Dalla banca rossa al rosso della banca

Di Luca Proietti Scorsoni

Ma si, intendiamoci: può essere che la Banca d’Italia abbia commesso delle leggerezze tecniche durante la sua attività di controllo del sistema creditizio. Però, ecco, in quest’ultimo caso il pulpito dal quale proviene il rimbrotto, un qualcosa a metà tra la saccenza e l’ipocrisia, rimanda a quel passo evangelico narrante pagliuzze e travi conficcati nei bulbi oculari.

Ergo, certi moralisti privi di morale non si possono proprio ascoltare. Perché il fatto, per chi ancora non l’avesse capito, è più o meno questo: il PD  ha gestito, mediante le rispettive fondazioni, banche poi destinate, per altro, ad una ingloriosa fine, macchiata perfino da qualche lato (molto) oscuro – vedasi il caso di David Rossi e del suo suicidio(?), avvolto ancora da una fitta coltre di misteri e di strani silenzi.

E se non fosse stato nella stanza dei bottoni, il “partitone rosso” ha fatto di tutto per entrarci, alimentando in tal modo ambizioni carsiche di funzionari apparentemente devoti al proletariato e poco altro, tanto da far dire ad un democrat di lungo corso e, immagino, con lo sguardo non poco speranzoso: “Allora, abbiamo una banca!?”.

E non menziono dirigenti irresponsabili magari divenuti tali anche in virtù di prole governativa, chissà. Alla fine ci può pure stare che il famoso candore artistico, tipico della famiglia dei Della Robbia, abbia talmente condizionato la storia di Arezzo e dei suoi abitanti che quest’ultimi, per la verità con una certa “nonchalance”, siano diventati abili nello sbianchettare i ricordi e, ancor peggio, i soldi dei risparmiatori.

Certo è che vedere il segretario democratico rivolgere il suo “jaccuse” contro Palazzo Koch ricorda tanto quei presidenti che dopo l’ennesima e meritata sconfitta della loro squadra addossano la colpa esclusivamente all’arbitro in quanto reo di aver fischiato solo qualche fuorigioco nell’arco dell’intera partita.