“La vera tecnocrazia è quella che sta dalla parte dei cittadini”: intervista a Parag Khanna

Di Mirko Giordani (da Il Giornale  )

Parag Khanna e’ un viaggiatore globale, non vorrebbe mai fare politica attiva ma è uno dei maggiori esperti mondiali di globalizzazione. Non ama molto i cosiddetti populisti, e su questo ho provato ad incalzarlo. Ama la Svizzera e Singapore ed è profondamente convinto che in Italia non vi sia mai stato un vero e proprio governo tecnocratico. Sulla Brexit è sull’altra barricata rispetto a Farage e Johnson e, quando gli ho chiesto di indossare per un minuto i panni del leader politico ed immaginarsi in un villaggio inglese a fare campagna per il remain, si è divertito e ha dato la sua ricetta.

M: Non so se hai seguito gli ultimi accadimenti in Italia, ma sembra che la politica stia tornando sul terreno di gioco ed il concetto di nazione è tornato a farsi sentire. So che tu pensi che i futuri centri politici mondiali saranno le città globali. Pensi che con l’ondata del cosiddetto populismo le nazioni stiano tornando sulla scena oppure è l’ultima fiammata?

P: Stiamo parlando di tre cose nello stesso momento, quindi è importante affrontarle singolarmente, anche se sono profondamente interconnesse. La prima è la tecnocrazia contro la democrazia, la seconda è città contro nazioni e la terza è il concetto di nazione contro il villaggio globale. Queste sono tre cose differenti, e dobbiamo essere molto chiari nell’affrontarle una per volta. La prima di cui tu hai parlato è la tecnocrazia contro il populismo, ma bisogna dire che in Italia nessuna vera tecnocrazia ha mai vinto e governato il paese. La mia definizione di tecnocrazia è diversa, ed è molto più vicina ai bisogni di welfare dei cittadini. In Italia secondo me non sta avvenendo un conflitto tra tecnocrazia e populismo, ma possiamo dire che l’Italia è un esempio di fallimento della tecnocrazia. Non avete mai avuto dei veri e seri tecnocrati in Italia, e se l’Italia avesse permesso ai tecnocrati di prendere decisioni strategiche sul lungo periodo, il vostro paese si troverebbe in una situazione migliore. Mario Monti non è assolutamente un esempio da prendere. Il secondo punto è che i governi populisti falliscono, e secondo me anche questo governo in Italia fallirà. Comunque meglio sbagliare ed imparare dagli errori. Ora passiamo al concetto di città contro Stato. Il movimento d’indipendenza del Veneto, ad esempio, ha usato i miei lavori e le mappe da me elaborate per svolgere la loro campagna politica. Per questo il concetto di governo locale e di nazione sono sostanzialmente la stessa cosa.

M: Io ti parlo per esperienza personale, ho vissuto a Tel Aviv, ora vivo a Londra. Quando pensi all’High Tech israeliano non pensi direttamente a tutto lo stato, ma pensi alla conurbazione di Tel Aviv.

P: Non è corretto, perché nessuno di questi centri esisterebbe senza il contributo in capitale umano dell’esercito israeliano. Questo è un esempio di come lo stato nazione e le città non siano in competizione. Quando il Regno Unito ha votato per la Brexit e Londra contro, la nazione è andata contro gli interessi della sua città principale e questo è un esempio di scarsa coordinazione. Quando città e nazione non sono in armonia, è un fattore molto negativo per il benessere comune.

M: Le cose non sono semplici quindi. Secondo te non ha senso parlare di città contro stato o popolo contro élite, perché il mondo è troppo complesso per queste semplificazioni. Ovviamente immagino che sia molto difficile far passare questo discorso in una campagna elettorale, dove c’è bisogno di messaggi semplici e precisi. Mi piacerebbe tornare al tuo libro. Tu credi che un governo ​perfetto consisterebbe in un mix tra Singapore e Svizzera, la perfetta tecnocrazia e la perfetta democrazia. Uno stato cosi non sarebbe considerato troppo paternalista?

P: Non potrebbe essere considerato paternalista, perché c’è perfetta democrazia. Entrambi i sistemi, sia quello di Singapore che quello della Svizzera sono democratici. Quello che voglio dire è che c’è bisogno di un forte “civil service” che faccia da bilanciamento alle esigenze contraddittorie dei cittadini. Se hai ad esempio il 48% delle persone contro Brexit ed il 52% a favore, non vuol dire che la corretta risposta è Brexit. Hai bisogno di ulteriori consultazioni e negoziazioni.

M: E qui inizia la mia provocazione. Se tu dicessi questa cosa nel Regno Unito, dove Boris Johnson e Nigel Farage dicono che “Brexit means Brexit” in quanto i cittadini hanno votato e si sono espressi. Come risponderesti a Boris Johnson e Nigel Farage?

P: Il tuo punto è eccellente. Anche se Nigel Farage e Boris Johnson dicono che Brexit means Brexit, non sanno come portarla avanti. Nel Regno Unito, l’unico che saprebbe portare avanti la Brexit sarebbe Oliver Robins, il civil servant che dirige la Divisione Europea del civil service inglese. È lui che porta avanti le negoziazioni per portare a termine Brexit, non Boris Johnson o Nigel Farage. Il Financial Times ha descritto Robins come l’uomo che può distruggere o portarla a termine. Questo perché i politici eletti hanno preso delle decisioni e poi se ne sono completamente disinteressati. Non hanno autorità per implementare nuove decisioni, ed ora tocca ad un oscuro civil servant non eletto implementarle. Questa è una perfetta cartina tornasole del mio argomento.

M: Come spiegheresti questi concetti alle persone che hanno votato Brexit. Immagina di abbandonare i panni accademici e tecnocratici ed immagina di essere in una campagna elettorale tra la gente, come convinceresti un cittadino inglese a votare no alla Brexit?

P: Anche se fare politica non è il mio sogno, ho sempre pensato a cosa potrei dire durante una campagna elettorale. Innanzitutto, direi alle persone che fanno bene ad essere arrabbiate con la loro classe dirigente, che ha permesso lo sviluppo di grandi diseguaglianze e non ha portato una politica fiscale appropriata. Poi però direi loro che la colpa non è né di Bruxelles né della globalizzazione, ma che la colpa è dei politici a casa loro. Il Regno Unito è la quinta economia maggiormente integrata nei commerci internazionali, quindi la globalizzazione ha portato ricchezza nel Regno Unito. Gli interessi di Londra e gli interessi del paese dovrebbero essere maggiormente allineati. La City of London deve capire che la sua ricchezza dipende dalle varie contee inglesi ma anche le contee inglesi devono capire che dipendono dalla ricchezza di Londra. Direi poi che l’Europa è il principale investitore nel Regno Unito, e che l’Europa è il principale mercato per il Regno Unito e che quindi dipendono l’uno dall’altro. alla fine direi loro che le loro pretese per una migliore governance sono sacrosante ma che la risposta non è la Brexit.