Mese: luglio 2017

Acqua Capitale

Di Luca Proietti Scorsoni

Ai tempi della consultazione referendaria il mantra era più o meno questo: “L’acqua è un bene comune”. Tant’è che poi, a distanza di qualche anno, giusto per fare un po’ di ironia a basso costo, ora è il Comune a non saper bene che fine abbia fatto l’acqua. Va bene, d’accordo: la siccità e la scarsità di pioggia. Ma questi sono fenomeni non dico fisiologici ma che si, insomma: possono accadere. Solo che questa “sventura” climatica potrebbe perfino diventare “provvida” se riuscisse a svelare un velo di immoralità referendaria. Perché in fondo ad oggi non è cambiato molto rispetto ai tempi in cui Gaetano Salvemini, per dire, parlando dell’Acquedotto Pugliese sosteneva che questo dava più da mangiare che da bere. E così il motivo principe per cui nel 2011 ci fu un trionfo di Si, a spoglio avvenuto, era che il privato – e quindi tutto quel corollario di concetti male interpretati ad esso legati tipo: profitto, mercato, liberismo, ecc – non doveva in alcun modo occuparsi di un elemento vitale per l’essere umano.

L’acqua appunto. Non era morale, ecco. Il fatto che poi, nello specifico, i privati si sarebbero occupati della gestione del servizio idrico, leggasi: impianti e quant’altro, e non della proprietà dell’acqua, è stato un particolare essenziale ma tuttavia tralasciato volutamente durante la guerra ideologica tra fazioni. E allora ecco che in queste ore, nella capitale d’Italia, nonostante il livello della tassazione sia a livelli stellari, nonostante si paghi due volte – mediante la fiscalità generale e le bollette -, se non tre (si pensi alle case dell’acqua), per avere un unico servizio, ebbene: nonostante tutto questo, i rubinetti verranno chiusi. Ma del resto non si potrebbe fare altrimenti avendo una rete idrica soggetta a perdite considerevoli, che in molti casi oltrepassano abbondantemente il 50% della portata, per ridurre le quali non possono essere fatti investimenti privati, in quanto appunto bocciati dai “benecomunisti” e affini, e pubblici, visto che nelle casse statali è rimasto davvero poco. Al tempo alcuni facinorosi dissero che se fosse passato il quesito non sarebbe nemmeno più uscita l’acqua dalle fontane. Ora non esce direttamente dal lavandino di casa. Chapeau!

L’unica cosa che ci rimane da poter fare: abolire Dublino

Di Matteo Marchesi

Le migrazioni sono intrinseche alla natura umana. Migrare etimologicamente significa passare. Non c’è stata tribù o comunità che non sia “passata” prima di “stare”, stanziarsi.

Tra invasione e migrazione c’è una differenza così sottile che spesso non si percepisce. Le invasioni barbariche che hanno devastato una Roma, già in caduta libera, hanno fatto collassare l’Impero. La stessa civiltà che ormai aveva perso costumi, tradizioni ed un credo politeista unificante.

Ora, la nuova e moderna, Roma Capitale ha perso il primato di centralità che ebbe allora sul piano politico-istituzionale ma è comunque simbolo di una decadenza morale e sociale dei costumi che hanno caratterizzato lo sviluppo della società occidentale e della rappresentatività democratica, tipica del risorgimento, e influenzata dagli effetti della rivoluzione francese.

Ebbene in questo contesto, nuove migrazioni, quasi invasioni, che modellano la nostra società, che distruggono la civiltà europea, così come la conosciamo e ne modellano una nuova. I confini europei non sono preparati all’urto così come non lo erano le zone di demarcazione ultima dell’Impero Romano. Non siamo capaci e non ci sono mezzi per fronteggiare.

Così come allora, l’onda d’urto viene assorbita dapprima dalla penisola italica, in quanto, non a caso, zona di “passaggio”. Saremo spazzati via. Non c’è giusto o sbagliato.

Non ci sono mezzi economici e strutturali per arginare artificialmente una situazione necessaria: un processo storico in atto. Possiamo soli rammaricarci, per aver distrutto i nostri costumi, la nostra moralità comune e la nostra civiltà in toto. Non ci sono più energie morali e sociali per stabilizzare l’assetto governativo dei paesi da cui i migranti scappano, con la naturale conseguenza che qualsiasi aiuto economico calato nelle regioni di guerra, sarebbe vano.

Ben presto, come successe per i regni romano-barbarici, saremo costretti ad adottare costumi abituali degli invasori, che si tramuteranno in ordinamenti legislativo-giuridici nuovi, sintesi di una trasformazione tra leggi europee e abitudini di vita degli invasori.

L’unica cosa, per cui i rappresentanti politici e governativi italiani, devono ancora combattere, è l’abrogazione del protocollo di Dublino. Se siamo in grado di capire che i fenomeni migratori sono ingestibili materialmente, allora saremmo anche in grado di dimostrare all’Europa unita che passaggio non significa stanziamento, che migrazione significa passaggio. Che la penisola italica è un canale e non una meta. Dobbiamo essere forti e dimostrare, con consapevolezza, ai paesi europei, che la civiltà africana e medio-orientale, in movimento, non si vuole stanziare in Italia, o perlomeno non tutta.

Quando rimarchiamo che non vogliamo essere soli, allora dobbiamo soffermarci, non tanto su un capriccio personale nei confronti di qualche figura politica contemporanea, alla Macron, ma nel rimarcare una necessità vera e reale.

Lettera aperta a Emanuele Fiano

Di Luca Proietti Scorsoni

Pur non condividendo l’impronta oscurantista con la quale è stato modellato il disegno di legge che la vede come primo firmatario, le voglio scrivere ugualmente in quanto, nonostante tutto, la ritengo persona meritevole e degna di un tentativo di confronto, anche se il tutto dovesse consistere in un approccio dialogico poco più che sterile, ma tant’è. Vede, e glielo dico con il massimo rispetto, non mi risulta difficile comprendere il perché del suo astio nei confronti di una dimensione storica e politica che si concluse oltre 70 anni fa. La sua storia, quella della sua famiglia, il vissuto di un’intera generazione, sono state contraddistinte da stigmati che si conficcano nel profondo dell’anima e nello spirito dei tempi. E d’altronde non voglio attutire le colpe di coloro che si macchiarono di crimini atroci, tali da far sanguinare perfino la carne dell’Eterno, se mai esistesse la sua presenza nel divenire della Storia. Mi permetta però di sottoporre alcune osservazioni legate ad una forma che ben presta diviene essa stessa sostanza. Lei milita in un movimento che, in uno sforzo non sempre costante per la verità, vorrebbe fare proprie alcune istanze e taluni accenti del pensiero liberale. Ebbene, non le pare che un dato pensiero politico-culturale, se davvero accettato, debba fungere da spezia valoriale con la quale insaporire l’intero banchetto ideale di un movimento e non una pietanza alla volta? Ecco, appunto. Il suo intento punitivo nei confronti dell’innocuo, e a volte anche un po’ patetico, nostalgico del tempo che fu invece ha un forte retrogusto reazionario oltreché un’inclinazione impregnata di ataviche paure. A tal proposito è esemplare la breve riflessione firmata dalla sagace penna di Mario Ajello sul Messaggero: “La cultura liberale è l’opposto dello Stato etico che stabilisce il bene e il male. Ma il liberalismo resta sempre l’anello mancante della storia d’Italia” . Già, anello mancante. Ad onor del vero, da liberale di destra, mi trovo costretto, mio malgrado, a condividere questo inciso anche per la mia fazione. E l’uscita, a dir poco scorretta, di Corsaro, che qualche libro di Einaudi e Vitiello l’avrà pur letto, è lì a confermarlo: sensibilità e competenza danno luogo ad una misticanza non sempre digeribile. Detto ciò mi consenta altresì di dissentire dalla sua personale graduatoria dell’antisemitismo nella quale colloca gli esponenti di un improbabile neofascismo ai primi posti. Vede, mentre lei pone l’accento su un pericolo rappresentato da paccottiglie enologiche e cianfrusaglie varie, che in maniera assai grottesca vorrebbero evocare una parentesi delle nostra storia patria un po’ più complessa e articolata di quanto non dicano le semplificazioni da bar, accade che, nel momento in cui scrivo, i più ostici avversari del mondo ebraico siano i rappresentanti di uno spaccato politico col quale lei rischia addirittura di allearsi. Perché se dovesse concretizzarsi, Dio non voglia, una riproposizione dell’Unione prodiana, con voi riformisti a braccetto assieme ai massimalisti, ecco che, in una logica transitiva alquanto rigorosa, lei si troverebbe in casa gente capace di utilizzare il velo dell’antisionismo – come se già di per se questo fosse un peccato veniale – col fine di sottacere un antisemitismo carsico, ma particolarmente pregnante e viscerale, e alimentato dagli orrendi stereotipi di sempre. Sarò più chiaro: i centri sociali, Fiano, gli intellettuali che scrivono nei giornali del mainstream, ovvero quelli progressisti, tutti i suoi colleghi politici e politicanti che esibiscono odio e sgomento da ogni poro il 25 aprile quando la Brigata Ebraica “prova” solamente a sfilare per le vie di qualunque città italiana. I veri e subdoli nemici sono quelli che magari la sostengono nello sbattere dentro un povero cristo per aver sorseggiato un San Giovese in etichetta (nera) e poi trovano le scuse più disgustose per giustificare, o magari proprio per spalleggiare, un Cesare Battisti reo di quattro omicidi e, ciononostante, gaudente sulle spiagge di Rio; i reali nemici del popolo ebraico sono coloro che vedono la storia a senso unico e con indosso solamente una kefiah, e non di certo una kippah, e che parlano di “genocidio” del popolo palestinese ma non dicono nulla del carnaio a cielo aperto presente in Venezuela; i veri nemici non si annidano tra le botteghe di Predappio ma all’interno degli uffici dell’UNESCO dove si dichiara Hebron sito “palestinese” patrimonio dell’umanità; i veri nemici sono coloro che disconoscono le radici giudaico-cristiane della nostra Europa al solo scopo di esaltare un laicismo di maniera nel quale diluire le nostre identità: la mia e la sua, Fiano; i veri nemici è più probabile che leggano il Corano piuttosto che le opere di Evola o Pound. Il vero, autentico, nemico è una legge come la sua perché dimostra come si possa avere timore di due magliette e qualche busto e, nel mentre, distogliere lo sguardo da fenomeni di ostilità sociale e politica ben più gravi e pericolose.
Cordialmente.

Perché Berlusconi é tornato centrale e lo sarà nelle politiche 2018

Di Eugenio Cipolla

Nel panorama confuso della politica italiana, con una sinistra spaccata e divisa, un leader, Renzi, in vertiginosa discesa, un M5S confuso e senza identità, e una destra che rincorre modelli estremisti e poco vincenti, c’è una sola certezza: il ritorno in auge di Silvio Berlusconi. Ieri, con l’intervista al Corriere della Sera, il leader di Forza Italia ha mandato un chiaro messaggio di presenza ai propri competitor.

La prossima campagna elettorale, quella che si giocherà facendo leva sui problemi sociali (immigrazione, disoccupazione e povertà) più che su quelli economici segneràl’ennesima resurrezione del Cavaliere, pronto ad approfittare del momento confuso della politica italiana, a corto di personaggi carismatici e di caratteri in grado di conquistare la fiducia del popolo italiano.

Non è un ragionamento da sostenitori, ma da semplici osservatori della politica. Basta guardarsi intorno per capirlo. A sinistra Renzi è assediato dal trio Pisapia, Prodi, Franceschini, che con la complicità di Mattarella, eletto proprio grazie alla volontà del leader Pd, stanno cercando di far uscire dal bunker l’ex sindaco di Firenze, ormai immagine sbiadita di quel rottamatore che conquistò così velocemente e facilmente l’Italia. Nel M5S la situazione non è poi così diversa. Diviso in mille correnti e senza una linea politica precisa (se non su tagli agli stipendi dei politici e reddito di cittadinanza), il movimento di Grillo può ancora contare su un importante bacino elettorale, ma non tale da determinare una netta vittoria che, se dovesse mai arrivare, complice la chiusura a ogni possibile alleanza, pregiudicherebbe loro la capacità di formare un governo. Infine c’è la destra lepenista e trumpista, quella di Meloni e Salvini, con i quali il Cav. non vuole e non può sedersi a trattare alla pari. E’ un problema di numeri e prospettive, perché una destra sociale, così come una sinistra estrema, difficilmente in futuro potrà raccogliere i voti dell’elettorato deluso e indeciso, che, spaventato, potrebbe optare nuovamente per il non voto.

A questo si aggiunge l’assenza di programmi generale e un vuoto di leadership generale. Chi sono i leader di questi schieramenti? E cosa vogliono? Ancora oggi è difficile capirlo. Invocare le primarie da un lato favorisce la partecipazione (ma solo dell’elettorato già convinto e schierato), ma testimonia l’incapacità di quello schieramento/partito a identificarsi con un leader. Cosa che, invece, in Forza Italia non è mai stata messa in discussione da vent’anni a questa parte. Il leader è uno solo e si fa come dice lui. E’ monarchia, dicono alcuni, è anarchia (il famoso dividi et impera), dicono altri.

Sta di fatto che Berlusconi, molto abile ad apparire e ricomparire al momento giusto, ora può giocarsi davanti agli italiani la carta dell’esperienza, provando così a riabilitare la propria immagine. Dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo negli ultimi sei anni, può presentarsi davanti agli italiani e dire che dopo di lui il paese è andato a rotoli, che la disoccupazione è aumentata di quattro punti, che sono sbarcati 600.000 immigrati, che in campo internazionale non contiamo assolutamente nulla. Mentre gli altri punteranno sul concetto di cambiamento, con slogan logori e scontati, Berlusconi proverà a impostare la sua campagna rivendicando l’esperienza di nove anni di governo e gli italiani potrebbero dargli nuovamente fiducia.

Comunque andrà, con qualsiasi legge elettorale si andrà al voto, Forza Italia e Berlusconi sono gli unici in grado di poter giostrarsi tra una coalizione di centrodestra e un governo di responsabilità nazionale per impedire al paese di vivere una situazione di stallo che i mercati, con gli speculatori finanziari in prima fila, coglierebbero al balzo. I numeri, d’altronde, parlano chiaro. Il Pdl, dopo le politiche del 2013, raggiunse il suo apice nei sondaggi proprio quando, di fronte alla prospettiva di un paese paralizzato, si mostrò responsabile e collaborativo. La partita è ancora lunga, ma guai a sottovalutare le mosse di Berlusconi. Nulla quando si muove lui accade mai per caso. Nemmeno stavolta con l’intervista al Corriere.

Un Saluto