Per un sovranismo liberale

Di Luca Proietti Scorsoni

Sovranismo liberale. Magari è un ossimoro, una sorta di ircocervo semantico contrassegnato da concetti incompatibili tra di loro. Però è anche una scommessa avvincente che val la pena affrontare non solo per uscire dall”angolo nel quale siamo stati relegati noi individualisti ma pure per imbastire una ripartenza vigorosa. In termini politici e non solo. Declinare il sovranismo in un’ottica liberale vuol dire senza dubbio proteggere gli interessi del proprio Paese senza per questo doversi per forza chiudere al mondo tramite barriere doganali, dazi o strabismi di sorta applicati al principio di reciprocità. A fronte di ciò poi non sta scritto da nessuna parte che la sovranità è più accentuata laddove è maggiore la spesa pubblica. Specie se poi quest’ultima viene realizzata in deficit. Del resto aumentare ulteriormente un debito pubblico già di per se abnorme – e per giunta prevalentemente in mano a banche, assicurazioni e fondi di investimento con passaporto estero – non vuol dir altro che porgere al cappio il proprio collo. Per difendere le istanze primarie di un Paese non serve uno Stato grande ma un grande Stato, non serve cioè una dimensione statuale mastodontica, oltre che una articolazione dello stessa altamente pervasiva, bensì un centro di potere che si articoli in poche ma qualificate prerogative. Uno Stato che non erigga alte mura protettive alle proprie imprese per salvaguardarle dalla concorrenza estera ma, al contrario, un sistema istituzionale in grado di generare un ecosistema fiscale, logistico, infrastrutturale e trasportistico che possa rendere più agevole l’operato di un tessuto imprenditoriale sano e produttivo. Uno Stato che invece di fare la guerra pregiudiziale contro qualunque multinazionale imposti una politica attrattiva per potenziali investitori esteri. Uno Stato che non si arroghi il diritto di dettare i tempi all’esistenza di coloro che considera come suoi sudditi ma che, al contrario, riduca il proprio perimetro d’azione lasciando in tal modo spazio all’iniziativa privata, ai corpi sociali intermedi e quindi dando corpo al concetto di sussidiarietà. Uno Stato che non veda l’Europa esclusivamente come un Leviatano – ovvero una proiezione di se stesso su scala continentale – ma un’opportunità mediante la quale porre in risalto i punti di forza del Paese che rappresenta: per competere commercialmente con gli altri e assieme agli altri in un mercato unico, per porre in sinergia i molteplici sistemi energetici, per volgere lo sguardo verso un unico orizzonte diplomatico e militare. Essere sovranisti, e quindi ritagliarsi perfino il ruolo di custodi di una certo profilo identitario implica riconoscere che alcune coordinate culturali sono similari a quelle degli altri paesi europei. La sovranità, a rigor di logica, richiama un potere da esercitare su un territorio di propria appartenenza. Ergo: sulla falsa riga di un proprietà privata declinata su larga scala. Questo per dire che il sovranismo nasce da un legame forte tra il proprietario e i suoi beni, un legame addirittura di origine ancestrale che trascende la dimensione istituzionale. E chi meglio del singolo sa come esercitare la sovranità – tradotto: la valorizzazione, la tutela, la promozione, la salvaguardia, la rigenerazione – nei confronti di quanto gli è proprio? Ecco, un ragionamento parossistico quanto vogliamo ma necessario per diradare un po’ di retorica consunta e ricondurre questo tema all’essenziale. Chissà, un sovranismo così delineato potrebbe addirittura prefigurare una forma embrionale di fusionismo italiano. Di fatto è un modo di contrastare una certa deriva finanche identitaria che al momento ci vede soccombenti, non foss’altro per quella malsana abitudine di avvolgere con la vacua idea di moderatismo qualunque cosa orbiti attorno alla nostra galassia valoriale.