Un nuovo Medioriente

Di Francesco Cirillo

La sconfitta militare dell’Isis non esclude una sua possibile rinascita, ma lo scacchiere mediorientale è definitivamente mutato con due principali schieramenti: uno sciita sotto la tutela di Teheran, rappresentato dall’Asse Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut, ed uno sunnita a guida Saudita. Quest’ultimo raccoglie anche gli interessi Israeliani circa la possibilità di proteggere il paese dalle continue minacce rappresentate dall’influenza iraniana e dai pasdaran dislocati in Siria.

L’ Asse Sciita: Solido ma con tensioni al suo interno

Denominato “Asse della Resistenza”, esso rappresenta la principale alleanza politico-militare sciita del nuovo Medio Oriente post-Isis. Sotto l’ala protettiva dell’Iran, che si prefigge l’obiettivo di esportare il modello di governo iraniano dell’Islam sciita duodecimano, mette sotto le insegne di questa alleanza, per convenienza politica, la Siria degli Assad, il governo sciita dell’Iraq e le milizie libanesi di Hezbollah, vero potere parastatale del Libano di Saad Hariri.
Ma l’agenda estera di Teheran non guarda solamente al suo intervento in Siria, ma appoggia, direttamente o indirettamente, gruppi armati filo-Teheran in Bahrein, nelle regioni orientali dell’Arabia Saudita e Hezbollah in Libano. Inoltre l’Iran supporta contemporaneamente le milizie Houthi in Yemen che combattono contro le forze della coalizione a guida saudita dal marzo del 2015. Ma questo ruolo di guida che l’Iran si è faticosamente guadagnato non lo esenta da critiche che arrivano anche dai suoi stessi alleati sciiti. Il principale attrito è la visione teocratica duodecimana che è parte integrante del sistema politico iraniano, ma che trova scettici tra i suoi stessi alleati politici della regione. Il clero sciita di Najaf respinge la dottrina revisionista iraniana, respinta anche dalle milizie di Hezbollah, visto che Hariri deve districarsi nel complesso sistema libanese per conservare anche l’appoggio dei sunniti libanesi, avversi all’influenza iraniana. Recentemente anche l’opinione pubblica di Teheran vede questo interventismo estero come un macigno che sta dilaniando le risorse statali della Repubblica Islamica, rendendo difficile una ripresa economica del paese. Per ora l’Iran ha deciso di archiviare la sua missione di esportare il modello iraniano, scelta difficile ma fondamentale per preservare l’unità dell’Alleanza sciita.

L’ Asse Sunnita: In pezzi già prima di costruirsi?

Se l’Asse della resistenza vuole rivoluzionare gli equilibri mediorientali, quello sunno-arabo, guidato dai Sauditi (supportato sottobanco da Tel Aviv), composto dal Regno saudita, dalla Giordania, dall’Egitto e da alcune monarchie del Golfo (escluso l’Oman), ha il compito di garantire la restaurazione dello status quo pre-2014 e di limitare l’espansionismo iraniano nella regione; con il sogno proibito di attuare un “change regime” a Teheran. Per limitare ed eliminare la rete diplomatica iraniana nello scacchiere mediorientale, molti paesi arabi stanno valutando di sacrificare sull’altare dello status quo la questione palestinese, per obbligare la sua classe dirigente ad accettare le proposte di pace provenienti sia dagli USA sia da Israele. Ma per alcuni analisti questo asse a guida saudita sembra essersi già sciolto, già prima di consolidarsi.
Dal giugno del 2017 Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, e Bahrein hanno interrotto qualsiasi relazione diplomatica con il Qatar, accusato di supportare Teheran e diversi gruppi terroristici di matrice islamica e gli stessi Fratelli Musulmani banditi dall’Egitto e repressi dai Sauditi. Per Washington questa azione ha determinato imbarazzo tra le file dell’establishment diplomatico statunitense.
Gli USA hanno nell’emirato di Doha la principale base militare del Medio Oriente. Per molti l’isolamento del Qatar, che non ha prodotto prove alle accuse lanciate da Riyad, rappresenta un complotto organizzato dal Principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman e dagli Emirati Arabi Uniti. Le tensioni sono anche interne all’Asse Sunnita. La dinastia Hashemita della Giordania ha un’avversione storica verso la dinastia saudita , aumentata di recente per la “non” presa di posizione nei confronti degli USA e sulla sua decisione di spostare l’Ambasciata americana a Gerusalemme.

La visione iraniana del Medio Oriente

Per Teheran il Medio Oriente rappresenta il principale scacchiere geopolitico in cui si concentra la sua agenda internazionale.
Il principale obiettivo degli Iraniani è contenere una penetrazione occidentale nei suoi affari interni ed estromettere l’influenza saudita dalla regione. Il dilemma di questa visione è legata alla tenuta economica del paese. Altro fardello per Teheran sono le risorse sia economiche sia militari che può schierare in breve tempo.
D’altro canto, la sua proiezione di potenza resta limitata visto che la sua spesa militare è inferiore rispetto ai suoi vicini del golfo persico, ed evita oltretutto di alzare la tensione nella regione, ​coordinando una azione diplomatica sufficientemente attenta per portare al compimento i suoi target nella regione. I vertici militari di Teheran sono consapevoli di ciò ma devono far fronte alla velocità con cui Hezbollah si sta rendendo indipendente rispetto a prima nei confronti degli Iraniani, che sin dalla sua costituzione è stato supportato, con consiglieri militari ed armi, dalla stessa Repubblica Islamica. La sfida principale per l’Iran, però, è la guerra civile yemenita. In Yemen si stanno scontrando gli interessi iraniani di supportare i ribelli Houthi con quelli di Riyad, che non è disposta che lo Yemen diventi un fantoccio filo-Teheran. La guerra civile in Yemen è il principale campo di battaglia della Proxy War, che si sta sviluppando nello scacchiere mediorientale tra Teheran e Riyad, in cui le due potenze regionali ambiscono ad assumere il ruolo di potenza egemone del Medio Oriente. Ma l’Iran ha legato le sue sorti alla guerra in Siria, dove le sue milizie, coordinate da consiglieri militari di Teheran, e i pasdaran combattono al fianco delle truppe di Assad. All’ inizio del conflitto siriano nel paese degli Assad erano presenti alti ufficiali militari e dell’intelligence e forze speciali della Brigata Al Quds. Mentre il conflitto si protraeva gli Iraniani hanno riorganizzato in toto la loro presenza militare nel paese. In seguito, una brigata aviotrasportata iraniana è stata dislocata a Damasco e i volontari provenienti dall’Iran, ex membri della Guardia Rivoluzionaria, sono stati inseriti nelle brigate dei Basij e delle IRGC (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) Fatehin e Saberin. Teheran ha coordinato l’arrivo del battaglione indo-pachistano Zaynabiyun e di quello afghano denominato Fatemiyun, rinforzati con combattenti volontari iraniani. Ma la visione strategica iraniana, in futuro, si scontrerà con quella russa che ha una diversa visione per quanto riguarda la gestione diplomatica e politico – militare dello scacchiere mediorientale.