Catarogna

Di Luca Proietti Scorsoni

Che dire della Catalogna: tanto, ma non tutto in maniera univoca.

Ad esempio potrei iniziare, per poi subito chiudere, prendendo a modello le parole di von Mises quando sosteneva che: “se, al limite, fosse possibile concedere a ogni singolo cittadino questo diritto di autodeterminazione, bisognerebbe farlo”. Quindi ne basta uno, ben sapendo che proprio nell’unità si cela l’essenza del liberalismo. Ma questa è la dottrina. Poi viene la pastorale. La quale vede sì una costituzione iberica posta in contrasto con qualunque istanza secessionista – anche se basterebbe citare Jefferson quando sosteneva come: “la mano dei morti non può di certo tracciare la strada dei vivi” per smantellare le più pervicaci prassi centraliste – ma soprattutto evidenzia una pretesa referendaria che calpesta addirittura il regolamento dello stesso parlamento catalano, il quale prevede che i due terzi dell’assise legislativa debba avvalorare la consultazione affinché questa possa svolgersi in maniera legale.
E invece nulla. Colpo di mano del governo e comunque vada sarà un successo.

A prescindere dalle minacce che alcuni indipendentisti hanno rivolto ai direttori dei giornali e alle inevitabile e consequenziali ondate di tensione e allarme sociale ancor prima che istituzionale. Perché poi bisogna aggiungere che la polizia di Madrid svolge il ruolo che le compete. Come del resto i nostri militari quando vennero spediti in Alto Adige a soffocare picchi di secessionismo e terrorismo ben assortito. Non solo. Ad una prima analisi, e perfino superficiale, del fenomeno catalano emergono tutte le incongruenze sia politiche che culturali e financo mediatiche con il nostro Paese.
Del resto basta vedere le immagini di una Barcellona ricolma di gente e di rivendicazioni radicalmente autonomiste – seppur magari provenienti da una porzione minoritaria della società – per ridimensionare drasticamente una certa prossemica nonché una ritualità più da operetta che da epica tipiche della Lega d’antan, quella per intendersi dei primi raduni di Pontida, dei milioni di padani pronti ad imbracciare una baionetta e delle cerimonie per rendere omaggio al dio Po.
Al tempo la sinistra gridava allo scandalo, se non allo sfaldamento immediato e ineluttabile dell’unità nazionale per poi tentare subito di blandire gli stessi leghisti con quella riforma del Titolo V della Costituzione che ancora oggi grida vendetta per le aberrazioni giuridiche in essa contenute, specie per quanto concerne la sovrapposizione di competenze tra i vari livelli statuali e per la sussidiarietà verticale e asimmetrica. Ma l’apice dell’incoerenza o, se si preferisce: dell’arabescato intellettuale, lo si ha ora con gli applausi progressisti, un tanto al chilo ideologico, a quelli che vengono considerati resistenti ed eorine giallorosse portatrici legittime di maggiore autonomia ma dimenticandosi (forse) che la libertà può essere pergiunta questa roba qui ma è anche qualcosa di molto più grande.