Mese: ottobre 2017

Catalogna, Padania, le piccole patrie che fanno grandi Cina e Russia

Di Alessio Postiglione  (www.alessiopostiglione.com)

Catalogna, Padania, le piccole patrie che fanno grandi Cina e Russia, e più piccola l’Europa.La politica, infatti, è chi prende che cosa, quando e come, diceva Harold Lasswell. Per questo, dietro il successo del micronazionalismo, dobbiamo chiederci sempre cui prodest. Proprio a Cina e Russia. Al punto che, quest’ultima, si prodiga anche attraverso finanziamenti a partiti indipendentisti o, comunque, euroscettici, con l’obiettivo di disintegrare l’Europa. Dividi et impera. Abbasso Bruxelles e viva le Langhe indipendenti! Cosa succederà, dunque, ora che la Catalogna dichiara l’indipendenza?

Nuove elezioni volute da Madrid, infatti, potrebbero comunque far vincere ancora gli indipendentisti. Dietro il micronazionalismo – di destra, ma anche di sinistra: non dimentichiamoci che Puigdemont è a capo di un rassemblement indipendentista biancorossobruno – alligna un equivoco. Il federalismo, nonostante sia diventato il traino identitario di partiti di destra, come la Lega, o di sinistra, come la Cup catalana, entrambi a parole antiglobalisti, ha una funzione attuale liberista e globalista. E anche anti Europea. Al punto che, invece di farci padroni a casa nostra, rischia di farci servi di altri in una casa pignorata dallo straniero.

Andiamo con ordine. Il revival neofederalista parte negli anni ‘90 con Gianfranco Miglio, nell’ambito di un discorso dove l’accento era posto sul taglio della spesa e l’aumento dell’efficacia e dell’efficienza della pubblica amministrazione. Questo discorso efficientista e per lo Stato minimo si inseriva nell’alveo dei seminali lavori di geografi come Saskia Sassen, che postulava come lo Stato nazionale westfaliano fosse morto. Il futuro è delle metropoli globali – diceva Sassen -, che competono fra di loro per attrarre i migliori PhD e lavoratori.

La metafora è quella del portare la globalizzazione all’estremo, con il capitale umano più pregiato completamente delocaliazzato e delocalizzabile, che cambia città ogni anno, come avviene per esempio in America, a seconda di quale città offra servizi più smart, istruzione migliore e tasse più basse. Come la retorica sociale, identitaria e delle radici territoriali della Lega, basata sul Volk e il blut und boden, possa conciliarsi con questa utopia liberista e globalista è un mistero.

Coerentemente con queste premesse, oggi, Parag Khanna, considerato fra i più importanti geopolitici mondiali, e sostenitore di un mondo composto da queste nuove città-stato multietniche, prende ad esempio di questo modello, non l’America, che è una democrazia, ma regimi non democratici ma ultra efficienti e iper liberisti come Singapore. Nella contraddizione fra l’America liberale e democratica e la Singapore autocratica e liberista si palesa un altro conflitto della globalizzazione.

L’assunto delle élite occidentali che il capitalismo globalizzato avrebbe portato democrazia e benessere è fallito. Con ciò è fallito anche il retro pensiero che ciò avrebbe garantito i primati dell’Occidente. I migliori interpreti della globalizzazione non sono le democrazie liberali e tantomeno l’Europa, ma paesi non democratici, ad iniziare dalla Cina, dove il mercato non è un meccanismo dal basso, ma imposto dall’alto, con aziende pubbliche di Stato. In effetti, come dimostra il cosiddetto elefante di Milanovic, la globalizzazione ha favorito la convergenza fra primo mondo e terzo mondo – la Cina è diventata più ricca e l’Occidente di meno – ma al costo di un aumento delle disuguaglianze all’interno dei Paesi. La nostra Africa si chiamano Quarto Oggiaro e San Basilio, oramai. Il nuovo status di Cina e Russia impone nuovi assetti globali.

La Cina, ad esempio, grazie ad un turbocapitalismo di Stato – altra caratteristica che
dovrebbe far riflettere i liberali de noantri -, sta puntando a costruire un’influenza basata sulla “collana di perle”, su di una serie cioè di Stati satelliti all’interno dei quali far passare la nuova via della seta. In questo schema, funziona molto di più parlare con la Catalogna che con una Bruxelles che, vale la pena ricordarlo, ha osteggiato la concessione dello status di economia di mercato a Pechino, fatta anni fa dalla Organizzazione Mondiale del Commercio; si tratta di un vero spartiacque, visto che, da quel momento, la Cina ha cominciato a scalare la piramide mondiale della ricchezza, grazie ad una competizione sleale fatta di deflazione salariale.

Altro che libero mercato! Coerentemente con ciò, la Padania è nata quando, con il nuovo mercato unico europeo, il Settentrione non ha avuto più bisogno di un grande
Mezzogiorno sussidiato, il cui scopo era assorbire la domanda dei prodotti del Nord e fornire manodopera a basso costo al Triangolo industriale. La perequazione fiscale della nostra costituzione non è un valore morale, dunque, ma un dispositivo economico keynesiano all’epoca degli Stati nazione. Oggi che, grazie all’austerità anche la domanda interna intra Ue è in picchiata, il mantra non è “l’Europa ci salverà”, ma la Cina assorbirà i nostri prodotti. In effetti, proprio l’Italia è prima per export in Europa.

Ma quanto possa essere furbo rendere la Cina, cioè una potenza imperialista, comunista e non democratica, la propria locomotiva economica lo dimostra proprio il caso Trump, che cerca di riportare un po’ di lavoro americano delocalizzato in Asia a casa, con Pechino che possiede il suo debito pubblico e ne limita l’autonomia politica. Insomma, la Cina non ci salverà, ma ci comprerà. L’unico argine a tutto questo è l’Europa, soprattutto se cambia spartito. Una Padania o una Catalogna indipendenti, infatti, legate a Pechino, vedrebbero ancora di più aumentare le ineguaglianze interne, fra un settore di punta valorizzato, ma una base industriale completamente smantellata dalla deflazione salariale cinese.

Il ridimensionamento politico dell’Europa, d’altronde, è un obiettivo condiviso dalla Russia e, almeno in questo momento, dagli Stati Uniti che, per cercare di mantenere il loro primato, hanno abbandonato multilateralismo e liberismo a favore di una politica da grande potenza solitaria e mercantilista. La Catalogna indipendente, da questo punto di vista, sarebbe un capolavoro. Un paese isolato dalla Ue, che appoggia Madrid, e che potrebbe contare proprio solo sui finanziamenti di Russia e Cina. I

l tassello di un mosaico globalista e da liberismo autoritario, che ucciderebbe il ceto medio locale. Una realtà molto diversa dalla retorica di protezione delle classi medie contro le banche e le élites tecnocratiche di Bruxelles a cui sia la Cup che la Lega si sono votate. Meglio dipendere da una imperfetta tecnocrazia europea e abbastanza democratica che da un perfetto politburo straniero autoritario. Altro che padroni a casa nostra.

@alessiopost

Dalla banca rossa al rosso della banca

Di Luca Proietti Scorsoni

Ma si, intendiamoci: può essere che la Banca d’Italia abbia commesso delle leggerezze tecniche durante la sua attività di controllo del sistema creditizio. Però, ecco, in quest’ultimo caso il pulpito dal quale proviene il rimbrotto, un qualcosa a metà tra la saccenza e l’ipocrisia, rimanda a quel passo evangelico narrante pagliuzze e travi conficcati nei bulbi oculari.

Ergo, certi moralisti privi di morale non si possono proprio ascoltare. Perché il fatto, per chi ancora non l’avesse capito, è più o meno questo: il PD  ha gestito, mediante le rispettive fondazioni, banche poi destinate, per altro, ad una ingloriosa fine, macchiata perfino da qualche lato (molto) oscuro – vedasi il caso di David Rossi e del suo suicidio(?), avvolto ancora da una fitta coltre di misteri e di strani silenzi.

E se non fosse stato nella stanza dei bottoni, il “partitone rosso” ha fatto di tutto per entrarci, alimentando in tal modo ambizioni carsiche di funzionari apparentemente devoti al proletariato e poco altro, tanto da far dire ad un democrat di lungo corso e, immagino, con lo sguardo non poco speranzoso: “Allora, abbiamo una banca!?”.

E non menziono dirigenti irresponsabili magari divenuti tali anche in virtù di prole governativa, chissà. Alla fine ci può pure stare che il famoso candore artistico, tipico della famiglia dei Della Robbia, abbia talmente condizionato la storia di Arezzo e dei suoi abitanti che quest’ultimi, per la verità con una certa “nonchalance”, siano diventati abili nello sbianchettare i ricordi e, ancor peggio, i soldi dei risparmiatori.

Certo è che vedere il segretario democratico rivolgere il suo “jaccuse” contro Palazzo Koch ricorda tanto quei presidenti che dopo l’ennesima e meritata sconfitta della loro squadra addossano la colpa esclusivamente all’arbitro in quanto reo di aver fischiato solo qualche fuorigioco nell’arco dell’intera partita.

Russia-Arabia Saudita: incontro fra due superpotenze

Di Anita Porta, studentessa SciencesPo

All’inizio di ottobre, il re dell’Arabia Saudita Salman ha portato a termine una visita storica a Mosca, la prima da quando i rapporti diplomatici fra la Russia e la monarchia saudita sono stati ristabiliti nel 1992.

Negli ultimi anni, diversi cambiamenti nello scenario mediorientale hanno portato le due potenze verso un riavvicinamento. Innanzitutto, con il ridimensionamento della presenza americana nell’area, l’Arabia Saudita è in cerca di un nuovo potente alleato che possa aiutarla a difendere i propri interessi attraverso un supporto diplomatico e militare. In questo contesto, l’ostacolo più grande è posto dal rapporto privilegiato che la Russia intrattiene con l’Iran, in particolare sullo scacchiere siriano, dove il regime di Bashar al-Assad sta progressivamente recuperando terreno contro le forze ribelli supportate dalla monarchia saudita. Tuttavia, fino ad ora questo elemento non si è rivelato un ostacolo decisivo nelle relazioni Russia – Arabia Saudita. Al contrario, il Ministro del Petrolio saudita Khalid al-Falih ha dichiarato, in occasione dell’apertura della Russian Energy Week a Mosca, che le visioni dei due Paesi riguardo alla regione mediorientale non sono mai state allineate al 100%, ma, specialmente in Siria, “il dialogo ha contribuito a diminuire le divergenze”.

Piuttosto che su una riprogettazione dello scenario mediorientale, l’incontro diplomatico è sembrato essere incentrato su altre priorità, più circoscritte e, al momento, più stringenti: nello specifico, la cooperazione nel settore energetico,, con lo scopo di portare il mercato mondiale del petrolio verso un ribilanciamento e ottenere un prezzo per l ’ooro nero più compatibile con i budget statali dei due Paesi. Da dicembre 2016, i paesi Opec, la Russia e altri produttori minori hanno firmato un accordo storico per ridurre il rilascio di petrolio sul mercato mondiale d i 1,8 milioni di barili al giorno. Tale accordo ha già permesso di far risalire il prezzo del petrolio oltre i 50 dollari al barile, ma i Paesi Opec hanno un obiettivo più ambizioso, quello dei 60 dollari al barile. L’Arabia Saudita, in particolare, vorrebbe far salire il prezzo del petrolio il più possibile entro il 2018, in vista dell’offerta pubblica iniziale sul gigante petrolifero nazionale Saudi Aramco.

Dall’incontro fra il Presidente Russo e il monarca saudita è emerso chiaramente che l’accordo rimarrà in vigore. Si discutono anche possibili estensioni a livello sia di quantità che di tempistiche , ma su questi temi ci sono già più dubbi. Per quanto riguarda le quantità , nonostante entrambi i Paesi abbi ano già eseguito tagli oltre il livello richiesto, l’Arabia Saudita ha annunciato di voler ulteriormente diminuire le proprie esportazioni di petrolio per il mese successivo di 560.000 barili al giorno. Non è chiaro se la Russia, da parte sua, sia pronta ad intraprendere tagli altrettanto drastici. Il ministro dell’energia Alexander Novak si è limitato a dichiarare che la Russia “Intraprenderà qualsiasi misura sia necessaria per ottenere un ribilanciamento del mercato”, senza fornire delle cifre specifiche.

Riguardo invece ad un prolungamento dell’accordo, il Presidente russo Vladimir Putin non ha escluso l’ipotesi di un’estensione oltre marzo 2018, nel caso il mercato del petrolio non si ancora bilanciato entro quella data. D’altro canto, il presidente della compagnia Lukoil Vagit Akekperov avrebbe dichiarato che il prolungamento dell’accordo non avrebbe senso nel caso in cui il prezzo del petrolio raggiungesse nuovamente i 60 dollari al barile.

Un altro importante risultato della visita del monarca saudita sono gli accordi commerciali multimiliardari che sono stati stipulati. In particolare, l’Arabia Saudita ha pianificato un investimento per un valore di 10 miliardi tramite una piattaforma comune del Fondo per Investimenti Diretti Esteri russo e il Fondo per Investimenti Pubblici saudita. Di questi investimenti, il 10% dovrebbe essere dedicato allo sviluppo tecnologico, e un ulteriore 10% al setto re petrolifero e petrolchimico. In particolare Gazprom Neft, la compagnia sussidiaria di Gazprom che si occupa della produzione petrolifera, ha firmato un memorandum di intesa con Saudi Aramco sulla cooperazione tecnologica, che potenzialmente include lo sviluppo congiunto di giacimenti di petrolio e gas. Secondo quanto dichiarato dal CEO di Aramco Amin Nasser, il gas naturale liquefatto (GNL) è una delle aree di cooperazione attualmente in via di esplorazione con i partner russi.
In prospettiva, il GNL proveniente dai giacimenti russi nell’Artico potrebbe divenire parte delle forniture di gas per Aramco.

“Referendum” – The day after

Di Luca Proietti Scorsoni

Dicono che l’Emilia otterrà ugualmente gli stessi risultati nonostante la sua conclamata parsimonia elettorale e finanziaria. Il che potrebbe anche essere vero, non dico di no, anzi: non lo so proprio. Fermo restando che appare difficile scorgere una certa risolutezza nell’agire tra le righe di un semplice proclama d’intenti.

Qualcuno addirittura ha sfruttato il caso emiliano per adombrare dei seri dubbi sulla democrazia rappresentativa nel lombardo-veneto. Ma, insomma.

Se ha un senso quel binomio tra libertà e partecipazione di gaberiana memoria, seppure declinata su di un piano referendario e, diciamolo, pienamente liberale, allora il suffragio per la scelta di una maggiore autonomia gestionale delle due regioni del Nord è stato di per se un paradigma di impegno corale oltre che un esempio plastico  di vocazione comunitaria. Perché poi c’è anche questo da dire: la volontà popolare di intervenire nei processi in atto – o in molti casi meglio dire: “ancora inattivi” – e finanche nel modellare un po’ di sana dinamica politica esiste, altroché, magari si dipana lungo percorsi carsici, ma la linfa che la anima periodicamente torna in auge.

Solo che questa vede restringersi gradualmente e sensibilmente le occasioni di essere chiamata alle urne. Senza considerare che lo stesso referendum, vuoi per un suo abuso temporale perpetrato dagli stessi padri radicali e/o vuoi per i sistematici tradimenti fattuali nei confronti dei propri esiti finali, nel corso degli anni è stato fortemente depotenziato in termini di incisività.

Però, ecco: chiusa tale digressione bisogna riconoscere che un punto a favore – un timido passo, un leggerissimo cenno: fate voi – ad un’Italia realmente federalista è stato indubbiamente messo a segno. Il che non sarà il raggiungimento dell’idealtipo dello Stato tanto agognato dai D’Azeglio e dai Balbo, eppure qualcosa, ripeto, pare muoversi. E sì: ho parlato d’Italia visto che non mi abbandona di certo la convinzione per la quale un federalismo degno di tale nome – ma possiamo pure ribattezzarlo al pari di una “devoluzione”, considerando lo sviluppo induttivo che si andrebbe ad innescare dal punto di vista istituzionale – può avere effetti medicamentosi in ogni anfratto dello Stivale.

Il tutto purché la perequazione non si tramuti in uno strumento perenne di mera redistribuzione, come avviene tutt’ora, proprio mentre sto scrivendo. Un decentramento il più possibile competitivo e meno cooperativo, ovvero che ricalchi la logica di funzionamento del libero mercato, è quanto di meglio si possa sperare per il nostro futuro assetto statuale. Che poi, a latere, una certa visione leghista questo 22 ottobre si sia riscattata dopo un discreto periodo di appannamento –  e nella speranza che non sia il classico colpo di coda che preannuncia la fine – a svantaggio di un neocentralismo voglioso di diluire l’identità “padana” lungo la catena appenninica, ebbene, questo non può che farmi un immenso piacere.

Il treno del PD: ci scusiamo per il disagio!

Di Leonardo Rossi, da “La Gironda”

Appena compiuti dieci anni, il Partito Democratico si regala un viaggio in treno che attraverserà tutto il nostro Paese. Partito questa mattina dalla stazione Tiburtina, il treno, denominato “Destinazione Italia”, porterà per due mesi Matteo Renzi a spasso per lo Stivale “per ascoltare gli italiani”- così assicura il segretario dem.

Ohibò! “Ascoltare gli italiani!” Cosa mai fatta in anni di governo del Paese in cui l’ex premier fiorentino ha visto sgretolarsi il grande consenso delle Europee 2014 con il quale si era presentato sulla scena nazionale.

Quale miglior simbolo del treno, in Italia, per rappresentare il ritardo con cui chi, dall’alto del piedistallo , non voleva saperne di critiche, appellava col titolo di gufo chiunque osasse pensarla diversamente e adesso si decide ad ascoltare gli italiani, guarda caso sotto elezioni.

Il ritardo con cui il PD pare essersi deciso, anche se solo per una mossa propagandistica, ad ascoltare gli italiani ha creato non pochi problemi nel Paese, chissà se la squillante voce degli altoparlanti delle stazioni dove il treno “Destinazione Italia” farà tappa, magari con accento fiorentino, si scuserà per il disagio.

Dlin Dlon.

Amazon vs UE, ovvero come essere sanzionati per aver rispettato la legge

Di Matteo Gianola

Una delle breaking news di questi giorni è la pretesa della Commissione UE che Amazon paghi 250mln di euro di imposte non versate al Granducato del Lussemburgo.

Secondo il rapporto del commissario per la Concorrenza Margrethe Vestager, tre quarti dei profitti del colosso dell’e-commerce in Europa non sarebbero stati tassati, cosa che somiglia al caso di Apple in Irlanda e su cui torneremo tra poco, ma la realtà dei fatti è ben diversa.

Il colosso dell’e-commerce p presente in Lussemburgo con una sua branch e come dalle parole in conferenza stampa della Vestager «Il Lussemburgo ha dato illegali benefici fiscali ad Amazon, permettendo alla società di evitare qualsiasi tassazione su tre quarti dei suoi profitti nell’Unione europea. In altre parole, ad Amazon è stato consentito di pagare ammontari fiscali quattro volte meno elevati di società locali soggette alle stesse regole nazionali. Abbiamo quindi assistito a illegittimi aiuti di Stato»

Il punto vero sta qui e nel regime fiscale “particolare” che il piccolo stato mitteleuropeo ha da sempre concesso alle grandi aziende perché vi trasferissero le loro sedi finanziarie. Il tax ruling fu stipulato nel 2003 tra l’azienda americana e l’allora governo Juncker per l’apertura della succursale Amazon sarl e prevedeva un’aliquota flat ben inferiore a quella stabilita per le aziende locali di circa il 30% (sì è più alta rispetto all’IRES italiana, per quanto sembri strano), cosa comune per tutte le grandi multinazionali che lì hanno portato i centri finanziari, da Apple con iTunes sarl, a Ferrero alle banche svizzere come UBS o Julius Baer.

Contrariamente al caso irlandese, dove l’aliquota per le aziende è uguale per tutti al 12.5% ed è da anni nel mirino dei “tassatori cortesi” europei che vorrebbero un’armonizzazione verso l’alto di tutte le imposte sulle aziende, qui si può ampiamente parlare di un sistema anti mercato, un beggar thy neighbor come viene comunemente definito, ma che è stato alla base della prosperità del Granducato da sempre e non è diverso da quanto fa la Svizzera, ad esempio.
Ma in questo caso chi è che avrebbe infranto la legge, cioè le norme sulla concorrenza stabilite dal Trattato, Amazon o il Lussemburgo?

Sembra una questione da poco ma è qui che si snoda tutta la faccenda e l’attacco frontale dell’Unione Europea alle aziende.

Amazon ha evaso le imposte?

No, ha pagato correttamente quanto a lei richiesto sulla base del tax ruling concordato con il governo che, per questo, è il vero distorsore della concorrenza e, come tale, dovrebbe essere sanzionato.

Ovvio che la posizione di Jean Claude Juncker come Presidente della Commissione è piuttosto scomoda, anche se fu lui – forse se n’è dimenticato – lo stesso a firmare gli accordi fiscali con Amazon ed è lui a presiedere il “grande accusatore” che vorrebbe che l’azienda versasse delle imposte che, a tutti gli effetti, non sarebbero dovute ai sensi di legge.

Detto questo sarebbe interessante vedere se lo stesso trattamento verrà applicato a tutte le aziende che avessero contrattato un tax ruling con il governo lussemburghese, negli scorsi anni, per impiantare la loro sede europea nel granducato.

Sarebbe interessante vedere le reazioni delle grandi banche, come la già nominata UBS (che, a dire il vero, ha già avuto una contestazione in patria per questa sua “delocalizzazione”) – se la commissione, come sarebbe corretto a livello di diritto, ampliasse l’intervento anche ad esse – o di altre aziende, come la Eugene Patri Sebastienne SA che, per chi non l’avesse mai sentita nominare, è la controllante del primo gruppo birraio al mondo, la Anheuser-Busch InBev, proprietaria di marchi come Beck’s e Budweiser.

Come si indicava poco sopra, infatti, le aziende presenti in Lussemburgo, come anche quelle in Irlanda del resto, hanno stabilito qui i loro centri finanziari per poter beneficiare di sistemi burocratici snelli e, soprattutto, di un regime fiscale assai favorevole che permetta di massimizzare i profitti al netto delle imposte a beneficio sia degli investimenti sia della remunerazione degli shareholders.

L’obiettivo della Commissione, come è palese che sia dopo gli ultimi eventi anche con il caso Apple, punta a un’armonizzazione della tassazione in tutto il continente per diminuire quella concorrenza fiscale interna che permette da una parte ai soggetti di scegliere lo Stato membro più conveniente, nel rapporto imposte/servizi, dove impiantare la propria sede e dall’altro a contenere le pretese vessatorie degli stati.

Non è un caso che sul banco degli imputati, ben prima di Apple o di Amazon, fosse finita l’Irlanda che è sotto un continuo attacco per il regime fiscale applicato alle imprese fin dalla crisi che il suo sistema economico subì negli scorsi anni che causò anni di “lacrime e sangue” per il risanamento dei conti ma che vide il governo fermo nel non voler toccare le aliquote per non inficiare gli investimenti che, alla fine, sono stati alla base della forte ripresa che vede l’isola britannica protagonista in questi ultimi anni.

La concorrenza fiscale interna all’UE, infatti, è un valore da mantenere, un vero e proprio asset competitivo che dovrebbe spingere gli Stati membri a diventare dei luoghi più favorevoli alla creazione di valore e di ricchezza, favorendone lo sviluppo e la crescita continua ma che, ovviamente, avrebbe come lato nascosto il depotenziamento delle élite burocratiche e politiche che governano il sistema. Da qui la guerra alle grandi aziende multinazionali, soprattutto quelle ad alto valore aggiunto come le tecnologiche, attraverso sanzioni campate per aria e ipotesi di nuovi balzelli, come la web tax, che possono benissimo essere considerati come degli elementi recessivi.

In conclusione, possiamo definire la sanzione annunciata ad Amazon, esattamente come quella rivolta verso Apple che l’Irlanda si rifiuta di far pagare, non solo inopportuna e dannosa, a livello di mercato, ma, senza paura di esagerare, addirittura illegittima poiché il Trattato non conferisce alcun potere agli organi comunitari sulle politiche fiscali interne. Vero è che, come sostiene il commissario Vestager, questo tax ruling possa essere considerato come un aiuto di stato proibito dal Trattato stesso, contrariamente al caso di Apple che, invece, ha usufruito di un sistema fiscale codificato e accessibile a chiunque, ma è il Lussemburgo ad aver infranto gli obblighi sanciti dalla norma europea ed è verso di esso che dovrebbe essere aperta una procedura di infrazione. Evidentemente, però, il Presidente Juncker non se la sente di condannare l’operato del proprio paese né, tanto più, gli accordi da lui stesso firmati.

Cara Giorgia ti scrivo

Di Mirko Giordani

Cara Giorgia ti scrivo,

so che ti piace il concetto di patria, so che convincerti sarà roba difficile: voi di destra-destra avete idee forti, ben radicate ed antiche. Tu rifiuti il concetto di piccole patrie, sei attaccata allo stato come lo vedevano i nostri bisnonni nell’800. Ma i tempi sono cambiati, e dovresti rendertene conto. Il mondo, volenti o nolenti, corre e corre veramente ad una velocità forsennata, e quando tu dici che l’antidoto contro le multinazionali, le banche, le lobby, la grande finanza e chi più ne ha più metta si chiama “Stato-nazione”, forse hai la memoria corta. Ti ricordi, cara Giorgia, cosa fecero i mercati nei confronti del nostro paese nel 2011? Pensi forse che un parlamento romano o Palazzo Chigi sia in grado di fermare forze individuali che si avventano contro una preda debole e malconcia?

Ci hanno preso di mira e ci hanno fatto a pezzi, un po’ per collaborazionismo di alcuni politici nostrani, un po’ per la debolezza politica ed economica del nostro amato paese. E succederà lo stesso, se non prenderemo rapide contromisure, con la fine QE di Mario Draghi (da te tanto odiato ma che ci sta tenendo penosamente a galla, comprando nostri titoli di Stato).

Siccome una guerra all’ultimo sangue contro il mercato la perderemo al 100%, allora vale la pena capirlo il mercato, capire come mitigare gli effetti drammatici della globalizzazione, come approfittare delle opportunità che la mobilità dei capitali crea. Allora ben venga una sana competizione fiscale tra territori, ben venga una spinta all’ammodernamento, alla proiezione internazionale delle nostre piccole e medie imprese per catturare mercati lucrativi. Ben venga che non solo la Lombardia ed il Veneto, ma anche altre regioni possano avere più autonomia e più responsabilità di fronte agli elettori. Perchè se spendi i tuoi soldi e li spendi male, meriti di essere punito dai tuoi elettori.

Invece no Giorgia, te sei attaccata alla Nazione, allo Stato che regola e che decide al posto dei liberi cittadini. Io ho il tricolore nel terrazzo, ed anche se temporaneamente studio a Londra, ovunque vada sarò sempre e comunque un italiano che parla un inglese con l’accento del mio territorio. Non sono meno patriota di te, non sono meno attaccato di te ai miei fratelli e sorelle italiani, soprattutto a quelli che emigrano. Sono solo meno ideologico di te. Ripensaci Giorgia.

Leo Longanesi: un “borghese grande grande” in un’Italia sempre più piccola

Di Graziano Davoli

Il 27 Settembre del 1957, Leo Longanesi è nel suo ufficio, a Milano, quando viene improvvisamente colto da un infarto. Prima di perdere i sensi, ha il tempo di mormorare “Ecco, come avevo sempre sperato: alla svelta e fra i miei aggeggi”. Viene immediatamente tradotto in una clinica, dove muore poche ore dopo. Nel 1987, a 30 anni dalla sua morte, Indro Montanelli, forse il suo allievo prediletto, ne ricorderà il funerale in un articolo al quale verrà attribuito il Premio Guidarello. Una cerimonia molto semplice, con una decina di persone. Dove tutto si svolge sbrigativamente, solo la figlia di Longanesi, Virginia, mormora, mentre la bara sta calando nella tomba, “e dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici…”, degna figlia di suo padre.

Questi due aneddoti, quelli finali della sua esistenza, possono riassumere in pieno ciò che è stato Leo Longanesi (giornalista, scrittore, aforista, pittore, illustratore e padre nobile di un’intera generazione di intellettuali, tra cui lo stesso Montanelli) a 60 anni dalla sua morte. Un fine umorista ed un polemista senza sosta, in continuo dissidio con sé stesso e con la realtà che lo circondava, un uomo solo che rideva per non singhiozzare. Il suo pessimismo ad oltranza vissuto non con le lacrime ma con un sorriso sarcastico stampato sul volto, fanno di Longanesi un Borghese con la B maiuscola. Longanesi del Borghese aveva tutto, innanzi tutto era un nostalgico. Il suo rimpianto per un mondo ottocentesco, abitato da una borghesia sobria e saggia lo accompagnerà per tutto il resto della sua vita. Un rimpianto per quelle vecchie zie che avrebbero dovuto salvare la società del suo tempo, ma che non sarebbero mai arrivate. Questa nostalgia instillerà in lui quell’anticonformismo destinato a tradursi in insofferenza ed in senso di inadeguatezza nei confronti dell’autorità vigente. Da queste due cose sfocia la sua fronda. Una naturale tendenza da bastian contrario, un po’culturale un po’estetica, che lo porta a criticare vivacemente il fascismo dall’interno. Critiche brillanti e sagaci, scritte tra le pagine del suo rotocalco Omnibus o di qualche altra testata giornalistica, con le quali bersaglia una società formata da giovincelli che preferiscono fare i fascisti invece di studiare e perdersi in mezzo a “Fanfare, bandiere e parate” guardando con fiducia a Benito Mussolini, al quale danno sempre ragione e ai Gerarchi, la cui carica è per Longanesi “la grande attività di chi non ha nulla di serio a cui pensare”.

La polemica di Longanesi contro il regime, che si tradurrà ne Il Vade-mecum del perfetto fascista una raccolta di battute sferzanti e vivaci, scritte sotto forma di consigli, è febbrile e vitalistica, Longanesi ha il privilegio di criticarlo dall’interno e lo fa divertito e senza pietà, sfruttando i numerosi spunti che egli riesce a cogliere. Il Fascismo, nel tentativo di uscire dall’ambiente della provincia, non fa che diventare interprete di quel provincialismo tutto italiano, di quello spirito paesano, con i quali Longanesi si trova perfettamente a suo agio.

La fronda però non si esaurisce durante la Repubblica, anzi in questo periodo essa si traduce in una profonda insofferenza verso un tempo morto, dove la modernità inghiotte la tradizione sempre più voracemente. Già dall’immediato dopo guerra egli vede, finalmente, gli italiani per quello che sono: un popolo di camaleonti che scende costantemente a compromessi con sé stesso per sopravvivere, un popolo la cui unica bandiera dovrebbe riportare le parole Ho famiglia. Di questa dissoluzione è innanzitutto responsabile la borghesia stessa, che Longanesi vede come un insieme di dame ingioiellate ed imbellettate e di industriali dediti solo ai propri interessi. Una borghesia senza coscienza e che si vergogna della sua stessa natura. Questo accende in lui la necessità di fondare, insieme a Montanelli, Ansaldo, Prezzolini e tanti altri, il settimanale Il Borghese. Davanti all’avanzare del pericolo comunista, la borghesia italiana è chiamata a lasciare i propri particolari e a prendersi le proprie responsabilità.

Il boom economico, la riforma agraria, la democrazia che egli insegna ai suoi a “disprezzare con rispetto”, tutto passa sotto la sua penna caustica e sferzante, spesso ai limiti del sovversivo e indigesta al Governo. Dal settimanale Longanesi creerà i Circoli del Borghese, dove proverà a costituire un movimento conservatore e d’ordine in grado di costituire un’alternativa al PCI, una montagna che partorirà un topolino.

Di Longanesi ci rimane questo: la memoria di un brillante polemista, un genio eclettico e vivace, il padre nobile di alcune tra le più vivaci penne della nostra stampa (tra cui quelle di Ennio Flaiano e del già citato Montanelli), di un conservatore illuminato e quindi, come scrive Prezzolini nel suo Manifesto dei conservatori, pessimista per sua nature e un Borghese. Un Borghese grande grande, il cui tricolore andrebbe marchiato a fuoco sulla fronte di ogni Italiano

Catarogna

Di Luca Proietti Scorsoni

Che dire della Catalogna: tanto, ma non tutto in maniera univoca.

Ad esempio potrei iniziare, per poi subito chiudere, prendendo a modello le parole di von Mises quando sosteneva che: “se, al limite, fosse possibile concedere a ogni singolo cittadino questo diritto di autodeterminazione, bisognerebbe farlo”. Quindi ne basta uno, ben sapendo che proprio nell’unità si cela l’essenza del liberalismo. Ma questa è la dottrina. Poi viene la pastorale. La quale vede sì una costituzione iberica posta in contrasto con qualunque istanza secessionista – anche se basterebbe citare Jefferson quando sosteneva come: “la mano dei morti non può di certo tracciare la strada dei vivi” per smantellare le più pervicaci prassi centraliste – ma soprattutto evidenzia una pretesa referendaria che calpesta addirittura il regolamento dello stesso parlamento catalano, il quale prevede che i due terzi dell’assise legislativa debba avvalorare la consultazione affinché questa possa svolgersi in maniera legale.
E invece nulla. Colpo di mano del governo e comunque vada sarà un successo.

A prescindere dalle minacce che alcuni indipendentisti hanno rivolto ai direttori dei giornali e alle inevitabile e consequenziali ondate di tensione e allarme sociale ancor prima che istituzionale. Perché poi bisogna aggiungere che la polizia di Madrid svolge il ruolo che le compete. Come del resto i nostri militari quando vennero spediti in Alto Adige a soffocare picchi di secessionismo e terrorismo ben assortito. Non solo. Ad una prima analisi, e perfino superficiale, del fenomeno catalano emergono tutte le incongruenze sia politiche che culturali e financo mediatiche con il nostro Paese.
Del resto basta vedere le immagini di una Barcellona ricolma di gente e di rivendicazioni radicalmente autonomiste – seppur magari provenienti da una porzione minoritaria della società – per ridimensionare drasticamente una certa prossemica nonché una ritualità più da operetta che da epica tipiche della Lega d’antan, quella per intendersi dei primi raduni di Pontida, dei milioni di padani pronti ad imbracciare una baionetta e delle cerimonie per rendere omaggio al dio Po.
Al tempo la sinistra gridava allo scandalo, se non allo sfaldamento immediato e ineluttabile dell’unità nazionale per poi tentare subito di blandire gli stessi leghisti con quella riforma del Titolo V della Costituzione che ancora oggi grida vendetta per le aberrazioni giuridiche in essa contenute, specie per quanto concerne la sovrapposizione di competenze tra i vari livelli statuali e per la sussidiarietà verticale e asimmetrica. Ma l’apice dell’incoerenza o, se si preferisce: dell’arabescato intellettuale, lo si ha ora con gli applausi progressisti, un tanto al chilo ideologico, a quelli che vengono considerati resistenti ed eorine giallorosse portatrici legittime di maggiore autonomia ma dimenticandosi (forse) che la libertà può essere pergiunta questa roba qui ma è anche qualcosa di molto più grande.

Dalla paella alla brace

Di Leonardo Rossi

Lasciando da parte, per un attimo, le disquisizioni sul valore delle leggi in opposizione a quelle sulla libertà dei popoli, che appartengono ad un piano pre-politico e rimandano inesorabilmente all’eterno scontro tra giusnaturalisti e giuspositivisti, disquisizioni alle quali, non lo si può negare, anche chi vi scrive ha portato un pur piccolo contributo – ça va sans dire-giusnaturalista, proviamo a portare la questione su un piano politico se non addirittura pragmatico. Proviamo, in questa circostanza, a utilizzare come mezzo valutativo solo e soltanto l’utilitarismo, anche se le dimensioni pre-politica prima ed emotiva poi non possono essere
esautorate così facilmente.
Chiudiamo in un cassetto, che cercherà continuamente di aprirsi, tutte le nostre domande (e risposte, opposte a seconda della categoria di chi giudica) circa la legittimità del referendum
catalano, circa l’eventuale diritto di auto-determinazione, circa il valore- in fin dei conti- delle carte costituzionali, ovvero la perennità di queste o la necessità che queste si adeguino alla storia, che va avanti e non sta certo ad aspettarle.

Adesso cosa rimane? Rimane il tentativo spagnolo di salvare l’unità nazionale. Di nuovo, non chiediamoci se e come questo tentativo sia a priori legittimo, buono, sbagliato, sacrosanto, inopportuno. Valutiamo la prassi, l’azione, cioè in che cos’è, al momento, consistito questo tentativo goffo di salvare l’unità nazionale. La pessima gestione del governo Rajoy, le manganellate su gente inerme che pacificamente stava in fila per inserire un pezzo di carta in
un’urna (che il voto fosse o non fosse valido), il discorso – tardivo e sciocco- del re Felipe. Proprio il re potrebbe aggiungere, dopo il suo discorso alla nazione, ai suoi innumerevoli titoli anche quello, che ben lo rappresenta, di Tafazzi. Rajoy lo stesso.

Hanno rinunciato alla politica per mostrare muscoli ai muscoli catalani: che idiozia. A Madrid sapevano bene che, nella prassi, i catalani non sarebbero mai riusciti nel tentativo di secessione
innanzitutto per le tante difficoltà interne alla Catalogna, difficoltà interne che era possibile superare solo con un’azione suicida di Madrid. E ovviamente hanno scelto la via del suicidio. Se secessione sarà, lo sarà non tanto per l’iniziale spinta e volontà catalana, per il loro moto di popolo e il loro mito nazionale, bensì lo sarà grazie all’atteggiamento di Madrid, alla sua azione suicida, aperta da Rajoy, proseguita con la Guardia Civil e confezionata da Felipe Borbone.
Non saranno il mito, le tradizioni, la voglia di indipendenza catalani a fare o non fare la secessione: sarà l’atteggiamento spagnolo a convincerli a non farla o a costringerli a farla. Convincerli – va ripetuto- a non farla o costringerli a farla.

Provando, come stanno facendo, a costringerli a non farla, rinunciando dunque all’arma politica della persuasione e della contrattazione, del compromesso e del dialogo, stanno , invece ,
soltanto spingendo anche i più moderati tra i catalani a simpatizzare con la causa separatista. Ogni pugno che Re Tafazzi di Borbone tira sulla scrivania è un pugno che arriva sulla sua faccia e sulla faccia della Spagna. La Catalunya ringrazia e sta a guardare.