Catalogna, Padania, le piccole patrie che fanno grandi Cina e Russia

Di Alessio Postiglione  (www.alessiopostiglione.com)

Catalogna, Padania, le piccole patrie che fanno grandi Cina e Russia, e più piccola l’Europa.La politica, infatti, è chi prende che cosa, quando e come, diceva Harold Lasswell. Per questo, dietro il successo del micronazionalismo, dobbiamo chiederci sempre cui prodest. Proprio a Cina e Russia. Al punto che, quest’ultima, si prodiga anche attraverso finanziamenti a partiti indipendentisti o, comunque, euroscettici, con l’obiettivo di disintegrare l’Europa. Dividi et impera. Abbasso Bruxelles e viva le Langhe indipendenti! Cosa succederà, dunque, ora che la Catalogna dichiara l’indipendenza?

Nuove elezioni volute da Madrid, infatti, potrebbero comunque far vincere ancora gli indipendentisti. Dietro il micronazionalismo – di destra, ma anche di sinistra: non dimentichiamoci che Puigdemont è a capo di un rassemblement indipendentista biancorossobruno – alligna un equivoco. Il federalismo, nonostante sia diventato il traino identitario di partiti di destra, come la Lega, o di sinistra, come la Cup catalana, entrambi a parole antiglobalisti, ha una funzione attuale liberista e globalista. E anche anti Europea. Al punto che, invece di farci padroni a casa nostra, rischia di farci servi di altri in una casa pignorata dallo straniero.

Andiamo con ordine. Il revival neofederalista parte negli anni ‘90 con Gianfranco Miglio, nell’ambito di un discorso dove l’accento era posto sul taglio della spesa e l’aumento dell’efficacia e dell’efficienza della pubblica amministrazione. Questo discorso efficientista e per lo Stato minimo si inseriva nell’alveo dei seminali lavori di geografi come Saskia Sassen, che postulava come lo Stato nazionale westfaliano fosse morto. Il futuro è delle metropoli globali – diceva Sassen -, che competono fra di loro per attrarre i migliori PhD e lavoratori.

La metafora è quella del portare la globalizzazione all’estremo, con il capitale umano più pregiato completamente delocaliazzato e delocalizzabile, che cambia città ogni anno, come avviene per esempio in America, a seconda di quale città offra servizi più smart, istruzione migliore e tasse più basse. Come la retorica sociale, identitaria e delle radici territoriali della Lega, basata sul Volk e il blut und boden, possa conciliarsi con questa utopia liberista e globalista è un mistero.

Coerentemente con queste premesse, oggi, Parag Khanna, considerato fra i più importanti geopolitici mondiali, e sostenitore di un mondo composto da queste nuove città-stato multietniche, prende ad esempio di questo modello, non l’America, che è una democrazia, ma regimi non democratici ma ultra efficienti e iper liberisti come Singapore. Nella contraddizione fra l’America liberale e democratica e la Singapore autocratica e liberista si palesa un altro conflitto della globalizzazione.

L’assunto delle élite occidentali che il capitalismo globalizzato avrebbe portato democrazia e benessere è fallito. Con ciò è fallito anche il retro pensiero che ciò avrebbe garantito i primati dell’Occidente. I migliori interpreti della globalizzazione non sono le democrazie liberali e tantomeno l’Europa, ma paesi non democratici, ad iniziare dalla Cina, dove il mercato non è un meccanismo dal basso, ma imposto dall’alto, con aziende pubbliche di Stato. In effetti, come dimostra il cosiddetto elefante di Milanovic, la globalizzazione ha favorito la convergenza fra primo mondo e terzo mondo – la Cina è diventata più ricca e l’Occidente di meno – ma al costo di un aumento delle disuguaglianze all’interno dei Paesi. La nostra Africa si chiamano Quarto Oggiaro e San Basilio, oramai. Il nuovo status di Cina e Russia impone nuovi assetti globali.

La Cina, ad esempio, grazie ad un turbocapitalismo di Stato – altra caratteristica che
dovrebbe far riflettere i liberali de noantri -, sta puntando a costruire un’influenza basata sulla “collana di perle”, su di una serie cioè di Stati satelliti all’interno dei quali far passare la nuova via della seta. In questo schema, funziona molto di più parlare con la Catalogna che con una Bruxelles che, vale la pena ricordarlo, ha osteggiato la concessione dello status di economia di mercato a Pechino, fatta anni fa dalla Organizzazione Mondiale del Commercio; si tratta di un vero spartiacque, visto che, da quel momento, la Cina ha cominciato a scalare la piramide mondiale della ricchezza, grazie ad una competizione sleale fatta di deflazione salariale.

Altro che libero mercato! Coerentemente con ciò, la Padania è nata quando, con il nuovo mercato unico europeo, il Settentrione non ha avuto più bisogno di un grande
Mezzogiorno sussidiato, il cui scopo era assorbire la domanda dei prodotti del Nord e fornire manodopera a basso costo al Triangolo industriale. La perequazione fiscale della nostra costituzione non è un valore morale, dunque, ma un dispositivo economico keynesiano all’epoca degli Stati nazione. Oggi che, grazie all’austerità anche la domanda interna intra Ue è in picchiata, il mantra non è “l’Europa ci salverà”, ma la Cina assorbirà i nostri prodotti. In effetti, proprio l’Italia è prima per export in Europa.

Ma quanto possa essere furbo rendere la Cina, cioè una potenza imperialista, comunista e non democratica, la propria locomotiva economica lo dimostra proprio il caso Trump, che cerca di riportare un po’ di lavoro americano delocalizzato in Asia a casa, con Pechino che possiede il suo debito pubblico e ne limita l’autonomia politica. Insomma, la Cina non ci salverà, ma ci comprerà. L’unico argine a tutto questo è l’Europa, soprattutto se cambia spartito. Una Padania o una Catalogna indipendenti, infatti, legate a Pechino, vedrebbero ancora di più aumentare le ineguaglianze interne, fra un settore di punta valorizzato, ma una base industriale completamente smantellata dalla deflazione salariale cinese.

Il ridimensionamento politico dell’Europa, d’altronde, è un obiettivo condiviso dalla Russia e, almeno in questo momento, dagli Stati Uniti che, per cercare di mantenere il loro primato, hanno abbandonato multilateralismo e liberismo a favore di una politica da grande potenza solitaria e mercantilista. La Catalogna indipendente, da questo punto di vista, sarebbe un capolavoro. Un paese isolato dalla Ue, che appoggia Madrid, e che potrebbe contare proprio solo sui finanziamenti di Russia e Cina. I

l tassello di un mosaico globalista e da liberismo autoritario, che ucciderebbe il ceto medio locale. Una realtà molto diversa dalla retorica di protezione delle classi medie contro le banche e le élites tecnocratiche di Bruxelles a cui sia la Cup che la Lega si sono votate. Meglio dipendere da una imperfetta tecnocrazia europea e abbastanza democratica che da un perfetto politburo straniero autoritario. Altro che padroni a casa nostra.

@alessiopost