Mese: aprile 2018

Moriremo di manettarismo

Il manettarismo giudiziario di questo paese è duro a morire, e le protezioni politiche di cui gode sono sempre pronte e decise nella difesa. Prima erano i vari dipietristi ed altri groppuscoli ricettacolo delle peggiori idee manettar-comuniste, appoggiate da Ds, Pds e Pd. Oggi gli alfieri politici del manettarismo sono, guarda caso, i 5 Stelle. Non ce lo saremmo mai aspettato. Nino di Matteo, oltre ad essere uno stimato magistrato, è però anche il magistrato della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, colui che ha condannato Mario Mori e Dell’Utri, nonchè ministro in pectore dei 5 Stelle. Esiste in qualsiasi paese moderno una combinazione così letale tra giustizia e politica? E’ possibile che questo vulnus democratico rimanga ancora aperto e che nessuno, neanche da destra, mostri un segno di opposizione a questa china pericolosa?

La giustizia e gli apparati giudiziari meritano rispetto, ma chi fa politica ha il dovere di registrare che la giustizia è una cosa, la politica è un’altra. Come ha fatto Di Matteo prima ad intervenire ad una manifestazione politica, per poi condannare in primo grando Dell’Utri e Mori? Lo vedo solo io il vulnus democratico oppure qualcun altro si è accorto che questo sistema, così com’è, non può andare avanti?

Le porte girevoli tra politica e magistratura vanno chiuse, perchè se in futuro un mio compagno di partito o un mio avversario si dovessero trovare in aula contro un magistrato, pretendo che i primi possano esercitare i loro diritti politici senza la paura che quel magistrato, dismessi i panni della politica, possa aprire contro di loro un fascicolo giudiziario come vendetta. Sono discorsi che il centrodestra ha sempre fatto: bisogna riprendere il libriccino delle libertà e dei diritti e rileggerlo a voce alta, per far capire che alcune battaglie politiche hanno il dovere di essere combattute. Anche se non sono troppo “cool” per i tempi che corrono.

Un’idea per noi ventenni: cambiare la Costituzione

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Il nostro paese ha tante sfide di fronte: il lavoro, la disoccupazione giovanile, l’immigrazione e la sicurezza. Problemi che farebbero tremare i polsi persino al più carismatico dei leader politici, anche se a dir la verita oggi nessuno ha veramente voglia di parlare di riforma costituzionale. Renzi ci provò, ma non ebbe coraggio e la riforma che venne fuori era un papocchio annacquatissimo. Purtroppo, con il sistema istituzionale odierno, risolvere i problemi che ho menzionato sopra è sempre più difficile. La politica si trova davanti ad un bivio: se non smantella questa costituzione, si troverà sempre con le mani legate. Le parole d’ordine per un riforma costituzionale sono poche e chiare: presidenzialismo e federalismo. Più poteri all’esecutivo e maggiore responsabilità alle autonomie locali.

Ma noi ci chiediamo: questa classe politica si prenderà veramente la responsabilità di iniziare l’iter per una nuova riforma costituzionale? C’è abbastanza coraggio? C’è abbastanza onestà intelletuale nel dire ai cittadini che o si cambia seriamente la carta fondamentale o si rischia di annegare? Ne dubito, anche se l’iniziativa del Sen. Cangini su il Foglio va in direzione opposta. Cangini infatti sembra l’unico che sta portando avanti una battaglia politica seria e limpida sulle riforme costituzionale, ma purtroppo i suoi colleghi, con rare eccezioni, sembrano in altre faccende affaccendati.

Se non sarà questa classe politica a fare questa battaglia, allora toccherà a noi ventenni iniziare fin da ora la nostra battaglia politica. Dobbiamo dire con chiarezza che la riforma costituzionale in senso presidenziale sarà parte integrante delle nostre battaglie politiche presenti e future. Perchè tra noi ci sarà sicuramente qualcuno che sarà classe dirigente in questo sgangherato e stupendo paese.

CDU-CSU: Come la Germania affronterà gli anni a venire

Di Giulio Sindaco

È fondamentale, durante questi anni di transizione continentale, dal periodo pre-crisi sino alla Brexit, affrontare la questione relativa alla successione della Cancelliera tedesca Angela Merkel. Mentre lo sguardo della maggioranza degli opinionisti e dei commentatori è rivolto verso le politiche di Emmanuel Macron, in Francia e a livello europeo, risulta, quindi, doveroso affrontare il nodo tutto tedesco dell’eredità politica della leader attuale. Negli ultimi due anni, in particolare, quest’ultima è stata aggredita su più fronti, da avversari interni ed esterni all’ Unionsparteien (tra CDU e CSU). L’attacco più duro è stato sferrato da Horst Seehofer, il capo politico dell’Unione Cristiano-Sociale di Baviera. Pur essendo un alleato di governo della cancelliera, Seehofer non ha esitato a colpire la medesima con dichiarazioni talvolta pungenti, in special modo relative ai temi dell’immigrazione irregolare, proveniente sia dalla rotta balcanica, peraltro chiusa anche col contributo dell’Ungheria, dello “scomodo” Orbán, sia da quella mediterranea. Tuttavia, ai più questa malcelata critica è sembrata perfettamente corrispondente alle posizioni, da sempre maggiormente conservatrici, del gemello bavarese della CDU. Da un lato, innumerevoli pressioni volte a modificare la linea del governo tedesco sul tema (che, pure, non era stata particolarmente generosa con gli irregolari), la quale costituisce un’operazione inedita di accoglienza dei rifugiati siriani, hanno spinto Seehofer a quelle dichiarazioni. D’altro canto, la linea dura si deve anche attribuire alla crescita sostenuta della quale hanno goduto sia AFD (nazionalisti) sia FDP (liberali di centro-destra), rispetto alle elezioni precedenti.

Per Merkel è necessario che vi sia una continuità tra la sua leadership e quella successiva. La candidata attualmente favorita alla successione sarebbe Annegret Kramp-Karrenbauer, governatrice del Saarland, di famiglia cattolica e conservatrice, ma meno “estrema” del potentissimo rivale Jens Spahn, sostenuto dall’ala più vicina alle posizioni della CSU bavarese. Mentre Kramp-Karrenbauer ha sempre sostenuto le posizioni del governo in tema di sicurezza e integrazione, lo stesso non si può dire del principale antagonista Spahn. Quest’ultimo è conosciuto nel partito, oltre che per essere un giovane rampante, anche per aver conquistato l’area più a destra della CDU, sapendo coniugare l’apertura sui temi dei diritti civili e della bioetica con un maggiore controllo delle frontiere esterne dell’Unione Europea. Ha, inoltre, criticato l’apertura indiscriminata all’enorme numero di profughi di cui la Germania si è fatta carico in pochi mesi (quasi un milione), attraendo le simpatie di buona parte degli alleati CSU, e, de facto, facendo lo stesso con gli ex coalizzati del FDP.

Un altro nome che circolava inizialmente era quello di Ursula von der Leyen, Ministro della Difesa, famosa anche per l’intervento in Ucraina contro i ribelli filo-russi, mediante l’invio di droni in loco, e per le operazioni internazionali contro il terrorismo. L’attivismo della donna, tuttavia, non parrebbe più sufficiente alla cancelliera per guidare il partito dopo il termine del proprio mandato alla guida del medesimo.

Altra opzione in continuità con il cancellierato sarebbe la nomina di Julia Klöckner, la quale, tuttavia, pur essendo vicinissima a Merkel, si è mostrata meno tollerante ed aperturista rispetto alla questione rifugiati, proponendo l’introduzione di quote limite, alternative alla linea di accoglienza incondizionata. Klöckner, tuttavia, dovrà affrontare il confronto con Spahn, e non è detto che ella ne esca vincente, anzi…

Le scommesse sono aperte, ma è importante ricordare che nessuno dei summenzionati successori si è mostrato particolarmente vicino alle posizioni dell’Eliseo sulle riforme dell’Unione Europea. Probabilmente, Angela interverrà comunque, cercando di influenzare i rapporti tra il futuro erede ed il Presidente della Repubblica Francese da dietro le quinte.

Alla ricerca delle riforme perdute

Di Lorenzo Somigli

Vi potrà sembrare il mio come un appello folle specie in questo momento. Il clima politico non è dei migliori e all’orizzonte si prospetta la palude. Una pessima risposta per un Paese che attraverso le urne ha voluto dare alla politica un forte segnale di discontinuità.

Mi viene da pensare che proprio ieri ricorrevano i 25 anni dal referendum promosso da Segni (1993) che smontò uno dei pilastri del sistema politico della Prima Repubblica. Quella che si aprì fu una stagione ricca di cambiamento sulla quale ho un giudizio negativo: basti pensare che il sistema elettorale, il maggioritario, il Mattarellum, ha trasformato in comitati elettorali personali quei partiti che prima fungevano da collante tra i cittadini e i centri di elaborazione delle politiche pubbliche. Grandi o piccoli che fossero. Al netto delle ragionevoli critiche, non si può negare che il proporzionale istituzionalizzando la conflittualità politica che altrimenti avrebbe trovato altri canali. 

Ciò è stato e voglio essere positivo. Spero lo siate anche voi. Contro tutti i pronostici, mi auguro che questa sia finalmente una legislatura costituente nella quale tutti ma proprio tutti si possano impegnare per quelle riforme che non si possono più rimandare. Confido che tuttora esistano in questo Paese coloro che credono che un percorso di riforme sia la strada giusta da percorrere. La governabilità – l’attuale stallo dovrebbe farcelo capire – non si ottiene solo cambiando la legge elettorale come troppo spesso lasciano intenedere i partiti, si ottiene con una transizione ad un sistema presidenziale. Il mio auspicio è che i riformisti di Destra e di Sinistra si uniscano in uno sforzo condiviso per sottrarre il Paese alla ventennale non politica. Può sembrare follia ma mi sembra l’unica via ragionevole affinché cittadini e istituzioni possano ricongiungersi.

Meglio Washington di Mosca e Damasco. Ma meglio ancora è lo spirito di Pratica di Mare

Di Mirko Giordani (Da Il Giornale)

Chi conosce le mie posizioni politiche, sa benissimo quanto disprezzi i regimi illiberali, quanto non sia un fan accanito di Putin e quanto consideri Assad un criminale, un satrapo mediorientale non differente da Saddam Hussein. I tanti giovani (e non) di destra che hanno come santini Assad, Putin e l’Ayatollah Khamenei, in sostanza quelli che odiano gli “Amerikani liberisti e imperialisti”, secondo me commettono un grande errore politico. Detto questo, alla fine la mia speranza è che Trump non scateni la forza militare americana contro la Siria, al fine di ottenere un regime change. Per un semplice motivo: dopo il criminale Assad, ne verranno altri forse ancora più sanguinari, molto probabilmente peggiori del tiranno alawita. Non starò qui a fare considerazioni di natura strategica, oppure a sciorinare i nomi delle navi da guerra americane schierate e di quanti pattugliamenti del Poseidon sono in corso ora. Il mio obiettivo è capire, attraverso il buon senso, se questo tipo di operazione converrebbe o no sia a noi europei che agli americani. Non facciamola troppo complicata ed affidiamoci alle parole di Mike Pompeo, Segretario di Stato di Trump: “La guerra è sempre l’ultima risorsa”. Se dovesse esserci un intervento americano in terra siriana, assomiglierà molto ai 59 missili Tomahawk partiti nell’Aprile 2017. In pratica, un’operazione molto limitata che non porterà a nessuna Terza Guerra Mondiale. Servirà per far capire ad Assad che di fronte ad azioni inumane contro civili inermi gli Stati Uniti d’America non chiuderanno gli occhi.

Il punto però, oltre che strategico e militare, è anche e soprattutto politico, e guardo all’Italia. Le critiche ad un attacco che potrebbe provocare un pericoloso regime change sono, ovviamente, giustificabili secondo il vecchio adagio che, dopo Assad, non ci sarà nessun giardino dell’Eden ma solo sangue ed altri profughi. Se anche il Senatore forzista Lucio Malan, il cui atlantismo è dimostrato da anni di impegno pro-Usa e pro-Israele, chiede di temporeggiare, vuol dire che dei dubbi ci sono. Ma da qui a spostare il nostro paese sull’asse Mosca-Damasco, mettiamoci anche Teheran, ce ne vuole. Troppi attori politici stanno scendendo pericolosamente verso quella china e qualcuno dovrà pure ricordar loro che è una discesa pericolosa. Ripetiamo: criticare la scelta americana di intervenire massicciamente è legittimo, ma ricordiamoci sempre che Washington, pur con tutte le sue contraddizioni e debolezze, è sempre meglio di Mosca, Damasco e Teheran.

Ma meglio ancora sarebbe rivedere uno schietto spirito di Pratica di Mare.

2015-2018: siamo assuefatti al terrorismo

Di Francesco Cirillo

Parigi 2015, Bruxelles 2016, Nizza luglio 2016, Berlino dicembre 2016, Manchester 2017, Londra giugno 2017. Dal 2015 ad oggi il terrorismo ha colpito pesantemente e con diverse modalità le maggiori città europee. Ma il problema non è l’attentato in sé ma gli effetti che rischia di consegnare nella nostra società e sulle nostre vite quotidiane.

Il periodo del terrorismo di matrice ISIS sono stati completamente diversi dagli altri per via degli obiettivi che questi portatori di morte hanno colpito. Stadi di calcio , ristoranti, aeroporti e mercati di natale; simboli del nostro stile di vita simboli della cultura occidentale e della libertà individuale che è presente in ogni società europea. Il terrorismo islamico ha cambiato le nostre abitudini i nostri modi di vivere, trasformando ciò da straordinario a ordinario.

Ma questo non è immaginabile in un paese ed in una metropoli europea, al contrario ignoriamo gli attentati che avvengono quasi ogni giorno nelle capitali del Medio Oriente. Baghdad ha subito quasi ogni giorno, dal 2014 ad oggi, attentati suicidi o di auto-bombe che venivano fatti esplodere nel centro delle città o vicini a moschee degli eterni nemici dei gruppi radicali sunniti: gli Sciiti.

Rispetto al periodo 2015-2016 ad oggi le cosiddette cellule di lupi solitari sono impreparati dal punto di vista paramilitare e attuano una strategia evoluta negli anni è migliorata con lo Stato Islamico: uccidere con ogni mezzo possibile. Dal luglio 2016, dall’attentato di Nizza, il grosso degli attentati suicidi di matrice islamica è avvenuta con l’uso di mezzi di trasporto come macchine, furgoni e camion. Nizza nel luglio del 2016 e Berlino nel dicembre del 2016 hanno rialzato la tensione verso quei gruppi solitari di jihadisti sparsi per l’europa, che rientravano dalla Siria.

Oggi se giriamo per le città del continente notiamo blocchi di cemento per le strade , utilizzati per bloccare possibili atti terroristici con macchine o furgoni; notiamo poliziotti o uomini dell’esercito in giro per le strade o per le metro che pattugliano e sorvegliano gli individui che quotidianamente usano i mezzi pubblici o camminano per le strade; In Italia la presenza degli uomini delle forze armate assieme alla polizia è diventata una realtà parte integrante della quotidianità dei cittadini. I cittadini sia dell’Italia sia dell’Europa si sono abituati agli stati d’emergenza, come in Francia che era stato applicato dal 2015 al 2017 nel paese dopo gli attentati di Novembre 2015 avvenuti nella capitale Francese. In Italia ci si è fatta l’abitudine alla presenza dei militari per le strade o nelle stazioni delle metro, anche gli avvisi di massima allerta di terrorismo fanno parte della normalità di ogni abitante del nostro paese e dell’Europa.

Il terrorismo islamico si è assuefatto nel tessuto sociale europeo, diventando parte integrante delle nostre abitudini, ciò deve essere un forte campanello d’allarme da non sottovalutare.

Immigrazione: Analisi di un problema ( Europeo?)

Di Francesco Cirillo

L’Italia è in un clima di calma apparente. Gli arrivi di immigrati dalla libia sono diminuiti drasticamente, la gestione dell’accoglienza è andata via via migliorando ma ancora a Bruxelles si girano dall’altra parte ed evitano di far pressioni a paesi come l’Ungheria o la Polonia che non hanno accettato la ripartizione dei migranti.

L’opera iniziata nel 2017 dal Ministro degli interni Marco Minniti, di ridurre gli sbarchi e di gestire ONG che erano senza nessun controllo, si è rivelata importante e decisiva. Ma questo governo uscente, che con il capo del Viminale, ha saputo riorganizzare una macchina dell’accoglienza che era sul punto di implodere ora dovrà passare il testimone al futuro governo che uscirà dalle consultazioni del Quirinale.

Intanto il ministero dell’Interno continua ad aggiornare i primi dati del 2018. Nei primi tre mesi di quest’anno sono giunti via mare solamente 6mila persone constatando un calo del 75 % degli arrivi rispetto al 2017 ( 24mila). Dalla Libia sono calate le partenze; dei 23 mila migranti partiti dalle coste libiche lo scorso anno , nei primi mesi del 2018 sono partiti dal paese nordafricano soltanto 4mila migranti.

Nonostante questi dati la tensione resta alta con i paesi europei che respingono quei migranti che vogliono andare nei paesi dell’Europa centro-settentrionale, in primis la Francia di Emmanuel Macron. Venerdì 30 marzo una pattuglia di gendarmi francesi ha compiuto un raid nella sede di Rainbow4Africa a Bardonecchia. I francesi hanno costretto un nigeriano a sottoporsi al test delle urine antidroga, risultando negativo. L’azione ha irritato il governo italiano. Il giorno seguente la Farnesina ha convocato l’ambasciatore di Parigi per chiedere spiegazioni in merito a quella che è in piena regola una violazione dei confini.

Parigi ha risposto che le autorità doganali transalpine sono a disposizione per spiegare il quadro giuridico completo. Per Parigi l’azione è legale per via di un accordo del 1990, che autorizza l’intesa bilaterale Italo-francese degli uffici transfrontalieri che devono essere operativi anche per la dogana francese. Lo stesso locale è quello in cui l’associazione Rainbow4Africa ha basato la sua sede. Ma l’accordo Roma-Parigi per la cooperazione transfrontaliera non prevede analisi mediche imposte con la forza.

Le principali forze politiche hanno criticato quello che definiscono una violazione dei confini nazionali.

Il capo politico del M5S ha chiesto che venga fatta chiarezza sull’accaduto. Matteo Salvini,segretario della LEGA, ha intimato di espellere i diplomatici transalpini. Enrico letta ha criticato il raid della Gendarmeria come anche la deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli.

Il Ministero degli Affari esteri Italiano attenderà spiegazioni per poi prendere le dovute precauzioni.

Difficile sapere se nei mesi Aprile-giugno 2018 si assisterà ad una nuova ondata migratoria, ma Roma deve guardarsi non soltanto verso Sud ma anche verso i suoi vicini confinanti: in primis la Francia, che continua a respingere i migranti provenienti dall’Italia, e l’Austria, che ha sempre avuto un atteggiamento anti-migranti giungendo, in alcune occasioni, a minacciare di chiudere il Brennero con lo schieramento di truppe per respingere gli immigrati che desiderano andare verso i paesi UE dell’Europa del Nord.