Categoria: Blu News

I disastri delle banchette del territorio

Di Mirko Giordani

La storia delle banche e banchette in Italia è piena di disastri, su questo non c’è nessun dubbio. Al di la dei crac storici come quelli di MPS, è bene focalizzarsi sui dissesti finanziari di banche un pò più piccole, le famose “banche del territorio”. Prendiamo ad esempio Banca Marche, CARIFE e CARIGE, solo per fare alcuni esempi: tipiche banche che si professano vicine al territorio ma che in realtà servono solo gli interessi dei piccoli potentati politici e di qualche “élite” provinciale.

Queste banchette, piene di raccomandati della politica e di manager incapaci ed ignoranti, fanno i loro beneamati casini, giocano con i soldi dei cittadini ed indovinate un pò, in questo valzer di cialtroneria, chi e’ l’unico scemo che perde due volte? Il cittadino, colpito prima dai fallimenti bancari e poi costretto a pagare il bail-out alle banche.

Ora non vorrei semplificare troppo, ma talvolta bisogna esserlo per capire bene la situazione in cui ci siamo ficcati: un sistema bancario cosi allegro e cosi povero di credito per investimenti non è più tollerabile. Una finanza gestita in modo cosi provinciale è fa perdere soldi, fa fallire istituti di credito, chiude i rubinetti del credito e non fa crescere il paese. Il modello “banchetta del territorio” scricchiola e bisogna trovare il modo di sostituirlo o di migliorarlo. Sarà possibile?

Il problema della neve nelle zone terremotate

Di Mirko Giordani, da Il Giornale

A dicembre, come succede spesso durante l’anno, nelle zone appenniniche nevica. Talvolta sono pochi centimetri, talvolta molto di più, arrivando fino al metro d’altezza. Sta di fatto che, come è normale che sia, sull’appennino umbro-marchigiano la neve scende ogni anno.

Ogni anno però succede la stessa cosa: bastano 10 cm di neve, ed interi comuni rimangono per giorni senza elettricità. Ora capiamo tutte le difficoltà di intervenire in piccoli comuni montani, ma non è possibile che queste zone siano cosi bistrattate. Dopo il terremoto, intere comunità sono state abbandonate in casette provvisorie senza nessuna rassicurazione sul futuro. Interi paesini destinati a scomparire per la dura legge della demografia: gli anziani muoiono ed i giovani scappano. Ora ci si mette anche l’incuria nel risolvere i problemi di una rete elettrica ballerina.

La politica ovviamente sta zitta: cosa volete che importi di “quattro montanari” che vivono in casette prefabbricate senza corrente elettrica? D’altro canto, sono talmente pochi voti e non vale nemmeno la pensa impegnarsi per risolvere quei problemi, giusto?

Il ruolo Politico-Militare della Polonia in Europa centro-orientale

Di Francesco Cirillo

Nel quadro del cosiddetto “Balance of Power” politico-militare dell’europa centro-orientale Varsavia si è assicurata in pochissimi anni il baricentro di media potenza regionale.

Per i vertici polacchi il paese deve concentrare le sue strategia diplomatiche e strategiche nella zona centro-orientale e nel Trimarium (regione dell’europa centro-orientale racchiusa tra Mar Baltico, Mar Nero e Mediterraneo). Le mosse Polacche sono spinte dalla sue ambizioni di rinascere grande potenza.

Quando la Polonia rinacque come stato indipendente nel 1918 il suo padre della patria, Josef Piłsudski, aveva in mente di creare un immenso stato polacco che doveva raccogliere le terre che andavano dalla Finlandia al Caucaso. L’obiettivo era di ridimensionare una possibile rinascita della Russia. Alla fine la guerra russo-polacca del 1921 ( scoppiata con l’ambizione di far rinascere una Grande Polonia) si concluse con un trattato di pace che impose una divisione Polonia-URSS delle regioni ucraine. I piani di Piłsudski fallirono rafforzando di conseguenza la destra etnonazionalista di allora e archiviando la creazione di uno stato multiculturale. Ma il Maresciallo teorizzò il cordone sanitario che venne aggiornato nella successiva strategia del contenimento, messa in atto dagli USA dopo la seconda guerra mondiale e continuata con ZbigniewBrzezinski che la aggiornò con strategia di destabilizzazione culminata durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan(1979-1989), in cui Washington finanziò e supportò la resistenza e le sue fazioni afghane.

Dalla dissoluzione dell’Impero Sovietico la Polonia si è sollevata a potenza regionale dell’europa dell’Est. Le sue forze armate sono le meglio equipaggiate della regione centro-orientale e sta consolidando progetti di integrazione militare con i paesi vicini. L’esperimento della Brigata Litucrpol denominata Ostrogski generale della allora alleanza Polacco-Lituana che sconfisse le truppe dell’allora Granducato di Mosca nella Battagli di Orša del 1514. ad oggi la collaborazione militare tra Kiev, Vilnius e Varsavia è rappresentata dalla Brigata Litucrpol, istituita nel giugno del 2007. la sua completa istituzione però venne messa in standby. Il riesplodere della tensione Mosca-Occidente in concomitanza con la crisi ucraina del 2014, e l’annessione della Crimea nel Marzo dello stesso anno, diede la spinta finale alla istituzionalizzazione della Brigata polacco-lituano-ucraina. Nel settembre del 2014 venne ratificato nella Capitale Polacca l’accordo tra i tre stati centro-orientali che costituì definitivamente la Litucrpol. La brigata conta 5mila uomini dislocati tra Lituania, Ucraina e Polonia con il quartier generale di stanza a Lublino. La Brigata rappresenta un segnale importante nel settore della cooperazione politico-militare e della sua futura integrazione nell’aerea centro-orientale del vecchio continente. Mostra lo scetticismo dei paesi europei dell’Europa orientale sia verso il Cremlino sia verso le posizioni ambigue dei suoi alleati dell’Europa occidentale.

L’Integrazione è guidata dalla stessa Polonia, che dispone delle Forze armate meglio equipaggiate ad est del fiume Oder. Da decenni Varsavia ha iniziato un fortissimo processo di modernizzazione militare del proprio dispositivo bellico. La Polonia non ha ancora superato la soglia dei 100mila effettivi, ma punta ad arrivare, nel prossimo futuro, a quasi 150 mila unità. In quel caso entrerebbe nella prima classe dietro a Germania e Francia, rispettivamente 180 mila per Berlino e 200 mila per Parigi. Ma i polacchi hanno dalla loro la qualità dell’equipaggiamento. Varsavia ha mille carri armati pesanti, tra cui i temibili Leopard 2 di matrice tedesca, a disposizione delle Brigate Corazzate e meccanizzate delle forze di terra.

Nel comparto militare industriale la Polonia sta dimostrando uno sfrenato attivismo. Nonostante sia dominato dai suoi partner europei, Germania e Francia, e dagli USA Varsavia non rinuncia a mettere anche la sua voce nel mercato degli armamenti per la regione centro-orientale. Con il target di consolidare la sua posizione di potenza regionale Varsavia ha iniziato a modernizzare il suo comparto industriale. Il trasferimento di tecnologia dall’estero verso la Polonia e il consolidamento della holding statale polacca Polska Grupa Zbrojeniowa ha dato un forte strumento strategico, che Varsavia può usare per proiettare la sua influenza nell’estero vicino. Nel 2015 ha istituito un apposito fondo di assistenza che facilita l’erogazione di prestiti per gli Stati che desiderano acquisire tecnologia militare polacca. Questo fondo mira a rafforzare le relazioni militari industriali e politiche polacche nella regione dell’Europa orientale, ed è indirizzato a Bulgaria, Romania,le tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania e al Gruppo di Visegrád: Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. L’attivismo di Varsavia sta accelerando la collaborazione politico-militare degli stati europei centro-orientali e la Polonia, naturalmente, ambisce ad essere la guida.

Una tragedia annunciata

Di Mirko Giordani, da Il Giornale

La tragedia nelle Marche mi tocca molto da vicino, forse perchè parte della mia adolescenza l’ho passata divertendomi il sabato sera in locali tipo la “Lanterna Azzurra”. Le valli marchigiane sono placide molto sonnacchiose, e queste piccole discoteche, per chi è ancora molto giovani e non ha i mezzi per spostarsi verso Rimini o Riccione, sono una vera e propria manna dal cielo. Non stupisce quindi di come un migliaio di giovanissimi si siano riversati a sentire questo “trapper” in una vecchia balera su una collina vicino Corinaldo.

Ma bisogna fare alcune considerazioni.

La sicurezza non è mai una spesa a fondo perduto, la sicurezza è sempre un investimento. Punto primo, spendere qualche euro in più per un addetto alla security fuori dalle porte delle discoteche e dei locali notturni per controllare che qualche imbecille non porti dello spray al peperoncino in un posto chiuso con più di mille persone dentro sarebbe stata una piccola spesa che avrebbe potuto salvare la vita a dei giovani innocenti. Punto secondo, vendere più di 1400 biglietti quando la capienza massima del locale è di 500 persone è un atto criminale e non è giustificabile per nessun business al mondo.

Terzo e ultimo l’educazione. Come è possibile che la nuova moda del momento, secondo quello che dicono molti rapper in giro, sia quella di rilasciare dello spray urticante al peperoncino in un posto non ventilato e pieno di persone? Quale ingranaggio nella nostra società si è rotto per far diventare “figo” e “cool” fare una cazzata del genere? Non è questo il posto per chiedersi cosa stia andando storto nei nostri giovanissimi, ma prima o poi dovremmo chiedercelo con più insistenza.

Due opinioni tranchant sul rapimento di Silvia Romano

Di Mirko Giordani, da Il Giornale,

Il rapimento della giovane cooperante è un fatto drammatico, e sinceramente non voglio discettare sul perchè la ragazza non sia rimasta in Italia ad aiutare qualcuno più vicino casa, magari gli anziani della locale casa di riposo. Sono scelte personali e come tali vanno rispettate. Io, ma nemmeno voi cari lettori, non siamo nessuno per poter decidere della vita di Silvia. E nemmeno il tuttologo Gramellini. Detto questo, io avrei fatto altre scelte, ed il volontariato in Africa non è attualmente tra le mie priorità. Se devo andarci in Africa, ci andrei solo in vacanza a fare qualche safari, magari protetto da squadre di contractors. Ma anche le mie sono scelte personali.

Detto questo, vorrei elencare però due cose importanti, quando si parla di partire per fare volontariato in posti oggettivamente pericolosi. Perchè è inutile prenderci in giro con gli orpelli retorici ed i bisticci tra le parti politiche, ed è meglio per tutti andare subito al nocciolo della questione.

Per prima cosa, ma come è possibile che una Onlus parta verso l’Africa e non abbia nessun personale di sicurezza privato? Si, parliamo di contractors, gente con fucili in mano che dovrebbe essere pagata per proteggere le persone che vanno a fare volontariato in posti sperduti e pericolosi come quello dove si trovava Silvia. La Onlus dovrà rispondere di queste negligenze, perchè è ora di dire basta alle visioni romantiche del mondo dei cooperanti: si trovano ad operare in contesti sociali, economici e di sicurezza catastrofici e per questo i cooperanti vanno protetti, anche con le maniere forti.

Seconda cosa è sul modus operandi che dovrebbe portare alla liberazione della ragazza. Se abbiamo delle forze speciali e dei servizi segreti efficienti, mettiamoci d’accordo con le autorità keniote e liberiamo Silvia. Più sborsiamo soldi, e più facciamo capire alle bande di criminali in giro per il mondo che l’italiano è un bancomat ambulante, aumentando sempre di più il rischio di rapimenti e di preoccupazioni per i familiari rimasti in Italia. Bisognerebbe far capire che se rapisci un italiano, un reggimento di incursori potrebbe entrare nel tuo covo e fare un po’ di casino.

Detto questo, forza Silvia!

I conservatori inglesi caccino Theresa May

 Di Mirko Giordani

È raffica di dimissioni nel Cabinet della sfortunata Theresa May. Quattro ministri se ne sono andati e vanno a rafforzare l’ala della hard brexit capeggiata da Rees-Moog, eccentrico conservatore cattolico, e da Johnson, l’altrettanto eccentrico ex Sindaco di Londra.

Se non siamo alla fine politica di Theresa May, diciamo che poco ci manca. La Primo Ministro Inglese si è trovata a gestire la fase politica piú importante e delicata della storia postbellica del Regno Unito, e diciamo che non ha dimostrato ne il decisionismo ne il carisma di Winston Churchill o di Maggie Thatcher. Ci sono momenti in politica in cui bisogna prendere una decisione, non si può stare in mezzo al guado. Le questioni di “money” sono semplici da risolvere: la moneta è neutra e alla fine l’accordo si trova. Invece per le questioni squisitamente politiche serve coraggio e decisione, perchè tertium non datur.

I conservatori inglesi devono risolvere una questione affannosa, che è tutta politica: o guardano verso l’Europa, e ne discendono tutte le tecnicalità sugli accordi commerciali, oppure guardano al mondo, anche in questo caso discendono tutte le tecnicalità del caso. La May è rimasta in mezzo al guado, a parare a destra e a manca. Il porto di Londra ha visto due secoli la nascita della “Global Britain”: è ora che una nuova leadership conservatrice riprenda in mano quell’ideale e decida la strada da percorrere.

Midterm: un pareggio che suona come una vittoria per Trump

Di Andrea Asole.

Quasi sicuramente, da ieri mattina in molti avranno letto che i democratici hanno vinto le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. A conti fatti invece si tratta di un pareggio, pareggio che per tutta una serie di ragioni sa di vittoria per Donald Trump. Quali?

Tanto per iniziare, non c’è stata l’onda blu, i democratici vincono la Camera ma hanno una maggioranza di meno di 30 seggi: considerato che negli USA la fedeltà al partito manco sanno cosa sia, è tutto da vedersi se ci sarà una paralisi. I democratici hanno riconquistato alcuni distretti che due anni fa vinse Trump, era fisiologico che accadesse, tuttavia in alcune zone storicamente favorevoli loro i dem hanno invece faticato: si pensi al Connecticut, dove hanno vinto tutti i distretti ma han faticato in uno di essi e dove hanno faticato anche per il Governatore. Non è insomma una disfatta, e Donaldone ha un motivo in più per festeggiare: Nancy Pelosi tornerà speaker.

C’è poi un importante dato storico: quanti sono i precedenti in cui il partito del presidente in carica guadagna seggi al Senato in una midterm? Pochi, pochissimi, e Donald Trump rientra fra questi pochissimi. Inoltre, alcuni senatori repubblicani entranti sono molto più vicini al trumpismo di alcuni repubblicani uscenti. Allontanata la già remotissima possibilità di impeachment, chissà il signor Mueller come l’ha presa.

Per mascherare la “non vittoria” (quella dei democratici non può essere definita sconfitta), il circo mediatico americano sta ponendo l’accento su alcuni candidati democratici che hanno vinto e in particolare la ragazza di 29 anni che ha vinto in un distretto (ultrablindato) di New York come il prototipo della candidata ideale da contrapporre a Trump: si stanno mettendo in testa che radicalizzarsi è la chiave per battere The Donald. Diciamo che noi dall’Italia potremmo raccontar loro come finisce di solito in questi casi.

Infine, i democratici speravano in un qualche miracolo che li facesse vincere anche al Senato, in modo da poter quanto meno arrivare a votare l’impeachment (che non sarebbe passato lo stesso: serve la maggioranza dei 2/3, però sai il fastidio?). Adesso invece si ritroveranno a sperare che Ruth Ginsburg viva a lungo e non si sia stufata di tutto. Se la Ginsburg (ci) lasciasse, a Trump spetterebbe un’altra nomina per la Corte Suprema, e potrebbe significare una SCOTUS conservatrice per i prossimi 15-20 anni con tutto ciò che ne consegue. Chissà perché i commentatori fingono di non ponderare questa eventualità.

Se ciò non bastasse, tenete a mente che Clinton e Obama nel midterm hanno preso mazzate e perso (uno nel 1994, l’altro nel 2014) il controllo di tutte e due le camere con una emorragia di seggi. Trump ha invece piazzato tutti i candidati che ha pubblicamente endorsato. Mica male per uno sconfitto, no?

Per la vita, contro la morte #CharlieSFight

Di Leonardo Rossi

Charlie Gard, è un bambino inglese nato il 4 agosto scorso. Ad 8 settimane di vita gli è stata diagnosticata una sindrome di deperimento mitocondriale, una malattia molto rara per la quale non esistono cure certe, ma solo tecniche sperimentali oltre Oceano, non riconosciute valide per il momento in Inghilterra.

Dal momento in cui questa grave malattia è stata diagnosticata, il piccolo Charlie è in terapia intensiva al Great Ormond Street Hospital di Londra.

La storia di Charlie è stata ripresa sulle cronache di mezzo mondo, quando alcuni medici  hanno comunicato ai gentiori di Charlie, Connie Yates and Chris Gard, che non c’era più nulla da fare e che continuare a tenere in vita il bimbo, che ormai viveva solo grazie ai macchinari, era da considerarsi “anti-etico”.

I coniugi Gard si sono opposti alla decisione dei medici hanno portato la faccenda davanti ai giudici, poiché determinati a sperimentare le nuove tecniche di cura negli Stati Uniti seppur incerte e molto costose, per le quali però hanno già ricevuto tantissime donazioni attraverso la campagna #Charliesfight.

I GIUDICI

Il processo ha portato fino all’ultimo grado di giudizio del Regno Unito, la Corte Suprema, sempre con lo stesso risultato: per i giudici hanno ragione i medici.

Dunque i genitori si sono appellati anche a Strasburgo alla Cedu-Corte europea dei diritti dell’uomo che ha bloccato tutto per alcuni giorni, in attesa di valutare il caso.

UN VENTENNE AFFERMA: ‘E’ SOLO UN PESO SOCIALE. VITA NON DEGNA.’

Fin qua la discussione che ha appassionato non soltanto il popolo britannico è tra coloro, me compreso, che stanno dalla parte dei genitori di Charlie, tra coloro che credono che lo Stato non abbia alcun diritto di fare quel che è intenzionato a fare, tra coloro che credono nel valore supremo della vita e, dall’altra parte, coloro che non considerano vita quella di Charlie, che vorrebbero assecondare il parere dei medici, contro il volere  dei genitori, che vorrebbero negare a Charlie la speranza delle cure oltre Oceano, che insomma vorrebbero farlo fuori “con dignità”, per non farlo soffrire. Antica lotta tra favorevoli e contrari all’eutanasia, sembrerebbe, pur con la specificità del caso che coinvolge un bambino di meno di un anno e genitori desiderosi di tenerlo in vita.

Ma ecco che la discussione sul rapporto medico-paziente, sulla sofferenza o non sofferenza del piccolo, sulla speranza di vita e di cura, sul confine cura-accanimento, viene spazzata via da un vento (ahimè giovanile) funzionalista : “il bambino è un peso sociale troppo elevato”.

Quanto dolore nel leggere una cosa simile. La mente non può che tornare agli orrori dell’aktion T4, alle “vite indegne di essere vissute”, senza peraltro velare dietro la “compassione” il massacro dei “pesi sociali”, come invece più furbescamente tentarono di fare i tedeschi ottanta anni fa.

“Esiste un trattamento in America, ma la domanda è: il trattamento è in grado di ripristinare le condizioni di salute normali di Charlie? No, le alleggerisce, ma comunque la malattia continuerebbe a condizionarlo a vita portandolo ad essere un peso sociale”- dice un ragazzo di vent’anni, di cui non farò il nome. E svela così, a sua insaputa o meno, forse il vero motivo della propaganda eutanasica di ritorno. Ha quantomeno onestà intellettuale, anche se più che dubbia morale.

Lo stesso ragazzo prosegue nel suo delirante post, dicendo: “Riflettendo su questo caso ho notato come il principio di obbligo della lotta per la vita termina i suoi effetti nel momento in cui scatta la condizione d’improduttività del soggetto in questione. Se l’uomo è improduttivo, manca di ruolo sociale, e non esiste un modo per ripristinare le sue condizioni normali, è giusto che si proceda con misure atte ad escluderlo dalla società sana.”

Eh? “Il principio di obbligo della lotta per la vita termina i suoi effetti nel momento in cui scatta la condizione d’improduttività del soggetto in questione”?

E arriva a concludere: “Questo vale per Charlie come per qualunque soggetto deviante, malato, che non risponde al requisito di produttività e che condiziona la società.”

Delirio? No, logico calcolo di convenienza pratica. Anti etico, immorale, ben oltre l’utilitarismo, giustificato secondo una sorta di post-funzionalismo dove vanno tolti ingranaggi rotti della società. Costruzione sociale. Ingegneria umana à la carte.

Dispiace, delude, preoccupa, che a dire queste cose sia un ragazzo di poco più di vent’anni. Spaventa per il domani. Incupisce.

Il suo è un “ragionamento” che  avrebbe fatto rabbrividire persino Auguste Compte e balzare sulla sedia anche J.S. Mill. E’ un “ragionamento” che avrebbe tuttavia trovato entusiasti applausi di  Alfred Hoche e Karl Binding (e non c’è da esserne fieri). E’ un “ragionamento”, infine, che trova assolutamente tutta la mia -e spero la vostra, amici- disapprovazione, condanna e censura.

Il flop di Theresa May

Di Mirko Giordani

Cari amici, care amiche,

inutile nasconderci dietro un dito: I Tory di Theresa May hanno preso una bella batosta. Partivano da un +20 rispetto a Corbyin e ora c’è rischio di ingovernabilità nel Regno Unito. Contro un candidato nazionalizzatore seriale come Corbyn, un residuato bellico ed ideologico del 900, la vittoria di Theresa May doveva essere chiara e larga. Non è stato così. Ora, per dirla con le parole dell’ex Cancelliere dello Scacchiere Osborne “la Hard Brexit finisce nella spazzattura”.

Al di la dei giudizi su Theresa May, è interessante notare un fatto: nel vecchio continente, Francia e Olanda, i partiti socialisti old style vengono travolti, mentre nell’Inghilterra che fu di Blair la piattaforma/rottame di Corbyn ottiene molti consensi. Molto probabilmente, Corbyn ha dalla sua parte una coerenza cristallina ed un programma leninista chiaro. Theresa May invece è sembrata confusa e poco assertiva, molto poco tatcheriana e quindi lontana dalla piattaforma tradizionale dei conservatori.

Cosa possiamo imparare noi dall’esperienza inglese? La coerenza, nei limiti del possibile, e la limpidezza dei programmi premiano. Un dato importante è infine l’arretramento del cosiddetto “fronte sovranista”: i Tories hanno assorbito la piattaforma dell’Ukip, accentuando i toni nazionalisti e ne hanno pagato le conseguenze.

L’Iran e le “petromonarchie”

Di Mirko Giordani

L’Isis a quanto parte è arrivato anche in Iran e si inserisce nel generale conflitto tra Sciiti e Sunniti. Quando tocchiamo questo conflitto, parlare di “meno peggio” è veramente difficile. Le petromonarchie le conosciamo bene, l’Iran che impicca gli omosessuali anche. Bisogna usare il buon senso: Trump ha dato una strigliata ai monarchi sauditi, che ora isolano i qatarioti, principali sponsor del terrorismo islamico e Trump ha definitivamente abbandonato ogni velleità di accordi con l’Iran.

Interessante però è l’analisi di Alberto Negri sul Sole 24 Ore, che parte dall’assunto che forse il meno peggio sia l’Iran. Affermazione interessante, su cui sono in disaccordo: l’Iran è la principale minaccia alla sopravvivenza di Israele, attraverso Hezbollah, ed un possibile sviluppo dell’atomica metterebbe in difficoltà l’intera regione.

Al di là delle dietrologie, il processo in corso nelle monarchie di isolamento del Qatar promettono bene nella lotta, anche finanziaria, al terrorismo islamico.