Lobby è democrazia

Di Gabriele Figà

Chi è il lobbista?

L’azione di lobbying consiste nell’influenzare il decisore pubblico: essa viene di solito svolta nel corso di un processo legislativo. Tutti i tipi di gruppi che assumono lobbisti –corporazioni, compagnie private, ONG e think tanks, cercano di persuadere il policy maker a far passare leggi che favoriscano le loro preferenze. Per far ciò assumono e formano persone altamente qualificate: i lobbisti. Essi sono professionisti che rappresentano non solo dirigenti aziendali, ma anche lavoratori, sindacati associazioni di categoria, organizzazioni non profit, organizzazioni religiose e istituzioni accademiche. Al meglio delle loro competenze, i lobbisti sono specialisti che lavorano duramente per comprendere gli interessi dei loro clienti e usano la loro conoscenza del processo legislativo per istruire efficacemente i decisori chiave circa l’impatto delle loro decisioni.

Il lobbismo non è né giusto né sbagliato: è inevitabile.

In questo articolo non ci interessa entrare in un terreno scivoloso, tentando di definire l’azione di lobbying da un punto di vista etico. Abbiamo però una certezza: il lobbismo è inevitabile, connaturato all’azione politica umana. L’unico modo per eliminare lobbismo e interessi speciali è eliminare l’organo legislativo, e con esso la democrazia: più potente diventa il decisore pubblico, più i cittadini saranno incentivati a portare avanti azioni di lobbying.

Inoltre, nella sua essenza, il lobbismo è una parte vitale della democrazia occidentale. La lobby è un modo per garantire che le lamentele siano ascoltate e, idealmente, risolte.

Perché nel bene e nel male, le leggi e i processi legislativi sono complessi. Possono essere davvero travolgenti per singoli cittadini o titolari di aziende. Pertanto è necessario riunirsi in coalizioni e rivolgersi a professionisti, i lobbisti, per portare davanti al decisore pubblico le proprie preferenze durante il processo di creazione o emendamento di una legge. I lobbisti comprendono il processo legislativo sia dal punto di vista interno che esterno. Fungono da collegamento tra il pubblico e i decisori pubblici, aiutando i decisori pubblici a comprendere questioni di cui altrimenti non potrebbero sapere molto. I lobbisti sono collegati a membri delle istituzioni, dirigenti d’impresa e politici, di modo da poter sfruttare canali di comunicazione generalmente lontani da cittadini che nella vita hanno altre occupazioni.

Lobbying: sfatiamo qualche pregiudizio

È frequente sentir dire che il lobbismo è antidemocratico perché vanifica “la volontà della gente”. È vero il contrario: il lobbismo è espressione di democrazia.

Viviamo in apparati statali e sovrastatali sostanziati da una diversità di interessi specifici, e l’interesse particolare di una persona è sovente il lavoro o la crociata morale di un’altra. Se le persone non potessero organizzarsi per influenzare il governo – per mettergli la museruola o modellare i suoi poteri – allora la democrazia sarebbe morta. La “volontà del popolo” è raramente osservabile, perché le persone non sono d’accordo tra loro, sono mal coordinate e hanno desideri inconsistenti. Certo, il bene pubblico dovrebbe sempre trionfare, ma ciò che rappresenta il bene pubblico è generalmente discutibile. L’idea che la realizzazione di scelte democratiche debba avvenire in un vuoto, delegato a un’ élite politica onnisciente, è profondamente antidemocratica. Non dovremmo forse considerare come il bene pubblico si componga delle preferenze aggregate dei singoli cittadini, e che in tal senso sia naturale che essi si coalizzino per far sentire la propria voce di fronte alla politica? I lobbisti affollano il dibattito garantendo una base di supporto cittadino alla formazione di una legge.

 

Un’altra idea alquanto diffusa, sebbene errata, è che il lobbismo favorisca i ricchi, comprese le società, perché solo loro possono permettersi il suo costo: ma davvero il lobbismo esiste solo a vantaggio degli interessi speciali e delle industrie e delle imprese più danarose? Il decisore pubblico favorisce i ricchi e ignora i poveri e la classe media?

I fatti contraddicono questa idea. Prendiamo un esempio tutto europeo. Dal report del 2015 del Directorate General for Internal Policies del Parlamento Europeo, in un grafico che trae i suoi dati dal Registro di Trasparenza, emerge come oltre alle trade and business companies (i cosiddetti In-House groups) che coprono comunque più del 50 % del totale delle organizzazioni e persone accreditate presso l’UE, anche altri gruppi di interesse abbiano capacità di accesso presso il Parlamento europeo. Abbiamo quindi le ONG al 23%; tuttavia, secondo lo stesso report, le ONG hanno più uffici centrali a Bruxelles (54%) rispetto alle business companies (37%). Particolarmente rilevanti sono poi le agenzie di consulenza professionale, rispettivamente al 14 e al 18%.

Non si può negare che le grandi aziende abbiano tasche molto più profonde di piccole e medie imprese, organizzazioni non profit e organizzazioni benefiche, le quali nondimeno hanno accesso e influenza presso le istituzioni. Eppure, non ci si faccia l’idea sbagliata di una contrapposizione netta tra grandi imprese e organizzazioni non profit! Come insegna Heike Klüver  nel suo “Lobbying in the European Union: Interest Groups, Lobbying Coalitions, and Policy Change”, l’azione lobbistica si fa in coalizione, e le coalizioni sono composte da attori di natura disomogenea, che variano a seconda del dibattito all’ordine del giorno, mettendo insieme e contro al contempo business groups, organizzazioni non profit, think tanks, agenzie di consulenza etc. Si verifica così un bilanciamento.

 

Un esempio concreto? La policy proposal della Commissione Europea concernente l’emissione di CO2 delle automobili a 120g/km nel 2012: le imprese automobilistiche che più avevano investito in energie rinnovabili si sono coalizzate con le ONG ambientali, e hanno visto premiate le loro preferenze. Per quale ragione? Alla stretta del conto, ha più probabilità di vincere la coalizione che esprima il supporto del maggior numero di cittadini, non quella che possiede maggiori risorse in termini economici. Dopotutto, in una vera democrazia, ognuno ha una voce.

L’ultimo mito da sfatare è quello per cui il lobbismo consiste principalmente nell’accesso privilegiato a legislatori cardine o membri dello staff delle istituzioni e che i contributi elettorali acquistino tale accesso.Certo, succede, ma non è la cosa più importante .

“Il lobbismo è molto più sostanziale ed esagerato rispetto alla sua brutta caricatura: i lobbisti principalmente corteggiano i legislatori con fatti concreti”, ha scritto Jeffrey H. Birnbaum, un giornalista esperto di lobby, nel Washington Post. Se i legislatori “vedono il merito in una posizione e c’è una protesta pubblica a suo favore, tenderanno a preferire tale posizione.“ Di esempi ve ne sono plurimi: tanto per citarne uno, consideriamo il policy debate che si è sviluppato a partire dallla proposta di legge della Commissione Europea sulla tassazione del tabacco; le due coalizioni che si fronteggiavano erano composte da un lato da ONG a interesse sanitario e gruppi professionali di medici, mentre dall’altro c’era l’industria del tabacco. La direttiva finale, è stata in linea gli obiettivi della coalizione sanitaria. Ciò, perché la coalizione delle industrie del tabacco aveva chiaramente maggiore potere economico, ma deficitava di supporto da parte dei cittadini. La coalizione della sanità rappresentava il 75% dei cittadini coinvolti in quel dibattito.

In fin dei conti, il lobbismo è una forma di marketing moderno: cercare di trasformare il ristretto interesse di un gruppo in qualcosa che viene percepito, a torto o a ragione, come al servizio di un ampio “interesse pubblico”. Come ha scritto Robert j. Samuelson, giornalista del Washington Post, in una democrazia, ciò che veramente importa sono le principali politiche che determinano le dimensioni e la direzione generale del governo. Il lobbismo garantisce un solido dibattito su questi temi, e che il risultato piaccia o meno, è la democrazia in azione.