Mese: novembre 2017

Gran bucato di Toscana

Di Luca Proietti Scorsoni.

Poi uno, alla fine, la domanda se la pone, inevitabilmente. Perché la curiosità di sapere qual è effettivamente il lascito delle leopolde passate alla fine ti prende. Del resto si, d’accordo, la cura pressoché artigianale delle scenografie, poi quel tocco teatrale che impregna l’intero svolgimento del canovaccio renziano, mettiamoci pure la semantica, dai: accattivante quel che basta, apparentemente eretica ma di fatto occhieggiante ad un neoconformismo oscillante tra il pop style e il socialismo classico seppur rivisto da un leggero maquillage. Ecco, va bene tutto, per carità, però alla fine, ripeto: cosa rimane?

Da questi eventi che si collocano a metà tra l’avanspettacolo e le vecchie assemblee programmatiche si produce qualche idea capace di attecchire generando frutti concettualmente nutrienti? E, tanto per rimanere in ambito arboreo: un seme intellettuale fecondo, uno spunto, un guizzo, magari un’dea, che sia una, capace di innestarsi nella concretezza progettuale del PD è possibile rintracciarlo? A dirla tutta diviene difficile cogliere il senso dei ripetuti peana verso le molteplici esperienze liberal se poi alla lode blairiana ha fatto seguito solamente la mancia dei bonus e ai ricami retorici obamiani è sopraggiunto un disegno di riforma istituzionale, in cui la pervasività statuale nella società sembrava ispirarsi ad altri richiami democratici d’oltreoceano, qualcosa tipo la “great society” di Johnson o roba simile. Ma tant’è.

In sostanza la kermesse renziana, giunta ormai all’ennesima edizione, appare aver assimilato ogni singolo connotato del luogo che finora l’ha ospitata, dandole perfino il nome: in pratica si tratta di una visione di cambiamento dove, proprio come in una stazione ferroviaria dismessa, si rimane ad attendere un altro convoglio che mai passerà, alimentando nei passeggeri in attesa non solo ulteriori rimpianti, per non essere stati in grado di innestare del sano “newlabourismo” nella storia della sinistra italiana, ma anche continue illusioni per un futuro al fin fine costellato da sogni infranti. Il giglio magico voleva essere all’avanguardia dei tempi, invece era solo in ritardo con la storia. Un ritardo che non ha più saputo colmare.

Libano al centro di un terremoto geopolitico

Di Vanessa Combattelli

In Libano si sta verificando un vero e proprio terremoto geopolitico, adesso è lecito chiedersi chi siano le pedine e chi i giocatori, seppur la domanda risulta semplicemente retorica.
Saad Hariri ha acceso la miccia sorprendendo l’intera nazione dichiarando le sue dimissioni da primo ministro libanese, attestazione avvenuta mentre era ospite del principe saudita Mohammed Bin Salman.
Ed è stato proprio lo scalpore e la fretta di cui queste dimissioni si sono caratterizzate ad aver messo all’allerta il governo libanese.
La risposta da parte delle istituzioni in Libano non ha trovato mezze misure:  Michel Aoun, il presidente della repubblica, ha tanto vero dichiarato che rifiuta le dimissioni di Hariri, accusando esplicitamente l’Arabia Saudita di esercitare delle vere e proprie pressioni nei confronti del primo ministro.
Non è il solo a sostenerlo, alcuni osservatori hanno infatti sottolineato che il premier libanese durante il suo annuncio appariva stanco e abbattuto, analizzandone soprattutto la figura e il linguaggio del corpo, a detta di molti “informale” e “a disagio”.
Nel paese ha fatto presto a diffondersi la voce di una possibile prigionia di Hariri per mano dei sauditi, tanto è vero che sui muri di Beirut sono presenti foto e scritte che affermano “Siamo tutti Saad”.
Nel frattempo Emmanuel Macron non ha perso tempo: determinato a mantenere un protagonismo francese in Medio Oriente ha pensato bene di intervenire quanto prima.
Ha invitato infatti Hariri e la sua famiglia in Francia, l’annuncio è arrivato dopo un lungo colloquio con il principe saudita Mohamad bin Salman.
Ma il Presidente della Repubblica francese ha voluto chiarire subito a scanso di equivoci: “Non un esilio, ma solo una trasferta temporanea, prima di rientrare in Libano.”
Inoltre anche da Mosca sono definite le posizioni, infatti la portavoce del ministero degli esteri, Maria Zakharova, ha riferito che la Russia “sostiene con forza la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di questo paese amico“.
Naturalmente, in mezzo a tutte queste dichiarazioni, non poteva mancare quella del premier dimissionario il quale sembra intenzionato a rilassare gli animi tesi.
Ha così promesso che tornerà presto a Beirut lanciando un duro appello contro le “interferenze iraniane.”
“Sto valutando con gli apparati dello Stato – rende noto – la situazione della sicurezza. Io voglio proteggere tutti i libanesi, sunniti, sciiti, drusi, cristiani, ma per farlo devo prima di tutto proteggere me stesso, perché rappresento tutto il Libano” ricordando l’assassinio del padre Rafik, ucciso nel 2005.
Per Hariri il suo è un gesto benefico per il paese, defininendolo addirittura come un necessario “choc positivo”.
C’è da chiedersi quanti veri danni procurerà lo choc Hariri, e soprattutto cosa sta cambiando nel baricentro medio orientale, le pedine sembrano aver fatto la loro mossa, adesso tocca ai giocatori.

Come parla alla “ggente” Berlusconi mai

Di Alessio Postiglione

Loro sono l’impero alla fine della decadenza. Lui il piccolo mondo antico. Loro la molle borghesia delle terrazze romane. Lui la ligia laboriosità meneghina dei “tiempe belle ‘e na vota”. Berlusconi, nella sua intervista da Costanzo, è stato ancora una volta magistrale: il maestro della narrazione e della mitopoiesi. Intimistica, frugale, strapaesana. Nella quale possa identificarsi il Paese reale. E non fa nulla che il cantore di questa epica familistica e rurale sia un tycoon borghese di Milano. La forza del simbolo – da sum balein, unire -, è unire i diversi, la coincidentia oppositorum. Dall’epos all’ethos.

Il fulcro di questa vision è di uno dei passaggi più canzonati dell’intellighenzia, che ancora una volta dimostra di non capire nulla. Allorquando Costanzo gli ha chiesto: “ti manca papà?”. E il Cavaliere, lirico e melodrammatico, ha raccontato dei genitori, delle ceneri raccolte in una urna, attorno alla quale egli ha costruito un altarino con immagini e ricordi, che bacia devotamente ogni giorno. Come nella più umile stamberga del Mezzogiorno magico di De Martino. Dove il Cristianesimo va a braccetto con l’antico culto dei penati. Ma in quale casa semplice, il pensiero non va ai genitori, d’altronde? Anche perché tale sacello dei Lari è subito iscritto nella cornice di un solido cristianesimo di campagna, con il prete che officia ogni domenica la messa per Berlusconi e i suoi cari. Così si scongiura il rischio paganesimo, come nella Napoli del ‘600, quando la Chiesa doveva ancora mediare con il culto delle anime pezzentelle da parte della plebe meridionale.
L’Italia, d’altronde, è il Paese di “Mamma, solo per te la mia canzone vola”, non di “Sympathy for the Devil”.

Mentre i fessi lo perculano, Berlusconi, sulle ceneri dei genitori, è stato fenomenale. Famiglia, Chiesa, amore filiale, strapaese concreto ed emozionale, in cui tanta Italia profonda possa riconoscersi. Perché alla sinistra urbana e decadente dei vernissage promiscui, del poliamore, delle identità liquide, Berlusconi contrappone un piccolo mondo antico e solido.
Con il paradosso – ed è il vero capolavoro di Berlusconi! -, che, mentre la sinistra predica valori liberali e libertini, ma essendo moralista, li pratica poco, oppure li occulta perché la sua anima pauperista le impone di ostentare la berlingueriana “superiorità morale”, il Cavaliere, fra cene eleganti e lettoni di Putin, pratica i piaceri della carne. Eppure, riesce a farsi portavoce dei valori cristiani e della moralità.
Alla sinistra della sodoma pasoliniana, estetizzante e decadente, Berlusconi ha contrapposto un gustoso mondo sporcaccione ispirato all’estetica dei film di Alvaro Vitali, pruderie bocaccesca nella quale, ancora una volta, il popolo possa identificarsi. Senza sensi di colpa, ma ebbri del gusto del peccato, perché – da vero cattolico romano -, lui pecca ma ritorna alla Chiesa; furoreggia con le olgettine per poi ripiegare al focolare in cui Francesca Pascale sveste i panni della soubrette sensuale per vestire quelli di una mater dolorosa e pia.

Berlusconi non è l’uomo che ha distrutto la famiglia che aveva con Veronica Lario. È l’uomo che la rilancia. Perché ne ha ricostruito un’altra, affermando il primato della famiglia oltre le difficoltà della mondanità. Mentre la sinistra vuole andare oltre la famiglia tradizionale, senza praticare i vizi della carne, Berlusconi indulge nei vizi, si pente, e reitera la sua adesione alla tradizione. Delitto e castigo. E redenzione. È in questo storytelling – tradizionale e cattolico, perché “umano, troppo umano”, Berlusconi è peccatore come tutti noi -, che risiede la sua potentissima macchina ideologica. Capace realmente di creare un senso di identificazione con la pancia del Paese, pure se le sue condizioni materiali attestano la sua appartenenza al vertice della piramide sociale.

La differenza con la sinistra è qua. La sinistra è sociologicamente base che teorizza un’intellettualistica cultura d’élites, nella quale il paese reale non si riconosce. Berlusconi è il vertice della piramide sociale, ma rappresenta ideologicamente una cultura popolare nella quale l’Italia si identifica. Chiesa e pruderie. Moglie/madre di famiglia, e amanti licenziose. Perché nel cattolicesimo berlusconiano c’è peccato e redenzione, non come nella sinistra calvinista che nulla ti perdona. Conservatorismo compassionevole e capitalismo dal volto umano Vs etica protestante del capitalismo da sinistra liberista.
Berlusconi è valori, famiglia, tradizione, sentimenti spontanei che la sinistra cocciutamente taccia di ideologia. Resistere al suo ritorno politico non sarà facile per i suoi avversari.