Mafia nigeriana: è il momento di parlarne

Di Gabriele Figà

«Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali»

Informativa dell’ambasciata nigeriana a Roma, 2011

“Il radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”

Direzione Investigativa Antimafia, 2016

 

Mafia nigeriana: forse è il momento di parlarne?

La stampa italiana ha un rapporto ambiguo con la mafia nigeriana. Essa è un’entità che striscia, che viene citata nei servizi giornalistici senza mai essere approfondita. Si insinua nei trafiletti di cronaca nera, appare per un attimo in un pezzo di giornale, per poi scomparire. L’opinione pubblica sta appena cominciando a farsi un’idea su questa perniciosa organizzazione criminale che, tuttavia, non è proprio nata ieri:

Le forze dell’ordine imparano a conoscere la mafia nigeriana già nel gennaio 2007, quando con l’operazione Viola vengono arrestati 66 presunti appartenenti a questa organizzazione per delinquere di stampo mafioso, tra i cui crimini si annoverano traffico di esseri umani e narcotraffico in diversi Paesi del globo .

Nel 2009 poi, due tribunali italiani emettono sentenze di condanna per associazione mafiosa contro bande nigeriane. Nella civilissima Brescia. “Si avvalevano della forza di intimidazione del vincolo associativo, nonché della condizione di assoggettamento e di omertà che si sostanziava nell’osservanza delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione delle rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici con previsione di sanzioni anche corporali in caso di inosservanza, nella pretesa dagli affiliati del versamento obbligatorio e periodico di somme di denaro prestabilite per le finalità del gruppo locale e per le finalità della casa madre nigeriana”, scrive nel suo atto d’accusa il pm antimafia Paolo Savio, che nella sua inchiesta fa anche una scoperta raccapricciante: l’affiliazione alla famiglia mafiosa prevedeva un rito particolare: bere sangue umano, recitando formule magiche.

Ci ricapita tra i piedi questa strana mafia nigeriana nel 2010, sempre a nord, stavolta a Torino: 36 imputati condannati per associazione mafiosa.

E poi la incontriamo nuovo, a Palermo, quando il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia vengono accusati del reato di associazione mafiosa presunti membri di un’organizzazione criminale straniera.

Di casi ce ne sono altri, tanti, impossibile citarli tutti: li ritroviamo sparsi come briciole, piccole tracce semicancellate nella storia giudiziaria recente del nostro Paese.

L’ultimo caso di cronaca nera in cui si è evocata la mafia nigeriana ha fatto tristemente scalpore: è quello del brutale assassinio di Pamela Mastropietro, nel gennaio 2018.

Infine, di questa insolita mafia se n’è parlato pochi giorni fa, nel corso dell’operazione antimafia della Squadra Mobile di Torino, anche se sembra quasi passata in secondo piano, per cedere il posto all’alterco tra il Ministro Salvini e il Procuratore Spataro. Mentre il dibattito tra i due si infiamma, si ha quasi l’impressione che la mafia nigeriana sia un’organizzazione di second’ordine, qualcosa su cui non vale la pena che i media si soffermino a lungo.

Eppure, confrontandosi con rappresentanti delle istituzioni di sicurezza, ci si accorge che le forze dell’ordine in Italia sono preoccupate da quel cancro che è la mafia nigeriana, e la combattono non da ieri, non da un mese, bensì da qualche decennio.

Siamo onesti però e diciamolo subito: l’argomento della mafia nigeriana è ostico da affrontare. Già solamente prendere di petto il tema mafia nello Stivale in generale significa scoperchiare un vaso di Pandora, sollevare un velo di omertà.

E poi, il tema della mafia nigeriana solleva una questione ulteriore: esso si intreccia con le vicende migratorie, e così diventa ben comprensibile come questo sia un problema da trattare con le pinze per la politica. Meglio ancora, per alcuni, non trattarlo proprio. Impossibile non dire che i nigeriani in Italia sono i primi nelle richieste d’asilo: nel 2017 il 20%, nel 2016 il 22%. Eppure, nel 2017 l’asilo è stato concesso solo al 5% dei richiedenti, la protezione sussidiaria al 2%, il restante 93% si divide tra 20% di protezione umanitaria, ora ristretta dal Decreto Sicurezza, e un 73% di rifiutati/irreperibili. Parlare di mafia nigeriana quindi significa parlare, neanche troppo indirettamente di immigrazione illegale: è un canale attraverso cui i clan criminali reclutano numerose leve. È evidente che si va a sconfinare in questioni ideologiche che portano molti politici e buona parte dell’opinione pubblica a evitare l’argomento. Ma siamo sicuri che sia un bene non parlarne?

Non è che la criminalità organizzata nigeriana sia proprio roba da poco, eh. Certo, tra di loro si chiamano con soprannomi da ragazzetti che han letto troppi fumetti, tipo “Charlie Brown”, o “Dottor Prince”, e i vertici dell’organizzazione son detti “Capones”.  Robetta insomma, rispetto alla serietà della mafia nostrana . Dilettanti. I clan più potenti portano nomi tipo “Black Axe”, o “Vikings”, una roba a metà tra una serie di Netflix e il nickname di un tredicenne invasato che gioca a Call of Duty.

Eppure, le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e dei Servizi di informazione e sicurezza, quando puntano il dito sulla mafia nigeriana, non prendono la questione proprio alla leggera: al contrario, definiscono l’organizzazione come uno tra i più efficienti e pericolosi sistemi criminali a livello transnazionale (con cellule in Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Regno Unito, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile, Italia).

E non solo. Come i virus più difficili da eradicare, i clan mafiosi nigeriani presentano pure un’alta capacità adattativa a seconda dei contesti in cui si trovano a operare.

Va beh, dirà qualcuno, in fondo stiamo parlando di poveracci brutali e semianalfabeti: quanto potranno mai essere pericolosi?

Che dire… brutali lo sono sì, avvezzi all’uso del machete pure, ma bisogna aggiungere che per lo più si tratta individui con un elevato livello di istruzione, che conducono attività illecite in settori quali: il narcotraffico, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, la tratta di esseri umani, la prostituzione. Non proprio bassa manovalanza, insomma.

I proventi illeciti vengono generalmente trasferiti in Nigeria attraverso corrieri o canali di money-transfer e/o Hawala, ove vengono largamente utilizzati per finanziare altre attività illegali. Non mancano, tuttavia, casi di reimpiego degli utili sul territorio nazionale, prevalentemente in attività economiche (african-shop, phone center, internet point ecc.) funzionali alla copertura dei traffici di esseri umani e droghe.

 

Mafia nigeriana e mafia italiana: una bomba pronta a esplodere?

In Italia, la mafia nigeriana è radicata in Piemonte, Veneto e Campania, anche se negli ultimi anni ha esteso la propria presenza criminale in Marche, Abruzzo, Lazio, Sardegna e Sicilia: è quasi surreale leggere il Global Report on Trafficking in Persons 2014″ dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), che descrive come con l’operazione Cults, finirono in manette “membri di due gruppi (mafiosi nigeriani) che hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (periferia est, Tor Bella Monaca), affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.”

Uno si potrebbe chiedere: e le mafie nostrane che fanno? Mo’ questi immigrati vengono a rubare il lavoro pure a loro?

Per fortuna, a chiarire il rapporto tra mafie italiane e mafia nigeriana ci viene in aiuto l’Ufficio Studi del Senato della Repubblica Italiana, che ha redatto un esaustivo dossier sull’argomento. Leggiamo cosa scrive a proposito dei rapporti con Cosa nostra:

Gli inquirenti si sono posti una domanda: come è possibile che a Palermo un’organizzazione straniera gestisca un intero quartiere senza che i padrini, quelli che reggono gli storici mandamenti cittadini, abbiano nulla da ridire?

La spiegazione l’ha fornita il clan di Giovanni di Giacomo. Di Giacomo è un boss autorevole, un boss dal robusto curriculum criminale, ha esordito come nel gruppo di fuoco di Pippo Calò: oggi è detenuto all’ergastolo. Fuori dal carcere mantiene, però, ancora la sua influenza: al punto che riesce a far nominare il fratello Giuseppe reggente del clan di Porta Nuova. Un incarico che durerà poco, dato che il 12 marzo del 2014 Giuseppe di Giacomo verrà ucciso in pieno giorno nelle strade del quartiere Zisa. Aveva però già cominciato a muoversi da padrino, a dirigere il racket delle estorsioni, e a riferire ogni cosa al fratello detenuto, durante i colloqui intercettati in carcere. In uno di quei colloqui, Giovanni di Giacomo chiede informazioni su Ballarò, il quartiere storico nel centro della città. “Lì ci sono i turchi”, dice il fratello, e a Palermo da più di mezzo secolo quando qualcuno dice “i turchi”, si riferisce genericamente alle persone di colore. È per questo che Di Giacomo chiede delucidazioni: “Quali turchi?” “I nigeriani”, chiarisce il boss di Porta Nuova. “Ma sono rispettosi – aggiunge – mi vengono ad aspettare sotto casa per parlare, chiedere… e poi questi immagazzinano”. Una affermazione che, per gli inquirenti, spiega chiaramente come Cosa nostra a Palermo abbia dato il suo via libera alla presenza dei nigeriani di Black Axe sul territorio.

Quella spiegazione, “questi immagazzinano”, vuol dire praticamente che nei vicoli dimenticati di Ballarò i nigeriani “rispettosi” conservano enormi quantitativi di droga, con il beneplacito delle famiglie di Cosa nostra, ormai falcidiate dagli arresti e a corto di soldati fedeli per controllare ogni angolo della città. E così il ventre molle di Palermo è diventato oggi mandamento delle gang nigeriane, con tanto di benedizione degli eredi di Riina e Calò.

Sempre nel dossier del Centro Studi, leggiamo inoltre che il rapporto tra mafie non si risolve qui, ma anzi è in continua evoluzione. Secondo la DIA, appare assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti (per esempio nella vendita della droga), debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Viene infatti riportato esplicitamente in una relazione della Direzione Investigativa Antimafia (giugno 2017) che: “Gli altri gruppi di matrice etnica – si legge nel documento – operano tendenzialmente con il beneplacito delle mafie storiche, mentre in altre zone dimostrano una maggiore autonomia che sfocia in forme di collaborazione quasi alla pari”. Di conseguenza, la “tregua collaborativa” alla quale assistiamo ora in futuro verrà necessariamente scossa là dove i nigeriani si rafforzeranno o le cosche italiane indeboliranno.

 

Come combattere la mafia nigeriana?

Quando si affrontano le mafie, tutte le mafie, bisogna avere la consapevolezza che “la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste.”. Le mafie hanno paura di essere sbattute in prima pagina. Temono di essere inchiodate dall’opinione pubblica.

Le forze dell’ordine, la DIA, la Commissione antimafia, lottano già contro la mafia nigeriana da anni. La loro mano è forte, decisa. Quello che manca, dall’altra parte, è una decisa spinta della politica, che a lungo ha ignorato la questione per timore di sconfinare in un problema divisivo come quello dell’immigrazione illegale, che, come sottolinea il Generale Morabito del NATO Defense College, crea vulnus gravi alla sicurezza del Paese.

La politica, per cominciare dovrebbe agire proprio in sede alla Commissione antimafia, certificando che le mafie sono tante e in continua evoluzione: bisogna adattare le strategie. E poi dovrebbe parlarne.

La situazione attuale ci dice che la poca conoscenza della mafia nigeriana rispetto a altre mafie ha di fatto comportato un intervento inefficace da parte dello Stato, e ciò rischia di avere come effetto quello di sostituire una mafia con un’altra, invece di eradicarle tutte come dovrebbe essere.