Mese: giugno 2017

No Ius Soli!

Di Matteo Marchesi

Modificare e rivoluzionare le nostre regole riguardanti la cittadinanza non è una priorità.
È da qui che il centrodestra deve ripartire, prima ancora di entrare nel dettaglio sostanziale della legislazione sulla cittadinanza.
Prima di liberalizzare, sarebbe bene che liberassimo gli italiani. Inutile estendere un diritto, quello alla cittadinanza, che è sempre più precario e poco rispettato nei confronti di chi c’è l’ha già.
Cittadinanza significa adesione ai nostri valori costituenti, significa promessa dinnanzi alla nostra carta costitutiva, la stessa che all’art. 1, comma 1 enuncia “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Eppure troppo spesso ci dimentichiamo degli italiani, giovani o anziani che siano. Scordiamo di dar loro una prospettiva lavorativa, un orizzonte vivibile entro il quale manifestare e avvalersi a gran cuore della Cittadinanza Italiana.
Da qui lo sconforto. Un centrosinistra in difficoltà, così come fece con il DDL Cirinnà, utilizza un progetto riformante e progressista, qual è l’iniziativa legislativa sull’introduzione dello Ius Soli “temperato”, quale arma per ricompattarsi, senza badare alla reale sostanza dell’offerta normativa e senza pensare a tutti colore che, iure sanguinis italiani, spesso perdono la fierezza e la volontà di esserlo.
Il centrodestra ha il dovere di impedire e combattere aspramente queste iniziative puramente strumentali. Deve avere la volontà di proporre un programma chiaro per valorizzare gli italiani.
Non deve porsi come solo ostacolo, conservatore e moralista, ma rilanciare un’offerta con contenuti chiari e vincenti sul lavoro, sulla disoccupazione giovanile, sull’istruzione, sulle imprese e sul cuneo fiscale che valorizzi l’individuo.
Non è razzismo e nemmeno scarsa capacità di comparazione legislativa: motivazione già risentita dal fronte progressista. Bensì solo priorità.
Viva i cittadini italiani!

Vittoria schiacciante del centrodestra!

Di Mirko Giordani

Il dato fondamentale di questa turnata amministrativa è uno, incontrovertibile: quella forza politica che sembrava scomparsa, schiacciata e nascosta dalle scintille giornaliere tra Pd e 5 Stelle, c’è ed è potenzialmente maggioritaria. Il centrodestra,quando presenta candidati credibili, con programmi semplici e concreti, vince e convince.

Il problema, come si continua a dire in queste ora, è la legge elettorale: una legge proporzionale con premio alla lista sarebbe la pietra tombale di ogni ambizione governativa del polo moderato, smembrandolo tra governativi e protestari. La “scommessa Toti” sul modello Liguria è stata vinta ed ora si è di fronte ad un interrogativo: ce la faremo a spingere per una legge elettorale maggioritaria, magari alla meno peggio con premio alla coalizione? C’è la volontà politica delle parti o si chiacchiera al vento, come spesso accade? le città avevamo bisogno di sicurezza, ordine, pulizia e organizzazione: idem l’Italia.

Ormai La tendenza politica del paese, a questo punto, mi sembra chiara: si vira verso il centrodestra, ed è un bene. Non capirlo sarebbe una sciagura e perdere l’occasione del governo sarebbe un errore che i nostri elettori non ci perdonerebbero. Ora è il momento della chiarezza, delle scelte nette e nitide: o si vuol provare a vincere oppure no. Tertium non datur.
Se troveranno la volontà politica, l’obiettivo poi sarà riconquistare la fiducia dei cittadini che hanno votato, in buona fede, i 5 Stelle.

Un Saluto

Un listone civico di centrodestra

Di Matteo Marchesi

I partiti recenti sono in crisi. È un dato di fatto. Le amministrative hanno manifestato un fenomeno radicato nella cultura elettorale contemporanea: lasciare la parrocchia.
I civici sono la nuova frontiera perché sono più tecnici, conoscono il territorio, conoscono le difficoltà dei loro concittadini e soprattutto interpretano un desiderio di cambiamento che supera anche la protesta.
Civici non vuole apolitici o senza ideologie, significa semplicemente aria fresca. Una brezza leggera che senza stravolgere, urlare o protestare, prova, a mano a mano, con competenza, a risollevare i cumuli di polvere che circondano le nostre città.
Chi meglio di un cittadino attivo nella propria comunità conosce le priorità delle periferie delle nostre città? Ebbene da qui dobbiamo ripartire.
L’area di centrodestra ha il l’onere e l’onore di evitare avulse battaglie per leadership di cristallo, legittimate da poche manciate di voti. Deve essere un motore che interpreta un cambiamento in atto: una lista civica popolare, repubblicana, che sia a contatto con i cittadini. Candidati che siano portavoce dell’esigenze più ingenti di tutte le classi sociali e di tutte le aree locali, così diverse e ricche di tradizioni, che contraddistinguono il nostro grande Paese.
Esportare il modello Bucci è la priorità. Candidare persone capaci, competenti, tecnicamente preparate nei loro settori, anche politici di professione, purché abbiano a cuore il popolo che vogliono rappresentare. Passando da Genova, si respira entusiasmo, voglia, attività e si allontana l’orribile specchio del poltronismo.
Il “centrodestra civico e unito” vince, come afferma a ben dire Lorenzo Castellani. Senza negatività, senza competizione, ma con tanta energia per far tornare grande il nostro paese!

Forza Genova! Forza Marco Bucci!

Di Graziano Davoli

Domenica 25 Giugno saremo chiamati alle urne in occasione del ballottaggio, per esprimerci circa il nuovo sindaco della nostra città. Sono molteplici le ragioni che mi spingono a sostenere apertamente il candidato Marco Bucci e ad invitarvi a votarlo, credo bastino queste che a mio avviso sono le più importanti.
La prima è una ragione storica, dagli anni ’60 Genova è diventata un feudo delle sinistre che, come direbbe Baudelaire, l’hanno consegnata all’inferno un pochino alla volta. Un inferno fatto di degrado, insicurezza, aumento della disoccupazione, stagnazione economica e una sempre crescente penuria di prospettive. Una sinistra espressasi tramite giunte che hanno amminsitrato nel segno della passività e dell’insipienza.

La stessa insipienza mostrata negli anni ’70 ed ’80, quando la nostra città rimase inerte in balia delle Brigate Rosse e di altri gruppi armati dell’estrema sinistra extraparlamentare, questi rapirono il giudice Mario Sossi, uccisero il giovane fattorino Alessandro Floris, il Procuratore generale Francesco Coco, il sindacalista Guido Rossa e tanti altri ancora. Solo la fermezza e la tenacia delle forze dell’ordine salvò la nostra città. La stessa insipienza mostrata nel 2001, quando l’amministrazione Pericu lasciò che Genova fosse ridotta ad una jungla urbana dai Black bloc, in seguito ai fatti del G8. Ancora una volta furno le forze dell’ordine, pur con inqualificabili abusi di potere e violazioni della dignità umana, riuscirono ad impedire che la città si trasformasse in una favela. La stessa insipienza che nel 2011 e nel 2013 permise a due alluvioni di fare più danni di quelli che si sarebbero potuti evitare. Lì fummo noi cittadini a rimboccarci le mani, a spalare il fango e a recuperare passo dopo passo quanto le alluvioni ci avevano sottratto. Il tutto mentre i nostri sindaci bazzicavano da un salotto televisivo all’altro.

La seconda è una ragione che riguarda l’uomo Marco Bucci. Egli è un homo novus, un volto nuovo alla politica. Senza alcuna retorica sulla società civile, ci mancherebbe. Un manager ed un imprenditore di grandi capacità, basti pensare che come Amministratore unico della società Liguria Digitale, l’ha portata a fatturare 50 milioni di euro. Un uomo del lavoro e della società civile, ciò lo ha dimostrato nel suo programma, capendo cosa la società genovese chiede. Una città più sicura, in grado di offrire più opportunità ai giovani meritevoli, una città dinamica, tramite la riqualificazione dei trasporti, delle infrastrutture e del porto, una città in grado di incentivare di nuovo il turismo. Proprio noi giovani dovremmo puntare su di lui, in quanto nel suo disegno vi è una Genova capace di rimetterci al centro, di capirci e di darci opportunità, opportunità che i grandi successi delle giunte precedenti ci hanno sempre negato.

L’ultima ragiona è di radice ideologica. Una vittoria di Marco Bucci potrebbe dare un ulteriore input al centrodestra nazionale per ripensarsi e rinnovarsi. Accantonando le velleità tecnocratiche, gli inciuci di palazzo e i lepenismi d’occasione, il centrodestra può ripensarsi impostandosi su una piattaforma che possa ritrovarsi in quelle istanze liberal conservatrici da troppo tempo dimenticate, ma che possa anche permettere ai cittadini di riconoscersi in lei. Una piattaforma in grado di riunire tutte le anime che compongono quest’area sotto il segno del civismo e del pragmatismo.
Il 25 saremo chiamati a scegliere tra un candidato fotocopia delle precedenti e fallimentari giunte ed un candidato competente. Che ha messo in piedi una squadra preparata, con molti giovani, sia espressione della politica che della società civile, in grado di portare una ventata d’aria fresca alla nostra Zena, altrimenti condannata alla stagnazione.
Il 25 Giugno femmo torna Zena superba! Votiamo Marco Bucci!

Per la vita, contro la morte #CharlieSFight

Di Leonardo Rossi

Charlie Gard, è un bambino inglese nato il 4 agosto scorso. Ad 8 settimane di vita gli è stata diagnosticata una sindrome di deperimento mitocondriale, una malattia molto rara per la quale non esistono cure certe, ma solo tecniche sperimentali oltre Oceano, non riconosciute valide per il momento in Inghilterra.

Dal momento in cui questa grave malattia è stata diagnosticata, il piccolo Charlie è in terapia intensiva al Great Ormond Street Hospital di Londra.

La storia di Charlie è stata ripresa sulle cronache di mezzo mondo, quando alcuni medici  hanno comunicato ai gentiori di Charlie, Connie Yates and Chris Gard, che non c’era più nulla da fare e che continuare a tenere in vita il bimbo, che ormai viveva solo grazie ai macchinari, era da considerarsi “anti-etico”.

I coniugi Gard si sono opposti alla decisione dei medici hanno portato la faccenda davanti ai giudici, poiché determinati a sperimentare le nuove tecniche di cura negli Stati Uniti seppur incerte e molto costose, per le quali però hanno già ricevuto tantissime donazioni attraverso la campagna #Charliesfight.

I GIUDICI

Il processo ha portato fino all’ultimo grado di giudizio del Regno Unito, la Corte Suprema, sempre con lo stesso risultato: per i giudici hanno ragione i medici.

Dunque i genitori si sono appellati anche a Strasburgo alla Cedu-Corte europea dei diritti dell’uomo che ha bloccato tutto per alcuni giorni, in attesa di valutare il caso.

UN VENTENNE AFFERMA: ‘E’ SOLO UN PESO SOCIALE. VITA NON DEGNA.’

Fin qua la discussione che ha appassionato non soltanto il popolo britannico è tra coloro, me compreso, che stanno dalla parte dei genitori di Charlie, tra coloro che credono che lo Stato non abbia alcun diritto di fare quel che è intenzionato a fare, tra coloro che credono nel valore supremo della vita e, dall’altra parte, coloro che non considerano vita quella di Charlie, che vorrebbero assecondare il parere dei medici, contro il volere  dei genitori, che vorrebbero negare a Charlie la speranza delle cure oltre Oceano, che insomma vorrebbero farlo fuori “con dignità”, per non farlo soffrire. Antica lotta tra favorevoli e contrari all’eutanasia, sembrerebbe, pur con la specificità del caso che coinvolge un bambino di meno di un anno e genitori desiderosi di tenerlo in vita.

Ma ecco che la discussione sul rapporto medico-paziente, sulla sofferenza o non sofferenza del piccolo, sulla speranza di vita e di cura, sul confine cura-accanimento, viene spazzata via da un vento (ahimè giovanile) funzionalista : “il bambino è un peso sociale troppo elevato”.

Quanto dolore nel leggere una cosa simile. La mente non può che tornare agli orrori dell’aktion T4, alle “vite indegne di essere vissute”, senza peraltro velare dietro la “compassione” il massacro dei “pesi sociali”, come invece più furbescamente tentarono di fare i tedeschi ottanta anni fa.

“Esiste un trattamento in America, ma la domanda è: il trattamento è in grado di ripristinare le condizioni di salute normali di Charlie? No, le alleggerisce, ma comunque la malattia continuerebbe a condizionarlo a vita portandolo ad essere un peso sociale”- dice un ragazzo di vent’anni, di cui non farò il nome. E svela così, a sua insaputa o meno, forse il vero motivo della propaganda eutanasica di ritorno. Ha quantomeno onestà intellettuale, anche se più che dubbia morale.

Lo stesso ragazzo prosegue nel suo delirante post, dicendo: “Riflettendo su questo caso ho notato come il principio di obbligo della lotta per la vita termina i suoi effetti nel momento in cui scatta la condizione d’improduttività del soggetto in questione. Se l’uomo è improduttivo, manca di ruolo sociale, e non esiste un modo per ripristinare le sue condizioni normali, è giusto che si proceda con misure atte ad escluderlo dalla società sana.”

Eh? “Il principio di obbligo della lotta per la vita termina i suoi effetti nel momento in cui scatta la condizione d’improduttività del soggetto in questione”?

E arriva a concludere: “Questo vale per Charlie come per qualunque soggetto deviante, malato, che non risponde al requisito di produttività e che condiziona la società.”

Delirio? No, logico calcolo di convenienza pratica. Anti etico, immorale, ben oltre l’utilitarismo, giustificato secondo una sorta di post-funzionalismo dove vanno tolti ingranaggi rotti della società. Costruzione sociale. Ingegneria umana à la carte.

Dispiace, delude, preoccupa, che a dire queste cose sia un ragazzo di poco più di vent’anni. Spaventa per il domani. Incupisce.

Il suo è un “ragionamento” che  avrebbe fatto rabbrividire persino Auguste Compte e balzare sulla sedia anche J.S. Mill. E’ un “ragionamento” che avrebbe tuttavia trovato entusiasti applausi di  Alfred Hoche e Karl Binding (e non c’è da esserne fieri). E’ un “ragionamento”, infine, che trova assolutamente tutta la mia -e spero la vostra, amici- disapprovazione, condanna e censura.

Il flop di Theresa May

Di Mirko Giordani

Cari amici, care amiche,

inutile nasconderci dietro un dito: I Tory di Theresa May hanno preso una bella batosta. Partivano da un +20 rispetto a Corbyin e ora c’è rischio di ingovernabilità nel Regno Unito. Contro un candidato nazionalizzatore seriale come Corbyn, un residuato bellico ed ideologico del 900, la vittoria di Theresa May doveva essere chiara e larga. Non è stato così. Ora, per dirla con le parole dell’ex Cancelliere dello Scacchiere Osborne “la Hard Brexit finisce nella spazzattura”.

Al di la dei giudizi su Theresa May, è interessante notare un fatto: nel vecchio continente, Francia e Olanda, i partiti socialisti old style vengono travolti, mentre nell’Inghilterra che fu di Blair la piattaforma/rottame di Corbyn ottiene molti consensi. Molto probabilmente, Corbyn ha dalla sua parte una coerenza cristallina ed un programma leninista chiaro. Theresa May invece è sembrata confusa e poco assertiva, molto poco tatcheriana e quindi lontana dalla piattaforma tradizionale dei conservatori.

Cosa possiamo imparare noi dall’esperienza inglese? La coerenza, nei limiti del possibile, e la limpidezza dei programmi premiano. Un dato importante è infine l’arretramento del cosiddetto “fronte sovranista”: i Tories hanno assorbito la piattaforma dell’Ukip, accentuando i toni nazionalisti e ne hanno pagato le conseguenze.

L’Iran e le “petromonarchie”

Di Mirko Giordani

L’Isis a quanto parte è arrivato anche in Iran e si inserisce nel generale conflitto tra Sciiti e Sunniti. Quando tocchiamo questo conflitto, parlare di “meno peggio” è veramente difficile. Le petromonarchie le conosciamo bene, l’Iran che impicca gli omosessuali anche. Bisogna usare il buon senso: Trump ha dato una strigliata ai monarchi sauditi, che ora isolano i qatarioti, principali sponsor del terrorismo islamico e Trump ha definitivamente abbandonato ogni velleità di accordi con l’Iran.

Interessante però è l’analisi di Alberto Negri sul Sole 24 Ore, che parte dall’assunto che forse il meno peggio sia l’Iran. Affermazione interessante, su cui sono in disaccordo: l’Iran è la principale minaccia alla sopravvivenza di Israele, attraverso Hezbollah, ed un possibile sviluppo dell’atomica metterebbe in difficoltà l’intera regione.

Al di là delle dietrologie, il processo in corso nelle monarchie di isolamento del Qatar promettono bene nella lotta, anche finanziaria, al terrorismo islamico.