Pillole di rivoluzione

Da La Gironda, di Matteo Marchesi

Dopo i bombardamenti di informazione soggettiva e irrealistica, durante la campagna elettorale francese, i nostri giornali, indistintamente dal colore politico, dalla connotazione ideologica o identitaria delle loro ragioni, dei loro intellettuali, pubblicisti o giornalisti, hanno in qualche modo riadattato i contenuti portati da Emmanuel Macron in chiave puramente propagandistica. Senza nessuna adesione ai suoi reali contenuti programmatici e senza una vera analisi della sua politica.

 

Dico questo perché, su invito di un collega, a cui devo fare i miei più cari ringraziamenti, ho avuto occasione di leggere “Révolution”. Un testo programmatico, quasi un flusso di idee, che il Presidente della Repubblica francese ha pubblicato dopo l’annuncio della sua candidatura. Con l’intento proprio di far fruire, in maniera del tutto divulgativa, i suoi valori, le sue percezioni, le sue idee, il suo programma.

 

Ebbene non si può certo non apprezzare i contenuti che Macron porta ai suoi lettori. Cominciando dalla sua denuncia all’innalzamento, nel quinquennio di Hollande, della spesa pubblica di oltre 170 miliardi di euro. É molto chiaro quando ne annuncia un taglio attraverso una riorganizzazione, chiara, dell’assetto locale della Pubblica Amministrazione francese volta a perdere quel requisito di “egualitarismo” che la destra ha ormai assorbito dalla sinistra, perdendo il concetto di performance e meritocrazia. Facendo passare il successo personale per meriti quale strumento di offesa altrui.

Quando auspica un taglio ai sussidi di disoccupazione dei senza-lavoro, al fine di migliorarne la preparazione attraverso processi di riqualificazione, non è forse più adesivo alla reale necessità di prospettive?

É inoltre giustamente liberale quando, con delle critiche soggettive condivisibili, analizza il mercato finanziario in cui siamo inseriti, ma non lo svilisce o non promette di stravolgerlo, bensì si impegna a responsabilizzare gli attori che ne fanno parte.

È altrettanto pragmatico quando descrive una trasformazione industriale in atto, che avviene sotto il profilo digitale, tecnologico, ecologico e organizzativo. Non si può pensare, nell’era delle start-up, di valorizzare una contrattazione sindacale ideologica e sorpassata. A questo proposito è naturale un cambiamento radicale urbano delle nostre città, che si sono necessariamente sviluppate attorno alle grandi industrie del passato.

Quando tratta l’argomento delle metropoli, è molto realistico a identificare due velocità diverse tra quartieri residenziali e quartieri con una forte presenza di immigrati che si sono progressivamente ghettizzati e sono diventati l’origine della delinquenza nelle città. A tal proposito egli non esclude una matrice, socialista, di inclusione. L’inclusione responsabile, quella che garantisce una valorizzazione del territorio e della nazione, può e deve essere contemplata. Va ripudiata una incontrollabile erogazione dei visti per gli extracomunitari. Ripudiato un sistema europeo di buonismo controllato da mezzi inefficienti e insufficienti. Lo dice “senza infrangimenti: l’umanità nel trattamento dei rifugiati non deve far pensare che accoglieremo tutti, magari accordando visti d’ingresso con il contagocce, al termine di procedure che non finiscono mai”.

Macron è giusto quando non rinnega un’Europa di pace e prosperità tra le nazioni, un’Europa popolare e al passo con i tempi (quella della generazione erasmus tanto per intenderci), ma è altrettanto giusto nel sottolineare la necessità di vere intenzioni comuni e progetti veramente condivisi: sia dal punto di visto organizzativo e istituzionale, con l’affermazione di apposite figure di garanzia europee più preparate e forti delle attuali, sia dal punto di vista militare, con l’istituzioni di progetti condivisi nel mediterraneo.

Idealizza accordi preventivi sia con la Russia, sempre più interventista nell’africa settentrionale, sia con gli Stati Uniti che, sotto la presidenza Obama, hanno visto un progressivo ritiro di truppe e volontà dal medio oriente.

 

Queste nozioni che sinteticamente ho elencato non esplicano la complessità e l’origine dei ragionamenti che il leader di “En Marche!” ha sviscerato nel suo libro. Tuttavia non credo che visioni così pragmatiche e realistiche del reale non siano aderenti ai valori repubblicani e liberali che contraddistinguono anche noi italiani.

Mi spiace che, anche in questo caso, abbiamo perso una possibilità: ci siamo schierati quali tifoserie di una partita di calcio. La curva nord a trazione leghista, lepenista, e la curva sud di un PD macronista, come unica alternativa a un debacle dei socialisti francesi. Eppure potevamo trarre idee e spunti per la nostra nazione, potevamo riportare, oltre ai protagonisti delle presidenziali francesi, la narrazione delle loro idee.

Abbiamo perso un altra opportunità di discussione, un’altra possibilità di confronto.