“Referendum” – The day after

Di Luca Proietti Scorsoni

Dicono che l’Emilia otterrà ugualmente gli stessi risultati nonostante la sua conclamata parsimonia elettorale e finanziaria. Il che potrebbe anche essere vero, non dico di no, anzi: non lo so proprio. Fermo restando che appare difficile scorgere una certa risolutezza nell’agire tra le righe di un semplice proclama d’intenti.

Qualcuno addirittura ha sfruttato il caso emiliano per adombrare dei seri dubbi sulla democrazia rappresentativa nel lombardo-veneto. Ma, insomma.

Se ha un senso quel binomio tra libertà e partecipazione di gaberiana memoria, seppure declinata su di un piano referendario e, diciamolo, pienamente liberale, allora il suffragio per la scelta di una maggiore autonomia gestionale delle due regioni del Nord è stato di per se un paradigma di impegno corale oltre che un esempio plastico  di vocazione comunitaria. Perché poi c’è anche questo da dire: la volontà popolare di intervenire nei processi in atto – o in molti casi meglio dire: “ancora inattivi” – e finanche nel modellare un po’ di sana dinamica politica esiste, altroché, magari si dipana lungo percorsi carsici, ma la linfa che la anima periodicamente torna in auge.

Solo che questa vede restringersi gradualmente e sensibilmente le occasioni di essere chiamata alle urne. Senza considerare che lo stesso referendum, vuoi per un suo abuso temporale perpetrato dagli stessi padri radicali e/o vuoi per i sistematici tradimenti fattuali nei confronti dei propri esiti finali, nel corso degli anni è stato fortemente depotenziato in termini di incisività.

Però, ecco: chiusa tale digressione bisogna riconoscere che un punto a favore – un timido passo, un leggerissimo cenno: fate voi – ad un’Italia realmente federalista è stato indubbiamente messo a segno. Il che non sarà il raggiungimento dell’idealtipo dello Stato tanto agognato dai D’Azeglio e dai Balbo, eppure qualcosa, ripeto, pare muoversi. E sì: ho parlato d’Italia visto che non mi abbandona di certo la convinzione per la quale un federalismo degno di tale nome – ma possiamo pure ribattezzarlo al pari di una “devoluzione”, considerando lo sviluppo induttivo che si andrebbe ad innescare dal punto di vista istituzionale – può avere effetti medicamentosi in ogni anfratto dello Stivale.

Il tutto purché la perequazione non si tramuti in uno strumento perenne di mera redistribuzione, come avviene tutt’ora, proprio mentre sto scrivendo. Un decentramento il più possibile competitivo e meno cooperativo, ovvero che ricalchi la logica di funzionamento del libero mercato, è quanto di meglio si possa sperare per il nostro futuro assetto statuale. Che poi, a latere, una certa visione leghista questo 22 ottobre si sia riscattata dopo un discreto periodo di appannamento –  e nella speranza che non sia il classico colpo di coda che preannuncia la fine – a svantaggio di un neocentralismo voglioso di diluire l’identità “padana” lungo la catena appenninica, ebbene, questo non può che farmi un immenso piacere.