Mese: giugno 2018

Non esiste un solo Mezzogiorno, ne esistono almeno tre (più uno)

Di Graziano Davoli

La narrazione che ha preso piedi all’indomani delle elezioni del 4 Marzo è ingannevole. Quella, per intenderci, che vedeva un Nord laborioso e produttivo colorato di azzurro (anche se il verde sarebbe stato più appropriato visto il trionfo della Lega) ed un Sud fannullone e lassista colorato di giallo.

E’ ingannevole non solo per una questione cromatica. Infatti se ci concentriamo sulla cartina che rappresenta i collegi uninominali per la Camera dei Deputati possiamo notare tre cose. La prima è che sopravvivono alcune piccole aree rosse in quelle che erano le roccaforti del centrosinistra in Toscana ed Emilia Romagna. La seconda è che nel Nord Italia sono presenti alcune piccole aree gialle (ad esempio in Liguria e Piemonte). La terza è che al Sud sono presenti alcune piccole aree azzurre (soprattutto in Campania e in Calabria). Le differenze, ovviamente, non sono solo cromatiche ma per quanto riguarda il Mezzogiorno sono anche socioeconomiche.

Pensare che il Sud sia un monolite è un errore, anche pensarlo del Nord è un errore infatti le differenze tra i diversi modelli economici e sociali che caratterizzano il nordovest e il nordest sono ben note. E’ fuorviante pensare che il Mezzogiorno sia uno solo. Esistono tre aree, dal punto di vista economico e sociale nel Meridione, anzi tre più una.

La questione meridionale è una questione annosa, che la nostra penisola porta con sé dalla sua nascita. Inoltre la frammentazione appena accennata contribuisce, insieme alla negligenza delle amministrazioni, a rendere la situazione nel Sud ancora più complicata. Non solo la presenza della malavita organizzata, la scarsità, l’arretratezza e l’inefficienza delle infrastrutture e la disoccupazione sono problematiche rilevanti per l’area, ma sono anche collegate tra di loro. Basti pensare come in quelle aree dove le infrastrutture sono più rilevanti e incidenti, la presenza della criminalità organizzata è più forte e rilevante. Anche per questa ragione quando si parla di grandi opere al Sud (la costruzione del ponte sullo stretto di Messina o la riqualificazione del porto di Gioia Tauro, che potrebbe giocare un ruolo fondamentale per l’influenza che l’Italia deve cercare di costruirsi sul Mediterraneo).

La prima area corrisponde alla cosiddetta spina dorsale del Meridione. Un’area che prende parte della Campania, attraversa la propaggine settentrionale della Basilicata, lambisce il sud est lucano e copre tutta la Puglia (tranne la zona di Foggia).Tra le città più importanti di questa fascia vi sono Napoli, Salerno, Melfi, Bari, Taranto e Brindisi.

Napoli è il fulcro di quest’area. L’antica capitale del Regno delle due Sicilie è infatti la città con la densità di popolazione più elevata nel Mezzogiorno e la terza in Italia (dopo Roma e Milano). La Campania deve la sua importanza strategica anche all’industria chimica e all’ingegneria dei materiali. Importanti sono anche le infrastrutture e le grandi opere, come le autostrade, basti pensare all’autostrada A3 Napoli – Salerno (che collega le due città campane proseguendo il percorso tracciato dall’Autostrada del Sole e l’autostrada A2 Salerno – Reggio Calabria (conosciuta anche come autostrada del Mediterraneo) o le reti ferroviarie basti pensare alla Ferrovia Tirrenica Meridionale. Inoltre i porti di Napoli e Salerno sono rispettivamente all’undicesimo e al quattordicesimo posto all’interno della classifica dei porti italiani per volumi movimentati.

Melfi invece deve la sua importanza alla manifattura pesante e all’industria. Essa infatti ospita uno degli stabilimenti Fiat più importanti d’Italia.

Fondamentale poi è la regione Puglia, caratterizzata da un’economia complessa e articolata su una grande varietà di settori (dall’agroalimentare al tessile, dal calzaturiero ai trasporti e al turismo, dalle bio e nanotecnologie alla meccanica, dall’elettronica all’ingegneria digitale) che hanno fatto conoscere la regione come la California d’Italia. Importanti sono anche le infrastrutture e le grandi opere. Basti pensare alla Ferrovia Adriatica (che collega Ancona a Lecce) e ai porti di Taranto e Brindisi (rispettivamente al decimo e al quindicesimo posto nella classifica dei porti italiani per volumi movimentati).

All’incidenza dell’economia e delle infrastrutture si accompagna un’intensa attività della criminalità organizzata, soprattutto di camorra e Sacra corona unita.

La seconda area comprende, in realtà, parte dell’Italia centrale (più precisamente il Lazio, esclusa Roma), la pendice meridionale campana e la pendice settentrionale dell’Abruzzo.

Quest’area si contraddistingue per un apparato industriale scarsamente rilevante, essendo la sua economia concentrata essenzialmente sul settore primario (agricoltura) e sul turismo. Pensiamo alla fascia nord occidentale abruzzese (in particolare alla città di Pescara) che affacciandosi sul mare gode di un forte turismo balneare o alla pendice sud della Campania, caratterizzata dalla presenza del Parco del Cilento. La dotazione infrastrutturale, seppur scarsamente rilevante, è comunque accettabile.

L’attività malavitosa rimane un fenomeno periferico.

La terza area comprende tutto il Molise, abbraccia la pendice meridionale abruzzese, la pendice settentrionale pugliese, tutta la Basilicata fatta eccezione delle zone di Melfi e Matera e tutta la Calabria. E’ un’area connotata da una scarsa rilevanza strategica, fatta eccezione per la Calabria data la presenza del porto di Gioia Tauro.

L’economia e la dotazione infrastrutturale sono scarse, di scarsa qualità e di scarsissima rilevanza. Un fattore che non ha permesso all’attività malavitosa di svilupparsi in modo rilevante. In questo fa, ovviamente, eccezione la Calabria, dove l’ndrangheta (organizzazione criminale più ricca in Italia e la quarta più ricca nel mondo) oltre ad essersi fortemente insediata nell’economia dell’Italia settentrionale e di molti paesi europei, è ancora fortemente radicata nel territorio d’origine.

Un caso ha parte è costituito dalle due regioni a statuto speciale, ovvero le isole, Sicilia e Sardegna. Queste due regioni sono penalizzate dalla loro insularità che le isola dal resto del paese. Le infrastrutture sono scarse ma di una certa rilevanza. Basti pensare al porto di Cagliari e il terzo porto più importante a livello nazionale, mentre i porti di Augusta e di Messina sono rispettivamente al sesto e al nono posto. La Sicilia poi si distingue per la sua densità abitativa, Palermo infatti è la quinta città italiana per densità di popolazione e per una sua posizione strategica nel contesto mediterraneo dovuta alle reti di gasdotti e cavi sottomarini che attraversano i suoi fondali. Tuttavia queste potenzialità sono soffocate dalla scarsità delle infrastrutture e dalla presenza invasiva della criminalità organizzata, nonostante Cosa Nostra sia stata progressivamente indebolita dallo stato a partire dagli anni novanta, ha lasciato un buco che ha riempito l’ndrangheta. La Sardegna presenta, invece, alcune eccezione rispetto al resto del Mezzogiorno, dovute anche alla sua passata appartenenza all’ex regno sabaudo. Innanzitutto non ha una forte attività criminale e non ha una mafia autoctona, l’anonima sarda oltre praticamente inattiva ha sempre avuto un’organizzazione, una gerarchia e una struttura molto rudimentali, che l’avvicinano più al banditismo che ad un’associazione di stampo mafioso. Essa è inoltre connotata da una forte diversificazione economica, da una forte identità territoriale e da un buon posizionamento in ambito istituzionale ed imprenditoriale.

Questa frammentazione, di cui queste aree individuate sono solo una minima parte, rappresenta un freno per la crescita del Mezzogiorno. Una realtà che, al contrario del Settentrione, esigerebbe una soluzione molto più centralistica. Tuttavia abbandonare il Meridione a sé stesso, significa rinunciare ad un posizionamento geopolitico e strategico fondamentale. Il Sud infatti è la nostra finestra sul Mar Mediterraneo, è il canale attraverso il quale il nostro paese può tornare a costruire un proprio bacino d’influenza e essere un interlocutore privilegiato per i paesi dell’Africa mediterranea.

Meno tasse per gli “sporchi” capitalisti. Spiegatelo a Verducci.

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

I punti del programma giallo-verde con i quali non sono d’accordo penso siano chiari: sul reddito di cittadinanza, per citare un esempio, ne ho scritto qui su Il Giornale. Sulle tasse e sulla Flat Tax proposta da Salvini e dal centrodestra sono invece completamente d’accordo: una misura liberale e liberista in un programma che vede troppo statalismo e pauperismo. Ovviamente il PD come ha iniziato la sua grandiosa opposizione al governo giallo-verde? Lo ha tacciato di neoliberismo, Dio ce ne scampi e liberi.

Il non troppo sveglio (politicamente, s’intende) Senator Verducci, uno cresciuto a pane e Frattocchie, ha paragonato Salvini alla Thatcher, a Reagan e Trump. L’accusa ovviamente è quella tipica che si rivolge al grande satana del neoliberismo: rubare ai poveri per dare ai ricchi.

Siccome prendiamo per assodato, o per lo meno lo speriamo, che il buon Verducci sappia chi siano stati Reagan e Thatcher e che abbia compreso, cosa non molto difficile, quel che hanno fatto i due leader sopra menzionati, è il tempo di dare la nostra interpretazione dei fatti. E’ forse troppo complicato per il Senatore Dem capire che abbassare le tasse agli sporchi e odiosi capitalisti sia un toccasana per l’economia? Investimenti, assunzioni, crescita economica, più soldi alle famiglie della classe media. Cose molto semplici ed intuitive, ma che forse non vengono insegnate in un partito che disdegna il lavoro e vive arrocato nella torre d’avorio.

La terapia politica che consigliamo a Verducci è semplice: lettura dei classici del pensiero liberale, cominciare dai fondamentali come Hayek per arrivare fino a Laffer. In qualche giorno forse ce la farà.