Autore: Staff

Per la vita, contro la morte #CharlieSFight

Di Leonardo Rossi

Charlie Gard, è un bambino inglese nato il 4 agosto scorso. Ad 8 settimane di vita gli è stata diagnosticata una sindrome di deperimento mitocondriale, una malattia molto rara per la quale non esistono cure certe, ma solo tecniche sperimentali oltre Oceano, non riconosciute valide per il momento in Inghilterra.

Dal momento in cui questa grave malattia è stata diagnosticata, il piccolo Charlie è in terapia intensiva al Great Ormond Street Hospital di Londra.

La storia di Charlie è stata ripresa sulle cronache di mezzo mondo, quando alcuni medici  hanno comunicato ai gentiori di Charlie, Connie Yates and Chris Gard, che non c’era più nulla da fare e che continuare a tenere in vita il bimbo, che ormai viveva solo grazie ai macchinari, era da considerarsi “anti-etico”.

I coniugi Gard si sono opposti alla decisione dei medici hanno portato la faccenda davanti ai giudici, poiché determinati a sperimentare le nuove tecniche di cura negli Stati Uniti seppur incerte e molto costose, per le quali però hanno già ricevuto tantissime donazioni attraverso la campagna #Charliesfight.

I GIUDICI

Il processo ha portato fino all’ultimo grado di giudizio del Regno Unito, la Corte Suprema, sempre con lo stesso risultato: per i giudici hanno ragione i medici.

Dunque i genitori si sono appellati anche a Strasburgo alla Cedu-Corte europea dei diritti dell’uomo che ha bloccato tutto per alcuni giorni, in attesa di valutare il caso.

UN VENTENNE AFFERMA: ‘E’ SOLO UN PESO SOCIALE. VITA NON DEGNA.’

Fin qua la discussione che ha appassionato non soltanto il popolo britannico è tra coloro, me compreso, che stanno dalla parte dei genitori di Charlie, tra coloro che credono che lo Stato non abbia alcun diritto di fare quel che è intenzionato a fare, tra coloro che credono nel valore supremo della vita e, dall’altra parte, coloro che non considerano vita quella di Charlie, che vorrebbero assecondare il parere dei medici, contro il volere  dei genitori, che vorrebbero negare a Charlie la speranza delle cure oltre Oceano, che insomma vorrebbero farlo fuori “con dignità”, per non farlo soffrire. Antica lotta tra favorevoli e contrari all’eutanasia, sembrerebbe, pur con la specificità del caso che coinvolge un bambino di meno di un anno e genitori desiderosi di tenerlo in vita.

Ma ecco che la discussione sul rapporto medico-paziente, sulla sofferenza o non sofferenza del piccolo, sulla speranza di vita e di cura, sul confine cura-accanimento, viene spazzata via da un vento (ahimè giovanile) funzionalista : “il bambino è un peso sociale troppo elevato”.

Quanto dolore nel leggere una cosa simile. La mente non può che tornare agli orrori dell’aktion T4, alle “vite indegne di essere vissute”, senza peraltro velare dietro la “compassione” il massacro dei “pesi sociali”, come invece più furbescamente tentarono di fare i tedeschi ottanta anni fa.

“Esiste un trattamento in America, ma la domanda è: il trattamento è in grado di ripristinare le condizioni di salute normali di Charlie? No, le alleggerisce, ma comunque la malattia continuerebbe a condizionarlo a vita portandolo ad essere un peso sociale”- dice un ragazzo di vent’anni, di cui non farò il nome. E svela così, a sua insaputa o meno, forse il vero motivo della propaganda eutanasica di ritorno. Ha quantomeno onestà intellettuale, anche se più che dubbia morale.

Lo stesso ragazzo prosegue nel suo delirante post, dicendo: “Riflettendo su questo caso ho notato come il principio di obbligo della lotta per la vita termina i suoi effetti nel momento in cui scatta la condizione d’improduttività del soggetto in questione. Se l’uomo è improduttivo, manca di ruolo sociale, e non esiste un modo per ripristinare le sue condizioni normali, è giusto che si proceda con misure atte ad escluderlo dalla società sana.”

Eh? “Il principio di obbligo della lotta per la vita termina i suoi effetti nel momento in cui scatta la condizione d’improduttività del soggetto in questione”?

E arriva a concludere: “Questo vale per Charlie come per qualunque soggetto deviante, malato, che non risponde al requisito di produttività e che condiziona la società.”

Delirio? No, logico calcolo di convenienza pratica. Anti etico, immorale, ben oltre l’utilitarismo, giustificato secondo una sorta di post-funzionalismo dove vanno tolti ingranaggi rotti della società. Costruzione sociale. Ingegneria umana à la carte.

Dispiace, delude, preoccupa, che a dire queste cose sia un ragazzo di poco più di vent’anni. Spaventa per il domani. Incupisce.

Il suo è un “ragionamento” che  avrebbe fatto rabbrividire persino Auguste Compte e balzare sulla sedia anche J.S. Mill. E’ un “ragionamento” che avrebbe tuttavia trovato entusiasti applausi di  Alfred Hoche e Karl Binding (e non c’è da esserne fieri). E’ un “ragionamento”, infine, che trova assolutamente tutta la mia -e spero la vostra, amici- disapprovazione, condanna e censura.

Il flop di Theresa May

Di Mirko Giordani

Cari amici, care amiche,

inutile nasconderci dietro un dito: I Tory di Theresa May hanno preso una bella batosta. Partivano da un +20 rispetto a Corbyin e ora c’è rischio di ingovernabilità nel Regno Unito. Contro un candidato nazionalizzatore seriale come Corbyn, un residuato bellico ed ideologico del 900, la vittoria di Theresa May doveva essere chiara e larga. Non è stato così. Ora, per dirla con le parole dell’ex Cancelliere dello Scacchiere Osborne “la Hard Brexit finisce nella spazzattura”.

Al di la dei giudizi su Theresa May, è interessante notare un fatto: nel vecchio continente, Francia e Olanda, i partiti socialisti old style vengono travolti, mentre nell’Inghilterra che fu di Blair la piattaforma/rottame di Corbyn ottiene molti consensi. Molto probabilmente, Corbyn ha dalla sua parte una coerenza cristallina ed un programma leninista chiaro. Theresa May invece è sembrata confusa e poco assertiva, molto poco tatcheriana e quindi lontana dalla piattaforma tradizionale dei conservatori.

Cosa possiamo imparare noi dall’esperienza inglese? La coerenza, nei limiti del possibile, e la limpidezza dei programmi premiano. Un dato importante è infine l’arretramento del cosiddetto “fronte sovranista”: i Tories hanno assorbito la piattaforma dell’Ukip, accentuando i toni nazionalisti e ne hanno pagato le conseguenze.

L’Iran e le “petromonarchie”

Di Mirko Giordani

L’Isis a quanto parte è arrivato anche in Iran e si inserisce nel generale conflitto tra Sciiti e Sunniti. Quando tocchiamo questo conflitto, parlare di “meno peggio” è veramente difficile. Le petromonarchie le conosciamo bene, l’Iran che impicca gli omosessuali anche. Bisogna usare il buon senso: Trump ha dato una strigliata ai monarchi sauditi, che ora isolano i qatarioti, principali sponsor del terrorismo islamico e Trump ha definitivamente abbandonato ogni velleità di accordi con l’Iran.

Interessante però è l’analisi di Alberto Negri sul Sole 24 Ore, che parte dall’assunto che forse il meno peggio sia l’Iran. Affermazione interessante, su cui sono in disaccordo: l’Iran è la principale minaccia alla sopravvivenza di Israele, attraverso Hezbollah, ed un possibile sviluppo dell’atomica metterebbe in difficoltà l’intera regione.

Al di là delle dietrologie, il processo in corso nelle monarchie di isolamento del Qatar promettono bene nella lotta, anche finanziaria, al terrorismo islamico.

Cosa deve fare il centrodestra? Qualche appunto

Di Mirko Giordani

Capire cosa voglia dire “centrodestra” di questi tempi è missione difficile. Avventurarsi in sofismi e paroloni non aiuta, scomodare i grandi del passato ancora meno. Serve un’analisi profonda del presente e una visione per il futuro, stop. Se si continua a perder tempo dietro parole d’ordine ormai vecchie, ci si immerge solo in dolci ricordi senza cambiare il presente.

Senza troppi intellettualismi,il dramma del presente è una globalizzazione che spinge verso l’alto chi ha le possibilità e fa sprofondare chi non le ha. E’ realtà, è vita di tutti i giorni. Chi può permettersi di viaggiare negli hub mondiali dell’innovazione, di accedere alla conoscenza e di studiare nelle migliori università, farà carriera. Chi invece non avrà la possibilità di fare tutto ciò, rimane tagliato fuori dal futuro. Out.

Se non si capisce che oggi il problema è questo, non si troveranno mai le soluzioni. La globalizzazione è un fatto che esiste, che ha cambiato  le nostre vite e le cambierà nel futuro. Può la politica può fermare la globalizzazione? No, ma può governarla, permettere a chi oggi rimane schiacciato di avere una possibilità, aiutare chi è rimasto fatalmente indietro.

La sinistra ormai ha le armi spuntate: il suo elettorato di riferimento si è spostato verso i cosiddetti “populismi”, e ciò che è rimasto loro è solo quella classe di radical chic rappresentatiti di piccoli circoli autoreferenziali. I populismi, che hanno aiutato la politica a svegliarsi dal suo sonno, non danno risposte concrete e giocano sulla pelle e sulle paure dei cittadini. Hanno centrato il problema, ma la diagnosi che propongono è totalmente sballata.

Il centrodestra, senza piegarsi a centrismi estenuanti e fallimentari, deve affrontare i problemi odierni con pragmatismo e senso di realtà. Il terrorismo, la povertà diffusa, gli sconfitti della globalizzazione, la disoccupazione, la deindustrializzazione e l’immigrazione incontrollata sono problemi pressanti, ma vanno affrontati con senso di realtà. Il centrodestra non serve solo come megafono del popolo, deve ascoltare e governare quel sentimento di rivalsa. Bisogna dare un calcio al politicamente corretto e dire che queste problematiche sono reali e non frutto di qualche manipolazione propagandistica.

Infine, un centrodestra sano non fugge, non si rinchiude su se stesso, ma accetta le sfide che il mondo pone. Parole come protezionismo o autarchia appartengono ad un passato fatto di povertà e stenti: oggi serve coraggio di dire che il commercio internazionale, con regole ferree e senza concorrenza sleale, è una manna per le nostre imprese esportatrici.

Il centrodestra, o repubblicani in USA, o conservatori in GB, è l’unica forza politica che può veramente porsi da guida in questo decennio così complesso. I conflitti interni di piccolo cabotaggio vanno superati, bisogna iniziare a guardare in faccia i cittadini italiani e dir loro chiaramente: noi vi guideremo, dateci fiducia.