Mese: ottobre 2018

Viva lo sviluppo, contro la decrescita felice

Di Mirko Giordani (da Il Giornale).

Ormai è chiaro a tutti che un conto è fare opposizione in piazza, un conto è prendere in mano le redini del paese.

Facile fare i no a tutto quando non si hanno responsabilità di governo. Facile aizzare i cittadini di Melendugno contro la TAP. Facile aizzare la Val Susa contro la TAV. Facile dire no alla pace fiscale.

Quando poi la realtà ti bussa alle porte, poiché nella stanza dei bottoni non c’è più l’avversario politico ma ci sei tu, allora lì sono guai.

Per anni hai fomentato i tuoi sostenitori raccontando palesi balle.

Hai detto che avresti stoppato infrastrutture dal valore miliardario e di interesse strategico per il sistema paese. Per anni hai riempito le piazze di slogan antisviluppisti ed antimoderni, soffiando sul fuoco dei gruppi NIMBY locali.

Ora, che ti sei reso conto che le imprese che fanno questi progetti non sono del tutto rimbambite, e che si sono assicurate contro il rischio di avere un partito politico che vuole mandare tutto a carte quarantotto, devi inventarti qualche sciocchezza che giustifichi il tuo dietrofront.

Barbara Lezzi, che fa i video su Facebook. Il buon Giuseppe Conte, che prova a parare il fondoschiena a Luigi Di Maio. E quest’ultimo, che si inventa di penali sul TAP inesistenti.

L’ideologia della decrescita felice, del “si stava meglio quando si stava peggio”, dell’odio verso le grandi infrastrutture strategiche, non può e non deve trovare casa nella settima potenza economica del mondo.

Comunque, grazie al Movimento. Grazie per averci permesso di consumare il prezioso e pulito gas dell’Azerbaijan.

“La vera tecnocrazia è quella che sta dalla parte dei cittadini”: intervista a Parag Khanna

Di Mirko Giordani (da Il Giornale  )

Parag Khanna e’ un viaggiatore globale, non vorrebbe mai fare politica attiva ma è uno dei maggiori esperti mondiali di globalizzazione. Non ama molto i cosiddetti populisti, e su questo ho provato ad incalzarlo. Ama la Svizzera e Singapore ed è profondamente convinto che in Italia non vi sia mai stato un vero e proprio governo tecnocratico. Sulla Brexit è sull’altra barricata rispetto a Farage e Johnson e, quando gli ho chiesto di indossare per un minuto i panni del leader politico ed immaginarsi in un villaggio inglese a fare campagna per il remain, si è divertito e ha dato la sua ricetta.

M: Non so se hai seguito gli ultimi accadimenti in Italia, ma sembra che la politica stia tornando sul terreno di gioco ed il concetto di nazione è tornato a farsi sentire. So che tu pensi che i futuri centri politici mondiali saranno le città globali. Pensi che con l’ondata del cosiddetto populismo le nazioni stiano tornando sulla scena oppure è l’ultima fiammata?

P: Stiamo parlando di tre cose nello stesso momento, quindi è importante affrontarle singolarmente, anche se sono profondamente interconnesse. La prima è la tecnocrazia contro la democrazia, la seconda è città contro nazioni e la terza è il concetto di nazione contro il villaggio globale. Queste sono tre cose differenti, e dobbiamo essere molto chiari nell’affrontarle una per volta. La prima di cui tu hai parlato è la tecnocrazia contro il populismo, ma bisogna dire che in Italia nessuna vera tecnocrazia ha mai vinto e governato il paese. La mia definizione di tecnocrazia è diversa, ed è molto più vicina ai bisogni di welfare dei cittadini. In Italia secondo me non sta avvenendo un conflitto tra tecnocrazia e populismo, ma possiamo dire che l’Italia è un esempio di fallimento della tecnocrazia. Non avete mai avuto dei veri e seri tecnocrati in Italia, e se l’Italia avesse permesso ai tecnocrati di prendere decisioni strategiche sul lungo periodo, il vostro paese si troverebbe in una situazione migliore. Mario Monti non è assolutamente un esempio da prendere. Il secondo punto è che i governi populisti falliscono, e secondo me anche questo governo in Italia fallirà. Comunque meglio sbagliare ed imparare dagli errori. Ora passiamo al concetto di città contro Stato. Il movimento d’indipendenza del Veneto, ad esempio, ha usato i miei lavori e le mappe da me elaborate per svolgere la loro campagna politica. Per questo il concetto di governo locale e di nazione sono sostanzialmente la stessa cosa.

M: Io ti parlo per esperienza personale, ho vissuto a Tel Aviv, ora vivo a Londra. Quando pensi all’High Tech israeliano non pensi direttamente a tutto lo stato, ma pensi alla conurbazione di Tel Aviv.

P: Non è corretto, perché nessuno di questi centri esisterebbe senza il contributo in capitale umano dell’esercito israeliano. Questo è un esempio di come lo stato nazione e le città non siano in competizione. Quando il Regno Unito ha votato per la Brexit e Londra contro, la nazione è andata contro gli interessi della sua città principale e questo è un esempio di scarsa coordinazione. Quando città e nazione non sono in armonia, è un fattore molto negativo per il benessere comune.

M: Le cose non sono semplici quindi. Secondo te non ha senso parlare di città contro stato o popolo contro élite, perché il mondo è troppo complesso per queste semplificazioni. Ovviamente immagino che sia molto difficile far passare questo discorso in una campagna elettorale, dove c’è bisogno di messaggi semplici e precisi. Mi piacerebbe tornare al tuo libro. Tu credi che un governo ​perfetto consisterebbe in un mix tra Singapore e Svizzera, la perfetta tecnocrazia e la perfetta democrazia. Uno stato cosi non sarebbe considerato troppo paternalista?

P: Non potrebbe essere considerato paternalista, perché c’è perfetta democrazia. Entrambi i sistemi, sia quello di Singapore che quello della Svizzera sono democratici. Quello che voglio dire è che c’è bisogno di un forte “civil service” che faccia da bilanciamento alle esigenze contraddittorie dei cittadini. Se hai ad esempio il 48% delle persone contro Brexit ed il 52% a favore, non vuol dire che la corretta risposta è Brexit. Hai bisogno di ulteriori consultazioni e negoziazioni.

M: E qui inizia la mia provocazione. Se tu dicessi questa cosa nel Regno Unito, dove Boris Johnson e Nigel Farage dicono che “Brexit means Brexit” in quanto i cittadini hanno votato e si sono espressi. Come risponderesti a Boris Johnson e Nigel Farage?

P: Il tuo punto è eccellente. Anche se Nigel Farage e Boris Johnson dicono che Brexit means Brexit, non sanno come portarla avanti. Nel Regno Unito, l’unico che saprebbe portare avanti la Brexit sarebbe Oliver Robins, il civil servant che dirige la Divisione Europea del civil service inglese. È lui che porta avanti le negoziazioni per portare a termine Brexit, non Boris Johnson o Nigel Farage. Il Financial Times ha descritto Robins come l’uomo che può distruggere o portarla a termine. Questo perché i politici eletti hanno preso delle decisioni e poi se ne sono completamente disinteressati. Non hanno autorità per implementare nuove decisioni, ed ora tocca ad un oscuro civil servant non eletto implementarle. Questa è una perfetta cartina tornasole del mio argomento.

M: Come spiegheresti questi concetti alle persone che hanno votato Brexit. Immagina di abbandonare i panni accademici e tecnocratici ed immagina di essere in una campagna elettorale tra la gente, come convinceresti un cittadino inglese a votare no alla Brexit?

P: Anche se fare politica non è il mio sogno, ho sempre pensato a cosa potrei dire durante una campagna elettorale. Innanzitutto, direi alle persone che fanno bene ad essere arrabbiate con la loro classe dirigente, che ha permesso lo sviluppo di grandi diseguaglianze e non ha portato una politica fiscale appropriata. Poi però direi loro che la colpa non è né di Bruxelles né della globalizzazione, ma che la colpa è dei politici a casa loro. Il Regno Unito è la quinta economia maggiormente integrata nei commerci internazionali, quindi la globalizzazione ha portato ricchezza nel Regno Unito. Gli interessi di Londra e gli interessi del paese dovrebbero essere maggiormente allineati. La City of London deve capire che la sua ricchezza dipende dalle varie contee inglesi ma anche le contee inglesi devono capire che dipendono dalla ricchezza di Londra. Direi poi che l’Europa è il principale investitore nel Regno Unito, e che l’Europa è il principale mercato per il Regno Unito e che quindi dipendono l’uno dall’altro. alla fine direi loro che le loro pretese per una migliore governance sono sacrosante ma che la risposta non è la Brexit.

Lettera di un forzista a Berlusconi

Di Luca Proietti Scorsoni

Caro Presidente,

cui prodest? Mi perdoni l’uso della citazione latina ma Lei è sicuro che la ripartenza di Forza Italia passi davvero per i congressi comunali e provinciali? Provo a tradurle il senso pratico di certi riti: tessere, accordi sotto banco e poco più. Tipo un tozzo di pane e qualche spilletta distribuita come le brioches di Maria Antonietta. D’accordo, si possono anche fare, non dico di no a prescindere, ma l’esempio deve partire dall’alto e qui, me lo lasci dire, Giovanni Toti ha ragione da vendere nel rivendicare congressi anche a livello regionale e nazionale.Il modello al quale relazionarsi deve sempre apparire il riferimento ideale altrimenti tutto il resto è fuffa e derivati. Ma, in generale, qui bisognerebbe andare oltre. Penso ad un confronto tra visioni ed idee differenti capace di mettere in luce orizzonti nuovi e prospettive inedite. Ma sopratutto c’è un disperato bisogno della sua lucida follia.

Forza Italia, al suo interno, ha vissuto un contrappasso niente male, ovvero: quello che era un partito liberale di massa, e quindi favorevole alla competizione e alla concorrenza, si è adagiato sugli allori grazie all’assistenzialismo elettorale. Vado diretto: Lei portava i voti e gli altri si dividevano le poltrone e le prebende senza attivarsi – idealmente e fattualmente – per rosicchiare un minimo di autonomia politica. Qui fanno ancora finta di non capire mentre Sorrentino ha spalmato il tutto per immagini, suoni e suggestioni su pellicola. Forza Italia deve inoculare qualche siero residuo dello spirito del ’94 e del 2008. Il che riporterebbe in auge l’irriverenza, l’eresia, la rivoluzione, l’immoderatismo e la facoltà di scagliarsi contro il politicamente corretto. Il Suo e nostro movimento deve ritornare a dissolvere l’ovvio, la consuetudine e il conformismo statocentrico.

Vede Presidente, a fronte di uno statalismo e di un capitalismo clientelare che sono le due facce di una stessa medaglia di cui il nostro Paese è ancora fortemente impregnato; a fronte di un welfare che deve essere riformato nel profondo, magari attingendo a piene mani dalla sussidiarietà e da quella filosofia sociale tipica del conservatorismo compassionevole elaborata in America dai neocon sin dagli anni ’50 – ’60; a fronte di una “gig economy” che qualche opportunità di produrre reddito, specie in periodi di magra, la fornisce; a fronte del problema dei salari bassi – del resto mangiare tocca mangiare – per cui hai voglia quanto si potrebbe fare in termini di taglio al cuneo fiscale e di defiscalizzazione legata alla produttività; insomma, a fronte di tutto ciò e di altro che non sto qui a dirLe per non tediarla ulteriormente, Le chiedo il favore di tornare quel che era e di portare nuovamente del caos vitale in Forza Italia.  Mi creda, anche nel 2018, possiamo essere ancora liberali, liberisti e libertari seppur adoperando nuovi linguaggi.
Cordialmente

Un nuovo Medioriente

Di Francesco Cirillo

La sconfitta militare dell’Isis non esclude una sua possibile rinascita, ma lo scacchiere mediorientale è definitivamente mutato con due principali schieramenti: uno sciita sotto la tutela di Teheran, rappresentato dall’Asse Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut, ed uno sunnita a guida Saudita. Quest’ultimo raccoglie anche gli interessi Israeliani circa la possibilità di proteggere il paese dalle continue minacce rappresentate dall’influenza iraniana e dai pasdaran dislocati in Siria.

L’ Asse Sciita: Solido ma con tensioni al suo interno

Denominato “Asse della Resistenza”, esso rappresenta la principale alleanza politico-militare sciita del nuovo Medio Oriente post-Isis. Sotto l’ala protettiva dell’Iran, che si prefigge l’obiettivo di esportare il modello di governo iraniano dell’Islam sciita duodecimano, mette sotto le insegne di questa alleanza, per convenienza politica, la Siria degli Assad, il governo sciita dell’Iraq e le milizie libanesi di Hezbollah, vero potere parastatale del Libano di Saad Hariri.
Ma l’agenda estera di Teheran non guarda solamente al suo intervento in Siria, ma appoggia, direttamente o indirettamente, gruppi armati filo-Teheran in Bahrein, nelle regioni orientali dell’Arabia Saudita e Hezbollah in Libano. Inoltre l’Iran supporta contemporaneamente le milizie Houthi in Yemen che combattono contro le forze della coalizione a guida saudita dal marzo del 2015. Ma questo ruolo di guida che l’Iran si è faticosamente guadagnato non lo esenta da critiche che arrivano anche dai suoi stessi alleati sciiti. Il principale attrito è la visione teocratica duodecimana che è parte integrante del sistema politico iraniano, ma che trova scettici tra i suoi stessi alleati politici della regione. Il clero sciita di Najaf respinge la dottrina revisionista iraniana, respinta anche dalle milizie di Hezbollah, visto che Hariri deve districarsi nel complesso sistema libanese per conservare anche l’appoggio dei sunniti libanesi, avversi all’influenza iraniana. Recentemente anche l’opinione pubblica di Teheran vede questo interventismo estero come un macigno che sta dilaniando le risorse statali della Repubblica Islamica, rendendo difficile una ripresa economica del paese. Per ora l’Iran ha deciso di archiviare la sua missione di esportare il modello iraniano, scelta difficile ma fondamentale per preservare l’unità dell’Alleanza sciita.

L’ Asse Sunnita: In pezzi già prima di costruirsi?

Se l’Asse della resistenza vuole rivoluzionare gli equilibri mediorientali, quello sunno-arabo, guidato dai Sauditi (supportato sottobanco da Tel Aviv), composto dal Regno saudita, dalla Giordania, dall’Egitto e da alcune monarchie del Golfo (escluso l’Oman), ha il compito di garantire la restaurazione dello status quo pre-2014 e di limitare l’espansionismo iraniano nella regione; con il sogno proibito di attuare un “change regime” a Teheran. Per limitare ed eliminare la rete diplomatica iraniana nello scacchiere mediorientale, molti paesi arabi stanno valutando di sacrificare sull’altare dello status quo la questione palestinese, per obbligare la sua classe dirigente ad accettare le proposte di pace provenienti sia dagli USA sia da Israele. Ma per alcuni analisti questo asse a guida saudita sembra essersi già sciolto, già prima di consolidarsi.
Dal giugno del 2017 Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, e Bahrein hanno interrotto qualsiasi relazione diplomatica con il Qatar, accusato di supportare Teheran e diversi gruppi terroristici di matrice islamica e gli stessi Fratelli Musulmani banditi dall’Egitto e repressi dai Sauditi. Per Washington questa azione ha determinato imbarazzo tra le file dell’establishment diplomatico statunitense.
Gli USA hanno nell’emirato di Doha la principale base militare del Medio Oriente. Per molti l’isolamento del Qatar, che non ha prodotto prove alle accuse lanciate da Riyad, rappresenta un complotto organizzato dal Principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman e dagli Emirati Arabi Uniti. Le tensioni sono anche interne all’Asse Sunnita. La dinastia Hashemita della Giordania ha un’avversione storica verso la dinastia saudita , aumentata di recente per la “non” presa di posizione nei confronti degli USA e sulla sua decisione di spostare l’Ambasciata americana a Gerusalemme.

La visione iraniana del Medio Oriente

Per Teheran il Medio Oriente rappresenta il principale scacchiere geopolitico in cui si concentra la sua agenda internazionale.
Il principale obiettivo degli Iraniani è contenere una penetrazione occidentale nei suoi affari interni ed estromettere l’influenza saudita dalla regione. Il dilemma di questa visione è legata alla tenuta economica del paese. Altro fardello per Teheran sono le risorse sia economiche sia militari che può schierare in breve tempo.
D’altro canto, la sua proiezione di potenza resta limitata visto che la sua spesa militare è inferiore rispetto ai suoi vicini del golfo persico, ed evita oltretutto di alzare la tensione nella regione, ​coordinando una azione diplomatica sufficientemente attenta per portare al compimento i suoi target nella regione. I vertici militari di Teheran sono consapevoli di ciò ma devono far fronte alla velocità con cui Hezbollah si sta rendendo indipendente rispetto a prima nei confronti degli Iraniani, che sin dalla sua costituzione è stato supportato, con consiglieri militari ed armi, dalla stessa Repubblica Islamica. La sfida principale per l’Iran, però, è la guerra civile yemenita. In Yemen si stanno scontrando gli interessi iraniani di supportare i ribelli Houthi con quelli di Riyad, che non è disposta che lo Yemen diventi un fantoccio filo-Teheran. La guerra civile in Yemen è il principale campo di battaglia della Proxy War, che si sta sviluppando nello scacchiere mediorientale tra Teheran e Riyad, in cui le due potenze regionali ambiscono ad assumere il ruolo di potenza egemone del Medio Oriente. Ma l’Iran ha legato le sue sorti alla guerra in Siria, dove le sue milizie, coordinate da consiglieri militari di Teheran, e i pasdaran combattono al fianco delle truppe di Assad. All’ inizio del conflitto siriano nel paese degli Assad erano presenti alti ufficiali militari e dell’intelligence e forze speciali della Brigata Al Quds. Mentre il conflitto si protraeva gli Iraniani hanno riorganizzato in toto la loro presenza militare nel paese. In seguito, una brigata aviotrasportata iraniana è stata dislocata a Damasco e i volontari provenienti dall’Iran, ex membri della Guardia Rivoluzionaria, sono stati inseriti nelle brigate dei Basij e delle IRGC (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) Fatehin e Saberin. Teheran ha coordinato l’arrivo del battaglione indo-pachistano Zaynabiyun e di quello afghano denominato Fatemiyun, rinforzati con combattenti volontari iraniani. Ma la visione strategica iraniana, in futuro, si scontrerà con quella russa che ha una diversa visione per quanto riguarda la gestione diplomatica e politico – militare dello scacchiere mediorientale.

L’America è tornata grande!

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Mentre in Italia perdiamo tempo a chiacchierare con il gioco delle tre carte di Di Maio, dall’altra parte dell’oceano succede qualcosa di straordinario. L’America torna al top delle nazioni competitive, persino davanti a paesi come Singapore, la Germania o la Svizzera. Gli Stati Uniti tornano ad essere primi in classifica dopo 10 anni, mentre l’Italia è ferma al 31esimo posto. Ecco forse invece di perdere tempo dietro i deliri del buon Luigi, bisognerebbe focalizzarsi su questi numeri impietosi.

Questa notizia e’ solo la punta dell’iceberg di una nazione, gli Stati Uniti d’America, che sta tornando prepotentemente a riprendersi il ruolo che le spetta: la leadership industriale, economica e commerciale del mondo. E tutto questo sotto un presidente; Donald J. Trump. Tutti gli intello’ liberal lo disegnavano come un pericoloso autarchico, fautore di un’America chiusa, debole ed impaurita. Come al solito, il salotto si sbagliava. Trump ha aperto a trattati di libero scambio con il Regno Unito, che si accinge a lasciare l’Europa. Reuters annuncia che l’amministrazione Trump sta studiando un pacchetto reaganiano per rimuovere le troppe “regulations” governative che impediscono un ulteriore poderoso sviluppo economico degli Stati Uniti.

Il gigante americano sta ripartendo, e l’Italia ha l’occasione di essere il miglior alleato per gli Stati Uniti. Tra Berlino e Washington, fossi in Giuseppe Conte prenderei l’aereo che va verso ovest.

Aeroporto di Firenze: l’importanza delle infrastrutture per lo sviluppo

Di Lorenzo Somigli

“Lo sviluppo adesso e non tra cinquant’anni”. Così disse Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di Commercio e animatore del Comitato Sì Aeroporto al Palaffari nel maggio scorso all’evento che raccolse larga parte dell’imprenditoria fiorentina, spaventata da un possibile abbandono del progetto. È cambiato molto da quel giorno. A livello nazionale e locale.

Forse per rivalsa verso Renzi, le scelte del neonato governo gialloverde, nel quale sembra, per quanto riguarda le grandi opere, prevalere la visione pauperista del Movimento, rischiano di compromettere quella che è un’infrastruttura decisiva per lo sviluppo non solo di Firenze ma di tutta la Toscana. Per l’imprenditoria di Firenze, per aree d’eccellenza come il Chianti, per la Toscana dei distretti produttivi (oro, marmo, cuoio e molti altri) pesantemente colpiti dalla crisi.

Il progetto dell’ampliamento è partito nel 2014 quando il Consiglio Regionale ha approvato il PIT (piano d’indirizzo territoriale) per la costruzione della nuova pista da 2.400 metri. Passano due anni e il TAR adito dai sindaci della Piana, da sempre fermamente contrari, lo boccia. Secondo le stime, l’ammodernamento porterebbe circa 2000 posti di lavoro senza calcolare i circa 8000 dell’indotto. Nel frattempo Toscana Aeroporti e il Comune di Firenze approvano un masterplan da 300 milioni. A settembre di questo anno al ministero delle Infrastrutture è iniziata la conferenza dei servizi (rinviata da Toninelli a novembre): si tratta della valutazione finale delle autorizzazioni, dei permessi e delle licenze urbanistiche inerenti al progetto. Inoltre pende un nuovo ricorso al TAR: i sindaci della Piana hanno impugnato la Valutazione di Impatto Ambientale.

Quella dell’ampliamento è una questione che non smette di alimentare dibattito e divisione a Firenze. Da una parte il Partito Democratico, Forza Italia e Fratelli d’Italia, dall’altra la galassia dell’estrema sinistra, M5S e pezzi consistenti della Lega ovvero i due attori del governo gialloverde. Lacera dall’interno gli stessi partiti, come successo di recente alla Lega. Susanna Ceccardi, sindaco di Cascina (provincia di Pisa) che dichiara: “In Toscana l’aeroporto strategico deve restare Pisa”. Poi rincara la dose Gianmarco Centinaio: Non si farà ha detto in un’intervista a Repubblica Firenze “Lo sviluppo non deve passare da un piano faraonico che non serve a nulla alla Toscana. Con molti meno soldi si potrebbe migliorare l’aeroporto di Firenze senza stravolgerlo. Di parere contrario il Sottosegretario Guglielmo Picchi, fiorentino che ha spinto per l’ampliamento. Per metterci una pezza è servito l’intervento del Ministro Salvini che ha dichiarato che sono ancora in corso valutazioni tecniche.

Altre valutazioni tecniche? Dopo tutti questi anni? Quando? Potenziare i collegamenti per Pisa? Con quali soldi? Quanto tempo ci vorrebbe per realizzare questa nuova grande opera?

Nel frattempo mentre i politici, con un occhio ai sondaggi, litigano, i cittadini si organizzano. Fatto singolare, anomalo verrebbe da dire, che si stiano mobilitando non contro ma per la pista. Mobilitarsi per e non contro: già questa è una novità degna di nota. Cittadini di Peretola, Brozzi, Quaracchi: cittadini sorvolati attualmente che avrebbero ristoro da un allungamento della pista. Le zone sorvolate infatti con l’ampliamento sarebbe drasticamente minori: meno sorvolati, meno rumore, meno danni alla salute. In aggiunta più lavoro. L’appuntamento è per giovedì 25 ottobre al Circolo S.M.S di Peretola. La Politica starà a sentire?

La “Manovra del Popolo” vista dalla City of London, chiacchierata con Raffaella Tenconi, economista

Di Mirko Giordani (da Il Giornale)

Gli spiriti della politica sono sempre al centro di questo blog, senza mai strizzare l’occhio a moderatismi di ogni sorta: si è sempre molto diretti e concisi. Oggi però arriva il momento di fermarsi a pensare e ragionare a mente fredda, sine ira et studio, sul DEF appena approvato. Ne ho parlato con Raffaella Tenconi, economista di base a Londra e CEO di ADA Economics. Un piccolo viaggio nella mente dei mercati e delle istituzioni finanziarie che, lontane dall’essere luoghi metafisici, sono in realtà fatti di uomini in carne ed ossa che investono e scommettono sulla solidità o meno dei paesi sovrani.

Mentre la vulgata comune ci dice che i mercati sono nel panico più assoluto, Raffaella ci da un quadro meno catastrofico e più razionale.

Ecco qua la nostra chiacchierata.

M: Dal mio punto di vista questa manovra ha riportato la politica al primo posto, facendo retrocedere i concetti di finanza e tecnocrazia. Chi la sta intervistando ha idee liberal conservatrici e di centrodestra. Secondo lei invece agli operatori finanziari ed agli investitori importa di questo ritorno della politica?

R: Il ritorno della politica è sicuramente importante, ed i mercati finanziari non sono particolarmente bravi a prezzare il rischio politico ne tanto meno l’impatto delle politiche pubbliche, perché di solito la capacità dei paesi di crescere si vede nel lungo periodo. Il rischio politico viene visto come fattore di incertezza.

Sicuramente l’aumento del disavanzo del deficit ha preso una parte del mercato in contropiede, ma neanche tanto perché se guarda da qui a dieci anni tra 3,1 e 3,3 non c’è troppa differenza. D’altra parte in primis viviamo in un mondo in cui c’è ancora il QE e poi non è una sorpresa che il disavanzo sia aumentato: è vero che rispetto allo 0,8% che era stato negoziato prima sembra un enorme aumento, però francamente non era credibile che si andasse allo 0,8% ne con questo governo ne con un altro. Il gioco era tra 1,7, 1,6 e 2,4. Il movimento a 2,4% è stato molto rapido ma non è sorprendente. Noi abbiamo dei modelli che facciamo per tutti i paesi che seguiamo e le dico tranquillamente che è da un anno che sull’Italia abbiamo 2,5% nelle previsioni. Noi vediamo la situazione nel mercato obbligazionario un po’ incerta però assolutamente non allarmante, mentre siamo molto preoccupati per quanto riguarda il mercato azionario.

M: I mercati sono spaventati, ma neanche troppo quindi. Volevo passare alla seconda domanda che è più politica e meno tecnica. Sembra che Di Maio abbia festeggiato alla grande, mentre Salvini ha un elettorato fatto di piccoli e medi imprenditori a cui presumibilmente non piace questa manovra. Lei come vede questa situazione?

R: E’ chiaro che i 5 Stelle hanno un elettorato molto forte nel centro sud, dove la promessa del reddito di cittadinanza era particolarmente importante. Credo che sicuramente il piccolo imprenditore sia un po’ intimorito dal reddito di cittadinanza, e non è sicuramente la mia misura preferita. Devo dire però che il reddito di cittadinanza ha un effetto moltiplicatore sulla spesa. Anche se il reddito di cittadinanza di cui parlavano i 5 Stelle qualche anno fa era una cosa, quello di ora è tutraffaella_2t’altra cosa. E’ di fatto un “unemployement benefit”o “minimun income” che in Italia non c’era. Non è una cosa dove posso prendermi 800 euro al mese e non fare nulla. E’ una misura che però si poteva concentrare su altre categorie, ed io personalmente l’avrei concentrata sulle famiglia e su politiche per la natalità, le cosiddette “maternity policies”.

In questo momento l’Italia ha possibilità di agire, perché ha dei dati strutturali e congiunturali sia interni che internazionali che rendono il paese più competitivo rispetto agli anni passati. C’è stato un aggiustamento dei bilanci ed un aumento della produttività che mancava prima. Da qui a dire che l’aggiustamento della crescita è sufficiente per essere sostenibile ce ne passa, però misure come la semplificazione del sistema fiscale possono dare una grande mano.

M: La commissione non ha reagito molto bene al DEF (ndr, l’intervista è stata effettuata prima della bocciatura) però io mi chiedo: questo è un momento in cui la commissione è politicamente molto debole, un momento in cui i populismi in Europa la stanno facendo da padroni, un momento in cui alle prossime europee i partiti populisti faranno il botto. La commissione dovrebbe essere più accondiscendente, oppure dovrebbe essere dura?

R: Secondo me dovrebbe essere più accondiscendente, perché ad essere duri in realtà aumenta solo la frizione tra i vari paesi. Il problema è che il malessere dell’elettorato europeo è un qualcosa che va avanti da molto, e devo dire che è un malessere giustificato. Il problema dei paletti fiscali a livello europeo sono che in realtà non fanno assolutamente quello che dovrebbero fare, sono troppo corti perché guardano sempre a tre anni. Un target che vuole sia la prudenza a breve termine sia supportare la crescita a lungo termine dovrebbe avere un orizzonte di almeno 5 o 10 anni. Alla fine l’elettorato europeo si è accorto che la politica fiscale europea è troppo “miope”.

Toscana: erosione di un modello?

Di Lorenzo Somigli

La Toscana non è più una Regione rossa. Massa Pisa e Siena hanno cambiato colore. 6 capoluoghi di provincia al Centrodestra, 2 al M5S e solo 3 al PD ma due andranno al voto il prossimo anno: questo in neanche un quinquennio. Cosa c’è dietro questo repentino collasso?

Non è solo antipolitica. Non è solo malessere generalizzato. Nella scomparsa di una delle regioni rosse hanno influito fattori di più ampio respiro. Alla base di questa trasformazione politica esistono ragioni sociali ed economiche. È cambiata la Toscana.

Dall’analisi dei dati emerge la fotografia di un fenomeno di impoverimento. In 10 anni si è eroso il tessuto sociale toscano: il reddito pro capite è calato da 20mila 500 a 18mila 700 euro; le famiglie in condizioni povertà erano circa 32 mila, sono salite a 53 mila; 615 mila persone vivono in condizione di vulnerabilità ovvero a rischio povertà ed esclusione sociale: circa 40 mila in più dal 2008.

Peggiora ulteriormente il quadro dal lato delle vertenze o delle crisi aziendali. Solo ultima in ordine di tempo la vertenza Bekaert di Figline Valdarno: gli oltre 300
operai sono appesi a un filo. Per restare nella provincia di Firenze negli anni si è perso il cotto smaltato della Brunelleschi a Le Sieci (frazione dal Comune di Pontassieve), il vetrocemento della Seves, buona parte delle aziende del cotto di Impruneta, senza dimenticare la storica
Richard Ginori di Sesto: know-how evaporato per sempre. Allargando lo sguardo negli anni sono entrati in crisi il settore del cuoio e della conceria, quello dell’oro aretino, quello del marmo a Carrara, l’acciaio e la cantieristica.
Le aziende coinvolte nel 43% dei casi avevano tra i 50 e i 250 addetti, nel 30% più di 50 e nel 27% fra i 16 e i 50 addetti. Una desertificazione industriale senza precedenti che ha marcate ripercussioni sociali. Non stupisce che gli operai ovverosia la classe sociale di riferimento da sempre per la Sinistra stiano cambiando le preferenze di voto dirottandosi a Destra: un fenomeno che i politologi chiamano lepenizzazione.

La Toscana specchio fedele della crisi che investe l’intero Centro Italia. Nella cerniera tra Nord e Sud il PIL cresce più lentamente (in questo bisogna tener conto anche dell’impatto del terremoto su alcune Regioni), ci si sposa di meno, la fecondità è più bassa, si fanno meno figli, alto l’indice di invecchiamento e più alta è l’età media della popolazione.

È difficile decretare di netto la fine di un modello. Soprattutto perché da questa non è ancora nato un nuovo modello. Di sicuro la crisi ha corrotto il tessuto produttivo e sociale della Toscana. E da
questo sfibramento possono giovarsene nuovi attori politici capaci di ascoltare chi negli anni ha visto sfibrarsi le proprie certezze.