Mese: novembre 2018

I conservatori inglesi caccino Theresa May

 Di Mirko Giordani

È raffica di dimissioni nel Cabinet della sfortunata Theresa May. Quattro ministri se ne sono andati e vanno a rafforzare l’ala della hard brexit capeggiata da Rees-Moog, eccentrico conservatore cattolico, e da Johnson, l’altrettanto eccentrico ex Sindaco di Londra.

Se non siamo alla fine politica di Theresa May, diciamo che poco ci manca. La Primo Ministro Inglese si è trovata a gestire la fase politica piú importante e delicata della storia postbellica del Regno Unito, e diciamo che non ha dimostrato ne il decisionismo ne il carisma di Winston Churchill o di Maggie Thatcher. Ci sono momenti in politica in cui bisogna prendere una decisione, non si può stare in mezzo al guado. Le questioni di “money” sono semplici da risolvere: la moneta è neutra e alla fine l’accordo si trova. Invece per le questioni squisitamente politiche serve coraggio e decisione, perchè tertium non datur.

I conservatori inglesi devono risolvere una questione affannosa, che è tutta politica: o guardano verso l’Europa, e ne discendono tutte le tecnicalità sugli accordi commerciali, oppure guardano al mondo, anche in questo caso discendono tutte le tecnicalità del caso. La May è rimasta in mezzo al guado, a parare a destra e a manca. Il porto di Londra ha visto due secoli la nascita della “Global Britain”: è ora che una nuova leadership conservatrice riprenda in mano quell’ideale e decida la strada da percorrere.

Midterm: un pareggio che suona come una vittoria per Trump

Di Andrea Asole.

Quasi sicuramente, da ieri mattina in molti avranno letto che i democratici hanno vinto le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. A conti fatti invece si tratta di un pareggio, pareggio che per tutta una serie di ragioni sa di vittoria per Donald Trump. Quali?

Tanto per iniziare, non c’è stata l’onda blu, i democratici vincono la Camera ma hanno una maggioranza di meno di 30 seggi: considerato che negli USA la fedeltà al partito manco sanno cosa sia, è tutto da vedersi se ci sarà una paralisi. I democratici hanno riconquistato alcuni distretti che due anni fa vinse Trump, era fisiologico che accadesse, tuttavia in alcune zone storicamente favorevoli loro i dem hanno invece faticato: si pensi al Connecticut, dove hanno vinto tutti i distretti ma han faticato in uno di essi e dove hanno faticato anche per il Governatore. Non è insomma una disfatta, e Donaldone ha un motivo in più per festeggiare: Nancy Pelosi tornerà speaker.

C’è poi un importante dato storico: quanti sono i precedenti in cui il partito del presidente in carica guadagna seggi al Senato in una midterm? Pochi, pochissimi, e Donald Trump rientra fra questi pochissimi. Inoltre, alcuni senatori repubblicani entranti sono molto più vicini al trumpismo di alcuni repubblicani uscenti. Allontanata la già remotissima possibilità di impeachment, chissà il signor Mueller come l’ha presa.

Per mascherare la “non vittoria” (quella dei democratici non può essere definita sconfitta), il circo mediatico americano sta ponendo l’accento su alcuni candidati democratici che hanno vinto e in particolare la ragazza di 29 anni che ha vinto in un distretto (ultrablindato) di New York come il prototipo della candidata ideale da contrapporre a Trump: si stanno mettendo in testa che radicalizzarsi è la chiave per battere The Donald. Diciamo che noi dall’Italia potremmo raccontar loro come finisce di solito in questi casi.

Infine, i democratici speravano in un qualche miracolo che li facesse vincere anche al Senato, in modo da poter quanto meno arrivare a votare l’impeachment (che non sarebbe passato lo stesso: serve la maggioranza dei 2/3, però sai il fastidio?). Adesso invece si ritroveranno a sperare che Ruth Ginsburg viva a lungo e non si sia stufata di tutto. Se la Ginsburg (ci) lasciasse, a Trump spetterebbe un’altra nomina per la Corte Suprema, e potrebbe significare una SCOTUS conservatrice per i prossimi 15-20 anni con tutto ciò che ne consegue. Chissà perché i commentatori fingono di non ponderare questa eventualità.

Se ciò non bastasse, tenete a mente che Clinton e Obama nel midterm hanno preso mazzate e perso (uno nel 1994, l’altro nel 2014) il controllo di tutte e due le camere con una emorragia di seggi. Trump ha invece piazzato tutti i candidati che ha pubblicamente endorsato. Mica male per uno sconfitto, no?

Un vero rinnovamento in Forza Italia?

Di Tommaso Cocci

La differenza tra la politica ed il tatticismo si sostanzia tutta nella presenza o nell’assenza di una forte idea di fondo.
In Forza Italia occorre che un gruppo di persone si prenda la responsabilità di decidere se il Governo Salvini – Di Maio sia un pericolo letale per l’Italia oppure che si debbano mettere da parte i veti pregiudiziali con l’Esecutivo e si rinsaldi il rapporto con la Lega.
Su questo nodo si contrappongono due visioni sul ruolo del partito azzurro nella scena politica.
Il Presidente della Liguria Giovanni Toti propende per una alleanza più salda con Matteo Salvini, nell’ottica di ricostruire un partito unico di centrodestra che promuova una politica di legge ed ordine e la discontinuità con questa Unione Europea. Di contro, un’altra ala del partito dà una lettura assolutamente negativa dell’attuale esperienza di Governo ritenendo assolutamente dannose le misure economiche ed irricevibile il livello di conflitto tenuto con le autorità di Bruxelles.

Nel mentre all’interno della maggioranza di Governo ci sono i primi mal di pancia sul Decreto Sicurezza di Salvini, perché alcuni deputati pentastellati ne criticano il testo e non vogliono votarlo. Al contempo gli stessi grillini devono fare il primo bagno nella realtà, dovendo dare il via libera al TAP e già alcuni attivisti si immaginano che questo sarà il preludio per l’autorizzazione alla realizzazione dell’altra velocità Torino-Lione. In più ci sono le incertezze nazionali ed internazionali sulla manovra economica che, nonostante l’ostentata sicurezza, costituiscono un bel grattacapo per i due vicepremier.

In un momento del genere, Forza Italia invece di avere un guizzo, per invertire la sua discesa tra l’elettorato italiano, decide di farsi l’ennesimo autogol.
Basta leggere la circolare che indice i nuovi congressi per accorgersene. Di primo acchito, l’iniziativa sembra aver la finalità di spalancare le porte del partito, ma basta approfondire per capire che è il vademecum di una classe dirigente chiusa a riccio, che si sente invitata a ballare per l’ultimo giro di valzer.
Tenuto conto che l’obiettivo azzurro dovrebbe essere quello di riacquistare base elettorale l’operazione dei congressi, per come è stata elaborata, oscilla tra l’inutile ed il deleterio per un triplice ordine di motivi.
Pima di tutto i congressi rinnoveranno soltanto gli organismi provinciale di Forza Italia. I vertici regionali e nazionali non saranno messi in alcuna discussione, tuttavia proprio questi sono i responsabili al 90% della desolante situazione attuale di Forza Italia. Poiché i coordinatori provinciali hanno contato poco o niente e comunque sono sempre stati diretta emanazione, a forza di nomine, degli organismi centrali. Nessuno crede al fatto che i nuovi coordinatori provinciali avranno voce in capitolo nella definizione delle liste per le europee e neppure per la scelta dei candidati sindaco delle amministrative. La scelta sarà sempre demandata agli intoccabili vertici regionali e nazionali.
In secondo luogo, la competizione sarà deleteria poiché si sfogheranno semplicemente attriti personali e locali. Poiché sullo sfondo non c’è nessun disegno più ampio, dato che i congressi non hanno conseguenze oltre al livello territoriale. Dunque si creeranno fratture inutili ed ulteriori perdite di consenso senza che questa sia compensata da nuovi elettori. In quanto nessuno, che fino al giorno prima non votava Forza Italia, si avvicinerà ad un partito che non modifica i suoi vertici.
Infine, la scadenza fissata per la chiusura del tesseramento è il 30 novembre. Non ci saranno i tempi tecnici per avviare un dibattito serio in cui coinvolgere delle nuove persone, bensì sarà la solita serie di congressi farlocchi dove parteciperà la stessa gente, ormai decimata, del crepuscolo azzurro.
A questo punto sorge il sospetto, parafrasando una vecchia pubblicità di orologi, che in Forza Italia sia stato coniato un nuovo motto “parliamo di tutto, ma non di politica”.
La storia del partito è nota, non è mai stato prodigo nel promuovere momenti di dibattito interno, tuttavia, dopo i risultati del Trentino-Alto Adige (2,82% a Trento e 1% a Bolzano) pareva scontato che si sarebbe aperta un’ampia e diffusa discussione. Invece no. La volontà rimane quella di non toccare i quadri dirigenti nazionali, senza rendersi conto di quanto siano consunte le loro figure nell’elettorato.
Dover stare all’opposizione rientra nella normalità della dinamica politica. Ma dal momento in cui un partito perde le elezioni, lo stesso non dovrebbe perseverare a destinare ruoli di primo piano solo a soggetti che per anni hanno ricoperto tutte le possibili ed immaginabili cariche di governo d’Italia e d’Europa. Questa non è una mera istanza giovanilista, bensì la logica conseguenza del fatto che quando i dirigenti attuali di Forza Italia vanno in televisione a criticare il Governo, l’elettore si domanda per quale motivo tutte le cose che vengono proposte da quei signori non sono state fatte nelle legislature precedenti. Se invece nei dibattiti e ad assumere le decisioni ci fosse qualcuno di nuovo forse ci sarebbe maggior credito da parte dell’opinione pubblica.
Forza Italia, da tempo, non ha una linea politica e la sua opposizione al governo appare spesso poco argomentata se non addirittura in contrasto con i sentimenti prevalenti nel popolo azzurro.
L’infausto esito elettorale in Trentino e il sorgere dei primi problemi nell’alleanza Lega-M5S potevano essere il viatico per un congresso veramente politico che confrontasse la posizione di coloro che vogliono rinsaldare l’asse con la Lega e coloro i quali vogliono un’opposizione dura al Governo.
Non sarebbe meglio vedere un confronto tra due mozioni congressuali nazionali per la leadership del partito invece di metterlo in liquidazione, facendo solo lo stretto indispensabile per prendere quella manciata di voti utile ad aggiudicarsi qualche seggio all’Europarlamento?
Un congresso che rinunci in partenza a parlare al Paese è l’ultima cosa di cui ci sarebbe bisogno per invertire la rotta.

Salvini, scarica Di Maio e facciamo questa TAV

Di Mirko Giordani (da Il Giornale).

Di Maio arriva in pompa magna in Piemonte, una regione una volta culla della migliore industria italiana ed oggi in fase declinante. Va ad incontrare 180 lavoratori della COMITAL, che sono senza stipendio da mesi, e 57 della HAG, che rischiano il posto di lavoro.

Tutto giusto: il compito del Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico e di mettere le mani nelle peggiori crisi industriali del paese, e tentare di farsi da mediatore tra le parti in causa. Il lavoro del ministro non è però solo quello di andare di crisi in crisi, di slogan in slogan, di diretta in diretta: Luigi Di Maio dovrebbe dare una prospettiva strategica al paese. Ma siccome sembra non rendersi conto di sedere sulla calda poltrona di ministro, Di Maio se ne va in giro come un leader dell’opposizione qualsiasi.

È di oggi (non di ieri) lo show in Consiglio Regionale a Torino dove praticamente il “capo politico” dei 5 Stelle mette la parola fine sulla Tav Torino – Lione. Con tanta pace della mefistofelica “analisi costi – benefici” che Toninelli propina ogni tre per due nei vari talk show. Ovviamente la scusa accampata dal capo politico è una di quelle più spumeggianti: spreco di soldi pubblici.
Ora gli analisti dei 5 Stelle ci dovranno spiegare come sarà possibile far crescere il paese senza investimenti del calibro di una linea di alta velocità.

Quale perverso ragionamento si arrovella nella testa del capo politico dei 5 Stelle per far bloccare un’opera strategica come la TAV? C’è sicuramente una dose di ideologia anti-sviluppista, ma anche una sanissima dose di “paraculismo”: Di Maio è favorevole all’alta velocità Napoli – Bari. Non sarà che spinge per fare investimenti giù a casa sua?

Ci rivolgiamo a Salvini ed alla Lega: fatevi sentire. Fate sentire la voce dei produttori di ricchezza. Fate sentire il rombo delle industrie che trainano il paese. Mettete Di Maio in condizione di nuocere il meno possibile. Per il nostro bene e per il bene dell’Italia.