda blu, i democratici vincono la Camera ma hanno una maggioranza di meno di 30 seggi: considerato che negli USA la fedeltà al partito manco sanno cosa sia, è tutto da vedersi se ci sarà una paralisi. I democratici hanno riconquistato alcuni distretti che due anni fa vinse Trump, era fisiologico che accadesse, tuttavia in alcune zone storicamente favorevoli loro i dem hanno invece faticato: si pensi al Connecticut, dove hanno vinto tutti i distretti ma han faticato in uno di essi e dove hanno faticato anche per il Governatore. Non è insomma una disfatta, e Donaldone ha un motivo in più per festeggiare: Nancy Pelosi tornerà speaker.

C’è poi un importante dato storico: quanti sono i precedenti in cui il partito del presidente in carica guadagna seggi al Senato in una midterm? Pochi, pochissimi, e Donald Trump rientra fra questi pochissimi. Inoltre, alcuni senatori repubblicani entranti sono molto più vicini al trumpismo di alcuni repubblicani uscenti. Allontanata la già remotissima possibilità di impeachment, chissà il signor Mueller come l’ha presa.

Per mascherare la “non vittoria” (quella dei democratici non può essere definita sconfitta), il circo mediatico americano sta ponendo l’accento su alcuni candidati democratici che hanno vinto e in particolare la ragazza di 29 anni che ha vinto in un distretto (ultrablindato) di New York come il prototipo della candidata ideale da contrapporre a Trump: si stanno mettendo in testa che radicalizzarsi è la chiave per battere The Donald. Diciamo che noi dall’Italia potremmo raccontar loro come finisce di solito in questi casi.

Infine, i democratici speravano in un qualche miracolo che li facesse vincere anche al Senato, in modo da poter quanto meno arrivare a votare l’impeachment (che non sarebbe passato lo stesso: serve la maggioranza dei 2/3, però sai il fastidio?). Adesso invece si ritroveranno a sperare che Ruth Ginsburg viva a lungo e non si sia stufata di tutto. Se la Ginsburg (ci) lasciasse, a Trump spetterebbe un’altra nomina per la Corte Suprema, e potrebbe significare una SCOTUS conservatrice per i prossimi 15-20 anni con tutto ciò che ne consegue. Chissà perché i commentatori fingono di non ponderare questa eventualità.

Se ciò non bastasse, tenete a mente che Clinton e Obama nel midterm hanno preso mazzate e perso (uno nel 1994, l’altro nel 2014) il controllo di tutte e due le camere con una emorragia di seggi. Trump ha invece piazzato tutti i candidati che ha pubblicamente endorsato. Mica male per uno sconfitto, no?

Viva lo sviluppo, contro la decrescita felice

Di Mirko Giordani (da Il Giornale).

Ormai è chiaro a tutti che un conto è fare opposizione in piazza, un conto è prendere in mano le redini del paese.

Facile fare i no a tutto quando non si hanno responsabilità di governo. Facile aizzare i cittadini di Melendugno contro la TAP. Facile aizzare la Val Susa contro la TAV. Facile dire no alla pace fiscale.

Quando poi la realtà ti bussa alle porte, poiché nella stanza dei bottoni non c’è più l’avversario politico ma ci sei tu, allora lì sono guai.

Per anni hai fomentato i tuoi sostenitori raccontando palesi balle.

Hai detto che avresti stoppato infrastrutture dal valore miliardario e di interesse strategico per il sistema paese. Per anni hai riempito le piazze di slogan antisviluppisti ed antimoderni, soffiando sul fuoco dei gruppi NIMBY locali.

Ora, che ti sei reso conto che le imprese che fanno questi progetti non sono del tutto rimbambite, e che si sono assicurate contro il rischio di avere un partito politico che vuole mandare tutto a carte quarantotto, devi inventarti qualche sciocchezza che giustifichi il tuo dietrofront.

Barbara Lezzi, che fa i video su Facebook. Il buon Giuseppe Conte, che prova a parare il fondoschiena a Luigi Di Maio. E quest’ultimo, che si inventa di penali sul TAP inesistenti.

L’ideologia della decrescita felice, del “si stava meglio quando si stava peggio”, dell’odio verso le grandi infrastrutture strategiche, non può e non deve trovare casa nella settima potenza economica del mondo.

Comunque, grazie al Movimento. Grazie per averci permesso di consumare il prezioso e pulito gas dell’Azerbaijan.