Amazon vs UE, ovvero come essere sanzionati per aver rispettato la legge

Di Matteo Gianola

Una delle breaking news di questi giorni è la pretesa della Commissione UE che Amazon paghi 250mln di euro di imposte non versate al Granducato del Lussemburgo.

Secondo il rapporto del commissario per la Concorrenza Margrethe Vestager, tre quarti dei profitti del colosso dell’e-commerce in Europa non sarebbero stati tassati, cosa che somiglia al caso di Apple in Irlanda e su cui torneremo tra poco, ma la realtà dei fatti è ben diversa.

Il colosso dell’e-commerce p presente in Lussemburgo con una sua branch e come dalle parole in conferenza stampa della Vestager «Il Lussemburgo ha dato illegali benefici fiscali ad Amazon, permettendo alla società di evitare qualsiasi tassazione su tre quarti dei suoi profitti nell’Unione europea. In altre parole, ad Amazon è stato consentito di pagare ammontari fiscali quattro volte meno elevati di società locali soggette alle stesse regole nazionali. Abbiamo quindi assistito a illegittimi aiuti di Stato»

Il punto vero sta qui e nel regime fiscale “particolare” che il piccolo stato mitteleuropeo ha da sempre concesso alle grandi aziende perché vi trasferissero le loro sedi finanziarie. Il tax ruling fu stipulato nel 2003 tra l’azienda americana e l’allora governo Juncker per l’apertura della succursale Amazon sarl e prevedeva un’aliquota flat ben inferiore a quella stabilita per le aziende locali di circa il 30% (sì è più alta rispetto all’IRES italiana, per quanto sembri strano), cosa comune per tutte le grandi multinazionali che lì hanno portato i centri finanziari, da Apple con iTunes sarl, a Ferrero alle banche svizzere come UBS o Julius Baer.

Contrariamente al caso irlandese, dove l’aliquota per le aziende è uguale per tutti al 12.5% ed è da anni nel mirino dei “tassatori cortesi” europei che vorrebbero un’armonizzazione verso l’alto di tutte le imposte sulle aziende, qui si può ampiamente parlare di un sistema anti mercato, un beggar thy neighbor come viene comunemente definito, ma che è stato alla base della prosperità del Granducato da sempre e non è diverso da quanto fa la Svizzera, ad esempio.
Ma in questo caso chi è che avrebbe infranto la legge, cioè le norme sulla concorrenza stabilite dal Trattato, Amazon o il Lussemburgo?

Sembra una questione da poco ma è qui che si snoda tutta la faccenda e l’attacco frontale dell’Unione Europea alle aziende.

Amazon ha evaso le imposte?

No, ha pagato correttamente quanto a lei richiesto sulla base del tax ruling concordato con il governo che, per questo, è il vero distorsore della concorrenza e, come tale, dovrebbe essere sanzionato.

Ovvio che la posizione di Jean Claude Juncker come Presidente della Commissione è piuttosto scomoda, anche se fu lui – forse se n’è dimenticato – lo stesso a firmare gli accordi fiscali con Amazon ed è lui a presiedere il “grande accusatore” che vorrebbe che l’azienda versasse delle imposte che, a tutti gli effetti, non sarebbero dovute ai sensi di legge.

Detto questo sarebbe interessante vedere se lo stesso trattamento verrà applicato a tutte le aziende che avessero contrattato un tax ruling con il governo lussemburghese, negli scorsi anni, per impiantare la loro sede europea nel granducato.

Sarebbe interessante vedere le reazioni delle grandi banche, come la già nominata UBS (che, a dire il vero, ha già avuto una contestazione in patria per questa sua “delocalizzazione”) – se la commissione, come sarebbe corretto a livello di diritto, ampliasse l’intervento anche ad esse – o di altre aziende, come la Eugene Patri Sebastienne SA che, per chi non l’avesse mai sentita nominare, è la controllante del primo gruppo birraio al mondo, la Anheuser-Busch InBev, proprietaria di marchi come Beck’s e Budweiser.

Come si indicava poco sopra, infatti, le aziende presenti in Lussemburgo, come anche quelle in Irlanda del resto, hanno stabilito qui i loro centri finanziari per poter beneficiare di sistemi burocratici snelli e, soprattutto, di un regime fiscale assai favorevole che permetta di massimizzare i profitti al netto delle imposte a beneficio sia degli investimenti sia della remunerazione degli shareholders.

L’obiettivo della Commissione, come è palese che sia dopo gli ultimi eventi anche con il caso Apple, punta a un’armonizzazione della tassazione in tutto il continente per diminuire quella concorrenza fiscale interna che permette da una parte ai soggetti di scegliere lo Stato membro più conveniente, nel rapporto imposte/servizi, dove impiantare la propria sede e dall’altro a contenere le pretese vessatorie degli stati.

Non è un caso che sul banco degli imputati, ben prima di Apple o di Amazon, fosse finita l’Irlanda che è sotto un continuo attacco per il regime fiscale applicato alle imprese fin dalla crisi che il suo sistema economico subì negli scorsi anni che causò anni di “lacrime e sangue” per il risanamento dei conti ma che vide il governo fermo nel non voler toccare le aliquote per non inficiare gli investimenti che, alla fine, sono stati alla base della forte ripresa che vede l’isola britannica protagonista in questi ultimi anni.

La concorrenza fiscale interna all’UE, infatti, è un valore da mantenere, un vero e proprio asset competitivo che dovrebbe spingere gli Stati membri a diventare dei luoghi più favorevoli alla creazione di valore e di ricchezza, favorendone lo sviluppo e la crescita continua ma che, ovviamente, avrebbe come lato nascosto il depotenziamento delle élite burocratiche e politiche che governano il sistema. Da qui la guerra alle grandi aziende multinazionali, soprattutto quelle ad alto valore aggiunto come le tecnologiche, attraverso sanzioni campate per aria e ipotesi di nuovi balzelli, come la web tax, che possono benissimo essere considerati come degli elementi recessivi.

In conclusione, possiamo definire la sanzione annunciata ad Amazon, esattamente come quella rivolta verso Apple che l’Irlanda si rifiuta di far pagare, non solo inopportuna e dannosa, a livello di mercato, ma, senza paura di esagerare, addirittura illegittima poiché il Trattato non conferisce alcun potere agli organi comunitari sulle politiche fiscali interne. Vero è che, come sostiene il commissario Vestager, questo tax ruling possa essere considerato come un aiuto di stato proibito dal Trattato stesso, contrariamente al caso di Apple che, invece, ha usufruito di un sistema fiscale codificato e accessibile a chiunque, ma è il Lussemburgo ad aver infranto gli obblighi sanciti dalla norma europea ed è verso di esso che dovrebbe essere aperta una procedura di infrazione. Evidentemente, però, il Presidente Juncker non se la sente di condannare l’operato del proprio paese né, tanto più, gli accordi da lui stesso firmati.