Mese: maggio 2018

Per un sovranismo liberale

Di Luca Proietti Scorsoni

Sovranismo liberale. Magari è un ossimoro, una sorta di ircocervo semantico contrassegnato da concetti incompatibili tra di loro. Però è anche una scommessa avvincente che val la pena affrontare non solo per uscire dall”angolo nel quale siamo stati relegati noi individualisti ma pure per imbastire una ripartenza vigorosa. In termini politici e non solo. Declinare il sovranismo in un’ottica liberale vuol dire senza dubbio proteggere gli interessi del proprio Paese senza per questo doversi per forza chiudere al mondo tramite barriere doganali, dazi o strabismi di sorta applicati al principio di reciprocità. A fronte di ciò poi non sta scritto da nessuna parte che la sovranità è più accentuata laddove è maggiore la spesa pubblica. Specie se poi quest’ultima viene realizzata in deficit. Del resto aumentare ulteriormente un debito pubblico già di per se abnorme – e per giunta prevalentemente in mano a banche, assicurazioni e fondi di investimento con passaporto estero – non vuol dir altro che porgere al cappio il proprio collo. Per difendere le istanze primarie di un Paese non serve uno Stato grande ma un grande Stato, non serve cioè una dimensione statuale mastodontica, oltre che una articolazione dello stessa altamente pervasiva, bensì un centro di potere che si articoli in poche ma qualificate prerogative. Uno Stato che non erigga alte mura protettive alle proprie imprese per salvaguardarle dalla concorrenza estera ma, al contrario, un sistema istituzionale in grado di generare un ecosistema fiscale, logistico, infrastrutturale e trasportistico che possa rendere più agevole l’operato di un tessuto imprenditoriale sano e produttivo. Uno Stato che invece di fare la guerra pregiudiziale contro qualunque multinazionale imposti una politica attrattiva per potenziali investitori esteri. Uno Stato che non si arroghi il diritto di dettare i tempi all’esistenza di coloro che considera come suoi sudditi ma che, al contrario, riduca il proprio perimetro d’azione lasciando in tal modo spazio all’iniziativa privata, ai corpi sociali intermedi e quindi dando corpo al concetto di sussidiarietà. Uno Stato che non veda l’Europa esclusivamente come un Leviatano – ovvero una proiezione di se stesso su scala continentale – ma un’opportunità mediante la quale porre in risalto i punti di forza del Paese che rappresenta: per competere commercialmente con gli altri e assieme agli altri in un mercato unico, per porre in sinergia i molteplici sistemi energetici, per volgere lo sguardo verso un unico orizzonte diplomatico e militare. Essere sovranisti, e quindi ritagliarsi perfino il ruolo di custodi di una certo profilo identitario implica riconoscere che alcune coordinate culturali sono similari a quelle degli altri paesi europei. La sovranità, a rigor di logica, richiama un potere da esercitare su un territorio di propria appartenenza. Ergo: sulla falsa riga di un proprietà privata declinata su larga scala. Questo per dire che il sovranismo nasce da un legame forte tra il proprietario e i suoi beni, un legame addirittura di origine ancestrale che trascende la dimensione istituzionale. E chi meglio del singolo sa come esercitare la sovranità – tradotto: la valorizzazione, la tutela, la promozione, la salvaguardia, la rigenerazione – nei confronti di quanto gli è proprio? Ecco, un ragionamento parossistico quanto vogliamo ma necessario per diradare un po’ di retorica consunta e ricondurre questo tema all’essenziale. Chissà, un sovranismo così delineato potrebbe addirittura prefigurare una forma embrionale di fusionismo italiano. Di fatto è un modo di contrastare una certa deriva finanche identitaria che al momento ci vede soccombenti, non foss’altro per quella malsana abitudine di avvolgere con la vacua idea di moderatismo qualunque cosa orbiti attorno alla nostra galassia valoriale.

Matteo, stacca la spina ai pentastellati!

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Diciamo che parlare con i pentastellati non deve essere facile, soprattutto se devi farci un governo. E siccome le comiche dei “leader” 5 Stelle non sono mai troppe, ecco che spunta anche Rousseau. Come se non bastassero gli aborti filosofici e le nefandezze che il pensiero di Rousseau ha partorito, entra in gioco anche nella formazione del futuro governo italiano. Un partito di centrodestra che mette in un programma di governo un abominio come il reddito di cittadinanza, deve aspettarsi le barricate sia dentro che fuori dal partito. Se Salvini alla fine dicesse si a queste schifezze, entrerei in Lega solo per difendere con le unghie e con i denti il po’ di liberalismo che aveva il centrodestra pre-4 Marzo.

Al di la delle provocazioni, Salvini dovrebbe staccare la spina a questo spettacolo indecente. Pensi ai giovani, pensi a chi vuole investire, pensi ad una generazione che sta vedendo questo paese affondare sotto i colpi di uno Stato asfissiante e ladro. Lo ripeteremo fino alla morte, la ricetta non è quella di quel pastrocchio di “programma” di governo, ma quella limpidamente liberale (se liberale vuol dire ancora qualcosa): meno tasse, meno tasse, meno tasse.

Sappi aspettare Matteo, non bruciare il capitale politico del centrodestra. Perchè anche se la coalizione non è di quelle perfette, anzi, è l’unica su cui vale la pena puntare. Butta via Di Maio e ti ringrazieremo.

Lobby è democrazia

Di Gabriele Figà

Chi è il lobbista?

L’azione di lobbying consiste nell’influenzare il decisore pubblico: essa viene di solito svolta nel corso di un processo legislativo. Tutti i tipi di gruppi che assumono lobbisti –corporazioni, compagnie private, ONG e think tanks, cercano di persuadere il policy maker a far passare leggi che favoriscano le loro preferenze. Per far ciò assumono e formano persone altamente qualificate: i lobbisti. Essi sono professionisti che rappresentano non solo dirigenti aziendali, ma anche lavoratori, sindacati associazioni di categoria, organizzazioni non profit, organizzazioni religiose e istituzioni accademiche. Al meglio delle loro competenze, i lobbisti sono specialisti che lavorano duramente per comprendere gli interessi dei loro clienti e usano la loro conoscenza del processo legislativo per istruire efficacemente i decisori chiave circa l’impatto delle loro decisioni.

Il lobbismo non è né giusto né sbagliato: è inevitabile.

In questo articolo non ci interessa entrare in un terreno scivoloso, tentando di definire l’azione di lobbying da un punto di vista etico. Abbiamo però una certezza: il lobbismo è inevitabile, connaturato all’azione politica umana. L’unico modo per eliminare lobbismo e interessi speciali è eliminare l’organo legislativo, e con esso la democrazia: più potente diventa il decisore pubblico, più i cittadini saranno incentivati a portare avanti azioni di lobbying.

Inoltre, nella sua essenza, il lobbismo è una parte vitale della democrazia occidentale. La lobby è un modo per garantire che le lamentele siano ascoltate e, idealmente, risolte.

Perché nel bene e nel male, le leggi e i processi legislativi sono complessi. Possono essere davvero travolgenti per singoli cittadini o titolari di aziende. Pertanto è necessario riunirsi in coalizioni e rivolgersi a professionisti, i lobbisti, per portare davanti al decisore pubblico le proprie preferenze durante il processo di creazione o emendamento di una legge. I lobbisti comprendono il processo legislativo sia dal punto di vista interno che esterno. Fungono da collegamento tra il pubblico e i decisori pubblici, aiutando i decisori pubblici a comprendere questioni di cui altrimenti non potrebbero sapere molto. I lobbisti sono collegati a membri delle istituzioni, dirigenti d’impresa e politici, di modo da poter sfruttare canali di comunicazione generalmente lontani da cittadini che nella vita hanno altre occupazioni.

Lobbying: sfatiamo qualche pregiudizio

È frequente sentir dire che il lobbismo è antidemocratico perché vanifica “la volontà della gente”. È vero il contrario: il lobbismo è espressione di democrazia.

Viviamo in apparati statali e sovrastatali sostanziati da una diversità di interessi specifici, e l’interesse particolare di una persona è sovente il lavoro o la crociata morale di un’altra. Se le persone non potessero organizzarsi per influenzare il governo – per mettergli la museruola o modellare i suoi poteri – allora la democrazia sarebbe morta. La “volontà del popolo” è raramente osservabile, perché le persone non sono d’accordo tra loro, sono mal coordinate e hanno desideri inconsistenti. Certo, il bene pubblico dovrebbe sempre trionfare, ma ciò che rappresenta il bene pubblico è generalmente discutibile. L’idea che la realizzazione di scelte democratiche debba avvenire in un vuoto, delegato a un’ élite politica onnisciente, è profondamente antidemocratica. Non dovremmo forse considerare come il bene pubblico si componga delle preferenze aggregate dei singoli cittadini, e che in tal senso sia naturale che essi si coalizzino per far sentire la propria voce di fronte alla politica? I lobbisti affollano il dibattito garantendo una base di supporto cittadino alla formazione di una legge.

 

Un’altra idea alquanto diffusa, sebbene errata, è che il lobbismo favorisca i ricchi, comprese le società, perché solo loro possono permettersi il suo costo: ma davvero il lobbismo esiste solo a vantaggio degli interessi speciali e delle industrie e delle imprese più danarose? Il decisore pubblico favorisce i ricchi e ignora i poveri e la classe media?

I fatti contraddicono questa idea. Prendiamo un esempio tutto europeo. Dal report del 2015 del Directorate General for Internal Policies del Parlamento Europeo, in un grafico che trae i suoi dati dal Registro di Trasparenza, emerge come oltre alle trade and business companies (i cosiddetti In-House groups) che coprono comunque più del 50 % del totale delle organizzazioni e persone accreditate presso l’UE, anche altri gruppi di interesse abbiano capacità di accesso presso il Parlamento europeo. Abbiamo quindi le ONG al 23%; tuttavia, secondo lo stesso report, le ONG hanno più uffici centrali a Bruxelles (54%) rispetto alle business companies (37%). Particolarmente rilevanti sono poi le agenzie di consulenza professionale, rispettivamente al 14 e al 18%.

Non si può negare che le grandi aziende abbiano tasche molto più profonde di piccole e medie imprese, organizzazioni non profit e organizzazioni benefiche, le quali nondimeno hanno accesso e influenza presso le istituzioni. Eppure, non ci si faccia l’idea sbagliata di una contrapposizione netta tra grandi imprese e organizzazioni non profit! Come insegna Heike Klüver  nel suo “Lobbying in the European Union: Interest Groups, Lobbying Coalitions, and Policy Change”, l’azione lobbistica si fa in coalizione, e le coalizioni sono composte da attori di natura disomogenea, che variano a seconda del dibattito all’ordine del giorno, mettendo insieme e contro al contempo business groups, organizzazioni non profit, think tanks, agenzie di consulenza etc. Si verifica così un bilanciamento.

 

Un esempio concreto? La policy proposal della Commissione Europea concernente l’emissione di CO2 delle automobili a 120g/km nel 2012: le imprese automobilistiche che più avevano investito in energie rinnovabili si sono coalizzate con le ONG ambientali, e hanno visto premiate le loro preferenze. Per quale ragione? Alla stretta del conto, ha più probabilità di vincere la coalizione che esprima il supporto del maggior numero di cittadini, non quella che possiede maggiori risorse in termini economici. Dopotutto, in una vera democrazia, ognuno ha una voce.

L’ultimo mito da sfatare è quello per cui il lobbismo consiste principalmente nell’accesso privilegiato a legislatori cardine o membri dello staff delle istituzioni e che i contributi elettorali acquistino tale accesso.Certo, succede, ma non è la cosa più importante .

“Il lobbismo è molto più sostanziale ed esagerato rispetto alla sua brutta caricatura: i lobbisti principalmente corteggiano i legislatori con fatti concreti”, ha scritto Jeffrey H. Birnbaum, un giornalista esperto di lobby, nel Washington Post. Se i legislatori “vedono il merito in una posizione e c’è una protesta pubblica a suo favore, tenderanno a preferire tale posizione.“ Di esempi ve ne sono plurimi: tanto per citarne uno, consideriamo il policy debate che si è sviluppato a partire dallla proposta di legge della Commissione Europea sulla tassazione del tabacco; le due coalizioni che si fronteggiavano erano composte da un lato da ONG a interesse sanitario e gruppi professionali di medici, mentre dall’altro c’era l’industria del tabacco. La direttiva finale, è stata in linea gli obiettivi della coalizione sanitaria. Ciò, perché la coalizione delle industrie del tabacco aveva chiaramente maggiore potere economico, ma deficitava di supporto da parte dei cittadini. La coalizione della sanità rappresentava il 75% dei cittadini coinvolti in quel dibattito.

In fin dei conti, il lobbismo è una forma di marketing moderno: cercare di trasformare il ristretto interesse di un gruppo in qualcosa che viene percepito, a torto o a ragione, come al servizio di un ampio “interesse pubblico”. Come ha scritto Robert j. Samuelson, giornalista del Washington Post, in una democrazia, ciò che veramente importa sono le principali politiche che determinano le dimensioni e la direzione generale del governo. Il lobbismo garantisce un solido dibattito su questi temi, e che il risultato piaccia o meno, è la democrazia in azione.

Gli scansafatiche dei centri sociali amici di De Magistris

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Oggi non voglio parlare delle elezioni che molto probabilmente ci saranno a Luglio. Un sistema istituzionale così marcio ed impantanato non poteva dare altri risultati. Metteremo i seggi al mare e via. Oggi voglio parlare dei miei coetanei che occupano a babbo morto i locali delle università pubbliche italiane. E’ il caso dell’università di Napoli, dove un branco di scansafatiche dei centri sociali, tali Insurgencia (sic!), occupano spazi universitari per gozzovigli vari. Infatti, è di questi giorni la notizia che nei locali universitari, che dovrebbero essere dedicati allo studio ed alla formazione dei giovani, questi perdigiorno hanno organizzato il compleanno del capo-scansafatiche, tale Egidio Giordano, un personaggio che manifestava contro il “debito ingiusto”. Che guarda caso è il compagno di una consigliere comunale, tale Eleonora De Majo, che non poteva che stare con il grande capo De Magistris.

Se fosse solo per un branco di perdigiorno che si sollazzano e gozzovigliano a spese del contribuente, non sarebbe una novità: questo sciagurato paese è pieno di figli di papà buoni solo a disturbare gli studenti. Il punto è che è a quella festa c’è il capopopolo De Magistris, che si divertiva a fare il trenino. Ora, noi non abbiamo nulla contro i trenini, ma abbiamo qualcosa contro la cattiva politica dei moderni Masaniello. Già è grave che quattro sfigati occupino impunemente locali pubblici a sbafo, se poi ci mettiamo che la massima autorità cittadina li appoggia e anzi, addirittura partecipa ai loro festini, allora qua sfioriamo il ridicolo.

La magra consolazione di fronte a questi spettacolini tristi ed indecenti sono le centinaia di migliaia di ragazzi che studiano, che si impegnano, che lavorano, che si barcamenano tra mille difficoltà alla ricerca di un’occupazione stabile per metter su famiglia. La miglior gioventù, non questi fancazzisti di Insurgencia.

Salvini dica NO alla cialtronata del reddito di cittadinanza!

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Matteo Salvini è un leader politico che rispetto, il leader della coalizione a cui io personalmente faccio riferimento. Forse su alcune cose posso non essere d’accordo, ma i cittadini hanno deciso così ed il popolo è sovrano. Detto questo, mi aspetto un no chiaro e deciso alla fiabilandia 5 Stelle. Di Maio rinuncia all’investitura (sic) da Premier ma vorrebbe per se la cadrega da “Ministro per il Reddito di Cittadinanza”. Solo nello scrivere questa “supercazzola prematurata” verrebbe da ridere, ma ahimè parliamo del primo partito italiano. La Lega, il partito che difende gli artigiani, le partite IVA, gli imprenditori vessati dalle tasse, la classe media impoverita, dica no alle boiate 5 Stelle. Il loro reddito di cittadinanza, pagato con le tasse dei lavoratori onesti e tartassati, possono tranquillamente farselo nella libera Repubblica delle Bananas, non in Italia. Noi ne abbiamo abbastanza di una spesa pubblica che va nel buco nero dell’assistenzialismo: i problemi di questo paese non si risolvono con le mance, ma con meno tasse, punto.

Matteo Salvini nella campagna elettorale ha difeso strenuamente la flat tax, ed io nel mio piccolo ho sempre rilanciato, difeso e spiegato l’idea. Non dia retta a Di Maio ed alle sue politiche economiche simil-cubane, dica chiaramante che queste misure sciamaniche sono porcherie economiche che ammazerebbero definitivamente un paese che non se la passa benino.

Si continui senza sosta, come in una battaglia quartiere per quartiere, a combattere le scempiaggini pentastellate. Ma nel frattempo si continui nella difesa strenua di chi lavora, di chi fa studiare i propri figli, di chi paga onestamente le tasse e soprattutto di chi un lavoro lo sta cercando senza aspettare manne dal cielo. Altro che reddito di cittadinanza.