Mese: agosto 2017

Nocilia

Di Luca Proietti Scorsoni

Musumeci, dunque. E allora che dire? Habemus Papam. Finalmente! In queste ultime settimane abbiamo potuto osservare all’opera abili strateghi elettorali ed altrettanto validi esperti di tattica partitica però, ecco, solo questo. Nel senso che qualcosa è mancato. Qualcosa di molto importante. Tipo un po’ di chiarezza su quel che si vorrebbe realizzare in caso di vittoria alle urne. I comuni mortali parlerebbero di una programma elettorale ma qui si tratta di altro ancora. In altre parole: una visione a lungo raggio su come intendere un cambiamento radicale, ormai non più rinviabile, dell’attuale “status quo”. Per intenderci: in Sicilia non è tanto la cronica indecisione politica di Alfano a pesare, come si potrebbe intuire leggendo le cronache di qualche resoconto giornalistico, quanto una situazione istituzionale oltreché finanziaria letteralmente imbarazzante. Altrimenti il rischio è quello di scimmiottare il compare di Johnny Stecchino quando sosteneva che il traffico era l’incubo peggiore dei siciliani. Non scherziamo. Qualche riga sopra ho parlato di un contesto “imbarazzante” non a caso. Tanto per rendere chiaro il contesto del quale sto parlando: lo scorso febbraio, l’amministratore unico di Riscossione Sicilia – il che fa presumere che non si tratti di un autore di “fake news” – ha dichiarato, dinnanzi alla Commissione parlamentare Antimafia, come in Sicilia vi sia stata un’evasione fiscale pari a circa 52 (52!) miliardi di euro nell’ultimo decennio. Se poi a tale voragine aggiungiamo lo stato debitorio, il numero abnorme di assistiti – tra cui i mitici forestali – e un fenomeno mafioso che, nonostante sia stato pressoché debellato in termini militari, ha ancora una indubbia tenuta nel tessuto socio-economico della Regione, allora si che le tinte fosche del quadro isolano si fanno scurissime. Ebbene, a fronte di ciò, è eccessiva la pretesa di sentire una-parola-una su come affrontare, in maniera possibilmente risolutiva, la “missione” trinacria? Al momento siamo venuti a conoscenza dei dubbi amletici dell’area popolare, della risurrezione dell’ex governatore Lombardo e dello stesso Musumeci ormai candidato presidente di professione. Va bene tutto, ci mancherebbe, ma ora basta: è giusto sapere se il ruolo agognato all’interno di Palazzo D’Orleans è quello di becchino o di chirurgo rianimatore.

Pillole di rivoluzione

Da La Gironda, di Matteo Marchesi

Dopo i bombardamenti di informazione soggettiva e irrealistica, durante la campagna elettorale francese, i nostri giornali, indistintamente dal colore politico, dalla connotazione ideologica o identitaria delle loro ragioni, dei loro intellettuali, pubblicisti o giornalisti, hanno in qualche modo riadattato i contenuti portati da Emmanuel Macron in chiave puramente propagandistica. Senza nessuna adesione ai suoi reali contenuti programmatici e senza una vera analisi della sua politica.

 

Dico questo perché, su invito di un collega, a cui devo fare i miei più cari ringraziamenti, ho avuto occasione di leggere “Révolution”. Un testo programmatico, quasi un flusso di idee, che il Presidente della Repubblica francese ha pubblicato dopo l’annuncio della sua candidatura. Con l’intento proprio di far fruire, in maniera del tutto divulgativa, i suoi valori, le sue percezioni, le sue idee, il suo programma.

 

Ebbene non si può certo non apprezzare i contenuti che Macron porta ai suoi lettori. Cominciando dalla sua denuncia all’innalzamento, nel quinquennio di Hollande, della spesa pubblica di oltre 170 miliardi di euro. É molto chiaro quando ne annuncia un taglio attraverso una riorganizzazione, chiara, dell’assetto locale della Pubblica Amministrazione francese volta a perdere quel requisito di “egualitarismo” che la destra ha ormai assorbito dalla sinistra, perdendo il concetto di performance e meritocrazia. Facendo passare il successo personale per meriti quale strumento di offesa altrui.

Quando auspica un taglio ai sussidi di disoccupazione dei senza-lavoro, al fine di migliorarne la preparazione attraverso processi di riqualificazione, non è forse più adesivo alla reale necessità di prospettive?

É inoltre giustamente liberale quando, con delle critiche soggettive condivisibili, analizza il mercato finanziario in cui siamo inseriti, ma non lo svilisce o non promette di stravolgerlo, bensì si impegna a responsabilizzare gli attori che ne fanno parte.

È altrettanto pragmatico quando descrive una trasformazione industriale in atto, che avviene sotto il profilo digitale, tecnologico, ecologico e organizzativo. Non si può pensare, nell’era delle start-up, di valorizzare una contrattazione sindacale ideologica e sorpassata. A questo proposito è naturale un cambiamento radicale urbano delle nostre città, che si sono necessariamente sviluppate attorno alle grandi industrie del passato.

Quando tratta l’argomento delle metropoli, è molto realistico a identificare due velocità diverse tra quartieri residenziali e quartieri con una forte presenza di immigrati che si sono progressivamente ghettizzati e sono diventati l’origine della delinquenza nelle città. A tal proposito egli non esclude una matrice, socialista, di inclusione. L’inclusione responsabile, quella che garantisce una valorizzazione del territorio e della nazione, può e deve essere contemplata. Va ripudiata una incontrollabile erogazione dei visti per gli extracomunitari. Ripudiato un sistema europeo di buonismo controllato da mezzi inefficienti e insufficienti. Lo dice “senza infrangimenti: l’umanità nel trattamento dei rifugiati non deve far pensare che accoglieremo tutti, magari accordando visti d’ingresso con il contagocce, al termine di procedure che non finiscono mai”.

Macron è giusto quando non rinnega un’Europa di pace e prosperità tra le nazioni, un’Europa popolare e al passo con i tempi (quella della generazione erasmus tanto per intenderci), ma è altrettanto giusto nel sottolineare la necessità di vere intenzioni comuni e progetti veramente condivisi: sia dal punto di visto organizzativo e istituzionale, con l’affermazione di apposite figure di garanzia europee più preparate e forti delle attuali, sia dal punto di vista militare, con l’istituzioni di progetti condivisi nel mediterraneo.

Idealizza accordi preventivi sia con la Russia, sempre più interventista nell’africa settentrionale, sia con gli Stati Uniti che, sotto la presidenza Obama, hanno visto un progressivo ritiro di truppe e volontà dal medio oriente.

 

Queste nozioni che sinteticamente ho elencato non esplicano la complessità e l’origine dei ragionamenti che il leader di “En Marche!” ha sviscerato nel suo libro. Tuttavia non credo che visioni così pragmatiche e realistiche del reale non siano aderenti ai valori repubblicani e liberali che contraddistinguono anche noi italiani.

Mi spiace che, anche in questo caso, abbiamo perso una possibilità: ci siamo schierati quali tifoserie di una partita di calcio. La curva nord a trazione leghista, lepenista, e la curva sud di un PD macronista, come unica alternativa a un debacle dei socialisti francesi. Eppure potevamo trarre idee e spunti per la nostra nazione, potevamo riportare, oltre ai protagonisti delle presidenziali francesi, la narrazione delle loro idee.

Abbiamo perso un altra opportunità di discussione, un’altra possibilità di confronto.

Io e i “Rossobruni”

Di Luca Proietti Scorsoni

Ho sempre considerato la Destra come quel crocevia politico e culturale dove è possibile far incontrare le istanze tipiche del liberalismo con quelle più attinenti alla dottrina conservatrice, dando così luogo ad una misticanza valoriale più simile ad una sintesi virtuosa che non ad un compromesso tattico e di basso profilo. Insomma, io la vedo in questo modo. Del resto le varie destre necessitano di un collante – che possiamo definire fusionismo o eclettismo che dir si voglia – grazie al quale poter esaltare le molteplici sensibilità in un equilibrio ideale in continua evoluzione. Tuttavia, e mio malgrado, tale posizione, specie negli ultimi tempi, appare minoritaria nonché velleitaria in quanto quella che un tempo veniva definita Destra “sociale” o “radicale” sta assumendo dimensioni egemoniche anche grazie, se mi è permesso, a correttivi concettuali ad elevato tasso di centralismo selvaggio. Ne consegue che la discrepanza più rilevante, tra le due principali percezioni caratterizzanti la Destra, riguarda il ruolo assunto dal (libero) mercato. Un’opportunità per taluni – quorum ego -, una iattura, se non peggio, per altri, come se quell’aggettivazione di “sociale”, adottata poc’anzi, fosse un sinonimo diretto di statalista. Alias: solo il Leviatano è in grado di tutelare e soddisfare i bisogni di ampi strati della società. A partire da quelli meno abbienti, certo. Anzi, non è certo per niente.

Detta in altri termini: il capitalismo viene additato dai rossobruni – o fasciocomunisti per adoperare un’espressione alla Pennacchi, ma sempre con il massimo rispetto – alla stregua di un mostro dotato di arbitrio cinicamente raziocinante e con istinti esiziali per l’ordine costituito, il nucleo familiare, il retaggio del nostro vissuto cristiano e gli ancoraggi valoriali del popolo. Già, il popolo. Ecco, anche qui bisogna fare un po’ di chiarezza intellettuale. Se non altro perché la semantica gioca un ruolo fondamentale per marcare le distanze tra i nostri due emisferi. Per la destra sociale il “popolo” è, appunto, un costrutto sociologico, una realtà autonoma, omogenea e coesa che “subisce” il liberismo, le élite tecnocratiche ed è preda di continui complotti transnazionali. Per la destra liberale invece fa fede quell’accezione del termine che diede Don Sturzo quando, richiamandosi al “populus”, voleva sottintendere le convinzioni, la fede, le tradizioni e le aspirazioni, nel contribuire al cambiamento del Paese, da parte dei componenti di una comunità, nonostante la loro naturale e fisiologica tensione alla ricerca individuale. D’altro canto, se così non fosse, il popolo visto da “destra” somiglierebbe eccessivamente alla “massa proletaria” tipica di un certo comunismo. Ed infatti, nemmeno a farlo apposta, proprio un filosofo marxista, Diego Fusaro, è divenuto l’idolo “colto” di questo particolare conservatorismo. Un giovane studioso dalla preparazione profonda e robusta, bisogna riconoscerlo, ma si tratta pur sempre di un estimatore di Marx. Ergo, la storia, nel mentre, non solo è andata avanti ma ha pure dimostrato come il barbuto di Treviri “qualche” cantonata l’abbia presa. Che ancora non lo comprendano a sinistra ci può stare, ma che a destra qualcuno lo voglia riattualizzare, nonostante il pantheon di sapienti ai quali si potrebbe attingere, rimane una cosa davvero incomprensibile.