Autore: Staff

Un vero rinnovamento in Forza Italia?

Di Tommaso Cocci

La differenza tra la politica ed il tatticismo si sostanzia tutta nella presenza o nell’assenza di una forte idea di fondo.
In Forza Italia occorre che un gruppo di persone si prenda la responsabilità di decidere se il Governo Salvini – Di Maio sia un pericolo letale per l’Italia oppure che si debbano mettere da parte i veti pregiudiziali con l’Esecutivo e si rinsaldi il rapporto con la Lega.
Su questo nodo si contrappongono due visioni sul ruolo del partito azzurro nella scena politica.
Il Presidente della Liguria Giovanni Toti propende per una alleanza più salda con Matteo Salvini, nell’ottica di ricostruire un partito unico di centrodestra che promuova una politica di legge ed ordine e la discontinuità con questa Unione Europea. Di contro, un’altra ala del partito dà una lettura assolutamente negativa dell’attuale esperienza di Governo ritenendo assolutamente dannose le misure economiche ed irricevibile il livello di conflitto tenuto con le autorità di Bruxelles.

Nel mentre all’interno della maggioranza di Governo ci sono i primi mal di pancia sul Decreto Sicurezza di Salvini, perché alcuni deputati pentastellati ne criticano il testo e non vogliono votarlo. Al contempo gli stessi grillini devono fare il primo bagno nella realtà, dovendo dare il via libera al TAP e già alcuni attivisti si immaginano che questo sarà il preludio per l’autorizzazione alla realizzazione dell’altra velocità Torino-Lione. In più ci sono le incertezze nazionali ed internazionali sulla manovra economica che, nonostante l’ostentata sicurezza, costituiscono un bel grattacapo per i due vicepremier.

In un momento del genere, Forza Italia invece di avere un guizzo, per invertire la sua discesa tra l’elettorato italiano, decide di farsi l’ennesimo autogol.
Basta leggere la circolare che indice i nuovi congressi per accorgersene. Di primo acchito, l’iniziativa sembra aver la finalità di spalancare le porte del partito, ma basta approfondire per capire che è il vademecum di una classe dirigente chiusa a riccio, che si sente invitata a ballare per l’ultimo giro di valzer.
Tenuto conto che l’obiettivo azzurro dovrebbe essere quello di riacquistare base elettorale l’operazione dei congressi, per come è stata elaborata, oscilla tra l’inutile ed il deleterio per un triplice ordine di motivi.
Pima di tutto i congressi rinnoveranno soltanto gli organismi provinciale di Forza Italia. I vertici regionali e nazionali non saranno messi in alcuna discussione, tuttavia proprio questi sono i responsabili al 90% della desolante situazione attuale di Forza Italia. Poiché i coordinatori provinciali hanno contato poco o niente e comunque sono sempre stati diretta emanazione, a forza di nomine, degli organismi centrali. Nessuno crede al fatto che i nuovi coordinatori provinciali avranno voce in capitolo nella definizione delle liste per le europee e neppure per la scelta dei candidati sindaco delle amministrative. La scelta sarà sempre demandata agli intoccabili vertici regionali e nazionali.
In secondo luogo, la competizione sarà deleteria poiché si sfogheranno semplicemente attriti personali e locali. Poiché sullo sfondo non c’è nessun disegno più ampio, dato che i congressi non hanno conseguenze oltre al livello territoriale. Dunque si creeranno fratture inutili ed ulteriori perdite di consenso senza che questa sia compensata da nuovi elettori. In quanto nessuno, che fino al giorno prima non votava Forza Italia, si avvicinerà ad un partito che non modifica i suoi vertici.
Infine, la scadenza fissata per la chiusura del tesseramento è il 30 novembre. Non ci saranno i tempi tecnici per avviare un dibattito serio in cui coinvolgere delle nuove persone, bensì sarà la solita serie di congressi farlocchi dove parteciperà la stessa gente, ormai decimata, del crepuscolo azzurro.
A questo punto sorge il sospetto, parafrasando una vecchia pubblicità di orologi, che in Forza Italia sia stato coniato un nuovo motto “parliamo di tutto, ma non di politica”.
La storia del partito è nota, non è mai stato prodigo nel promuovere momenti di dibattito interno, tuttavia, dopo i risultati del Trentino-Alto Adige (2,82% a Trento e 1% a Bolzano) pareva scontato che si sarebbe aperta un’ampia e diffusa discussione. Invece no. La volontà rimane quella di non toccare i quadri dirigenti nazionali, senza rendersi conto di quanto siano consunte le loro figure nell’elettorato.
Dover stare all’opposizione rientra nella normalità della dinamica politica. Ma dal momento in cui un partito perde le elezioni, lo stesso non dovrebbe perseverare a destinare ruoli di primo piano solo a soggetti che per anni hanno ricoperto tutte le possibili ed immaginabili cariche di governo d’Italia e d’Europa. Questa non è una mera istanza giovanilista, bensì la logica conseguenza del fatto che quando i dirigenti attuali di Forza Italia vanno in televisione a criticare il Governo, l’elettore si domanda per quale motivo tutte le cose che vengono proposte da quei signori non sono state fatte nelle legislature precedenti. Se invece nei dibattiti e ad assumere le decisioni ci fosse qualcuno di nuovo forse ci sarebbe maggior credito da parte dell’opinione pubblica.
Forza Italia, da tempo, non ha una linea politica e la sua opposizione al governo appare spesso poco argomentata se non addirittura in contrasto con i sentimenti prevalenti nel popolo azzurro.
L’infausto esito elettorale in Trentino e il sorgere dei primi problemi nell’alleanza Lega-M5S potevano essere il viatico per un congresso veramente politico che confrontasse la posizione di coloro che vogliono rinsaldare l’asse con la Lega e coloro i quali vogliono un’opposizione dura al Governo.
Non sarebbe meglio vedere un confronto tra due mozioni congressuali nazionali per la leadership del partito invece di metterlo in liquidazione, facendo solo lo stretto indispensabile per prendere quella manciata di voti utile ad aggiudicarsi qualche seggio all’Europarlamento?
Un congresso che rinunci in partenza a parlare al Paese è l’ultima cosa di cui ci sarebbe bisogno per invertire la rotta.

“La vera tecnocrazia è quella che sta dalla parte dei cittadini”: intervista a Parag Khanna

Di Mirko Giordani (da Il Giornale  )

Parag Khanna e’ un viaggiatore globale, non vorrebbe mai fare politica attiva ma è uno dei maggiori esperti mondiali di globalizzazione. Non ama molto i cosiddetti populisti, e su questo ho provato ad incalzarlo. Ama la Svizzera e Singapore ed è profondamente convinto che in Italia non vi sia mai stato un vero e proprio governo tecnocratico. Sulla Brexit è sull’altra barricata rispetto a Farage e Johnson e, quando gli ho chiesto di indossare per un minuto i panni del leader politico ed immaginarsi in un villaggio inglese a fare campagna per il remain, si è divertito e ha dato la sua ricetta.

M: Non so se hai seguito gli ultimi accadimenti in Italia, ma sembra che la politica stia tornando sul terreno di gioco ed il concetto di nazione è tornato a farsi sentire. So che tu pensi che i futuri centri politici mondiali saranno le città globali. Pensi che con l’ondata del cosiddetto populismo le nazioni stiano tornando sulla scena oppure è l’ultima fiammata?

P: Stiamo parlando di tre cose nello stesso momento, quindi è importante affrontarle singolarmente, anche se sono profondamente interconnesse. La prima è la tecnocrazia contro la democrazia, la seconda è città contro nazioni e la terza è il concetto di nazione contro il villaggio globale. Queste sono tre cose differenti, e dobbiamo essere molto chiari nell’affrontarle una per volta. La prima di cui tu hai parlato è la tecnocrazia contro il populismo, ma bisogna dire che in Italia nessuna vera tecnocrazia ha mai vinto e governato il paese. La mia definizione di tecnocrazia è diversa, ed è molto più vicina ai bisogni di welfare dei cittadini. In Italia secondo me non sta avvenendo un conflitto tra tecnocrazia e populismo, ma possiamo dire che l’Italia è un esempio di fallimento della tecnocrazia. Non avete mai avuto dei veri e seri tecnocrati in Italia, e se l’Italia avesse permesso ai tecnocrati di prendere decisioni strategiche sul lungo periodo, il vostro paese si troverebbe in una situazione migliore. Mario Monti non è assolutamente un esempio da prendere. Il secondo punto è che i governi populisti falliscono, e secondo me anche questo governo in Italia fallirà. Comunque meglio sbagliare ed imparare dagli errori. Ora passiamo al concetto di città contro Stato. Il movimento d’indipendenza del Veneto, ad esempio, ha usato i miei lavori e le mappe da me elaborate per svolgere la loro campagna politica. Per questo il concetto di governo locale e di nazione sono sostanzialmente la stessa cosa.

M: Io ti parlo per esperienza personale, ho vissuto a Tel Aviv, ora vivo a Londra. Quando pensi all’High Tech israeliano non pensi direttamente a tutto lo stato, ma pensi alla conurbazione di Tel Aviv.

P: Non è corretto, perché nessuno di questi centri esisterebbe senza il contributo in capitale umano dell’esercito israeliano. Questo è un esempio di come lo stato nazione e le città non siano in competizione. Quando il Regno Unito ha votato per la Brexit e Londra contro, la nazione è andata contro gli interessi della sua città principale e questo è un esempio di scarsa coordinazione. Quando città e nazione non sono in armonia, è un fattore molto negativo per il benessere comune.

M: Le cose non sono semplici quindi. Secondo te non ha senso parlare di città contro stato o popolo contro élite, perché il mondo è troppo complesso per queste semplificazioni. Ovviamente immagino che sia molto difficile far passare questo discorso in una campagna elettorale, dove c’è bisogno di messaggi semplici e precisi. Mi piacerebbe tornare al tuo libro. Tu credi che un governo ​perfetto consisterebbe in un mix tra Singapore e Svizzera, la perfetta tecnocrazia e la perfetta democrazia. Uno stato cosi non sarebbe considerato troppo paternalista?

P: Non potrebbe essere considerato paternalista, perché c’è perfetta democrazia. Entrambi i sistemi, sia quello di Singapore che quello della Svizzera sono democratici. Quello che voglio dire è che c’è bisogno di un forte “civil service” che faccia da bilanciamento alle esigenze contraddittorie dei cittadini. Se hai ad esempio il 48% delle persone contro Brexit ed il 52% a favore, non vuol dire che la corretta risposta è Brexit. Hai bisogno di ulteriori consultazioni e negoziazioni.

M: E qui inizia la mia provocazione. Se tu dicessi questa cosa nel Regno Unito, dove Boris Johnson e Nigel Farage dicono che “Brexit means Brexit” in quanto i cittadini hanno votato e si sono espressi. Come risponderesti a Boris Johnson e Nigel Farage?

P: Il tuo punto è eccellente. Anche se Nigel Farage e Boris Johnson dicono che Brexit means Brexit, non sanno come portarla avanti. Nel Regno Unito, l’unico che saprebbe portare avanti la Brexit sarebbe Oliver Robins, il civil servant che dirige la Divisione Europea del civil service inglese. È lui che porta avanti le negoziazioni per portare a termine Brexit, non Boris Johnson o Nigel Farage. Il Financial Times ha descritto Robins come l’uomo che può distruggere o portarla a termine. Questo perché i politici eletti hanno preso delle decisioni e poi se ne sono completamente disinteressati. Non hanno autorità per implementare nuove decisioni, ed ora tocca ad un oscuro civil servant non eletto implementarle. Questa è una perfetta cartina tornasole del mio argomento.

M: Come spiegheresti questi concetti alle persone che hanno votato Brexit. Immagina di abbandonare i panni accademici e tecnocratici ed immagina di essere in una campagna elettorale tra la gente, come convinceresti un cittadino inglese a votare no alla Brexit?

P: Anche se fare politica non è il mio sogno, ho sempre pensato a cosa potrei dire durante una campagna elettorale. Innanzitutto, direi alle persone che fanno bene ad essere arrabbiate con la loro classe dirigente, che ha permesso lo sviluppo di grandi diseguaglianze e non ha portato una politica fiscale appropriata. Poi però direi loro che la colpa non è né di Bruxelles né della globalizzazione, ma che la colpa è dei politici a casa loro. Il Regno Unito è la quinta economia maggiormente integrata nei commerci internazionali, quindi la globalizzazione ha portato ricchezza nel Regno Unito. Gli interessi di Londra e gli interessi del paese dovrebbero essere maggiormente allineati. La City of London deve capire che la sua ricchezza dipende dalle varie contee inglesi ma anche le contee inglesi devono capire che dipendono dalla ricchezza di Londra. Direi poi che l’Europa è il principale investitore nel Regno Unito, e che l’Europa è il principale mercato per il Regno Unito e che quindi dipendono l’uno dall’altro. alla fine direi loro che le loro pretese per una migliore governance sono sacrosante ma che la risposta non è la Brexit.

Lettera di un forzista a Berlusconi

Di Luca Proietti Scorsoni

Caro Presidente,

cui prodest? Mi perdoni l’uso della citazione latina ma Lei è sicuro che la ripartenza di Forza Italia passi davvero per i congressi comunali e provinciali? Provo a tradurle il senso pratico di certi riti: tessere, accordi sotto banco e poco più. Tipo un tozzo di pane e qualche spilletta distribuita come le brioches di Maria Antonietta. D’accordo, si possono anche fare, non dico di no a prescindere, ma l’esempio deve partire dall’alto e qui, me lo lasci dire, Giovanni Toti ha ragione da vendere nel rivendicare congressi anche a livello regionale e nazionale.Il modello al quale relazionarsi deve sempre apparire il riferimento ideale altrimenti tutto il resto è fuffa e derivati. Ma, in generale, qui bisognerebbe andare oltre. Penso ad un confronto tra visioni ed idee differenti capace di mettere in luce orizzonti nuovi e prospettive inedite. Ma sopratutto c’è un disperato bisogno della sua lucida follia.

Forza Italia, al suo interno, ha vissuto un contrappasso niente male, ovvero: quello che era un partito liberale di massa, e quindi favorevole alla competizione e alla concorrenza, si è adagiato sugli allori grazie all’assistenzialismo elettorale. Vado diretto: Lei portava i voti e gli altri si dividevano le poltrone e le prebende senza attivarsi – idealmente e fattualmente – per rosicchiare un minimo di autonomia politica. Qui fanno ancora finta di non capire mentre Sorrentino ha spalmato il tutto per immagini, suoni e suggestioni su pellicola. Forza Italia deve inoculare qualche siero residuo dello spirito del ’94 e del 2008. Il che riporterebbe in auge l’irriverenza, l’eresia, la rivoluzione, l’immoderatismo e la facoltà di scagliarsi contro il politicamente corretto. Il Suo e nostro movimento deve ritornare a dissolvere l’ovvio, la consuetudine e il conformismo statocentrico.

Vede Presidente, a fronte di uno statalismo e di un capitalismo clientelare che sono le due facce di una stessa medaglia di cui il nostro Paese è ancora fortemente impregnato; a fronte di un welfare che deve essere riformato nel profondo, magari attingendo a piene mani dalla sussidiarietà e da quella filosofia sociale tipica del conservatorismo compassionevole elaborata in America dai neocon sin dagli anni ’50 – ’60; a fronte di una “gig economy” che qualche opportunità di produrre reddito, specie in periodi di magra, la fornisce; a fronte del problema dei salari bassi – del resto mangiare tocca mangiare – per cui hai voglia quanto si potrebbe fare in termini di taglio al cuneo fiscale e di defiscalizzazione legata alla produttività; insomma, a fronte di tutto ciò e di altro che non sto qui a dirLe per non tediarla ulteriormente, Le chiedo il favore di tornare quel che era e di portare nuovamente del caos vitale in Forza Italia.  Mi creda, anche nel 2018, possiamo essere ancora liberali, liberisti e libertari seppur adoperando nuovi linguaggi.
Cordialmente

Un nuovo Medioriente

Di Francesco Cirillo

La sconfitta militare dell’Isis non esclude una sua possibile rinascita, ma lo scacchiere mediorientale è definitivamente mutato con due principali schieramenti: uno sciita sotto la tutela di Teheran, rappresentato dall’Asse Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut, ed uno sunnita a guida Saudita. Quest’ultimo raccoglie anche gli interessi Israeliani circa la possibilità di proteggere il paese dalle continue minacce rappresentate dall’influenza iraniana e dai pasdaran dislocati in Siria.

L’ Asse Sciita: Solido ma con tensioni al suo interno

Denominato “Asse della Resistenza”, esso rappresenta la principale alleanza politico-militare sciita del nuovo Medio Oriente post-Isis. Sotto l’ala protettiva dell’Iran, che si prefigge l’obiettivo di esportare il modello di governo iraniano dell’Islam sciita duodecimano, mette sotto le insegne di questa alleanza, per convenienza politica, la Siria degli Assad, il governo sciita dell’Iraq e le milizie libanesi di Hezbollah, vero potere parastatale del Libano di Saad Hariri.
Ma l’agenda estera di Teheran non guarda solamente al suo intervento in Siria, ma appoggia, direttamente o indirettamente, gruppi armati filo-Teheran in Bahrein, nelle regioni orientali dell’Arabia Saudita e Hezbollah in Libano. Inoltre l’Iran supporta contemporaneamente le milizie Houthi in Yemen che combattono contro le forze della coalizione a guida saudita dal marzo del 2015. Ma questo ruolo di guida che l’Iran si è faticosamente guadagnato non lo esenta da critiche che arrivano anche dai suoi stessi alleati sciiti. Il principale attrito è la visione teocratica duodecimana che è parte integrante del sistema politico iraniano, ma che trova scettici tra i suoi stessi alleati politici della regione. Il clero sciita di Najaf respinge la dottrina revisionista iraniana, respinta anche dalle milizie di Hezbollah, visto che Hariri deve districarsi nel complesso sistema libanese per conservare anche l’appoggio dei sunniti libanesi, avversi all’influenza iraniana. Recentemente anche l’opinione pubblica di Teheran vede questo interventismo estero come un macigno che sta dilaniando le risorse statali della Repubblica Islamica, rendendo difficile una ripresa economica del paese. Per ora l’Iran ha deciso di archiviare la sua missione di esportare il modello iraniano, scelta difficile ma fondamentale per preservare l’unità dell’Alleanza sciita.

L’ Asse Sunnita: In pezzi già prima di costruirsi?

Se l’Asse della resistenza vuole rivoluzionare gli equilibri mediorientali, quello sunno-arabo, guidato dai Sauditi (supportato sottobanco da Tel Aviv), composto dal Regno saudita, dalla Giordania, dall’Egitto e da alcune monarchie del Golfo (escluso l’Oman), ha il compito di garantire la restaurazione dello status quo pre-2014 e di limitare l’espansionismo iraniano nella regione; con il sogno proibito di attuare un “change regime” a Teheran. Per limitare ed eliminare la rete diplomatica iraniana nello scacchiere mediorientale, molti paesi arabi stanno valutando di sacrificare sull’altare dello status quo la questione palestinese, per obbligare la sua classe dirigente ad accettare le proposte di pace provenienti sia dagli USA sia da Israele. Ma per alcuni analisti questo asse a guida saudita sembra essersi già sciolto, già prima di consolidarsi.
Dal giugno del 2017 Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, e Bahrein hanno interrotto qualsiasi relazione diplomatica con il Qatar, accusato di supportare Teheran e diversi gruppi terroristici di matrice islamica e gli stessi Fratelli Musulmani banditi dall’Egitto e repressi dai Sauditi. Per Washington questa azione ha determinato imbarazzo tra le file dell’establishment diplomatico statunitense.
Gli USA hanno nell’emirato di Doha la principale base militare del Medio Oriente. Per molti l’isolamento del Qatar, che non ha prodotto prove alle accuse lanciate da Riyad, rappresenta un complotto organizzato dal Principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman e dagli Emirati Arabi Uniti. Le tensioni sono anche interne all’Asse Sunnita. La dinastia Hashemita della Giordania ha un’avversione storica verso la dinastia saudita , aumentata di recente per la “non” presa di posizione nei confronti degli USA e sulla sua decisione di spostare l’Ambasciata americana a Gerusalemme.

La visione iraniana del Medio Oriente

Per Teheran il Medio Oriente rappresenta il principale scacchiere geopolitico in cui si concentra la sua agenda internazionale.
Il principale obiettivo degli Iraniani è contenere una penetrazione occidentale nei suoi affari interni ed estromettere l’influenza saudita dalla regione. Il dilemma di questa visione è legata alla tenuta economica del paese. Altro fardello per Teheran sono le risorse sia economiche sia militari che può schierare in breve tempo.
D’altro canto, la sua proiezione di potenza resta limitata visto che la sua spesa militare è inferiore rispetto ai suoi vicini del golfo persico, ed evita oltretutto di alzare la tensione nella regione, ​coordinando una azione diplomatica sufficientemente attenta per portare al compimento i suoi target nella regione. I vertici militari di Teheran sono consapevoli di ciò ma devono far fronte alla velocità con cui Hezbollah si sta rendendo indipendente rispetto a prima nei confronti degli Iraniani, che sin dalla sua costituzione è stato supportato, con consiglieri militari ed armi, dalla stessa Repubblica Islamica. La sfida principale per l’Iran, però, è la guerra civile yemenita. In Yemen si stanno scontrando gli interessi iraniani di supportare i ribelli Houthi con quelli di Riyad, che non è disposta che lo Yemen diventi un fantoccio filo-Teheran. La guerra civile in Yemen è il principale campo di battaglia della Proxy War, che si sta sviluppando nello scacchiere mediorientale tra Teheran e Riyad, in cui le due potenze regionali ambiscono ad assumere il ruolo di potenza egemone del Medio Oriente. Ma l’Iran ha legato le sue sorti alla guerra in Siria, dove le sue milizie, coordinate da consiglieri militari di Teheran, e i pasdaran combattono al fianco delle truppe di Assad. All’ inizio del conflitto siriano nel paese degli Assad erano presenti alti ufficiali militari e dell’intelligence e forze speciali della Brigata Al Quds. Mentre il conflitto si protraeva gli Iraniani hanno riorganizzato in toto la loro presenza militare nel paese. In seguito, una brigata aviotrasportata iraniana è stata dislocata a Damasco e i volontari provenienti dall’Iran, ex membri della Guardia Rivoluzionaria, sono stati inseriti nelle brigate dei Basij e delle IRGC (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) Fatehin e Saberin. Teheran ha coordinato l’arrivo del battaglione indo-pachistano Zaynabiyun e di quello afghano denominato Fatemiyun, rinforzati con combattenti volontari iraniani. Ma la visione strategica iraniana, in futuro, si scontrerà con quella russa che ha una diversa visione per quanto riguarda la gestione diplomatica e politico – militare dello scacchiere mediorientale.

L’America è tornata grande!

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Mentre in Italia perdiamo tempo a chiacchierare con il gioco delle tre carte di Di Maio, dall’altra parte dell’oceano succede qualcosa di straordinario. L’America torna al top delle nazioni competitive, persino davanti a paesi come Singapore, la Germania o la Svizzera. Gli Stati Uniti tornano ad essere primi in classifica dopo 10 anni, mentre l’Italia è ferma al 31esimo posto. Ecco forse invece di perdere tempo dietro i deliri del buon Luigi, bisognerebbe focalizzarsi su questi numeri impietosi.

Questa notizia e’ solo la punta dell’iceberg di una nazione, gli Stati Uniti d’America, che sta tornando prepotentemente a riprendersi il ruolo che le spetta: la leadership industriale, economica e commerciale del mondo. E tutto questo sotto un presidente; Donald J. Trump. Tutti gli intello’ liberal lo disegnavano come un pericoloso autarchico, fautore di un’America chiusa, debole ed impaurita. Come al solito, il salotto si sbagliava. Trump ha aperto a trattati di libero scambio con il Regno Unito, che si accinge a lasciare l’Europa. Reuters annuncia che l’amministrazione Trump sta studiando un pacchetto reaganiano per rimuovere le troppe “regulations” governative che impediscono un ulteriore poderoso sviluppo economico degli Stati Uniti.

Il gigante americano sta ripartendo, e l’Italia ha l’occasione di essere il miglior alleato per gli Stati Uniti. Tra Berlino e Washington, fossi in Giuseppe Conte prenderei l’aereo che va verso ovest.

Aeroporto di Firenze: l’importanza delle infrastrutture per lo sviluppo

Di Lorenzo Somigli

“Lo sviluppo adesso e non tra cinquant’anni”. Così disse Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di Commercio e animatore del Comitato Sì Aeroporto al Palaffari nel maggio scorso all’evento che raccolse larga parte dell’imprenditoria fiorentina, spaventata da un possibile abbandono del progetto. È cambiato molto da quel giorno. A livello nazionale e locale.

Forse per rivalsa verso Renzi, le scelte del neonato governo gialloverde, nel quale sembra, per quanto riguarda le grandi opere, prevalere la visione pauperista del Movimento, rischiano di compromettere quella che è un’infrastruttura decisiva per lo sviluppo non solo di Firenze ma di tutta la Toscana. Per l’imprenditoria di Firenze, per aree d’eccellenza come il Chianti, per la Toscana dei distretti produttivi (oro, marmo, cuoio e molti altri) pesantemente colpiti dalla crisi.

Il progetto dell’ampliamento è partito nel 2014 quando il Consiglio Regionale ha approvato il PIT (piano d’indirizzo territoriale) per la costruzione della nuova pista da 2.400 metri. Passano due anni e il TAR adito dai sindaci della Piana, da sempre fermamente contrari, lo boccia. Secondo le stime, l’ammodernamento porterebbe circa 2000 posti di lavoro senza calcolare i circa 8000 dell’indotto. Nel frattempo Toscana Aeroporti e il Comune di Firenze approvano un masterplan da 300 milioni. A settembre di questo anno al ministero delle Infrastrutture è iniziata la conferenza dei servizi (rinviata da Toninelli a novembre): si tratta della valutazione finale delle autorizzazioni, dei permessi e delle licenze urbanistiche inerenti al progetto. Inoltre pende un nuovo ricorso al TAR: i sindaci della Piana hanno impugnato la Valutazione di Impatto Ambientale.

Quella dell’ampliamento è una questione che non smette di alimentare dibattito e divisione a Firenze. Da una parte il Partito Democratico, Forza Italia e Fratelli d’Italia, dall’altra la galassia dell’estrema sinistra, M5S e pezzi consistenti della Lega ovvero i due attori del governo gialloverde. Lacera dall’interno gli stessi partiti, come successo di recente alla Lega. Susanna Ceccardi, sindaco di Cascina (provincia di Pisa) che dichiara: “In Toscana l’aeroporto strategico deve restare Pisa”. Poi rincara la dose Gianmarco Centinaio: Non si farà ha detto in un’intervista a Repubblica Firenze “Lo sviluppo non deve passare da un piano faraonico che non serve a nulla alla Toscana. Con molti meno soldi si potrebbe migliorare l’aeroporto di Firenze senza stravolgerlo. Di parere contrario il Sottosegretario Guglielmo Picchi, fiorentino che ha spinto per l’ampliamento. Per metterci una pezza è servito l’intervento del Ministro Salvini che ha dichiarato che sono ancora in corso valutazioni tecniche.

Altre valutazioni tecniche? Dopo tutti questi anni? Quando? Potenziare i collegamenti per Pisa? Con quali soldi? Quanto tempo ci vorrebbe per realizzare questa nuova grande opera?

Nel frattempo mentre i politici, con un occhio ai sondaggi, litigano, i cittadini si organizzano. Fatto singolare, anomalo verrebbe da dire, che si stiano mobilitando non contro ma per la pista. Mobilitarsi per e non contro: già questa è una novità degna di nota. Cittadini di Peretola, Brozzi, Quaracchi: cittadini sorvolati attualmente che avrebbero ristoro da un allungamento della pista. Le zone sorvolate infatti con l’ampliamento sarebbe drasticamente minori: meno sorvolati, meno rumore, meno danni alla salute. In aggiunta più lavoro. L’appuntamento è per giovedì 25 ottobre al Circolo S.M.S di Peretola. La Politica starà a sentire?

La “Manovra del Popolo” vista dalla City of London, chiacchierata con Raffaella Tenconi, economista

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Gli spiriti della politica sono sempre al centro di questo blog, senza mai strizzare l’occhio a moderatismi di ogni sorta: si è sempre molto diretti e concisi. Oggi però arriva il momento di fermarsi a pensare e ragionare a mente fredda, sine ira et studio, sul DEF appena approvato. Ne ho parlato con Raffaella Tenconi, economista di base a Londra e CEO di ADA Economics. Un piccolo viaggio nella mente dei mercati e delle istituzioni finanziarie che, lontane dall’essere luoghi metafisici, sono in realtà fatti di uomini in carne ed ossa che investono e scommettono sulla solidità o meno dei paesi sovrani.

Mentre la vulgata comune ci dice che i mercati sono nel panico più assoluto, Raffaella ci da un quadro meno catastrofico e più razionale.

Ecco qua la nostra chiacchierata.

M: Dal mio punto di vista questa manovra ha riportato la politica al primo posto, facendo retrocedere i concetti di finanza e tecnocrazia. Chi la sta intervistando ha idee liberal conservatrici e di centrodestra. Secondo lei invece agli operatori finanziari ed agli investitori importa di questo ritorno della politica?

R: Il ritorno della politica è sicuramente importante, ed i mercati finanziari non sono particolarmente bravi a prezzare il rischio politico ne tanto meno l’impatto delle politiche pubbliche, perché di solito la capacità dei paesi di crescere si vede nel lungo periodo. Il rischio politico viene visto come fattore di incertezza.

Sicuramente l’aumento del disavanzo del deficit ha preso una parte del mercato in contropiede, ma neanche tanto perché se guarda da qui a dieci anni tra 3,1 e 3,3 non c’è troppa differenza. D’altra parte in primis viviamo in un mondo in cui c’è ancora il QE e poi non è una sorpresa che il disavanzo sia aumentato: è vero che rispetto allo 0,8% che era stato negoziato prima sembra un enorme aumento, però francamente non era credibile che si andasse allo 0,8% ne con questo governo ne con un altro. Il gioco era tra 1,7, 1,6 e 2,4. Il movimento a 2,4% è stato molto rapido ma non è sorprendente. Noi abbiamo dei modelli che facciamo per tutti i paesi che seguiamo e le dico tranquillamente che è da un anno che sull’Italia abbiamo 2,5% nelle previsioni. Noi vediamo la situazione nel mercato obbligazionario un po’ incerta però assolutamente non allarmante, mentre siamo molto preoccupati per quanto riguarda il mercato azionario.

M: I mercati sono spaventati, ma neanche troppo quindi. Volevo passare alla seconda domanda che è più politica e meno tecnica. Sembra che Di Maio abbia festeggiato alla grande, mentre Salvini ha un elettorato fatto di piccoli e medi imprenditori a cui presumibilmente non piace questa manovra. Lei come vede questa situazione?

R: E’ chiaro che i 5 Stelle hanno un elettorato molto forte nel centro sud, dove la promessa del reddito di cittadinanza era particolarmente importante. Credo che sicuramente il piccolo imprenditore sia un po’ intimorito dal reddito di cittadinanza, e non è sicuramente la mia misura preferita. Devo dire però che il reddito di cittadinanza ha un effetto moltiplicatore sulla spesa. Anche se il reddito di cittadinanza di cui parlavano i 5 Stelle qualche anno fa era una cosa, quello di ora è tutraffaella_2t’altra cosa. E’ di fatto un “unemployement benefit”o “minimun income” che in Italia non c’era. Non è una cosa dove posso prendermi 800 euro al mese e non fare nulla. E’ una misura che però si poteva concentrare su altre categorie, ed io personalmente l’avrei concentrata sulle famiglia e su politiche per la natalità, le cosiddette “maternity policies”.

In questo momento l’Italia ha possibilità di agire, perché ha dei dati strutturali e congiunturali sia interni che internazionali che rendono il paese più competitivo rispetto agli anni passati. C’è stato un aggiustamento dei bilanci ed un aumento della produttività che mancava prima. Da qui a dire che l’aggiustamento della crescita è sufficiente per essere sostenibile ce ne passa, però misure come la semplificazione del sistema fiscale possono dare una grande mano.

M: La commissione non ha reagito molto bene al DEF (ndr, l’intervista è stata effettuata prima della bocciatura) però io mi chiedo: questo è un momento in cui la commissione è politicamente molto debole, un momento in cui i populismi in Europa la stanno facendo da padroni, un momento in cui alle prossime europee i partiti populisti faranno il botto. La commissione dovrebbe essere più accondiscendente, oppure dovrebbe essere dura?

R: Secondo me dovrebbe essere più accondiscendente, perché ad essere duri in realtà aumenta solo la frizione tra i vari paesi. Il problema è che il malessere dell’elettorato europeo è un qualcosa che va avanti da molto, e devo dire che è un malessere giustificato. Il problema dei paletti fiscali a livello europeo sono che in realtà non fanno assolutamente quello che dovrebbero fare, sono troppo corti perché guardano sempre a tre anni. Un target che vuole sia la prudenza a breve termine sia supportare la crescita a lungo termine dovrebbe avere un orizzonte di almeno 5 o 10 anni. Alla fine l’elettorato europeo si è accorto che la politica fiscale europea è troppo “miope”.

Toscana: erosione di un modello?

Di Lorenzo Somigli

La Toscana non è più una Regione rossa. Massa Pisa e Siena hanno cambiato colore. 6 capoluoghi di provincia al Centrodestra, 2 al M5S e solo 3 al PD ma due andranno al voto il prossimo anno: questo in neanche un quinquennio. Cosa c’è dietro questo repentino collasso?

Non è solo antipolitica. Non è solo malessere generalizzato. Nella scomparsa di una delle regioni rosse hanno influito fattori di più ampio respiro. Alla base di questa trasformazione politica esistono ragioni sociali ed economiche. È cambiata la Toscana.

Dall’analisi dei dati emerge la fotografia di un fenomeno di impoverimento. In 10 anni si è eroso il tessuto sociale toscano: il reddito pro capite è calato da 20mila 500 a 18mila 700 euro; le famiglie in condizioni povertà erano circa 32 mila, sono salite a 53 mila; 615 mila persone vivono in condizione di vulnerabilità ovvero a rischio povertà ed esclusione sociale: circa 40 mila in più dal 2008.

Peggiora ulteriormente il quadro dal lato delle vertenze o delle crisi aziendali. Solo ultima in ordine di tempo la vertenza Bekaert di Figline Valdarno: gli oltre 300
operai sono appesi a un filo. Per restare nella provincia di Firenze negli anni si è perso il cotto smaltato della Brunelleschi a Le Sieci (frazione dal Comune di Pontassieve), il vetrocemento della Seves, buona parte delle aziende del cotto di Impruneta, senza dimenticare la storica
Richard Ginori di Sesto: know-how evaporato per sempre. Allargando lo sguardo negli anni sono entrati in crisi il settore del cuoio e della conceria, quello dell’oro aretino, quello del marmo a Carrara, l’acciaio e la cantieristica.
Le aziende coinvolte nel 43% dei casi avevano tra i 50 e i 250 addetti, nel 30% più di 50 e nel 27% fra i 16 e i 50 addetti. Una desertificazione industriale senza precedenti che ha marcate ripercussioni sociali. Non stupisce che gli operai ovverosia la classe sociale di riferimento da sempre per la Sinistra stiano cambiando le preferenze di voto dirottandosi a Destra: un fenomeno che i politologi chiamano lepenizzazione.

La Toscana specchio fedele della crisi che investe l’intero Centro Italia. Nella cerniera tra Nord e Sud il PIL cresce più lentamente (in questo bisogna tener conto anche dell’impatto del terremoto su alcune Regioni), ci si sposa di meno, la fecondità è più bassa, si fanno meno figli, alto l’indice di invecchiamento e più alta è l’età media della popolazione.

È difficile decretare di netto la fine di un modello. Soprattutto perché da questa non è ancora nato un nuovo modello. Di sicuro la crisi ha corrotto il tessuto produttivo e sociale della Toscana. E da
questo sfibramento possono giovarsene nuovi attori politici capaci di ascoltare chi negli anni ha visto sfibrarsi le proprie certezze.

Alle cene parioline di Renzi & Co preferiamo il “populista” De Luca

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Oggi sul Foglio c’e’ un bellissimo pezzo di Allegranti, che descrive come intere città (come Pisa) in cui prima la Lega e la destra in generale nemmeno esistevano, oggi si svegliano con sindaci leghisti e sceriffi. Ma la cosa piu interessante non è vedere come città medio-grandi siano passate dal rosso al verde, ma come molti politici del PD stiano lanciando l’allarme sulla sicurezza e sull’immigrazione. Vincenzo De Luca, uno cresciuto a pane e territorio, è uno di questi.

Niente piagnistei sull’integrazione, niente hashtag, tanto pragmatismo e tanta attenzione alla sicurezza. Anche se rimane un avversario politico, di quelli veramente tosti, De Luca vive nei tempi moderni. Mentre Renzi e Co. organizzano caminetti a casa di Calenda, De Luca urla a squarciagola nelle piazze e fa notare che anche l’elettorato PD sente il problema della sicurezza, dell’immigrazione e della mancata integrazione.

Sud: De Luca, da Governo attenzione che mancava da anni

Ma si sa, nel paradiso elitario che è diventato il PD, meglio la riunione fighetta e mondana di Calenda, Gentiloni, Minniti e Renzi che le sane e robuste randellate del campano De Luca. Noi di destra non vogliamo entrare in casa altrui, dio ce ne scampi e liberi, ma vogliamo dare un consiglio al quadretto che si troverà a casa Calenda: se proprio non volete ascoltare quello “zozzone” di De Luca, che si sgola per fare capire ai capataz del PD che la sicurezza è un problema serio, date retta a Minniti. Se il pur ottimo ministro Salvini si trova di fronte ad una situazione difficile ma non disastrosa come nell’epoca Alfano, il merito è anche e sopratutto dell’ex ministro Minniti.

Se ci deve essere un’opposizione al governo Conte, che sia abbastanza seria e non da operetta.

Fate la flat tax, subito!

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Come dicevo ieri in una mia diretta Facebook (che trovate qui), per capire il governo Conte e l’alleanza giallo-verde è necessario anche leggere qualcosa, magari un americano come Ian Bremmer. Bremmer è il capo di Eurasia Group, una società di consulenza che si occupa di analizzare il cosiddetto “rischio politico” nelle regioni più instabili del mondo. Ovviamente vende le sue analisi a caro prezzo, il che gli permette di avere uffici in città non proprio secondarie: Londra, New York e Tokio. Se un personaggio così, uno che tutti quanti catalogheremmo come parte dell’elite, scrive un libro che si intitola “Us vs Them”, noi contro loro, dove il noi è il popolo ed il loro è riferito alle elite, dovrebbe farci pensare. Se anche la creme della creme degli analisti politici (perchè Ian Bremmer è veramente bravo, ed il suo team super competente), fa un’analisi in cui se la prende anche con i suoi colleghi, ed anche con se stesso ed il mondo che rappresenta, capiamo come ormai la frattura che si è creata tra la gente comune e le elite (nel senso buono della parola) è destinata ad allargarsi.

Nel conflitto “noi contro loro”, ovviamente Bremmer inserisce anche i 5 Stelle e la Lega, uno dei primi veri esperimenti populisti a tutto tondo, dove destra e sinistra si toccano e si lambiscono, si sfiorano e si abbracciano. Il problema è che se anche cataloghiamo 5 Stelle e Lega nel complesso dello scontro popolo contro elite, possiamo comunque ravvisare la divisione storica destra-sinistra. Perchè è impossibile non pensare alla peggior sinistra diessina quando Di Maio propone il decreto dignità che rende conveniente licenziare ed inconveniente assumere. E’ impossibile non pensare che le misure contro l’import di arance ed olio dalla Tunisia e dal Marocco siano un errore: aiutarli a casa loro, garantire loro il diritto a rimanere nelle loro terre significa soprattutto scambiare e commerciare, garantire loro una crescita economica stabile e non drogata dalla malsana cooperazione interazionale. Su questo sia Sia Di Maio che Salvini, che sulla questione migrazioni dovrebbe occhi e orecchie super attente, devono riflettere, perchè abbiamo bisogno di guardare anche da qui ai prossimi 10 anni e non solo all’oggi. Bene invece, e qui torniamo nell’alveo del più tipico programma del centrodestra, le misure contro l’immigrazione ed il rinnovato protagonismo internazionale del nostro paese, soprattutto nella sfida aperta verso l’ipocrisia macroniana. Visto che Conte, nonostante sia persona dignitosa, sembra non parlare, ci pensa il loquace Salvini. Molti, tra cui tanti amici e compagni di avventure politiche e associative, mi hanno detto di essere diventato filo leghista, di essere salviniano e chi più ne ha più e metta. Io osservo, e finora su immigrazione e sicurezza è il Salvini che tutti ci aspettavamo: legge ed ordine, e sinceramente, da liberale di centrodestra, a me questo basta e avanza. Ma, siccome verde non sono e non ho da nascondere nulla, non ho paura a dire che la flat tax in soffitta mi da non poco fastidio. E mi da fastidio anche personalmente, se la vogliamo mettere così. Io sono a Londra, ma amo il mio paese e vorrei tanto tornare a vivere e lavorare nella penisola più bella del mondo. Come me, tanti altri ragazzi e ragazze dispersi per il mondo, che seguono stipendi migliori, lavori migliori e possibilità di farsi una famiglia. Per farli tornare basterebbe fare almeno una cosa: la flat tax. Se non la fate, vi giocate la credibilità e sarebbe meglio tornare al voto.

Non esiste un solo Mezzogiorno, ne esistono almeno tre (più uno)

Di Graziano Davoli

La narrazione che ha preso piedi all’indomani delle elezioni del 4 Marzo è ingannevole. Quella, per intenderci, che vedeva un Nord laborioso e produttivo colorato di azzurro (anche se il verde sarebbe stato più appropriato visto il trionfo della Lega) ed un Sud fannullone e lassista colorato di giallo.

E’ ingannevole non solo per una questione cromatica. Infatti se ci concentriamo sulla cartina che rappresenta i collegi uninominali per la Camera dei Deputati possiamo notare tre cose. La prima è che sopravvivono alcune piccole aree rosse in quelle che erano le roccaforti del centrosinistra in Toscana ed Emilia Romagna. La seconda è che nel Nord Italia sono presenti alcune piccole aree gialle (ad esempio in Liguria e Piemonte). La terza è che al Sud sono presenti alcune piccole aree azzurre (soprattutto in Campania e in Calabria). Le differenze, ovviamente, non sono solo cromatiche ma per quanto riguarda il Mezzogiorno sono anche socioeconomiche.

Pensare che il Sud sia un monolite è un errore, anche pensarlo del Nord è un errore infatti le differenze tra i diversi modelli economici e sociali che caratterizzano il nordovest e il nordest sono ben note. E’ fuorviante pensare che il Mezzogiorno sia uno solo. Esistono tre aree, dal punto di vista economico e sociale nel Meridione, anzi tre più una.

La questione meridionale è una questione annosa, che la nostra penisola porta con sé dalla sua nascita. Inoltre la frammentazione appena accennata contribuisce, insieme alla negligenza delle amministrazioni, a rendere la situazione nel Sud ancora più complicata. Non solo la presenza della malavita organizzata, la scarsità, l’arretratezza e l’inefficienza delle infrastrutture e la disoccupazione sono problematiche rilevanti per l’area, ma sono anche collegate tra di loro. Basti pensare come in quelle aree dove le infrastrutture sono più rilevanti e incidenti, la presenza della criminalità organizzata è più forte e rilevante. Anche per questa ragione quando si parla di grandi opere al Sud (la costruzione del ponte sullo stretto di Messina o la riqualificazione del porto di Gioia Tauro, che potrebbe giocare un ruolo fondamentale per l’influenza che l’Italia deve cercare di costruirsi sul Mediterraneo).

La prima area corrisponde alla cosiddetta spina dorsale del Meridione. Un’area che prende parte della Campania, attraversa la propaggine settentrionale della Basilicata, lambisce il sud est lucano e copre tutta la Puglia (tranne la zona di Foggia).Tra le città più importanti di questa fascia vi sono Napoli, Salerno, Melfi, Bari, Taranto e Brindisi.

Napoli è il fulcro di quest’area. L’antica capitale del Regno delle due Sicilie è infatti la città con la densità di popolazione più elevata nel Mezzogiorno e la terza in Italia (dopo Roma e Milano). La Campania deve la sua importanza strategica anche all’industria chimica e all’ingegneria dei materiali. Importanti sono anche le infrastrutture e le grandi opere, come le autostrade, basti pensare all’autostrada A3 Napoli – Salerno (che collega le due città campane proseguendo il percorso tracciato dall’Autostrada del Sole e l’autostrada A2 Salerno – Reggio Calabria (conosciuta anche come autostrada del Mediterraneo) o le reti ferroviarie basti pensare alla Ferrovia Tirrenica Meridionale. Inoltre i porti di Napoli e Salerno sono rispettivamente all’undicesimo e al quattordicesimo posto all’interno della classifica dei porti italiani per volumi movimentati.

Melfi invece deve la sua importanza alla manifattura pesante e all’industria. Essa infatti ospita uno degli stabilimenti Fiat più importanti d’Italia.

Fondamentale poi è la regione Puglia, caratterizzata da un’economia complessa e articolata su una grande varietà di settori (dall’agroalimentare al tessile, dal calzaturiero ai trasporti e al turismo, dalle bio e nanotecnologie alla meccanica, dall’elettronica all’ingegneria digitale) che hanno fatto conoscere la regione come la California d’Italia. Importanti sono anche le infrastrutture e le grandi opere. Basti pensare alla Ferrovia Adriatica (che collega Ancona a Lecce) e ai porti di Taranto e Brindisi (rispettivamente al decimo e al quindicesimo posto nella classifica dei porti italiani per volumi movimentati).

All’incidenza dell’economia e delle infrastrutture si accompagna un’intensa attività della criminalità organizzata, soprattutto di camorra e Sacra corona unita.

La seconda area comprende, in realtà, parte dell’Italia centrale (più precisamente il Lazio, esclusa Roma), la pendice meridionale campana e la pendice settentrionale dell’Abruzzo.

Quest’area si contraddistingue per un apparato industriale scarsamente rilevante, essendo la sua economia concentrata essenzialmente sul settore primario (agricoltura) e sul turismo. Pensiamo alla fascia nord occidentale abruzzese (in particolare alla città di Pescara) che affacciandosi sul mare gode di un forte turismo balneare o alla pendice sud della Campania, caratterizzata dalla presenza del Parco del Cilento. La dotazione infrastrutturale, seppur scarsamente rilevante, è comunque accettabile.

L’attività malavitosa rimane un fenomeno periferico.

La terza area comprende tutto il Molise, abbraccia la pendice meridionale abruzzese, la pendice settentrionale pugliese, tutta la Basilicata fatta eccezione delle zone di Melfi e Matera e tutta la Calabria. E’ un’area connotata da una scarsa rilevanza strategica, fatta eccezione per la Calabria data la presenza del porto di Gioia Tauro.

L’economia e la dotazione infrastrutturale sono scarse, di scarsa qualità e di scarsissima rilevanza. Un fattore che non ha permesso all’attività malavitosa di svilupparsi in modo rilevante. In questo fa, ovviamente, eccezione la Calabria, dove l’ndrangheta (organizzazione criminale più ricca in Italia e la quarta più ricca nel mondo) oltre ad essersi fortemente insediata nell’economia dell’Italia settentrionale e di molti paesi europei, è ancora fortemente radicata nel territorio d’origine.

Un caso ha parte è costituito dalle due regioni a statuto speciale, ovvero le isole, Sicilia e Sardegna. Queste due regioni sono penalizzate dalla loro insularità che le isola dal resto del paese. Le infrastrutture sono scarse ma di una certa rilevanza. Basti pensare al porto di Cagliari e il terzo porto più importante a livello nazionale, mentre i porti di Augusta e di Messina sono rispettivamente al sesto e al nono posto. La Sicilia poi si distingue per la sua densità abitativa, Palermo infatti è la quinta città italiana per densità di popolazione e per una sua posizione strategica nel contesto mediterraneo dovuta alle reti di gasdotti e cavi sottomarini che attraversano i suoi fondali. Tuttavia queste potenzialità sono soffocate dalla scarsità delle infrastrutture e dalla presenza invasiva della criminalità organizzata, nonostante Cosa Nostra sia stata progressivamente indebolita dallo stato a partire dagli anni novanta, ha lasciato un buco che ha riempito l’ndrangheta. La Sardegna presenta, invece, alcune eccezione rispetto al resto del Mezzogiorno, dovute anche alla sua passata appartenenza all’ex regno sabaudo. Innanzitutto non ha una forte attività criminale e non ha una mafia autoctona, l’anonima sarda oltre praticamente inattiva ha sempre avuto un’organizzazione, una gerarchia e una struttura molto rudimentali, che l’avvicinano più al banditismo che ad un’associazione di stampo mafioso. Essa è inoltre connotata da una forte diversificazione economica, da una forte identità territoriale e da un buon posizionamento in ambito istituzionale ed imprenditoriale.

Questa frammentazione, di cui queste aree individuate sono solo una minima parte, rappresenta un freno per la crescita del Mezzogiorno. Una realtà che, al contrario del Settentrione, esigerebbe una soluzione molto più centralistica. Tuttavia abbandonare il Meridione a sé stesso, significa rinunciare ad un posizionamento geopolitico e strategico fondamentale. Il Sud infatti è la nostra finestra sul Mar Mediterraneo, è il canale attraverso il quale il nostro paese può tornare a costruire un proprio bacino d’influenza e essere un interlocutore privilegiato per i paesi dell’Africa mediterranea.

Meno tasse per gli “sporchi” capitalisti. Spiegatelo a Verducci.

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

I punti del programma giallo-verde con i quali non sono d’accordo penso siano chiari: sul reddito di cittadinanza, per citare un esempio, ne ho scritto qui su Il Giornale. Sulle tasse e sulla Flat Tax proposta da Salvini e dal centrodestra sono invece completamente d’accordo: una misura liberale e liberista in un programma che vede troppo statalismo e pauperismo. Ovviamente il PD come ha iniziato la sua grandiosa opposizione al governo giallo-verde? Lo ha tacciato di neoliberismo, Dio ce ne scampi e liberi.

Il non troppo sveglio (politicamente, s’intende) Senator Verducci, uno cresciuto a pane e Frattocchie, ha paragonato Salvini alla Thatcher, a Reagan e Trump. L’accusa ovviamente è quella tipica che si rivolge al grande satana del neoliberismo: rubare ai poveri per dare ai ricchi.

Siccome prendiamo per assodato, o per lo meno lo speriamo, che il buon Verducci sappia chi siano stati Reagan e Thatcher e che abbia compreso, cosa non molto difficile, quel che hanno fatto i due leader sopra menzionati, è il tempo di dare la nostra interpretazione dei fatti. E’ forse troppo complicato per il Senatore Dem capire che abbassare le tasse agli sporchi e odiosi capitalisti sia un toccasana per l’economia? Investimenti, assunzioni, crescita economica, più soldi alle famiglie della classe media. Cose molto semplici ed intuitive, ma che forse non vengono insegnate in un partito che disdegna il lavoro e vive arrocato nella torre d’avorio.

La terapia politica che consigliamo a Verducci è semplice: lettura dei classici del pensiero liberale, cominciare dai fondamentali come Hayek per arrivare fino a Laffer. In qualche giorno forse ce la farà.

Per un sovranismo liberale

Di Luca Proietti Scorsoni

Sovranismo liberale. Magari è un ossimoro, una sorta di ircocervo semantico contrassegnato da concetti incompatibili tra di loro. Però è anche una scommessa avvincente che val la pena affrontare non solo per uscire dall”angolo nel quale siamo stati relegati noi individualisti ma pure per imbastire una ripartenza vigorosa. In termini politici e non solo. Declinare il sovranismo in un’ottica liberale vuol dire senza dubbio proteggere gli interessi del proprio Paese senza per questo doversi per forza chiudere al mondo tramite barriere doganali, dazi o strabismi di sorta applicati al principio di reciprocità. A fronte di ciò poi non sta scritto da nessuna parte che la sovranità è più accentuata laddove è maggiore la spesa pubblica. Specie se poi quest’ultima viene realizzata in deficit. Del resto aumentare ulteriormente un debito pubblico già di per se abnorme – e per giunta prevalentemente in mano a banche, assicurazioni e fondi di investimento con passaporto estero – non vuol dir altro che porgere al cappio il proprio collo. Per difendere le istanze primarie di un Paese non serve uno Stato grande ma un grande Stato, non serve cioè una dimensione statuale mastodontica, oltre che una articolazione dello stessa altamente pervasiva, bensì un centro di potere che si articoli in poche ma qualificate prerogative. Uno Stato che non erigga alte mura protettive alle proprie imprese per salvaguardarle dalla concorrenza estera ma, al contrario, un sistema istituzionale in grado di generare un ecosistema fiscale, logistico, infrastrutturale e trasportistico che possa rendere più agevole l’operato di un tessuto imprenditoriale sano e produttivo. Uno Stato che invece di fare la guerra pregiudiziale contro qualunque multinazionale imposti una politica attrattiva per potenziali investitori esteri. Uno Stato che non si arroghi il diritto di dettare i tempi all’esistenza di coloro che considera come suoi sudditi ma che, al contrario, riduca il proprio perimetro d’azione lasciando in tal modo spazio all’iniziativa privata, ai corpi sociali intermedi e quindi dando corpo al concetto di sussidiarietà. Uno Stato che non veda l’Europa esclusivamente come un Leviatano – ovvero una proiezione di se stesso su scala continentale – ma un’opportunità mediante la quale porre in risalto i punti di forza del Paese che rappresenta: per competere commercialmente con gli altri e assieme agli altri in un mercato unico, per porre in sinergia i molteplici sistemi energetici, per volgere lo sguardo verso un unico orizzonte diplomatico e militare. Essere sovranisti, e quindi ritagliarsi perfino il ruolo di custodi di una certo profilo identitario implica riconoscere che alcune coordinate culturali sono similari a quelle degli altri paesi europei. La sovranità, a rigor di logica, richiama un potere da esercitare su un territorio di propria appartenenza. Ergo: sulla falsa riga di un proprietà privata declinata su larga scala. Questo per dire che il sovranismo nasce da un legame forte tra il proprietario e i suoi beni, un legame addirittura di origine ancestrale che trascende la dimensione istituzionale. E chi meglio del singolo sa come esercitare la sovranità – tradotto: la valorizzazione, la tutela, la promozione, la salvaguardia, la rigenerazione – nei confronti di quanto gli è proprio? Ecco, un ragionamento parossistico quanto vogliamo ma necessario per diradare un po’ di retorica consunta e ricondurre questo tema all’essenziale. Chissà, un sovranismo così delineato potrebbe addirittura prefigurare una forma embrionale di fusionismo italiano. Di fatto è un modo di contrastare una certa deriva finanche identitaria che al momento ci vede soccombenti, non foss’altro per quella malsana abitudine di avvolgere con la vacua idea di moderatismo qualunque cosa orbiti attorno alla nostra galassia valoriale.

Matteo, stacca la spina ai pentastellati!

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Diciamo che parlare con i pentastellati non deve essere facile, soprattutto se devi farci un governo. E siccome le comiche dei “leader” 5 Stelle non sono mai troppe, ecco che spunta anche Rousseau. Come se non bastassero gli aborti filosofici e le nefandezze che il pensiero di Rousseau ha partorito, entra in gioco anche nella formazione del futuro governo italiano. Un partito di centrodestra che mette in un programma di governo un abominio come il reddito di cittadinanza, deve aspettarsi le barricate sia dentro che fuori dal partito. Se Salvini alla fine dicesse si a queste schifezze, entrerei in Lega solo per difendere con le unghie e con i denti il po’ di liberalismo che aveva il centrodestra pre-4 Marzo.

Al di la delle provocazioni, Salvini dovrebbe staccare la spina a questo spettacolo indecente. Pensi ai giovani, pensi a chi vuole investire, pensi ad una generazione che sta vedendo questo paese affondare sotto i colpi di uno Stato asfissiante e ladro. Lo ripeteremo fino alla morte, la ricetta non è quella di quel pastrocchio di “programma” di governo, ma quella limpidamente liberale (se liberale vuol dire ancora qualcosa): meno tasse, meno tasse, meno tasse.

Sappi aspettare Matteo, non bruciare il capitale politico del centrodestra. Perchè anche se la coalizione non è di quelle perfette, anzi, è l’unica su cui vale la pena puntare. Butta via Di Maio e ti ringrazieremo.

Lobby è democrazia

Di Gabriele Figà

Chi è il lobbista?

L’azione di lobbying consiste nell’influenzare il decisore pubblico: essa viene di solito svolta nel corso di un processo legislativo. Tutti i tipi di gruppi che assumono lobbisti –corporazioni, compagnie private, ONG e think tanks, cercano di persuadere il policy maker a far passare leggi che favoriscano le loro preferenze. Per far ciò assumono e formano persone altamente qualificate: i lobbisti. Essi sono professionisti che rappresentano non solo dirigenti aziendali, ma anche lavoratori, sindacati associazioni di categoria, organizzazioni non profit, organizzazioni religiose e istituzioni accademiche. Al meglio delle loro competenze, i lobbisti sono specialisti che lavorano duramente per comprendere gli interessi dei loro clienti e usano la loro conoscenza del processo legislativo per istruire efficacemente i decisori chiave circa l’impatto delle loro decisioni.

Il lobbismo non è né giusto né sbagliato: è inevitabile.

In questo articolo non ci interessa entrare in un terreno scivoloso, tentando di definire l’azione di lobbying da un punto di vista etico. Abbiamo però una certezza: il lobbismo è inevitabile, connaturato all’azione politica umana. L’unico modo per eliminare lobbismo e interessi speciali è eliminare l’organo legislativo, e con esso la democrazia: più potente diventa il decisore pubblico, più i cittadini saranno incentivati a portare avanti azioni di lobbying.

Inoltre, nella sua essenza, il lobbismo è una parte vitale della democrazia occidentale. La lobby è un modo per garantire che le lamentele siano ascoltate e, idealmente, risolte.

Perché nel bene e nel male, le leggi e i processi legislativi sono complessi. Possono essere davvero travolgenti per singoli cittadini o titolari di aziende. Pertanto è necessario riunirsi in coalizioni e rivolgersi a professionisti, i lobbisti, per portare davanti al decisore pubblico le proprie preferenze durante il processo di creazione o emendamento di una legge. I lobbisti comprendono il processo legislativo sia dal punto di vista interno che esterno. Fungono da collegamento tra il pubblico e i decisori pubblici, aiutando i decisori pubblici a comprendere questioni di cui altrimenti non potrebbero sapere molto. I lobbisti sono collegati a membri delle istituzioni, dirigenti d’impresa e politici, di modo da poter sfruttare canali di comunicazione generalmente lontani da cittadini che nella vita hanno altre occupazioni.

Lobbying: sfatiamo qualche pregiudizio

È frequente sentir dire che il lobbismo è antidemocratico perché vanifica “la volontà della gente”. È vero il contrario: il lobbismo è espressione di democrazia.

Viviamo in apparati statali e sovrastatali sostanziati da una diversità di interessi specifici, e l’interesse particolare di una persona è sovente il lavoro o la crociata morale di un’altra. Se le persone non potessero organizzarsi per influenzare il governo – per mettergli la museruola o modellare i suoi poteri – allora la democrazia sarebbe morta. La “volontà del popolo” è raramente osservabile, perché le persone non sono d’accordo tra loro, sono mal coordinate e hanno desideri inconsistenti. Certo, il bene pubblico dovrebbe sempre trionfare, ma ciò che rappresenta il bene pubblico è generalmente discutibile. L’idea che la realizzazione di scelte democratiche debba avvenire in un vuoto, delegato a un’ élite politica onnisciente, è profondamente antidemocratica. Non dovremmo forse considerare come il bene pubblico si componga delle preferenze aggregate dei singoli cittadini, e che in tal senso sia naturale che essi si coalizzino per far sentire la propria voce di fronte alla politica? I lobbisti affollano il dibattito garantendo una base di supporto cittadino alla formazione di una legge.

 

Un’altra idea alquanto diffusa, sebbene errata, è che il lobbismo favorisca i ricchi, comprese le società, perché solo loro possono permettersi il suo costo: ma davvero il lobbismo esiste solo a vantaggio degli interessi speciali e delle industrie e delle imprese più danarose? Il decisore pubblico favorisce i ricchi e ignora i poveri e la classe media?

I fatti contraddicono questa idea. Prendiamo un esempio tutto europeo. Dal report del 2015 del Directorate General for Internal Policies del Parlamento Europeo, in un grafico che trae i suoi dati dal Registro di Trasparenza, emerge come oltre alle trade and business companies (i cosiddetti In-House groups) che coprono comunque più del 50 % del totale delle organizzazioni e persone accreditate presso l’UE, anche altri gruppi di interesse abbiano capacità di accesso presso il Parlamento europeo. Abbiamo quindi le ONG al 23%; tuttavia, secondo lo stesso report, le ONG hanno più uffici centrali a Bruxelles (54%) rispetto alle business companies (37%). Particolarmente rilevanti sono poi le agenzie di consulenza professionale, rispettivamente al 14 e al 18%.

Non si può negare che le grandi aziende abbiano tasche molto più profonde di piccole e medie imprese, organizzazioni non profit e organizzazioni benefiche, le quali nondimeno hanno accesso e influenza presso le istituzioni. Eppure, non ci si faccia l’idea sbagliata di una contrapposizione netta tra grandi imprese e organizzazioni non profit! Come insegna Heike Klüver  nel suo “Lobbying in the European Union: Interest Groups, Lobbying Coalitions, and Policy Change”, l’azione lobbistica si fa in coalizione, e le coalizioni sono composte da attori di natura disomogenea, che variano a seconda del dibattito all’ordine del giorno, mettendo insieme e contro al contempo business groups, organizzazioni non profit, think tanks, agenzie di consulenza etc. Si verifica così un bilanciamento.

 

Un esempio concreto? La policy proposal della Commissione Europea concernente l’emissione di CO2 delle automobili a 120g/km nel 2012: le imprese automobilistiche che più avevano investito in energie rinnovabili si sono coalizzate con le ONG ambientali, e hanno visto premiate le loro preferenze. Per quale ragione? Alla stretta del conto, ha più probabilità di vincere la coalizione che esprima il supporto del maggior numero di cittadini, non quella che possiede maggiori risorse in termini economici. Dopotutto, in una vera democrazia, ognuno ha una voce.

L’ultimo mito da sfatare è quello per cui il lobbismo consiste principalmente nell’accesso privilegiato a legislatori cardine o membri dello staff delle istituzioni e che i contributi elettorali acquistino tale accesso.Certo, succede, ma non è la cosa più importante .

“Il lobbismo è molto più sostanziale ed esagerato rispetto alla sua brutta caricatura: i lobbisti principalmente corteggiano i legislatori con fatti concreti”, ha scritto Jeffrey H. Birnbaum, un giornalista esperto di lobby, nel Washington Post. Se i legislatori “vedono il merito in una posizione e c’è una protesta pubblica a suo favore, tenderanno a preferire tale posizione.“ Di esempi ve ne sono plurimi: tanto per citarne uno, consideriamo il policy debate che si è sviluppato a partire dallla proposta di legge della Commissione Europea sulla tassazione del tabacco; le due coalizioni che si fronteggiavano erano composte da un lato da ONG a interesse sanitario e gruppi professionali di medici, mentre dall’altro c’era l’industria del tabacco. La direttiva finale, è stata in linea gli obiettivi della coalizione sanitaria. Ciò, perché la coalizione delle industrie del tabacco aveva chiaramente maggiore potere economico, ma deficitava di supporto da parte dei cittadini. La coalizione della sanità rappresentava il 75% dei cittadini coinvolti in quel dibattito.

In fin dei conti, il lobbismo è una forma di marketing moderno: cercare di trasformare il ristretto interesse di un gruppo in qualcosa che viene percepito, a torto o a ragione, come al servizio di un ampio “interesse pubblico”. Come ha scritto Robert j. Samuelson, giornalista del Washington Post, in una democrazia, ciò che veramente importa sono le principali politiche che determinano le dimensioni e la direzione generale del governo. Il lobbismo garantisce un solido dibattito su questi temi, e che il risultato piaccia o meno, è la democrazia in azione.

Gli scansafatiche dei centri sociali amici di De Magistris

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Oggi non voglio parlare delle elezioni che molto probabilmente ci saranno a Luglio. Un sistema istituzionale così marcio ed impantanato non poteva dare altri risultati. Metteremo i seggi al mare e via. Oggi voglio parlare dei miei coetanei che occupano a babbo morto i locali delle università pubbliche italiane. E’ il caso dell’università di Napoli, dove un branco di scansafatiche dei centri sociali, tali Insurgencia (sic!), occupano spazi universitari per gozzovigli vari. Infatti, è di questi giorni la notizia che nei locali universitari, che dovrebbero essere dedicati allo studio ed alla formazione dei giovani, questi perdigiorno hanno organizzato il compleanno del capo-scansafatiche, tale Egidio Giordano, un personaggio che manifestava contro il “debito ingiusto”. Che guarda caso è il compagno di una consigliere comunale, tale Eleonora De Majo, che non poteva che stare con il grande capo De Magistris.

Se fosse solo per un branco di perdigiorno che si sollazzano e gozzovigliano a spese del contribuente, non sarebbe una novità: questo sciagurato paese è pieno di figli di papà buoni solo a disturbare gli studenti. Il punto è che è a quella festa c’è il capopopolo De Magistris, che si divertiva a fare il trenino. Ora, noi non abbiamo nulla contro i trenini, ma abbiamo qualcosa contro la cattiva politica dei moderni Masaniello. Già è grave che quattro sfigati occupino impunemente locali pubblici a sbafo, se poi ci mettiamo che la massima autorità cittadina li appoggia e anzi, addirittura partecipa ai loro festini, allora qua sfioriamo il ridicolo.

La magra consolazione di fronte a questi spettacolini tristi ed indecenti sono le centinaia di migliaia di ragazzi che studiano, che si impegnano, che lavorano, che si barcamenano tra mille difficoltà alla ricerca di un’occupazione stabile per metter su famiglia. La miglior gioventù, non questi fancazzisti di Insurgencia.

Salvini dica NO alla cialtronata del reddito di cittadinanza!

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Matteo Salvini è un leader politico che rispetto, il leader della coalizione a cui io personalmente faccio riferimento. Forse su alcune cose posso non essere d’accordo, ma i cittadini hanno deciso così ed il popolo è sovrano. Detto questo, mi aspetto un no chiaro e deciso alla fiabilandia 5 Stelle. Di Maio rinuncia all’investitura (sic) da Premier ma vorrebbe per se la cadrega da “Ministro per il Reddito di Cittadinanza”. Solo nello scrivere questa “supercazzola prematurata” verrebbe da ridere, ma ahimè parliamo del primo partito italiano. La Lega, il partito che difende gli artigiani, le partite IVA, gli imprenditori vessati dalle tasse, la classe media impoverita, dica no alle boiate 5 Stelle. Il loro reddito di cittadinanza, pagato con le tasse dei lavoratori onesti e tartassati, possono tranquillamente farselo nella libera Repubblica delle Bananas, non in Italia. Noi ne abbiamo abbastanza di una spesa pubblica che va nel buco nero dell’assistenzialismo: i problemi di questo paese non si risolvono con le mance, ma con meno tasse, punto.

Matteo Salvini nella campagna elettorale ha difeso strenuamente la flat tax, ed io nel mio piccolo ho sempre rilanciato, difeso e spiegato l’idea. Non dia retta a Di Maio ed alle sue politiche economiche simil-cubane, dica chiaramante che queste misure sciamaniche sono porcherie economiche che ammazerebbero definitivamente un paese che non se la passa benino.

Si continui senza sosta, come in una battaglia quartiere per quartiere, a combattere le scempiaggini pentastellate. Ma nel frattempo si continui nella difesa strenua di chi lavora, di chi fa studiare i propri figli, di chi paga onestamente le tasse e soprattutto di chi un lavoro lo sta cercando senza aspettare manne dal cielo. Altro che reddito di cittadinanza.

Moriremo di manettarismo

Il manettarismo giudiziario di questo paese è duro a morire, e le protezioni politiche di cui gode sono sempre pronte e decise nella difesa. Prima erano i vari dipietristi ed altri groppuscoli ricettacolo delle peggiori idee manettar-comuniste, appoggiate da Ds, Pds e Pd. Oggi gli alfieri politici del manettarismo sono, guarda caso, i 5 Stelle. Non ce lo saremmo mai aspettato. Nino di Matteo, oltre ad essere uno stimato magistrato, è però anche il magistrato della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, colui che ha condannato Mario Mori e Dell’Utri, nonchè ministro in pectore dei 5 Stelle. Esiste in qualsiasi paese moderno una combinazione così letale tra giustizia e politica? E’ possibile che questo vulnus democratico rimanga ancora aperto e che nessuno, neanche da destra, mostri un segno di opposizione a questa china pericolosa?

La giustizia e gli apparati giudiziari meritano rispetto, ma chi fa politica ha il dovere di registrare che la giustizia è una cosa, la politica è un’altra. Come ha fatto Di Matteo prima ad intervenire ad una manifestazione politica, per poi condannare in primo grando Dell’Utri e Mori? Lo vedo solo io il vulnus democratico oppure qualcun altro si è accorto che questo sistema, così com’è, non può andare avanti?

Le porte girevoli tra politica e magistratura vanno chiuse, perchè se in futuro un mio compagno di partito o un mio avversario si dovessero trovare in aula contro un magistrato, pretendo che i primi possano esercitare i loro diritti politici senza la paura che quel magistrato, dismessi i panni della politica, possa aprire contro di loro un fascicolo giudiziario come vendetta. Sono discorsi che il centrodestra ha sempre fatto: bisogna riprendere il libriccino delle libertà e dei diritti e rileggerlo a voce alta, per far capire che alcune battaglie politiche hanno il dovere di essere combattute. Anche se non sono troppo “cool” per i tempi che corrono.

Un’idea per noi ventenni: cambiare la Costituzione

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Il nostro paese ha tante sfide di fronte: il lavoro, la disoccupazione giovanile, l’immigrazione e la sicurezza. Problemi che farebbero tremare i polsi persino al più carismatico dei leader politici, anche se a dir la verita oggi nessuno ha veramente voglia di parlare di riforma costituzionale. Renzi ci provò, ma non ebbe coraggio e la riforma che venne fuori era un papocchio annacquatissimo. Purtroppo, con il sistema istituzionale odierno, risolvere i problemi che ho menzionato sopra è sempre più difficile. La politica si trova davanti ad un bivio: se non smantella questa costituzione, si troverà sempre con le mani legate. Le parole d’ordine per un riforma costituzionale sono poche e chiare: presidenzialismo e federalismo. Più poteri all’esecutivo e maggiore responsabilità alle autonomie locali.

Ma noi ci chiediamo: questa classe politica si prenderà veramente la responsabilità di iniziare l’iter per una nuova riforma costituzionale? C’è abbastanza coraggio? C’è abbastanza onestà intelletuale nel dire ai cittadini che o si cambia seriamente la carta fondamentale o si rischia di annegare? Ne dubito, anche se l’iniziativa del Sen. Cangini su il Foglio va in direzione opposta. Cangini infatti sembra l’unico che sta portando avanti una battaglia politica seria e limpida sulle riforme costituzionale, ma purtroppo i suoi colleghi, con rare eccezioni, sembrano in altre faccende affaccendati.

Se non sarà questa classe politica a fare questa battaglia, allora toccherà a noi ventenni iniziare fin da ora la nostra battaglia politica. Dobbiamo dire con chiarezza che la riforma costituzionale in senso presidenziale sarà parte integrante delle nostre battaglie politiche presenti e future. Perchè tra noi ci sarà sicuramente qualcuno che sarà classe dirigente in questo sgangherato e stupendo paese.

CDU-CSU: Come la Germania affronterà gli anni a venire

Di Giulio Sindaco

È fondamentale, durante questi anni di transizione continentale, dal periodo pre-crisi sino alla Brexit, affrontare la questione relativa alla successione della Cancelliera tedesca Angela Merkel. Mentre lo sguardo della maggioranza degli opinionisti e dei commentatori è rivolto verso le politiche di Emmanuel Macron, in Francia e a livello europeo, risulta, quindi, doveroso affrontare il nodo tutto tedesco dell’eredità politica della leader attuale. Negli ultimi due anni, in particolare, quest’ultima è stata aggredita su più fronti, da avversari interni ed esterni all’ Unionsparteien (tra CDU e CSU). L’attacco più duro è stato sferrato da Horst Seehofer, il capo politico dell’Unione Cristiano-Sociale di Baviera. Pur essendo un alleato di governo della cancelliera, Seehofer non ha esitato a colpire la medesima con dichiarazioni talvolta pungenti, in special modo relative ai temi dell’immigrazione irregolare, proveniente sia dalla rotta balcanica, peraltro chiusa anche col contributo dell’Ungheria, dello “scomodo” Orbán, sia da quella mediterranea. Tuttavia, ai più questa malcelata critica è sembrata perfettamente corrispondente alle posizioni, da sempre maggiormente conservatrici, del gemello bavarese della CDU. Da un lato, innumerevoli pressioni volte a modificare la linea del governo tedesco sul tema (che, pure, non era stata particolarmente generosa con gli irregolari), la quale costituisce un’operazione inedita di accoglienza dei rifugiati siriani, hanno spinto Seehofer a quelle dichiarazioni. D’altro canto, la linea dura si deve anche attribuire alla crescita sostenuta della quale hanno goduto sia AFD (nazionalisti) sia FDP (liberali di centro-destra), rispetto alle elezioni precedenti.

Per Merkel è necessario che vi sia una continuità tra la sua leadership e quella successiva. La candidata attualmente favorita alla successione sarebbe Annegret Kramp-Karrenbauer, governatrice del Saarland, di famiglia cattolica e conservatrice, ma meno “estrema” del potentissimo rivale Jens Spahn, sostenuto dall’ala più vicina alle posizioni della CSU bavarese. Mentre Kramp-Karrenbauer ha sempre sostenuto le posizioni del governo in tema di sicurezza e integrazione, lo stesso non si può dire del principale antagonista Spahn. Quest’ultimo è conosciuto nel partito, oltre che per essere un giovane rampante, anche per aver conquistato l’area più a destra della CDU, sapendo coniugare l’apertura sui temi dei diritti civili e della bioetica con un maggiore controllo delle frontiere esterne dell’Unione Europea. Ha, inoltre, criticato l’apertura indiscriminata all’enorme numero di profughi di cui la Germania si è fatta carico in pochi mesi (quasi un milione), attraendo le simpatie di buona parte degli alleati CSU, e, de facto, facendo lo stesso con gli ex coalizzati del FDP.

Un altro nome che circolava inizialmente era quello di Ursula von der Leyen, Ministro della Difesa, famosa anche per l’intervento in Ucraina contro i ribelli filo-russi, mediante l’invio di droni in loco, e per le operazioni internazionali contro il terrorismo. L’attivismo della donna, tuttavia, non parrebbe più sufficiente alla cancelliera per guidare il partito dopo il termine del proprio mandato alla guida del medesimo.

Altra opzione in continuità con il cancellierato sarebbe la nomina di Julia Klöckner, la quale, tuttavia, pur essendo vicinissima a Merkel, si è mostrata meno tollerante ed aperturista rispetto alla questione rifugiati, proponendo l’introduzione di quote limite, alternative alla linea di accoglienza incondizionata. Klöckner, tuttavia, dovrà affrontare il confronto con Spahn, e non è detto che ella ne esca vincente, anzi…

Le scommesse sono aperte, ma è importante ricordare che nessuno dei summenzionati successori si è mostrato particolarmente vicino alle posizioni dell’Eliseo sulle riforme dell’Unione Europea. Probabilmente, Angela interverrà comunque, cercando di influenzare i rapporti tra il futuro erede ed il Presidente della Repubblica Francese da dietro le quinte.

Alla ricerca delle riforme perdute

Di Lorenzo Somigli

Vi potrà sembrare il mio come un appello folle specie in questo momento. Il clima politico non è dei migliori e all’orizzonte si prospetta la palude. Una pessima risposta per un Paese che attraverso le urne ha voluto dare alla politica un forte segnale di discontinuità.

Mi viene da pensare che proprio ieri ricorrevano i 25 anni dal referendum promosso da Segni (1993) che smontò uno dei pilastri del sistema politico della Prima Repubblica. Quella che si aprì fu una stagione ricca di cambiamento sulla quale ho un giudizio negativo: basti pensare che il sistema elettorale, il maggioritario, il Mattarellum, ha trasformato in comitati elettorali personali quei partiti che prima fungevano da collante tra i cittadini e i centri di elaborazione delle politiche pubbliche. Grandi o piccoli che fossero. Al netto delle ragionevoli critiche, non si può negare che il proporzionale istituzionalizzando la conflittualità politica che altrimenti avrebbe trovato altri canali. 

Ciò è stato e voglio essere positivo. Spero lo siate anche voi. Contro tutti i pronostici, mi auguro che questa sia finalmente una legislatura costituente nella quale tutti ma proprio tutti si possano impegnare per quelle riforme che non si possono più rimandare. Confido che tuttora esistano in questo Paese coloro che credono che un percorso di riforme sia la strada giusta da percorrere. La governabilità – l’attuale stallo dovrebbe farcelo capire – non si ottiene solo cambiando la legge elettorale come troppo spesso lasciano intenedere i partiti, si ottiene con una transizione ad un sistema presidenziale. Il mio auspicio è che i riformisti di Destra e di Sinistra si uniscano in uno sforzo condiviso per sottrarre il Paese alla ventennale non politica. Può sembrare follia ma mi sembra l’unica via ragionevole affinché cittadini e istituzioni possano ricongiungersi.

Meglio Washington di Mosca e Damasco. Ma meglio ancora è lo spirito di Pratica di Mare

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Chi conosce le mie posizioni politiche, sa benissimo quanto disprezzi i regimi illiberali, quanto non sia un fan accanito di Putin e quanto consideri Assad un criminale, un satrapo mediorientale non differente da Saddam Hussein. I tanti giovani (e non) di destra che hanno come santini Assad, Putin e l’Ayatollah Khamenei, in sostanza quelli che odiano gli “Amerikani liberisti e imperialisti”, secondo me commettono un grande errore politico. Detto questo, alla fine la mia speranza è che Trump non scateni la forza militare americana contro la Siria, al fine di ottenere un regime change. Per un semplice motivo: dopo il criminale Assad, ne verranno altri forse ancora più sanguinari, molto probabilmente peggiori del tiranno alawita. Non starò qui a fare considerazioni di natura strategica, oppure a sciorinare i nomi delle navi da guerra americane schierate e di quanti pattugliamenti del Poseidon sono in corso ora. Il mio obiettivo è capire, attraverso il buon senso, se questo tipo di operazione converrebbe o no sia a noi europei che agli americani. Non facciamola troppo complicata ed affidiamoci alle parole di Mike Pompeo, Segretario di Stato di Trump: “La guerra è sempre l’ultima risorsa”. Se dovesse esserci un intervento americano in terra siriana, assomiglierà molto ai 59 missili Tomahawk partiti nell’Aprile 2017. In pratica, un’operazione molto limitata che non porterà a nessuna Terza Guerra Mondiale. Servirà per far capire ad Assad che di fronte ad azioni inumane contro civili inermi gli Stati Uniti d’America non chiuderanno gli occhi.

Il punto però, oltre che strategico e militare, è anche e soprattutto politico, e guardo all’Italia. Le critiche ad un attacco che potrebbe provocare un pericoloso regime change sono, ovviamente, giustificabili secondo il vecchio adagio che, dopo Assad, non ci sarà nessun giardino dell’Eden ma solo sangue ed altri profughi. Se anche il Senatore forzista Lucio Malan, il cui atlantismo è dimostrato da anni di impegno pro-Usa e pro-Israele, chiede di temporeggiare, vuol dire che dei dubbi ci sono. Ma da qui a spostare il nostro paese sull’asse Mosca-Damasco, mettiamoci anche Teheran, ce ne vuole. Troppi attori politici stanno scendendo pericolosamente verso quella china e qualcuno dovrà pure ricordar loro che è una discesa pericolosa. Ripetiamo: criticare la scelta americana di intervenire massicciamente è legittimo, ma ricordiamoci sempre che Washington, pur con tutte le sue contraddizioni e debolezze, è sempre meglio di Mosca, Damasco e Teheran.

Ma meglio ancora sarebbe rivedere uno schietto spirito di Pratica di Mare.

2015-2018: siamo assuefatti al terrorismo

Di Francesco Cirillo

Parigi 2015, Bruxelles 2016, Nizza luglio 2016, Berlino dicembre 2016, Manchester 2017, Londra giugno 2017. Dal 2015 ad oggi il terrorismo ha colpito pesantemente e con diverse modalità le maggiori città europee. Ma il problema non è l’attentato in sé ma gli effetti che rischia di consegnare nella nostra società e sulle nostre vite quotidiane.

Il periodo del terrorismo di matrice ISIS sono stati completamente diversi dagli altri per via degli obiettivi che questi portatori di morte hanno colpito. Stadi di calcio , ristoranti, aeroporti e mercati di natale; simboli del nostro stile di vita simboli della cultura occidentale e della libertà individuale che è presente in ogni società europea. Il terrorismo islamico ha cambiato le nostre abitudini i nostri modi di vivere, trasformando ciò da straordinario a ordinario.

Ma questo non è immaginabile in un paese ed in una metropoli europea, al contrario ignoriamo gli attentati che avvengono quasi ogni giorno nelle capitali del Medio Oriente. Baghdad ha subito quasi ogni giorno, dal 2014 ad oggi, attentati suicidi o di auto-bombe che venivano fatti esplodere nel centro delle città o vicini a moschee degli eterni nemici dei gruppi radicali sunniti: gli Sciiti.

Rispetto al periodo 2015-2016 ad oggi le cosiddette cellule di lupi solitari sono impreparati dal punto di vista paramilitare e attuano una strategia evoluta negli anni è migliorata con lo Stato Islamico: uccidere con ogni mezzo possibile. Dal luglio 2016, dall’attentato di Nizza, il grosso degli attentati suicidi di matrice islamica è avvenuta con l’uso di mezzi di trasporto come macchine, furgoni e camion. Nizza nel luglio del 2016 e Berlino nel dicembre del 2016 hanno rialzato la tensione verso quei gruppi solitari di jihadisti sparsi per l’europa, che rientravano dalla Siria.

Oggi se giriamo per le città del continente notiamo blocchi di cemento per le strade , utilizzati per bloccare possibili atti terroristici con macchine o furgoni; notiamo poliziotti o uomini dell’esercito in giro per le strade o per le metro che pattugliano e sorvegliano gli individui che quotidianamente usano i mezzi pubblici o camminano per le strade; In Italia la presenza degli uomini delle forze armate assieme alla polizia è diventata una realtà parte integrante della quotidianità dei cittadini. I cittadini sia dell’Italia sia dell’Europa si sono abituati agli stati d’emergenza, come in Francia che era stato applicato dal 2015 al 2017 nel paese dopo gli attentati di Novembre 2015 avvenuti nella capitale Francese. In Italia ci si è fatta l’abitudine alla presenza dei militari per le strade o nelle stazioni delle metro, anche gli avvisi di massima allerta di terrorismo fanno parte della normalità di ogni abitante del nostro paese e dell’Europa.

Il terrorismo islamico si è assuefatto nel tessuto sociale europeo, diventando parte integrante delle nostre abitudini, ciò deve essere un forte campanello d’allarme da non sottovalutare.

Immigrazione: Analisi di un problema ( Europeo?)

Di Francesco Cirillo

L’Italia è in un clima di calma apparente. Gli arrivi di immigrati dalla libia sono diminuiti drasticamente, la gestione dell’accoglienza è andata via via migliorando ma ancora a Bruxelles si girano dall’altra parte ed evitano di far pressioni a paesi come l’Ungheria o la Polonia che non hanno accettato la ripartizione dei migranti.

L’opera iniziata nel 2017 dal Ministro degli interni Marco Minniti, di ridurre gli sbarchi e di gestire ONG che erano senza nessun controllo, si è rivelata importante e decisiva. Ma questo governo uscente, che con il capo del Viminale, ha saputo riorganizzare una macchina dell’accoglienza che era sul punto di implodere ora dovrà passare il testimone al futuro governo che uscirà dalle consultazioni del Quirinale.

Intanto il ministero dell’Interno continua ad aggiornare i primi dati del 2018. Nei primi tre mesi di quest’anno sono giunti via mare solamente 6mila persone constatando un calo del 75 % degli arrivi rispetto al 2017 ( 24mila). Dalla Libia sono calate le partenze; dei 23 mila migranti partiti dalle coste libiche lo scorso anno , nei primi mesi del 2018 sono partiti dal paese nordafricano soltanto 4mila migranti.

Nonostante questi dati la tensione resta alta con i paesi europei che respingono quei migranti che vogliono andare nei paesi dell’Europa centro-settentrionale, in primis la Francia di Emmanuel Macron. Venerdì 30 marzo una pattuglia di gendarmi francesi ha compiuto un raid nella sede di Rainbow4Africa a Bardonecchia. I francesi hanno costretto un nigeriano a sottoporsi al test delle urine antidroga, risultando negativo. L’azione ha irritato il governo italiano. Il giorno seguente la Farnesina ha convocato l’ambasciatore di Parigi per chiedere spiegazioni in merito a quella che è in piena regola una violazione dei confini.

Parigi ha risposto che le autorità doganali transalpine sono a disposizione per spiegare il quadro giuridico completo. Per Parigi l’azione è legale per via di un accordo del 1990, che autorizza l’intesa bilaterale Italo-francese degli uffici transfrontalieri che devono essere operativi anche per la dogana francese. Lo stesso locale è quello in cui l’associazione Rainbow4Africa ha basato la sua sede. Ma l’accordo Roma-Parigi per la cooperazione transfrontaliera non prevede analisi mediche imposte con la forza.

Le principali forze politiche hanno criticato quello che definiscono una violazione dei confini nazionali.

Il capo politico del M5S ha chiesto che venga fatta chiarezza sull’accaduto. Matteo Salvini,segretario della LEGA, ha intimato di espellere i diplomatici transalpini. Enrico letta ha criticato il raid della Gendarmeria come anche la deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli.

Il Ministero degli Affari esteri Italiano attenderà spiegazioni per poi prendere le dovute precauzioni.

Difficile sapere se nei mesi Aprile-giugno 2018 si assisterà ad una nuova ondata migratoria, ma Roma deve guardarsi non soltanto verso Sud ma anche verso i suoi vicini confinanti: in primis la Francia, che continua a respingere i migranti provenienti dall’Italia, e l’Austria, che ha sempre avuto un atteggiamento anti-migranti giungendo, in alcune occasioni, a minacciare di chiudere il Brennero con lo schieramento di truppe per respingere gli immigrati che desiderano andare verso i paesi UE dell’Europa del Nord.

La geopolitica italiana nel Mediterraneo

Di Francesco Cirillo

Nella diplomazia e nelle relazioni internazionali la proiezione della forza militare può essere uno strumento valido. Nella geopolitica questo deve essere parte integrante della propria agenzia di politica estera, l’Italia lo ha dimenticato. Il nostro paese ha scordato cosa significhi avere una propria politica e strategia nelle relazioni internazionali. L’Italia ha inutilmente confidato nella solidità diplomatica delle organizzazioni internazionali. Il Nuovo Governo Italiano, che dovrà avere il sostegno parlamentare, deve affrontare diverse sfide geopolitiche che il Mediterraneo sta subendo.

In Primis una Turchia, membro della NATO, che rischia di essere un paese imprevedibile, come lo ha dimostrato a Febbraio quando la sua marina militare ha bloccato illegalmente una nave della ENI-Saipem che si stava dirigendo nel Mediterraneo Orientale per delle operazioni di esplorazione. Questa azione illegale di Ankara mostra tutta la debolezza italiana nello scacchiere del Mediterraneo, incapace di proteggere gli interessi energetici dell’Italia e di tutelare una azienda di stato come l’ENI.

Altro rebus è la crisi in Libia, ancora scossa dalla guerra civile che iniziò nel 2014. La guerra tra il governo di Serraj e l’uomo forte di Tobruk il Generale Khalifa Haftar scuote una Libia postgheddafiana che non trova pace. Fino ad ora la strategia Italiana ha sponsorizzato il ricorso allo strumento della diplomazia internazionale. Ma l’appoggio dell’Egitto di Al Sisi e della Russia di Vladimir Putin ad Haftar ha rallentato il percorso diplomatico, oltretutto il Governo di Unità nazionale di Al Serraj non ha il sostegno totale delle tribù libiche.

Roma deve ritornare ad essere il centro geopolitico del Mediterraneo, ma per farlo deve ricostituire una forza militare capace di proiettare le sue istanze diplomatiche. Ma questo complesso compito verrà affidato al nuovo governo che uscirà dalle consultazioni di Mattarella.

 

Negli ultimi anni i governi della sinistra guidati dal Partito Democratico di Renzi hanno ignorato qualsiasi proiezione mediterranea italiana, concentrandosi maggiormente su quella europea. Ma per l’Italia una politica estera che si concentri sul Mediterraneo resta la principale carta geopolitica da usare presso le cancellerie degli stati europei. Una Francia, che con Macron ha riattivato un forte attivismo nel Mare Nostrum, aggressiva in quello che è il nostro estero vicino deve essere considerato un tentativo di estromettere Roma dal concesso delle nazioni mediterranee. Per troppo tempo abbiamo tentato di dare fiducia alle istituzioni europee sperando in un loro supporto. Ciò non è mai avvenuto lasciandoci in balia degli eventi e delle potenze che hanno interessi nel mediterraneo.

Altro dilemma geopolitico di Roma è rappresentato dalla nostra assenza nei Balcani. I Balcani sono sempre stati una zona in cui l’Influenza Italiana ha sempre avuto una forte presenza geopolitica nel creare una importante rete di relazioni internazionali. Ma l’infiltrazione geoeconomica cinese, un ritorno del Cremlino in Serbia e una politica estera neo-ottomana di Erdogan, legata al recupero di alleanze con i paesi balcanici, com’è successo nella crisi greco-macedone per il nome della ex  repubblica jugoslava dove Ankara supporta attivamente il governo di Skopje, rendono impossibile un nostro ritorno nel breve periodo nei Balcani occidentali.

L’Italia deve iniziare ad avere più fiducia nei suoi apparati di sicurezza e smetterla di appoggiarsi sugli altri ( es Stati Uniti, ONU e UE) per risolvere crisi diplomatiche.

Altro fardello sarà il rapporto con il governo austriaco di Sebastian Kurz e sulla questione del doppio passaporto per gli altoatesini. Vienna sembra intenzionata a continuare sulla strada della doppia cittadinanza rischiando di alzare lo scontro diplomatico con Roma anche nelle stanze di Bruxelles. Il prossimo governo Italiano sarà obbligato a rivedere la sua agenda di politica estera se no sarà di nuovo in balia degli altri.

 

“La Diplomazia senza il potere è come un’orchestra senza lo spartito”

Federico di Prussia detto il Grande

Scontro Russia-Gran Bretagna: una inutile guerra fredda

Di Francesco Cirillo

La tensione tra Londra e Mosca per l’avvelenamento della ex spia russa del GRU( Servizi segreti Militari russi) Sergej Skripal sta alzando nuovamente le tensioni tra la Federazione Russa e una buona parte dell’Occidente.

La rielezione di Vladimir Putin a presidente della Russia manterrà per molto tempo questa tensione.

Ma l’occidente non è compatto quando si tratta di accusare il Cremlino delle sue azioni. Dal 2014 ad oggi la crisi Ucraina del Donbass e la annessione della Crimea ha diviso in più occasioni i paesi dell’Unione Europea. La vittoria scontata di Putin alle presidenziali di domenica scorsa consegna forse altri sei anni di tensione tra la Russia ed i paesi occidentali, guidati dagli USA e dalla Gran Bretagna.

Lo scontro diplomatico tra l’occidente e la Russia rappresenta una inutile guerra diplomatica di due fronti che vedono il mondo con occhi diversi e che hanno attuato una politica estera completamente differente.

L’occidente con la caduta del muro di Berlino nel 1989 aveva chiuso la parentesi della guerra fredda , immaginando una collaborazione politica con la Federazione Russa post-URSS. Ma le ultime politiche di Mosca e politica estera russa in Siria ha messo il Cremlino sul fronte di quei paesi che vedono l’occidente come un competitor internazionale da affrontare.

Oggi Mosca rappresenta si un avversario politico da tenere nelle proprie relazioni internazionali con le pinze, ma ciò non significa rompere i rapporti in modo definitivo. Oggi il nuovo ordine mondiale si è costituito su un’ordine multipolare dove non esiste solamente una sola superpotenza.

Mosca no ha intenzione di ricostituire il Patto di Varsavia visto che ormai fa parte della storia.

La Russia di Putin non vuole riconquistare direttamente i territori della ex Unione Sovietica, ma aumentare l’influenza russa in modo indiretto sui paesi dell’estero vicino del Cremlino.

Agli orizzonti una nuova ed inutile guerra fredda sta innalzando una nuova cortina di Ferro da Kiev fino a Varsavia attraverso le repubbliche Baltiche e lo stesso Mar Baltico.

Poiché non è la Russia ma la Cina di Xi Jinping ad essere nel prossimo futuro la nuova sfida dell’Occidente, Mosca lo ha capito è si sta mettendo d’accordo con Pechino per creare un fronte comune contro i paesi occidentali.

Le ambizioni di Teheran rischiano di fallire per le proteste

Di Francesco Cirillo

Nel 2004 il Re di Giordania Abdullah mise in guardia il mondo dalla minaccia iraniana e dal suo progetto Geopolitico della Mezzaluna Sciita, un asse di paesi legati a Teheran con cui l’Iran degli Ayatollah progettava di raggiungere le sponde del Mediterraneo.

Oggi il progetto del corridoio Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut si sta per realizzare grazie alla guerra combattuta dalle milizie sciite filo-iraniane in Iraq e in Siria. Il supporto militare iraniano alle forze di Assad in Siria, supportate dall’aviazione russa, hanno riportato il conflitto in favore delle forze di Damasco. L’emanazione degli Iraniani sono stati anche le milizie libanesi di Hezbollah, altamente addestrate e ben equipaggiate dagli Iraniani stessi. Infine Teheran ha inviato le forze Quds( la Brigata Gerusalemme ),battaglione per le “missioni” all’estero delle Guardie della Rivoluzione Iraniana, sotto il comando del Generale Qassem Suleimani, principale ufficiale di Teheran nella regione.

L’Iran in Siria punta a restare

Teheran ha più volte smentito le accuse di Israele e gli USA di aver iniziato a costruire basi militari iraniane nel sud ovest della Siria, sotto controllo del Regime, a pochi chilometri dalle alture del Golan, di fatto in grado di colpire Israele con i missili a media gittata.

Tra Novembre e inizio dicembre le forze aeree israeliane hanno effettuato raid contro presunte basi militari iraniane in fase di costruzione a sud della Capitale siriana.

Ma la guerra contro l’Isis, combattuta dalle truppe siriane e supportate da alleati sciiti coordinati da ufficiali dell’esercito iraniano. L’Impegno militare Iraniano ha impedito il collasso del regime di Damasco. Con l’assicurazione della permanenza di Assad in Siria, Teheran mira ad aprire il corridoio Teheran-Damasco.

Dal 20 dicembre scorso in Siria sono giunti veicoli militari iraniani dall’Iraq, aprendo la cosiddetta autostrada sciita Teheran-Baghdad-Damasco. Le segnalazioni sono giunte il 16 dicembre dalla cittadina di Al-Baaj, al confine siro-iracheno. Fonti militari irachene hanno riferito che i convogli trasportavano battaglioni delle truppe paramilitari delle Guardie della Rivoluzione e delle Forze di mobilitazione popolare. Inoltre dall’autostrada avevano iniziato ad affluire anche milizie sciite irachene.

L’autostrada Sciita: Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut

il Progetto iraniano punta a facilitare il trasporto dei miliziani sciiti alleati dell’Iran dall’Iraq alla Siria e per trasportare i rifornimenti bellici iraniani agli alleati di Hezbollah in Libano. L’Iran punta anche ad avere uno sbocco indiretto, in futuro, sulle sponde del Mediterraneo Orientale e per avere un ruolo nella ricostruzione della Siria post-bellica. La realizzazione della Mezzaluna sciita porterebbe forze militari iraniane al confine settentrionale con Israele e a pochi chilometri con le alture del Golan sorvegliate dall’esercito israeliano.

Le proteste in Iran: cambio di programma?

Le proteste scoppiate nel paese rischiano di ridimensionare i piani geopolitici di Teheran.

I manifestanti chiedono che Teheran ritiri le proprie forze dalla Siria, smetta di appoggiare le milizie di Hezbollah e ridisegni i propri piani geopolitici nella regione.

Difficile visto che gli alti funzionari del regime degli Ayatollah sognano questo progetto dal 2004 e sono ad un passo dal realizzarlo.

Noi e Gerusalemme

Di Luca Proietti Scorsoni

Su Gerusalemme percepisco affine una posizione radicale e, in quanto tale, collocata tra il visionario e l’utopico. Una prospettiva radicale non solo in quanto parossistica per i canoni consunti usati dalla consueta analisi geopolitica ma anche in virtù del fatto che fu un tale Pannella, l’anticlericale ed eretico Giacinto, ad avere l’intuizione seguente: lo stato di Israele all’interno dell’Unione Europea.

I motivi, a pensarci, vagano tra il lapalissiano e il concettualmente pregnante. E, non di meno, in un’avventura avvincente. Qualche settimana fa riuscì a condensarli ottimamente un poeta uso, come vuole l’indole di quest’arte, ad accarezzare l’essenziale. Lo spirito europeo, e ancor prima occidentale, si riflette nel nome delle seguenti città: Atene, Roma e Gerusalemme. La prima consentì di scoprire l’individuo, la seconda contribuì a creare il cittadino mentre la terza permise di rivelare la persona. Semplicemente.

Unaassidua frequentazione dell’ordinario mi suggerisce di essere alquanto pessimista su tale ipotesi. L’unica che avrebbe un senso non solo politico ma finanche culturale. Oltreché legato alle origini. Le nostre.

Però il problema è Libero

Di Luca Proietti Scorsoni.

Sembra sia passata sotto traccia una roba del genere. Una vignetta dove la satira s’è dissolta o è stata infarcita con un ripieno sostanzioso di volgarità, fate voi.

Si, certo: l’autore è un tale Mannelli e chiedo venia per l’uso dell’aggettivo indefinito ma la mia abissale – per quanto, in questo caso, beata – ignoranza mi pregiudica la conoscenza del caricaturista. Spero solo che almeno la battuta(?) non sia farina del suo sacco, altrimenti avrei seri dubbi sulla qualità della lavorazione eseguita dalla propria macina intellettuale.

Vedete, qui non si tratta di essere degli ottusi berlusconiani privi di qualunque senso dell’ironia. Anche perché, chi scrive, tiene nella sua libreria, tra i testi più seri, perfino qualche libello faceto dove sono snocciolate un bel po’ di storielle divertenti sul Cav. E si leggono che è un piacere, vorrei vedere. Di più: provo ad azzardare che verrebbero apprezzate finanche ad Arcore. Però, intendiamoci: li si ride, qui invece nemmeno si piange ma si rimane un bel po’ basiti. Per non dire sgomenti. Un maiale affibbiato “giusto per”, converrete, è un’offesa non da poco. Per meglio dire: la definizione consente di far affiorare un concentrato di odio, supponenza, noncuranza verso la sensibilità altrui e di schifo malcelato che dalle parti del Fatto, e non solo, è pietanza quotidiana. Verso Lui, verso me e nei confronti di molti di voi che state leggendo.

Eppure stamane non un’alzata di penna da parte di chicchessia: le vestali del giornalismo puritano, ad esempio, sempre pronte a fustigare le ” prime” di Libero per titoli impregnati di luoghi comuni e modi di dire popolari non hanno proferito verbo. Nulla. Come quella volta che il Manifesto diede del cane a Ratzinger. Come tutte le volte che Vauro ama sottolineare, con garbo sinistro, i difetti fisici delle sue vittime. E quindi dare del maiale al Cav è fisiologico. Tanto cosa volete che sia un porco. Tutt’al più potrebbe esserci il rischio di offendere i musulmani. Ma solo loro, figuriamoci.

Gran bucato di Toscana

Di Luca Proietti Scorsoni.

Poi uno, alla fine, la domanda se la pone, inevitabilmente. Perché la curiosità di sapere qual è effettivamente il lascito delle leopolde passate alla fine ti prende. Del resto si, d’accordo, la cura pressoché artigianale delle scenografie, poi quel tocco teatrale che impregna l’intero svolgimento del canovaccio renziano, mettiamoci pure la semantica, dai: accattivante quel che basta, apparentemente eretica ma di fatto occhieggiante ad un neoconformismo oscillante tra il pop style e il socialismo classico seppur rivisto da un leggero maquillage. Ecco, va bene tutto, per carità, però alla fine, ripeto: cosa rimane?

Da questi eventi che si collocano a metà tra l’avanspettacolo e le vecchie assemblee programmatiche si produce qualche idea capace di attecchire generando frutti concettualmente nutrienti? E, tanto per rimanere in ambito arboreo: un seme intellettuale fecondo, uno spunto, un guizzo, magari un’dea, che sia una, capace di innestarsi nella concretezza progettuale del PD è possibile rintracciarlo? A dirla tutta diviene difficile cogliere il senso dei ripetuti peana verso le molteplici esperienze liberal se poi alla lode blairiana ha fatto seguito solamente la mancia dei bonus e ai ricami retorici obamiani è sopraggiunto un disegno di riforma istituzionale, in cui la pervasività statuale nella società sembrava ispirarsi ad altri richiami democratici d’oltreoceano, qualcosa tipo la “great society” di Johnson o roba simile. Ma tant’è.

In sostanza la kermesse renziana, giunta ormai all’ennesima edizione, appare aver assimilato ogni singolo connotato del luogo che finora l’ha ospitata, dandole perfino il nome: in pratica si tratta di una visione di cambiamento dove, proprio come in una stazione ferroviaria dismessa, si rimane ad attendere un altro convoglio che mai passerà, alimentando nei passeggeri in attesa non solo ulteriori rimpianti, per non essere stati in grado di innestare del sano “newlabourismo” nella storia della sinistra italiana, ma anche continue illusioni per un futuro al fin fine costellato da sogni infranti. Il giglio magico voleva essere all’avanguardia dei tempi, invece era solo in ritardo con la storia. Un ritardo che non ha più saputo colmare.