Categoria: Blu News

I conservatori inglesi caccino Theresa May

 Di Mirko Giordani

È raffica di dimissioni nel Cabinet della sfortunata Theresa May. Quattro ministri se ne sono andati e vanno a rafforzare l’ala della hard brexit capeggiata da Rees-Moog, eccentrico conservatore cattolico, e da Johnson, l’altrettanto eccentrico ex Sindaco di Londra.

Se non siamo alla fine politica di Theresa May, diciamo che poco ci manca. La Primo Ministro Inglese si è trovata a gestire la fase politica piú importante e delicata della storia postbellica del Regno Unito, e diciamo che non ha dimostrato ne il decisionismo ne il carisma di Winston Churchill o di Maggie Thatcher. Ci sono momenti in politica in cui bisogna prendere una decisione, non si può stare in mezzo al guado. Le questioni di “money” sono semplici da risolvere: la moneta è neutra e alla fine l’accordo si trova. Invece per le questioni squisitamente politiche serve coraggio e decisione, perchè tertium non datur.

I conservatori inglesi devono risolvere una questione affannosa, che è tutta politica: o guardano verso l’Europa, e ne discendono tutte le tecnicalità sugli accordi commerciali, oppure guardano al mondo, anche in questo caso discendono tutte le tecnicalità del caso. La May è rimasta in mezzo al guado, a parare a destra e a manca. Il porto di Londra ha visto due secoli la nascita della “Global Britain”: è ora che una nuova leadership conservatrice riprenda in mano quell’ideale e decida la strada da percorrere.

Midterm: un pareggio che suona come una vittoria per Trump

Di Andrea Asole.

Quasi sicuramente, da ieri mattina in molti avranno letto che i democratici hanno vinto le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. A conti fatti invece si tratta di un pareggio, pareggio che per tutta una serie di ragioni sa di vittoria per Donald Trump. Quali?

Tanto per iniziare, non c’è stata l’onda blu, i democratici vincono la Camera ma hanno una maggioranza di meno di 30 seggi: considerato che negli USA la fedeltà al partito manco sanno cosa sia, è tutto da vedersi se ci sarà una paralisi. I democratici hanno riconquistato alcuni distretti che due anni fa vinse Trump, era fisiologico che accadesse, tuttavia in alcune zone storicamente favorevoli loro i dem hanno invece faticato: si pensi al Connecticut, dove hanno vinto tutti i distretti ma han faticato in uno di essi e dove hanno faticato anche per il Governatore. Non è insomma una disfatta, e Donaldone ha un motivo in più per festeggiare: Nancy Pelosi tornerà speaker.

C’è poi un importante dato storico: quanti sono i precedenti in cui il partito del presidente in carica guadagna seggi al Senato in una midterm? Pochi, pochissimi, e Donald Trump rientra fra questi pochissimi. Inoltre, alcuni senatori repubblicani entranti sono molto più vicini al trumpismo di alcuni repubblicani uscenti. Allontanata la già remotissima possibilità di impeachment, chissà il signor Mueller come l’ha presa.

Per mascherare la “non vittoria” (quella dei democratici non può essere definita sconfitta), il circo mediatico americano sta ponendo l’accento su alcuni candidati democratici che hanno vinto e in particolare la ragazza di 29 anni che ha vinto in un distretto (ultrablindato) di New York come il prototipo della candidata ideale da contrapporre a Trump: si stanno mettendo in testa che radicalizzarsi è la chiave per battere The Donald. Diciamo che noi dall’Italia potremmo raccontar loro come finisce di solito in questi casi.

Infine, i democratici speravano in un qualche miracolo che li facesse vincere anche al Senato, in modo da poter quanto meno arrivare a votare l’impeachment (che non sarebbe passato lo stesso: serve la maggioranza dei 2/3, però sai il fastidio?). Adesso invece si ritroveranno a sperare che Ruth Ginsburg viva a lungo e non si sia stufata di tutto. Se la Ginsburg (ci) lasciasse, a Trump spetterebbe un’altra nomina per la Corte Suprema, e potrebbe significare una SCOTUS conservatrice per i prossimi 15-20 anni con tutto ciò che ne consegue. Chissà perché i commentatori fingono di non ponderare questa eventualità.

Se ciò non bastasse, tenete a mente che Clinton e Obama nel midterm hanno preso mazzate e perso (uno nel 1994, l’altro nel 2014) il controllo di tutte e due le camere con una emorragia di seggi. Trump ha invece piazzato tutti i candidati che ha pubblicamente endorsato. Mica male per uno sconfitto, no?

Per la vita, contro la morte #CharlieSFight

Di Leonardo Rossi

Charlie Gard, è un bambino inglese nato il 4 agosto scorso. Ad 8 settimane di vita gli è stata diagnosticata una sindrome di deperimento mitocondriale, una malattia molto rara per la quale non esistono cure certe, ma solo tecniche sperimentali oltre Oceano, non riconosciute valide per il momento in Inghilterra.

Dal momento in cui questa grave malattia è stata diagnosticata, il piccolo Charlie è in terapia intensiva al Great Ormond Street Hospital di Londra.

La storia di Charlie è stata ripresa sulle cronache di mezzo mondo, quando alcuni medici  hanno comunicato ai gentiori di Charlie, Connie Yates and Chris Gard, che non c’era più nulla da fare e che continuare a tenere in vita il bimbo, che ormai viveva solo grazie ai macchinari, era da considerarsi “anti-etico”.

I coniugi Gard si sono opposti alla decisione dei medici hanno portato la faccenda davanti ai giudici, poiché determinati a sperimentare le nuove tecniche di cura negli Stati Uniti seppur incerte e molto costose, per le quali però hanno già ricevuto tantissime donazioni attraverso la campagna #Charliesfight.

I GIUDICI

Il processo ha portato fino all’ultimo grado di giudizio del Regno Unito, la Corte Suprema, sempre con lo stesso risultato: per i giudici hanno ragione i medici.

Dunque i genitori si sono appellati anche a Strasburgo alla Cedu-Corte europea dei diritti dell’uomo che ha bloccato tutto per alcuni giorni, in attesa di valutare il caso.

UN VENTENNE AFFERMA: ‘E’ SOLO UN PESO SOCIALE. VITA NON DEGNA.’

Fin qua la discussione che ha appassionato non soltanto il popolo britannico è tra coloro, me compreso, che stanno dalla parte dei genitori di Charlie, tra coloro che credono che lo Stato non abbia alcun diritto di fare quel che è intenzionato a fare, tra coloro che credono nel valore supremo della vita e, dall’altra parte, coloro che non considerano vita quella di Charlie, che vorrebbero assecondare il parere dei medici, contro il volere  dei genitori, che vorrebbero negare a Charlie la speranza delle cure oltre Oceano, che insomma vorrebbero farlo fuori “con dignità”, per non farlo soffrire. Antica lotta tra favorevoli e contrari all’eutanasia, sembrerebbe, pur con la specificità del caso che coinvolge un bambino di meno di un anno e genitori desiderosi di tenerlo in vita.

Ma ecco che la discussione sul rapporto medico-paziente, sulla sofferenza o non sofferenza del piccolo, sulla speranza di vita e di cura, sul confine cura-accanimento, viene spazzata via da un vento (ahimè giovanile) funzionalista : “il bambino è un peso sociale troppo elevato”.

Quanto dolore nel leggere una cosa simile. La mente non può che tornare agli orrori dell’aktion T4, alle “vite indegne di essere vissute”, senza peraltro velare dietro la “compassione” il massacro dei “pesi sociali”, come invece più furbescamente tentarono di fare i tedeschi ottanta anni fa.

“Esiste un trattamento in America, ma la domanda è: il trattamento è in grado di ripristinare le condizioni di salute normali di Charlie? No, le alleggerisce, ma comunque la malattia continuerebbe a condizionarlo a vita portandolo ad essere un peso sociale”- dice un ragazzo di vent’anni, di cui non farò il nome. E svela così, a sua insaputa o meno, forse il vero motivo della propaganda eutanasica di ritorno. Ha quantomeno onestà intellettuale, anche se più che dubbia morale.

Lo stesso ragazzo prosegue nel suo delirante post, dicendo: “Riflettendo su questo caso ho notato come il principio di obbligo della lotta per la vita termina i suoi effetti nel momento in cui scatta la condizione d’improduttività del soggetto in questione. Se l’uomo è improduttivo, manca di ruolo sociale, e non esiste un modo per ripristinare le sue condizioni normali, è giusto che si proceda con misure atte ad escluderlo dalla società sana.”

Eh? “Il principio di obbligo della lotta per la vita termina i suoi effetti nel momento in cui scatta la condizione d’improduttività del soggetto in questione”?

E arriva a concludere: “Questo vale per Charlie come per qualunque soggetto deviante, malato, che non risponde al requisito di produttività e che condiziona la società.”

Delirio? No, logico calcolo di convenienza pratica. Anti etico, immorale, ben oltre l’utilitarismo, giustificato secondo una sorta di post-funzionalismo dove vanno tolti ingranaggi rotti della società. Costruzione sociale. Ingegneria umana à la carte.

Dispiace, delude, preoccupa, che a dire queste cose sia un ragazzo di poco più di vent’anni. Spaventa per il domani. Incupisce.

Il suo è un “ragionamento” che  avrebbe fatto rabbrividire persino Auguste Compte e balzare sulla sedia anche J.S. Mill. E’ un “ragionamento” che avrebbe tuttavia trovato entusiasti applausi di  Alfred Hoche e Karl Binding (e non c’è da esserne fieri). E’ un “ragionamento”, infine, che trova assolutamente tutta la mia -e spero la vostra, amici- disapprovazione, condanna e censura.

Il flop di Theresa May

Di Mirko Giordani

Cari amici, care amiche,

inutile nasconderci dietro un dito: I Tory di Theresa May hanno preso una bella batosta. Partivano da un +20 rispetto a Corbyin e ora c’è rischio di ingovernabilità nel Regno Unito. Contro un candidato nazionalizzatore seriale come Corbyn, un residuato bellico ed ideologico del 900, la vittoria di Theresa May doveva essere chiara e larga. Non è stato così. Ora, per dirla con le parole dell’ex Cancelliere dello Scacchiere Osborne “la Hard Brexit finisce nella spazzattura”.

Al di la dei giudizi su Theresa May, è interessante notare un fatto: nel vecchio continente, Francia e Olanda, i partiti socialisti old style vengono travolti, mentre nell’Inghilterra che fu di Blair la piattaforma/rottame di Corbyn ottiene molti consensi. Molto probabilmente, Corbyn ha dalla sua parte una coerenza cristallina ed un programma leninista chiaro. Theresa May invece è sembrata confusa e poco assertiva, molto poco tatcheriana e quindi lontana dalla piattaforma tradizionale dei conservatori.

Cosa possiamo imparare noi dall’esperienza inglese? La coerenza, nei limiti del possibile, e la limpidezza dei programmi premiano. Un dato importante è infine l’arretramento del cosiddetto “fronte sovranista”: i Tories hanno assorbito la piattaforma dell’Ukip, accentuando i toni nazionalisti e ne hanno pagato le conseguenze.

L’Iran e le “petromonarchie”

Di Mirko Giordani

L’Isis a quanto parte è arrivato anche in Iran e si inserisce nel generale conflitto tra Sciiti e Sunniti. Quando tocchiamo questo conflitto, parlare di “meno peggio” è veramente difficile. Le petromonarchie le conosciamo bene, l’Iran che impicca gli omosessuali anche. Bisogna usare il buon senso: Trump ha dato una strigliata ai monarchi sauditi, che ora isolano i qatarioti, principali sponsor del terrorismo islamico e Trump ha definitivamente abbandonato ogni velleità di accordi con l’Iran.

Interessante però è l’analisi di Alberto Negri sul Sole 24 Ore, che parte dall’assunto che forse il meno peggio sia l’Iran. Affermazione interessante, su cui sono in disaccordo: l’Iran è la principale minaccia alla sopravvivenza di Israele, attraverso Hezbollah, ed un possibile sviluppo dell’atomica metterebbe in difficoltà l’intera regione.

Al di là delle dietrologie, il processo in corso nelle monarchie di isolamento del Qatar promettono bene nella lotta, anche finanziaria, al terrorismo islamico.